SOCIETÀ
LA TV ALL’INDICE

COSA C’È
DIETRO L’AUDITEL, IL SISTEMA DI RILEVAMENTO DELL’"AUDIENCE" TELEVISIVA CHE PREOCCUPA MOLTI ITALIANI.
E
POI C’È QUALITEL, MA PARE UN OGGETTO MISTERIOSO...
Una
guerra quotidiana si consuma ogni mattina negli studi televisivi
Rai e Mediaset: quella del verdetto inoppugnabile della lettura
dei dati Auditel che decreta, troppo spesso senza possibilità d’appello,
la riuscita o l’affossamento di un programma. Guerra che, con
la ripresa autunnale in grande stile delle offerte dei
palinsesti, si fa sempre più accesa, in nome della share e dell’audience,
dell’indice d’ascolto che è pietra di paragone della
qualità dei programmi.
C’è chi continua dunque ad affilare le armi per le guerre
mediatiche e chi invece fa sentire la propria voce. Come quei 40
cittadini la cui lettera di protesta è stata pubblicata il 3
settembre 2003 dal quotidiano Il Messaggero. In essa si
chiede l’intervento dell’Authority delle comunicazioni,
presieduto da Enzo Cheli, per organizzare un sistema credibile e
trasparente di rilevamento degli indici d’ascolto e di
gradimento dei programmi televisivi e si afferma che «i
cittadini non sopportano più di essere considerati spettatori
acefali, che guardano tutto quello che la televisione
somministra loro quotidianamente».
Si tratta di una protesta fine a se stessa, ci ha dichiarato
il direttore dell’Auditel, Walter Pancini: «Dato il numero
dei firmatari, non rappresenta nessuno».
Non la pensano così quegli italiani, riuniti in due
associazioni, Megachip e Art. 21 che il 24 ottobre
si riuniscono a Roma presso la sede della Federazione nazionale
della stampa, che sostiene l’iniziativa, per avviare un’ulteriore
campagna, "Basta con l’Auditel". L’intenzione è
di «denunciare le bugie dell’Auditel, di un sistema
inaffidabile e monopolistico, rivolto agli utenti pubblicitari,
che non è affatto uno specchio fedele della popolazione
italiana».
Alla base della campagna ci sono numerose iniziative tra cui
una petizione rivolta all’Authority per le comunicazioni, che
è un invito ad applicare la legge 249. Il che significa
esercizio dei suoi poteri di controllo sull’Auditel e
istituzione di un servizio di rilevamento alternativo.

«Di recente», dice Roberta Gisotti, giornalista di Radio
Vaticana, autrice del libro
La favola dell’Auditel (Editori Riuniti) «sono uscite
allo scoperto anche alcune "famiglie Auditel", che
hanno rivelato ai mass media irregolarità. Quello che è
importante verificare, al di là della pubblicizzazione dei
dati, è dunque il loro criterio di rilevazione. Sinora non
esiste la possibilità di controllare le caratteristiche delle
famiglie scelte, non c’è trasparenza sul campione. Inoltre,
la rilevazione è quantitativa ma influenza decisamente la
qualità dei programmi televisivi, che non vuol dire solo scelta
dei palinsesti, ma appiattimento della cultura e dei valori».
Come risponde il direttore dell’Auditel? «Bisogna
smetterla di indicare l’Auditel come capro espiatorio della
qualità televisiva! Non esiste un legame così stretto tra le
rilevazioni che facciamo, che interessano esclusivamente la
pianificazione pubblicitaria delle aziende, e i palinsesti tv»,
dichiara. «Ben vengano anche analisi di tipo qualitativo, noi
però non le facciamo». Prosegue Pacini: «Non dimentichiamo
che la nostra attività è solo quella di scattare un’immagine:
noi fotografiamo il consumo televisivo così come avviene».
