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Club 3 n. 10 ottobre 2003 - Home Page

 


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IL CASO

URANIO IMPOVERITO
SEGRETI E BUGIE

   
di
Mirella Camera
  

Dicono che è più innocuo di una pila di orologio. Ma dove arriva aumentano tumori e leucemie.
Dicono che il suo uso non comporta pericoli.
Ma i manuali militari parlano di contaminazione.
Dicono che in Italia non ce n’è.
Ma vicino ai poligoni militari sono nati bambini malformati
   

Rieccolo. L’allarme sugli esiti nefasti dell’uranio impoverito riappare, come al solito, sottotraccia. Non lo si trova sulle prime pagine dei giornali e tantomeno nei comunicati ufficiali degli eserciti o dei Governi; al massimo passa come una meteora con uno scarno comunicato che annuncia la morte del 21esimo reduce dai Balcani. Quella del Depleted Uranium è una gran brutta storia. Piena di "sembra" e di "pare", di reticenze e di muri di gomma, di denunce e di proteste, di segreti militari e di bugie smascherate sempre troppo tardi. Una storia dove le tesi che si scontrano sono così opposte da creare per forza sconcerto e sospetto.

La sindrome del Golfo

Nel 1991 i veterani della Guerra del Golfo ritornarono con una carico di malesseri che non seppero interpretare. Perdita di memoria, mal di testa, depressione, stanchezza cronica, all’inizio; e poi leucemie, linfomi, tumori, persino figli malformati. Mentre le autorità militari minimizzavano, attribuendo le malattie a "stress" da guerra o a miscele di concause possibili, comprese le armi chimiche di Saddam, e ribadivano la non pericolosità dell’uranio impoverito, le associazioni dei soldati ammalati e le famiglie mettevano insieme i casi, interpellavano esperti, spingevano i giornali a fare delle inchieste.

La gente scoprì che le esplosioni di munizioni, gli incendi e gli sfondamenti dei tanks all’uranio ne provocavano la dispersione in microparticelle che potevano venire inalate non solo dai più prossimi, ma anche a chilometri di distanza, perché si depositavano e venivano trasportate dal vento. Potevano anche sciogliersi in acqua, raggiungere le falde, entrare nel ciclo alimentare. Quindi anche la popolazione residente rimaneva esposta. Per sempre, dal momento che l’uranio ha una vita di miliardi di anni.

Ci volle un bel po’ prima di comporre un quadro della situazione: per diventare statisticamente significativo il fenomeno doveva avere dei grandi numeri dalla sua parte. E i grandi numeri purtroppo, sono stati raggiunti: è stato calcolato che i soldati Usa contaminati nella prima Guerra del Golfo furono circa 50 mila, e fra questi ci furono dai 5 ai 10 mila morti.

Smentire, negare, minimizzare

Ma mentre sul fronte pubblico la linea era la negazione più assoluta della pericolosità dell’uranio impoverito, lo stesso esercito emanava disposizioni alle truppe per contenere il rischio e dava istruzioni in caso di contaminazione. Nel marzo del ’91 alle autorità militari impegnate nel Golfo Persico fu inviato un memorandum dell’Us Army Armament Research Development and Engineering Center (Ardec). Nel documento viene detto che "l’aerosol di ossido di uranio impoverito che si forma nell’impatto con le corazze ha un’alta percentuale di particelle respirabili (dal 50 al 96%), e una buona percentuale di queste particelle è solubile nei fluidi polmonari (dal 17 al 48%)". E continua: "la mobilità dell’uranio impoverito è dovuta alla sua alta solubilità: i composti solubili di uranio impoverito possono dissolversi e migrare facilmente con le acque di superficie o profonde. Bere, lavare o entrare in contatto con acqua contaminata allargherà la contaminazione".

