MEDICINA
OSTEOPOROSI
QUANDO LE OSSA SONO DEBOLI

di Monica Melotti
Come
individuare, prevenire e curare questa malattia che affligge in
Italia tre milioni di persone
L'osteoporosi
è una malattia silenziosa perché progredisce lentamente e le
deformità vertebrali non si manifestano con sintomi dolorosi,
fino a quando non si verifica una frattura. Oggi, però, di
questa malattia si sa molto di più, se ne conoscono i rischi e
i comportamenti da adottare per ridurli.
Eppure, nonostante questa consapevolezza,
secondo una recente indagine elaborata da Demoskopea e condotta
fra le lettrici del periodico "Donna Moderna",
soltanto il 56% delle donne affette da osteoporosi è in cura
con un farmaco specifico, le rimanenti non seguono nessun
trattamento e sono esposte al rischio di fratture. Se l’osteoporosi,
infatti, non viene trattata, ci sono molte probabilità che una
frattura ne provochi un’altra. I dati dimostrano che tra le
donne in post-menopausa che hanno già avuto una deformità
vertebrale (frattura della vertebra, la cosiddetta gobba
della vedova o cifosi), una su cinque subirà un’altra
deformità vertebrale: dolore alla schiena cronico e fratture al
femore o al polso.

Proteggere l’architettura
L’osteoporosi s’innesca con la menopausa
quando, bloccandosi la produzione di estrogeni, questi ormoni
non possono più né favorire l’attività degli osteoblasti
(le cellule che depositano nelle ossa il calcio insieme agli
alimenti), né contrastare quella degli osteoclasti, che
al contrario asportano il calcio per le esigenze dell’organismo.
La massa ossea diventa quindi più rada, le ossa più fragili e
aumenta il rischio di fratture. «Anche le ossa della colonna
vertebrale hanno una loro "architettura", anzi una
microarchitettura che contribuisce alla qualità dell’osso e
alla sua resistenza», spiega Maurizio Bevilacqua, del Servizio
di Endocrinologia dell’Ospedale Sacco di Milano. «L’osso
vertebrale risulta formato da piccole, ma spesse strutture, le trabecole,
ben connesse in maniera orizzontale e verticale, in modo da
formare una sorta d’intelaiatura interna. Una buona
intelaiatura, cioè una microarchitettura sana, combinata alla
massa ossea può contribuire fino al 90% alla resistenza dell’osso.
Ma quando le ossa sono colpite da osteoporosi le trabecole si
assottigliano, soprattutto si spezzano le connessioni. Come in
un ponte di cemento armato con strutture d’acciaio indebolite,
così la resistenza complessiva dell’osso e la sua stabilità
sono compromesse. Oltre alla perdita di quantità di osso,
avviene il deterioramento della sua qualità, che è una causa
fondamentale delle fratture da osteoporosi».
I fattori di
rischio
In Italia oltre tre milioni di persone sono
affette da osteoporosi e ogni anno 45.000 donne si fratturano il
femore, situazione che in otto casi su dieci provoca
invalidità, con conseguenze devastanti sia sul piano fisico che
psicologico. Le donne risultano più esposte al rischio per due
ragioni: la massima densità ossea che si raggiunge intorno ai
trent’anni di età è di solito inferiore nella donna rispetto
all’uomo. Inoltre questa riserva si impoverisce a causa dei
cambiamenti ormonali tipici della menopausa. «Nell’uomo,
invece, non esiste un momento che segna così nettamente il
cambiamento e la riduzione ossea avviene in modo più graduale,
nel corso degli anni», dice Giorgio Gandolini, responsabile
dell’Ambulatorio in Reumatologia della Fondazione Don Gnocchi
di Milano. «Vi sono, comunque, diverse condizioni che aumentano
il rischio di sviluppare l’osteoporosi: familiarità (madre o
sorella affette dalla malattia), aver sofferto di amenorrea
(assenza delle mestruazioni), terapie prolungate con
cortisonici, magrezza, malassorbimento intestinale (causato dal morbo
di Crohn o dalla celiaca, intolleranza al glutine),
ipertiroidismo, abuso di alcolici, fumo, menopausa che si
verifica prima dei 45 anni, vita sedentaria e la carenza di
vitamina D, indispensabile per assorbire il calcio».

Individuazione e
prevenzione
La perdita di massa ossea di solito non causa
sintomi fino a quando non si verifica una frattura.
E allora può essere troppo tardi; ecco
perché è così importante la prevenzione. È opportuno quindi,
intorno ai 40 anni, controllare la propria densità ossea (se
sono presenti fattori di rischio) e ripetere il controllo una
seconda volta nell’imminenza della menopausa.
In seguito, con l’aumentare del rischio di
fragilità e di incidenti, i controlli vanno eseguiti
periodicamente (in media una volta ogni due anni). L’indagine
strumentale più adeguata per poter effettuare una diagnosi
precoce è la Moc (Mineralogia ossea computerizzata). L’esame,
che utilizza tecniche radiologiche, viene eseguito tramite
apparecchiature specialistiche in grado di misurare la quantità
di minerale e la densità minerale dell’osso preso in esame.
La densità minerale ossea può anche essere
misurata rapidamente da un nuovo strumento diagnostico, la Dexa.
Questa tecnica, assolutamente indolore e priva di rischi,
permette di valutare con estrema precisione (con un errore dell’1-
2%) la severità della malattia e il rischio di fratture.

Le soluzioni
terapeutiche
Oggi esistono farmaci estremamente efficaci e
ben tollerati. Come i bisfosfonati di ultima generazione,
che danno risultati ancora migliori rispetto ai farmaci di
qualche anno fa. «I bisfosfonati proteggono la qualità della
microarchitettura delle ossa per renderle più resistenti»,
spiega Gandolini. «Il risedronato, bisfosfonato di
ultima generazione, ha una notevole rapidità di azione; dopo un
anno di cura, il rischio di fratture vertebrali si riduce del
61% e dopo sei mesi di trattamento il riassorbimento osseo cala
del 33%».
Quasi tutti i bisfosfonati in commercio
possono essere assunti in forma di compresse, aspetto
particolarmente gradito alle pazienti, ma vanno assunte tutti i
giorni. L’unico bisfosfonato, attualmente disponibile, in un
dosaggio da assumere in compresse, una sola volta alla
settimana, è l’alendronato. Studi accreditati
assicurano che ha la stessa efficacia delle dosi giornaliere.
I bisfosfonati sono farmaci che devono essere
prescritti dal medico, sono rimborsabili dal sistema sanitario
(classe A), ma paradossalmente per poter beneficiare della
gratuità del farmaco occorre avere già avuto una frattura del
femore o delle vertebre. Ciò limita enormemente la possibilità
di curare i pazienti e mal si coniuga con la parola prevenzione,
tanto cara al Ministero della Salute.
Un altro farmaco antifrattura è il raloxifene,
che appartiene alla categoria dei Serm (modulatori selettivi dei
recettori estrogenici). Il suo obiettivo è quello di migliorare
la qualità dell’osso, rafforzando nel tempo la fitta trama
delle trabecole, che come microcolonne sostengono l’architettura
ossea interna. Deve essere però somministrato precocemente
perché non può riparare le trabecole già spezzate.
Infine esiste la terapia ormonale sostitutiva
che, oltre a ridurre i fastidiosi disturbi della menopausa,
grazie all’azione degli estrogeni protegge la massa ossea.
Monica Melotti