Ma proprio il "modo" in cui viene scattata un’immagine
condiziona sempre il modo di guardarla. Pancini si accalora: «Auditel
non è il gioco cretino, che alimenta la stampa, del "chi
vince e chi perde" tra le reti tv. È uno strumento d’informazione
di cui vengono pubblicizzati i dati. Il sistema di rilevazione
è tecnologicamente avanzato. Le famiglie campione sono
monitorate dal Politecnico di Torino. È chiaro che dopo che le
mettiamo a disposizione di questi controlli sono
"bruciate" e quindi le dobbiamo sostituire con altre.
Così come dobbiamo sostituire quelle famiglie che hanno avuto
la bella idea di fare dichiarazioni pubbliche».
Felice Lioy, direttore dell’Upa (Utenti pubblicità
associati), è nel consiglio d’amministrazione di Auditel, ma
è anche presidente di Audiweb (il sistema di rilevazione che
misura l’audience della rete), e fa parte dei vertici
di Audiradio e del consiglio direttivo Audipress (che rileva i
dati di lettura della stampa italiana). Si potrebbe definire il
"signor potere di rilevazione" di tutti i sistemi di
comunicazione. Così Lioy definisce l’Auditel: «Uno dei
sistemi migliori a livello internazionale, sia dal punto di
vista statistico che tecnologico. Le recenti proteste delle
associazioni di cittadini? Non le conosco. Si tratta comunque di
un modo di protestare vago che va spegnendosi. Non ci lasciamo
intimorire da certi consumatori e dal loro atteggiamento. Come
rappresentante delle aziende dell’Upa riconfermo la necessità
di questa rilevazione per gli investimenti pubblicitari. L’unico
criterio di gradimento che rileviamo è se uno spettacolo viene
visto o no. Noi siamo il termometro che misura la febbre, non
vogliamo dare certo indicazioni per curarla».

Lioy insiste sui criteri che sono alla base di Auditel che a
suo dire riguardano le rilevazioni di soggetti privati, cioè le
aziende che investono in pubblicità. E aggiunge: «Non c’è
motivo di continuare ad attribuirci responsabilità di
programmazione che spettano ad altri. Oggi in Italia non si può cambiare un buon sistema di
rilevamento». È di parere diverso Umberto Folena, giornalista
di Avvenire, esperto televisivo: «Auditel è uno
strumento usato in modo improprio, un applausometro. Come
giornalisti siamo preoccupati. Quando critichi un programma per
la sua qualità e dici che è brutto, oggi l’obiezione che ti
viene fatta da emittenti e giornali è: come ti permetti, se fa
10 milioni di ascolti? Auditel misura il numero di televisori
accesi, non la qualità degli ascolti. In realtà siamo di
fronte a una manica di presuntuosi che non sono capaci di fare
programmi di qualità e dicono che questi sono i gusti del
pubblico. È necessario un equilibrio di poteri, perché Auditel
ne ha troppi, da quello pubblicitario a quello politico e della
comunicazione. È una divinità che ammette sentenze definitive
sulla sorte di un programma, che ha troppa influenza sul privato
dei cittadini. Un grande inganno».
Cesare Mirabelli, vicepresidente del Consiglio superiore
della Magistratura dal 1986 al 1990, presidente della Corte
Costituzionale, è l’attuale presidente del Consiglio
nazionale degli utenti (Cnu). L’associazione, espressione
anche di organismi di categoria, il cui obiettivo è tutelare
gli interessi degli utenti, nel luglio 2002, ha prodotto un
documento sulla rilevazione degli indici d’ascolto televisivi.
«Abbiamo fatto notare», ci dice Mirabelli, «come, dal momento
che questi sono considerati oggettivi, statisticamente corretti
e dato che sollecitano la fiducia del pubblico, è necessaria
una tutela degli utenti che riguarda la loro veridicità e i
loro criteri di rilevazione». «Il punto di crisi dell’Auditel»,
continua il presidente del Cnu, «è che oltre a determinare la
programmazione tv e a inciderne sulla qualità, a catturare gli
ascolti e a rivendicarli nel mondo pubblicitario, diventa un
elemento strategico che incide sulla finalità dei contenuti.