In realtà il problema uranio impoverito era conosciuto da tempo. Nel 1980 la Corte dello Stato di New York ordinò alla National Lead di cessare la produzione di munizioni all’uranio impoverito perché superava il limite di radioattività stabilito, cioè 150 microcurie al mese, che significa un rilascio mensile di 385 grammi di polvere di uranio (e senza nemmeno esplodere). Tanto per fare un confronto, l’uranio impoverito rilasciato tra gennaio e febbraio ’91 nella zona del Golfo ha superato di 700.000 volte quello emesso dall’impianto della National Lead, che dopo la sentenza ha dovuto chiudere i battenti.

Europa: si replica

Tutto ciò era ancora lontano dall’Europa. Poi anche i nostri soldati furono coinvolti in guerre dove, malgrado le smentite ufficiali, si utilizzava uranio impoverito: la missione in Somalia nel ’93, in Bosnia nel ’95 e in Kossovo nel ’99. Quantificare è difficile, ma ormai molte centinaia di soldati delle forze internazionali che parteciparono a quelle missioni, con l’Onu o la Nato, negli anni hanno sviluppato patologie simili alla sindrome del Golfo; alcuni hanno avuto figli malformati; molti sono morti per leucemie, tumori e affini.

Il muro di gomma che si è creato intorno a questi casi ha impedito all’allarme di diventare pubblico fino al 2001, quando le continue segnalazioni di casi sospetti dall’Italia, dalla Francia, dalla Gran Bretagna, dalla Spagna hanno spinto il caso-uranio sui giornali. Da allora l’argomento è una sorta di fiume carsico: emerge e scompare subito dopo.

La parola d’ordine ufficiale è: non c’è alcuna prova scientifica che l’uranio impoverito sia collegabile ai casi di malattia o di morte dei soldati. L’Italia ne fornisce le prove soprattutto attraverso la Commissione Mandelli, istituita dal Ministero della Difesa e incaricata di monitorare il fenomeno nel tempo. La Commissione finora ha prodotto tre relazioni, nelle quali, fondamentalmente, esclude il nesso tra uranio impoverito e le malattie sviluppate dai reduci anche se l’ultima, del giugno del 2002, ammette la presenza "statisticamente significativa" di un maggior numero di linfomi Hodgkin rispetto alla media.

Alla tesi della innocuità si oppone duramente un fronte variegato di associazioni di soldati e loro famiglie, scienziati, giornalisti, medici, movimenti di volontariato, pacifisti e ambientalisti che, convinti del contrario, pazientemente raccolgono prove e mettono insieme i dati per comporre un puzzle ben diverso da quello rassicurante del Ministero. La "Mandelli", Il per esempio, è molto contestata, sia per l’impostazione del campione (il rilievo proviene dal dipartimento di statistica dell’Università di Torino), sia perché in realtà i controlli sui soldati si stanno arenando, come denunciano gli stessi medici militari. Forse per mancanza di fondi. «Una ricerca scientifica può dimostrare quello che vuole, basta impostare in un certo modo i parametri su cui lavora», ci spiega il fisico Carlo Pona dell’associazione "Un ponte per". «È chiaro che se sotto la voce "soldati nei Balcani" si mettono anche quelli che hanno prestato servizio un solo giorno o che lo hanno fatto stando in ufficio o addirittura in zone dove l’uranio non c’era, i risultati statistici cambiano. Se una commissione di così alto livello scientifico fa un tale, grossolano errore, non si può non sospettare che sia stato voluto».

In effetti, le incongruenze che emergono fanno pensare. Perché in Somalia i soldati Usa erano bardati come astronauti malgrado il caldo infernale mentre quelli italiani, ignari, giravano in pantaloncini e maglietta? Di certo l’impiego di armi all’uranio impoverito in quella missione fu negata a lungo, e ammessa solo molto tempo dopo. E fra i militari italiani morti di leucemia o di cancro c’erano anche i reduci della Somalia.

E ancora: perché, se è così innocuo, le Nazioni Unite fin dal ’96 hanno condannato l’uso militare dell’uranio impoverito e il Parlamento europeo nel 2001 ne ha votato una moratoria?

