IL CASO
URANIO
IMPOVERITO
SEGRETI E BUGIE

di Mirella Camera
Dicono che è
più innocuo di una pila di orologio. Ma dove arriva aumentano
tumori e leucemie.
Dicono che il suo uso non comporta pericoli.
Ma i manuali militari parlano di contaminazione.
Dicono che in Italia non ce n’è.
Ma vicino ai poligoni militari sono nati bambini malformati
Rieccolo.
L’allarme sugli esiti nefasti dell’uranio impoverito
riappare, come al solito, sottotraccia. Non lo si trova sulle
prime pagine dei giornali e tantomeno nei comunicati ufficiali
degli eserciti o dei Governi; al massimo passa come una meteora
con uno scarno comunicato che annuncia la morte del 21esimo
reduce dai Balcani. Quella del Depleted Uranium è una
gran brutta storia. Piena di "sembra" e di
"pare", di reticenze e di muri di gomma, di denunce e
di proteste, di segreti militari e di bugie smascherate sempre
troppo tardi. Una storia dove le tesi che si scontrano sono
così opposte da creare per forza sconcerto e sospetto.
La sindrome del Golfo
Nel 1991 i veterani della Guerra del Golfo
ritornarono con una carico di malesseri che non seppero
interpretare. Perdita di memoria, mal di testa, depressione,
stanchezza cronica, all’inizio; e poi leucemie, linfomi,
tumori, persino figli malformati. Mentre le autorità militari
minimizzavano, attribuendo le malattie a "stress" da
guerra o a miscele di concause possibili, comprese le armi
chimiche di Saddam, e ribadivano la non pericolosità dell’uranio
impoverito, le associazioni dei soldati ammalati e le famiglie
mettevano insieme i casi, interpellavano esperti, spingevano i
giornali a fare delle inchieste.
La gente scoprì che le esplosioni di
munizioni, gli incendi e gli sfondamenti dei tanks all’uranio
ne provocavano la dispersione in microparticelle che potevano
venire inalate non solo dai più prossimi, ma anche a chilometri
di distanza, perché si depositavano e venivano trasportate dal
vento. Potevano anche sciogliersi in acqua, raggiungere le
falde, entrare nel ciclo alimentare. Quindi anche la popolazione
residente rimaneva esposta. Per sempre, dal momento che l’uranio
ha una vita di miliardi di anni.
Ci volle un bel po’ prima di comporre un
quadro della situazione: per diventare statisticamente
significativo il fenomeno doveva avere dei grandi numeri dalla
sua parte. E i grandi numeri purtroppo, sono stati raggiunti: è
stato calcolato che i soldati Usa contaminati nella prima Guerra
del Golfo furono circa 50 mila, e fra questi ci furono dai 5 ai
10 mila morti.

Smentire, negare, minimizzare
Ma mentre sul fronte pubblico la linea era la
negazione più assoluta della pericolosità dell’uranio
impoverito, lo stesso esercito emanava disposizioni alle truppe
per contenere il rischio e dava istruzioni in caso di
contaminazione. Nel marzo del ’91 alle autorità militari
impegnate nel Golfo Persico fu inviato un memorandum dell’Us
Army Armament Research Development and Engineering Center
(Ardec). Nel documento viene detto che "l’aerosol di
ossido di uranio impoverito che si forma nell’impatto con le
corazze ha un’alta percentuale di particelle respirabili (dal
50 al 96%), e una buona percentuale di queste particelle è
solubile nei fluidi polmonari (dal 17 al 48%)". E continua:
"la mobilità dell’uranio impoverito è dovuta alla sua
alta solubilità: i composti solubili di uranio impoverito
possono dissolversi e migrare facilmente con le acque di
superficie o profonde. Bere, lavare o entrare in contatto con
acqua contaminata allargherà la contaminazione".
In realtà il problema uranio impoverito era
conosciuto da tempo. Nel 1980 la Corte dello Stato di New York
ordinò alla National Lead di cessare la produzione di munizioni
all’uranio impoverito perché superava il limite di
radioattività stabilito, cioè 150 microcurie al mese, che
significa un rilascio mensile di 385 grammi di polvere di uranio
(e senza nemmeno esplodere). Tanto per fare un confronto, l’uranio
impoverito rilasciato tra gennaio e febbraio ’91 nella zona
del Golfo ha superato di 700.000 volte quello emesso dall’impianto
della National Lead, che dopo la sentenza ha dovuto chiudere i
battenti.