Non può essere solo una piazza aperta alle esigenze della
pubblicità. Deve essere utilizzato correttamente».
Il Consiglio nazionale degli utenti non ha potere di
intervento, ma ha organizzato nel luglio 2002 un forum sul
problema e si è espresso richiedendo principi di trasparenza e
controllo, quindi interventi precisi, all’Authority delle
comunicazioni.
Giulietto Chiesa, giornalista e scrittore, è tra i fondatori
dell’associazione Megachip che, come spiega, «sta
crescendo ad altissima velocità, come numero di adesioni (quasi
100.000) e di contatti anche sul sito internet (www.megachip.info). Siamo collegati con tutto il mondo, ma non
facciamo controinformazione, datata e un po’ scontata.
Vogliamo essere un elemento catalizzatore per le coscienze dei
cittadini».
L’Auditel, per Chiesa, «non è un mero strumento tecnico.
Vogliono farci credere che la gente desideri ciò che gli è
stato imposto di vedere. Viene presentato come un oracolo, ma
non dice nulla sui desideri reali degli italiani perché è un
meccanismo falsificato. E lo abbiamo dimostrato, dati alla mano.
La nostra petizione all’Authority è già stata firmata da
2.500 persone».
Le richieste di Megachip sono chiare: «Vogliamo che
nell’Auditel ci sia un rappresentante della società civile,
perché la rilevazione degli indici d’ascolto televisivi è di
tale importanza sociale e culturale da non poter essere fatta
nel chiuso di conventicole segrete. La Rai, inoltre, deve uscire
dal sistema Auditel e rendere pubblico quello di rilevamento
qualitativo di cui si è dotata.
Sono infatti convinto che la qualità dei programmi sia
misurabile e quantificabile».

Walter Pancini, direttore dell’Auditel, fa notare che «finora
nessuno si è fatto avanti per presentare un sistema di
rilevamento dati alternativo. Noi del resto abbiamo offerto all’Authority
di far parte con un suo rappresentante del nostro consiglio di
amministrazione e non ha accettato». «Non ho niente contro le
analisi di tipo qualitativo», prosegue, «sono invece contrario
alle crociate, al furore ideologico, ai talebani e alle Giovanne
d’Arco dell’Auditel, come Chiesa e Gisotti». Per il
direttore dell’Auditel, una considerazione se la meritano
anche gli italiani: «Parliamoci chiaro: gli istituti di ricerca
con le loro statistiche ci hanno fatto capire che il nostro è
un popolo di bugiardi. A parole dicono tutti di amare la
qualità, ma poi, a casa si abbruttiscono davanti alla tv
scegliendo film comici di serie C».
Roberta Gisotti, chiamata in causa da Pancini in inedita
veste, ride: «Mi aspetto un finale di questa vicenda non come
quello toccato a Giovanna d’Arco. Ho iniziato a occuparmi di
Auditel tanti anni fa, quando le mie figlie erano piccole, come
madre, cittadina e giornalista, proprio inviando una lettera al
signor Pancini, chiedendogli di entrare con la mia famiglia nel
campione di rilevamento. Inutile dire che non è successo. La
mia battaglia prosegue in nome di tante cose: sono stufa che in
Italia ci sia una tv volgare e di pessima qualità con la
giustificazione che è quella che vuole il pubblico incolto,
stufa di avere un sistema come l’Auditel che costituisce una
maggioranza virtuale, si certifica un consenso e lo attribuisce
a tutti gli italiani. Stufa di assistere all’oscuramento delle
coscienze in nome della pubblicità. Me lo confermano le persone
comuni, i giovani con cui vengo a contatto. Io vado avanti,
assieme a tanti altri, e non mollo».