Che dire poi dei casi di malformazioni nei figli dei soldati? Secondo l’ex ammiraglio Falco Accame, che ora presiede un’associazione di militari, sono almeno 23 oltre ad altri 11 nati nei dintorni dei poligoni militari italiani dove si sperimenta l’uranio impoverito. Se, come dicono le autorità, non esiste legame tra l’esposizione all’uranio impoverito e questi fatti, perché l’esercito francese raccomanda ai proprio soldati di non avere figli per almeno sei mesi dopo il ritorno da queste missioni?

Chi resta

Per anni i medici iracheni hanno segnalato alle autorità internazionali l’impennata di casi di tumori, leucemie, aborti spontanei, gravi malformazioni neonatali, secondo loro da collegarsi alle grandi quantità di uranio impoverito rimasto nell’ambiente (il Pentagono comunica di aver sparato l’equivalente di almeno 320 tonnellate). Ma l’Iraq è stato un Paese in embargo per dodici anni, dove, a parte la dittatura di Saddam che ne faceva un escluso dal consesso internazionale, il problema delle carenze vitaminiche era ben maggiore e più diffuso di quello dell’uranio. E poi, una volta che i riflettori si spengono sul teatro di una guerra, quello che succede cade nell’oblio internazionale.

Fino a quando non si accendono di nuovo. I funzionari delle Nazione Unite sono "molto preoccupati" per gli esiti di questa semina venefica sulla salute della popolazione. Il tempo, infatti è il grande alleato dell’uranio impoverito. "Il risultato finale della contaminazione di aria e acqua è la deposizione nel suolo", diceva ancora il rapporto Usa dell’Ardec già citato, "L’area rimane contaminata e non si decontamina spontaneamente".

Ma non ci sono solo le zone di guerra a coinvolgere i civili. A Esaclapiano, paese del nuorese di 2.500 anime nei pressi del Poligono di Perdasdefogu dove si sperimentano armi Nato, due anni fa la popolazione, costituita in un comitato, ha rivelato al quotidiano la Repubblica, la nascita di bimbi ermafroditi, senza apparato digerente, privi di cervello, senza dita o con altre malformazioni. Il 1988 è stato un anno nero per i neonati: ben il 20%, uno su cinque, è venuto alla luce con malformazioni. Ma è cosa vecchia, da dimenticare.

«Quando si parla di uranio si alza un potente muro di gomma» lamenta Lorenzo Forcieri, presidente della Delegazione italiana alla Nato, «evidentemente gli interessi enormi che vi sono dietro sono in grado di condizionare i comportamenti di molti».

Detto fra noi, è difficile non pensarla così.

Mirella Camera

COS’È

L’URANIO IMPOVERITO NON È ALTRO CHE UN MATERIALE DI SCARTO NELLA PREPARAZIONE DEL COMBUSTIBILE DELLE CENTRALI NUCLEARI. 
Visto che queste lavorano a pieno ritmo per produrre elettricità, si stima che finora ne siano stati prodotti oltre sei milioni di tonnellate. Un chilo e passa per ogni abitante del pianeta. Che farne? Più pesante del piombo (quasi il doppio), resistente come il tungsteno ma più malleabile e soprattutto a buon mercato, ben presto si è pensato di riciclarlo, utilizzandolo per gli usi più svariati ma soprattutto per uso militare. Grazie alla sua capacità perforante e alla sua densità, infatti, si è rivelato ottimo per fabbricare sia le munizioni (proiettili, dardi, bombe, missili) che le parti esterne dei carri armati e dei blindati.

