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Club 3 n. 7 luglio 2002 - Home Page

 
  


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SALUTE
    
VACCINI...DA MANGIARE


   
di Lia Damascelli
  

LE MANIPOLAZIONI TRANSGENICHE POSSONO PORTARE AD APPLICAZIONI "BUONE". PATATE, BANANE E POMODORI AIUTERANNO A PRODURRE ANTICORPI CONTRO MALATTIE CHE OGGI MIETONO VITTIME
  

Ogni anno nel mondo quasi tre milioni di bambini sotto i cinque anni muoiono per dissenteria, batterica e virale. I decessi legati a poliomielite, difterite, tetano, rosolia, pertosse e tubercolosi, le sei principali malattie infettive, sono invece circa due milioni. Come è facile immaginare queste terribili patologie mietono le loro vittime principalmente nei Paesi in via di sviluppo.

Gli ostacoli alla diffusione delle vaccinazioni di massa nelle regioni più povere della Terra sono, infatti, ancora molti. I costi elevati dei vaccini purificati e dei programmi di vaccinazione, la difficoltà di conservare e trasportare le "dosi" mantenendole a basse temperature nelle regioni più calde del Pianeta, come pure la necessità di poter contare su siringhe sterili per evitare la trasmissione di infezioni mortali (ogni anno nel Terzo mondo sono milioni i morti a causa di un uso improprio di aghi) rendono problematiche le pratiche di immunizzazione.

La soluzione per risolvere quasi tutte queste barriere però ora sembra esserci. La chiave di volta del problema potrebbero essere le nuove applicazioni biomedicali dell’ingegneria genetica.

La produzione di piante transgeniche che contengono antigeni in grado di stimolare la produzione di anticorpi contro specifici agenti infettivi è ormai a portata di mano. E così, presto, si potrebbero produrre patate, pomodori, banane e molte altre varietà di frutta e verdura, che una volta mangiate garantirebbero una copertura vaccinale.

A fare il punto sullo stato della ricerca in questo campo, sono stati i maggiori esperti a livello internazionale da poco riuniti a Roma in occasione del convegno "La nuova frontiera delle biotecnologie: piante transgeniche per uso biomedico". Gli scienziati che si sono confrontati su questo tema hanno concordato sul fatto che conservare, trasportare e distribuire estratti, polpa, omogeneizzati a base di vegetali opportunamente modificati potrebbe essere estremamente agevole. Ma anche che la realizzazione di simili prodotti sarebbe incredibilmente più economica di quella di farmaci con le stesse proprietà.

«Quattro dosi di un vaccino contro la dissenteria prodotto dal pomodoro potrebbero costare solo un centesimo di dollaro», ha specificato Charles Arntzen, uno dei pionieri delle applicazioni biomedicali dell’ingegneria genetica in forza all’Arizona State University. «Questo significherebbe un vantaggio enorme per i Paesi più poveri che potrebbero risparmiare moltissimo e potrebbero persino riuscire a produrre essi stessi tali vaccini acquistando la tecnologia (semplice ed economica) o i semi delle piante geneticamente modificate».

Proprio i bassi costi, paradossalmente, potrebbero essere il principale ostacolo all’avanzamento degli studi e della sperimentazione dei "vaccini che si mangiano". «Lo sviluppo e la produzione di vegetali per uso medico non è interessante per le aziende private perché è destinato a non produrre profitti elevati», commenta Francesco Sala, docente di biologia dell’università di Milano. «Questo filone di ricerca, pertanto, dovrebbe essere sostenuto dalle istituzioni pubbliche dei Paesi industrializzati a fini umanitari».

Ma questo non è l’unico degli ostacoli che si profilano, almeno in Europa, per la ricerca e la sperimentazione in campo biotecnologico. «Nei Paesi dell’Unione, il fattore limitante maggiore è rappresentato dalle restrizioni legislative alla sperimentazione in campo di piante transgeniche», continua Sala. «La situazione italiana, poi, è ancora più difficile perché da noi è stato reso illegale persino il trasporto di semi ogm, cosa che rende le collaborazioni tra i diversi istituti di ricerca quasi impossibili».