Europa: si replica
Tutto ciò era ancora lontano dall’Europa.
Poi anche i nostri soldati furono coinvolti in guerre dove,
malgrado le smentite ufficiali, si utilizzava uranio impoverito:
la missione in Somalia nel ’93, in Bosnia nel ’95 e in
Kossovo nel ’99. Quantificare è difficile, ma ormai molte
centinaia di soldati delle forze internazionali che
parteciparono a quelle missioni, con l’Onu o la Nato, negli
anni hanno sviluppato patologie simili alla sindrome del Golfo;
alcuni hanno avuto figli malformati; molti sono morti per
leucemie, tumori e affini.
Il muro di gomma che si è creato intorno a
questi casi ha impedito all’allarme di diventare pubblico fino
al 2001, quando le continue segnalazioni di casi sospetti dall’Italia,
dalla Francia, dalla Gran Bretagna, dalla Spagna hanno spinto il
caso-uranio sui giornali. Da allora l’argomento è una sorta
di fiume carsico: emerge e scompare subito dopo.
La parola d’ordine ufficiale è: non c’è
alcuna prova scientifica che l’uranio impoverito sia
collegabile ai casi di malattia o di morte dei soldati. L’Italia
ne fornisce le prove soprattutto attraverso la Commissione
Mandelli, istituita dal Ministero della Difesa e incaricata di
monitorare il fenomeno nel tempo. La Commissione finora ha
prodotto tre relazioni, nelle quali, fondamentalmente, esclude
il nesso tra uranio impoverito e le malattie sviluppate dai
reduci anche se l’ultima, del giugno del 2002, ammette la
presenza "statisticamente significativa" di un maggior
numero di linfomi Hodgkin rispetto alla media.
Alla tesi della innocuità si oppone duramente
un fronte variegato di associazioni di soldati e loro famiglie,
scienziati, giornalisti, medici, movimenti di volontariato,
pacifisti e ambientalisti che, convinti del contrario,
pazientemente raccolgono prove e mettono insieme i dati per
comporre un puzzle ben diverso da quello rassicurante del
Ministero. La "Mandelli", Il per esempio, è molto
contestata, sia per l’impostazione del campione (il rilievo
proviene dal dipartimento di statistica dell’Università di
Torino), sia perché in realtà i controlli sui soldati si
stanno arenando, come denunciano gli stessi medici militari.
Forse per mancanza di fondi. «Una ricerca scientifica può
dimostrare quello che vuole, basta impostare in un certo modo i
parametri su cui lavora», ci spiega il fisico Carlo Pona dell’associazione
"Un ponte per". «È chiaro che se sotto la voce
"soldati nei Balcani" si mettono anche quelli che
hanno prestato servizio un solo giorno o che lo hanno fatto
stando in ufficio o addirittura in zone dove l’uranio non c’era,
i risultati statistici cambiano. Se una commissione di così
alto livello scientifico fa un tale, grossolano errore, non si
può non sospettare che sia stato voluto».
In effetti, le incongruenze che emergono fanno
pensare. Perché in Somalia i soldati Usa erano bardati come
astronauti malgrado il caldo infernale mentre quelli italiani,
ignari, giravano in pantaloncini e maglietta? Di certo l’impiego
di armi all’uranio impoverito in quella missione fu negata a
lungo, e ammessa solo molto tempo dopo. E fra i militari
italiani morti di leucemia o di cancro c’erano anche i reduci
della Somalia.
E ancora: perché, se è così innocuo, le
Nazioni Unite fin dal ’96 hanno condannato l’uso militare
dell’uranio impoverito e il Parlamento europeo nel 2001 ne ha
votato una moratoria?
Che dire poi dei casi di malformazioni nei
figli dei soldati? Secondo l’ex ammiraglio Falco Accame, che
ora presiede un’associazione di militari, sono almeno 23 oltre
ad altri 11 nati nei dintorni dei poligoni militari italiani
dove si sperimenta l’uranio impoverito. Se, come dicono le
autorità, non esiste legame tra l’esposizione all’uranio
impoverito e questi fatti, perché l’esercito francese
raccomanda ai proprio soldati di non avere figli per almeno sei
mesi dopo il ritorno da queste missioni?

Chi resta
Per anni i medici iracheni hanno segnalato
alle autorità internazionali l’impennata di casi di tumori,
leucemie, aborti spontanei, gravi malformazioni neonatali,
secondo loro da collegarsi alle grandi quantità di uranio
impoverito rimasto nell’ambiente (il Pentagono comunica di
aver sparato l’equivalente di almeno 320 tonnellate). Ma l’Iraq
è stato un Paese in embargo per dodici anni, dove, a parte la
dittatura di Saddam che ne faceva un escluso dal consesso
internazionale, il problema delle carenze vitaminiche era ben
maggiore e più diffuso di quello dell’uranio. E poi, una
volta che i riflettori si spengono sul teatro di una guerra,
quello che succede cade nell’oblio internazionale.
Fino a quando non si accendono di nuovo. I
funzionari delle Nazione Unite sono "molto
preoccupati" per gli esiti di questa semina venefica sulla
salute della popolazione. Il tempo, infatti è il grande alleato
dell’uranio impoverito. "Il risultato finale della
contaminazione di aria e acqua è la deposizione nel
suolo", diceva ancora il rapporto Usa dell’Ardec già
citato, "L’area rimane contaminata e non si decontamina
spontaneamente".
Ma non ci sono solo le zone di guerra a
coinvolgere i civili. A Esaclapiano, paese del nuorese di 2.500
anime nei pressi del Poligono di Perdasdefogu dove si
sperimentano armi Nato, due anni fa la popolazione, costituita
in un comitato, ha rivelato al quotidiano la Repubblica, la
nascita di bimbi ermafroditi, senza apparato digerente, privi di
cervello, senza dita o con altre malformazioni. Il 1988 è stato
un anno nero per i neonati: ben il 20%, uno su cinque, è venuto
alla luce con malformazioni. Ma è cosa vecchia, da dimenticare.
«Quando si parla di uranio si alza un potente
muro di gomma» lamenta Lorenzo Forcieri, presidente della
Delegazione italiana alla Nato, «evidentemente gli interessi
enormi che vi sono dietro sono in grado di condizionare i
comportamenti di molti».
Detto fra noi, è difficile non pensarla
così.
Mirella Camera