C’è un però. L’uranio impoverito emette particelle "alfa" – corpuscoli 100 volte più piccoli di un granello di sabbia – molto deboli come capacità di penetrazione, in quanto vengono fermate dai primi strati della pelle (basta quindi una blanda protezione per renderle innocue), ma che hanno effetti da dieci a venti volte più dannosi dei raggi X. Infatti, una volta entrati all’interno del corpo emettono radiazioni ionizzanti in grado di "slegare" atomi e molecole, devastando le cellule. In che misura può avvenire dipende da fattori diversi: la concentrazione di Ui assorbita, la quantità che polmoni e urine riescono a eliminare, la zona corporea dove si depositano, l’efficienza del sistema immunitario, eccetera. Troppe variabili per prevederle tutte in anticipo. Così, calcolando che il rischio di esporre i soldati alla contaminazione era compensato dal poter dare loro carri armati a prova di bomba e armi più efficaci qualcuno ha pensato che il gioco valesse la candela.

 

Cosa dicono i manuali Usa

Il manuale di addestramento dell’Us Army Chemical School, Development of Depleted Uranium Training Support, poi denominato UI training manual, completato nel’ 95, dice: "È molto probabile che venga contaminato chi respira senza protezione quando munizioni all’UI colpiscono e penetrano un carro armato AHA M1 e questo si sparge sotto forma di aerosol nella torretta. Inalerà grandi quantità di polvere di uranio. Segue chi si trova in un carro armato AHA M1 colpito e penetrato da munizioni normali: l’uranio della corazza si aerosolizzerà nella torretta. Possono essere contaminati anche equipaggi dei carri Bradley colpiti da munizioni all’uranio. Infine chi si muove dentro, sopra o nelle vicinanze del veicolo dopo uno di questi eventi. I soldati coinvolti in questi eventi devono essere considerati contaminati. Potrebbero essere contaminati da polvere di uranio anche il personale di soccorso, quello medico, i gruppi di recupero e il personale che inali polvere trasportata dal fumo dei veicoli contaminati. Il personale all’interno di bunkers o di edifici colpiti da munizioni all’uranio e chi entri in contatto successivamente con queste aree potrebbe ingerirne o inalarne la polvere. È possibile respirare o ingerire particelle di uranio impoverito sospese nell’aria. Esse possono posarsi su una superficie e rimanervi; anche sulle mani, col rischio di respirarle o ingerirle. Potrebbero posarsi su una ferita aperta. Anche dopo che queste particelle si sono depositate, veicoli o personale possono spostare nuovamente le particelle depositate muovendosi nell’area contaminata. Le particelle possono spostarsi per brevi distanze. Esse possono essere inalate o ingerite".

 

Saperne di più
International Action Center IL METALLO DEL DISONORE Asterios, € 20,40
Un dossier sull’uranio impoverito redatto da scienziati, militari, attivisti

SERVIZI GIORNALISTICI:
Rainews24 (Italia)
Dossier Bbc (Gran Bretagna),
Approfondimento Cbc (Canada) da visionare in rete all’indirizzo: www.rainews24.rai.it/ran24/speciali/uranio_2003/default.htm

SITI:
www.grandinotizie.it
www.uranioimpoverito.it
www.scienzaepace.it

 

Opinioni a confronto
di Francesco Fravolini

Nessun pericolo

«L’uranio impoverito non provoca danni alla salute». È questa la conclusione a cui è giunto Franco Nobile, docente in Semeiotica chirurgica dell’Università di Siena e specialista in oncologia.

Dopo due anni di indagine condotta sui militari inviati nei Balcani, realizzata dalla Lega contro i tumori di Siena in collaborazione con la Sanità militare, lancia la sua sfida agli studiosi e illustra, nel suo libro dal titolo La prevenzione oncologica nei reduci dai Balcani, quella che per molti è una rivelazione: "Totale assenza di danni alle persone da tossicità chimica e da contaminazione radioattiva riconducibili all’uranio impoverito".

Il professor Nobile ha eseguito la sua ricerca attraverso analisi specifiche su 601 militari, di cui 121 appartenenti al gruppo controllo reduce dall’Albania e 31 scelti fra quelli che non avevano partecipato ad alcuna missione.