Un grave errore quello di fare di tutta un’erba un fascio e di demonizzare l’ingegneria genetica tout court come accade da noi. L’agricoltura nostrana, infatti, potrebbe grandemente giovarsi dei progressi della scienza in questo campo. Pochi ancora sanno, per esempio, che un gran numero di varietà vegetali tipiche delle nostre regioni sono a rischio di estinzione e che a questo punto solo le biotecnologie potrebbero salvarle. Il pomodoro San Marzano, il broccolo romanesco, il riso Carnaroli e il melo della Valle d’Aosta sono solo alcune delle 45 varietà di 27 specie di frutta e verdura che essendo portatrici di difetti genetici vengono a poco a poco abbandonate. La loro sensibilità a funghi, virus o parassiti, infatti, ne rende i raccolti poco vantaggiosi e problematica la coltivazione.

La biodiversità che è alla base di molti piatti della gastronomia italiana rischia dunque di perdersi. Ma il cadere in disuso di molte colture significa anche mettere in pericolo, oltre a gusti e sapori, anche la sopravvivenza di un portato di tradizioni, culture, nicchie ecologiche ed economie locali. La via per salvare questa preziosa porzione di mondo potrebbe consistere nell’adozione di una terapia genica. Correggendo o sostituendo i geni difettosi, infatti, sarebbe possibile rendere nuovamente interessanti dal punto di vista produttivo le varietà in pericolo, agevolandone la ripresa.

Stop ai sospetti sugli Ogm

A portare avanti un progetto di ricerca in questa direzione sono i ricercatori del dipartimento di biologia dell’università di Milano. Ma gli ostacoli che si devono superare sono ancora molti. «L’Italia», dichiara Sala, «è attualmente su posizioni di estrema chiusura nei confronti delle piante transgeniche, indipendentemente dal loro utilizzo e dalla consistenza degli studi che riguardano la loro sicurezza. Eppure oggi sappiamo con certezza che di per sé, l’inserimento di un gene nuovo nel Dna di una pianta non costituisce un rischio per la salute dell’uomo e dell’ambiente».

A dimostrarlo, continua il ricercatore dell’università di Milano, «è uno studio ingente promosso dalla Comunità europea e condotto per quindici anni in 400 laboratori di quindici diverse nazioni. In qualche caso specifico vi possono essere dubbi sull’opportunità di utilizzare certi geni. Ma esistono gli strumenti scientifici per verificarlo e quelli legali per impedirne l’uso ed escludere così qualunque rischio».

Se poi si vogliono avere maggiori garanzie in questo senso – chiedono i ricercatori – perché non impiegare gli stanziamenti pubblici destinati alla valutazione della sicurezza delle colture Ogm per testare l’impatto delle varietà tipiche nostrane opportunamente modificate, piuttosto che per vagliare l’affidabilità di colture americane come la soia o il mais che non interessano direttamente il mercato e l'economia italiana?

«La "terapia genica" che noi proponiamo», continua Sala, «potrebbe servire, tra l’altro, anche a rendere più sicure certe colture. È il caso del basilico ligure le cui piantine sotto i dieci centimetri di altezza contengono dosi abbondanti di metil-eugenolo: una sostanza altamente cancerogena, la cui presenza dovrebbe essere sufficiente a guardare con sospetto qualsiasi piatto di trofie al pesto, anche se preparate con basilico proveniente da coltivazioni biologiche. Il frutto del kiwi, invece, contiene ben quindici allergeni e scatena in molte persone reazioni allergiche. Che potrebbero essere evitate se, per mezzo delle biotecnologie, si "neutralizzassero" i geni che scatenano le reazioni immunitarie, avviando la produzione di piante anallergiche».

Lia Damascelli
   

Siamo vicini alla possibilità di creare piante con antigeni in grado di distruggere specifici agenti infettivi.

Ma i bassi costi dell’operazione sono un ostacolo paradossale: le aziende non otterrebbero i profitti desiderati

L’inserimento di un gene nuovo nel Dna di una pianta non comporta rischi per la salute

Non mancano difficoltà politiche: sulle piante transgeniche, in Italia l’atteggiamento è di chiusura