«Il danno radioattivo non esiste» spiega l’oncologo «perché l’uranio emette le particelle alfa: appena raggiungono l’essere umano vengono respinte dalla pelle. Quasi fosse una protezione naturale. Resta soltanto un reale rischio: quando il metallo entra nell’organismo. Non si deve abbassare la guardia nei confronti dell’alcol, del fumo e dei solventi per le manutenzioni delle armi. Bisogna fare attenzione alle concause che possono scatenare il male».

Gli accertamenti sono stati praticati sui volontari del 186° Reggimento della Brigata Folgore di Siena: tutti militari che hanno compiuto almeno una missione nei territori balcanici, coinvolti negli eventi bellici dove sono stati utilizzati mezzi blindati e munizioni contenenti uranio impoverito: Bosnia e Kossovo. Dalle indagini spettrometriche sui militari reduci più esposti al rischio uranio, sono stati riscontrati valori assolutamente nella norma. L’oncologo senese ha aggiunto: «Questo allarmismo è veramente ingiustificato e dannoso per l’opinione pubblica: è stato ormai acclarato dal mondo scientifico che non c’è alcun rischio per la salute umana dall’esposizione all’uranio impoverito per uso bellico».
   

Effetti deleteri

Non ha dubbi Giorgio Cortellessa, fisico nucleare, già ricercatore scientifico dell’Istituto superiore di sanità, sul danno che il metallo può arrecare alle persone. «L’uranio» spiega il professore «ha un alto potere di distruzione dei preparati organici: fino a pochi decenni fa il suo composto, il nitrato di uranile, veniva utilizzato correntemente in laboratorio per distruggere residui organici».
- Come agisce?
Una volta entrato nell’organismo si fissa nelle cellule e non può venire rimosso in alcun modo, procurando una crescente sofferenza al sistema cellulare che sviluppa varie malattie, e vede estremamente indebolito il sistema di difesa contro i tumori".
- Il sistema immunitario non lo contrasta?
L’organismo reagisce sia con il sistema immunitario, che attraverso il tentativo di "riparare" le cellule tumorali. Se questi due sistemi sono efficienti, nell’80% dei casi il tumore rimane silente e sotto controllo fino alla morte per altre cause dell’organismo, altrimenti si passa alla fase preclinica e successivamente a quella clinica dello stesso male. Se cause esterne, come l’avvelenamento di gruppi di cellule, annullano i sistemi di difesa, il tumore si sviluppa".
- Quali esami vengono adottati per analizzare la presenza dell’uranio nelle persone?
"Chi lavora l’uranio ha effetti avversi sulla salute facilmente controllabili. Per studiare gruppi di persone esposte all’uranio, occorre esaminare uomini e donne che abbiano la stessa struttura di età e lo stesso stato di salute, per confrontarli con gruppi analoghi esposti all’uranio.

Poiché i meccanismi di resistenza ai danni dell’uranio dipendono strettamente dal buono stato di salute e quindi dal perfetto funzionamento del sistema immunitario e del sistema di riparazione cellulare, il campione su cui operare deve essere amplissimo perché contro gli effetti dell’uranio giocano, negli organismi forti e sani, potenti sistemi di conservazione della salute. Le persone decedute nelle miniere di uranio e le popolazioni vittime dei bombardamenti con l’uranio impoverito, sono la triste testimonianza di quanto sia pericoloso alla salute questo metallo".

 

Negare il legame fra le malattie sviluppate e il servizio prestato dai militari nelle zone di guerra ha significato per i reduci malati pagare privatamente tutti gli esami, le terapie, le cure senza alcun contributo dell’esercito
   

Il quantitativo totale ammonterebbe ad almeno 6 milioni di tonnellate così distribuito:
318.000 tonnellate in Europa
700.000 tonnellate negli Usa
5.000.000 di tonnellate nell’ex Unione Sovietica
450.000 tonnellate in Canada
   

La Cnn rivela che gli esperti del Pentagono hanno stimato la quantità di proiettili all’uranio sparati nella guerra del 2003 compresa fra le 1.100 e le 2.200 tonnellate. Nel ’91 erano circa meno di 400