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ANNIVERSARI
MORTE DI UN
PRESIDENTE

di Massimo Ferrari
QUARANT’ANNI
FA, L’ATTENTATO DI DALLAS CONTRO JOHN FITZGERALD KENNEDY,
ANCORA OGGI UNO DEI GRANDI MISTERI DEL XX SECOLO
DALLAS,
22 NOVEMBRE 1963: le fucilate esplose
da Lee Harvey Oswald uccidono il presidente degli Stati Uniti,
John Fitzgerald Kennedy, durante una visita elettorale nella
città texana. Il fatto lasciò di ghiaccio l’opinione
pubblica internazionale suscitando un’ondata di emozioni e
cordoglio tanto all’estero quanto negli Usa. JFK appariva agli
occhi del mondo come l’immagine buona dell’America, pronta
ad aiutare i più deboli con la sua forza economica e militare e
nello stesso tempo comprensiva e rispettosa delle esigenze degli
altri.
Era proprio così? Molti storici oggi
ridimensionano il mito di Kennedy, che sostenne la causa dei
diritti civili ma fu poi molto cauto nel concederli ai neri d’America
(sebbene fosse vicino alle posizioni di Martin Luther King); che
promosse la causa dello sviluppo internazionale ma badò bene a
mantenere una posizione preminente per gli Usa; che apparve come
l’uomo dalla faccia pulita e dalla coscienza adamantina ma fu
sospettato di comportamenti personali censurabili e relazioni
pericolose.
In realtà, esistono due miti che riguardano
JFK: l’uno che coglie solo gli aspetti positivi,
attribuendogli un’immagine eccessivamente agiografica, e l’altro
completamente negativo. Certo, Kennedy non mancò di alimentare
profonda ammirazione ma anche odi radicati: sul piano razziale,
per esempio, fu antisegregazionista tiepido ma
inequivocabilmente favorevole alla piena concessione dei diritti
alla minoranza nera e molti esponenti del partito democratico
del Sud non glielo perdonarono.
Nelle relazioni internazionali, Kennedy fece
andare in bestia il Cremlino più di quanto si immagini: propose
il superamento della posizione del suo predecessore Eisenhower,
che aveva basato la sicurezza dell’America sulla dottrina
della risposta nucleare immediata: chi avesse aggredito o
cercato di aggredire gli Usa avrebbe dovuto subire la ritorsione
di tutto il loro arsenale atomico.

JFK si rese conto che questa posizione
garantiva solo in apparenza l’incolumità del suo Paese,
perché in realtà lo obbligava ad assumere posizioni senza
ritorno o a cedere. Per evitare passi falsi, senza perdere in
credibilità, Kennedy mantenne e rafforzò l’arsenale atomico
americano, facendo formulare, però, al Pentagono, una nuova
teoria dell’impiego delle forze militari, chiamato
"risposta flessibile" e basato su una vasta panoplia
di armi capaci di garantire il successo in caso di confronto con
l’Urss anche senza ricorrere all’arma atomica. Per questo,
il presidente, appoggiato dal segretario alla Difesa Robert
McNamara, avviò un massiccio programma di acquisizione di nuove
armi e mezzi che assorbì ingenti investimenti, facendo contenti
gli industriali del settore ma rendendo ben poco soddisfatti gli
imprenditori di altri campi. E anche gli Stati maggiori non
furono soddisfatti, pur se JFK mantenne una posizione
estremamente dura verso i movimenti comunisti internazionali,
arrivando a paragonarli a un’infezione che andava contenuta a
qualsiasi costo. Per arginarli, vennero identificate due vie.
Una, quella dello sviluppo dei Paesi alleati e del Terzo mondo,
si rivelò la più pericolosa per i teorici del socialismo
reale, in quanto mirava a sottrarre loro consensi con una
politica attenta alle esigenze delle masse, da attuarsi con
generosi aiuti. Alla carota, però, si accompagnava il bastone,
in quanto la Casa Bianca inaugurò un’attiva politica di
contenimento della sovversione comunista, soprattutto nel Sudest
asiatico e in America latina. Così, Kennedy avviò la politica
di impegno americano nel Vietnam e affrontò, con la sfortunata
impresa della Baia dei Porci, una stagione di duro confronto con
Cuba.
Insomma, tra finanziamenti per la difesa e
impegno anticomunista, JFK si alienò molte simpatie nel settore
progressista della società, in patria e all’estero. La pagina
forse più gloriosa e indiscutibile dell’amministrazione
Kennedy fu la sfida lanciata per la cosiddetta "nuova
frontiera", ovvero la conquista dello spazio. L’America
era profondamente frustrata per i primi successi missilistici
sovietici, la cui valenza strategica, militare e propagandistica
andava ben al di là della messa in orbita di un satellite o di
una capsula contenente un astronauta.
Gli Sputnik erano il segno di una superiorità
tecnologica e di un prestigio destinato a pesare negli equilibri
internazionali: Kennedy lo comprese e lanciò gli Usa in una
sfida senza ritorno la cui posta era la conquista della Luna.
Per questo scopo, non vennero lesinati stanziamenti e l’impegno
dei migliori cervelli del Paese. Alla fine, la superiorità
nella corsa spaziale venne conseguita, anche al di là del
mandato di Kennedy e, anzi, divenne una costante di tutte le
amministrazioni americane che gli succedettero.
Ma l’uomo del duro braccio di ferro con
Castro e Kruscev per Cuba e che lanciò la sfida contro il muro
di Berlino fu anche quello della chiacchieratissima amicizia con
Frank Sinatra e altre personalità del mondo dello spettacolo e
della finanza sospettate di legami con la mafia, oltre che il
presunto amante di Marilyn Monroe e, inoltre, il responsabile
indiretto del suo suicidio, in una girandola di rivelazioni in
cui il pubblico e il privato si sono mischiati in intrecci nei
quali le ombre hanno prevalso di molto sulle luci.

Eppure, quale che sia il giudizio storico sul
personaggio, a 40 anni dalla sua tragica scomparsa, resiste
inossidabile l’immagine che di lui avevano costruito i media e
che egli stesso aveva promosso: quella di un giovane di buona
famiglia, marito e padre esemplare, eroe di guerra, che aveva
avuto il coraggio di lanciare l’America in una sfida dal
sapore di un sogno e di esserne uscito vincitore. Sotto questo
aspetto, lo spirito degli anni di John Fitzgerald Kennedy, anche
se allora spalancò le porte all’insoddisfazione giovanile
culminata nelle rivolte dei campus e nella contestazione,
resiste ancora oggi come uno dei grandi miti dell’America
contemporanea.
Massimo Ferrari
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Tra le
tesi anche... gli Ufo
L’apparente
inconsistenza di un movente qualsiasi, se non legato a
un complotto, spinse i giornalisti sin dai primi giorni
della tragedia di Dallas a ipotizzare che dietro alla
morte di John Fitzgerald Kennedy si nascondessero trame
inquietanti, riconducibili sia alla malavita sia a
centri politici ed economici antagonisti. Gli interventi
dell’Fbi, dei servizi segreti e della magistratura
avviarono una serie di inchieste dettagliate circa i
molti punti oscuri delle indagini sul delitto.
Colpì anche il fatto
che Lee Harvey Oswald, presunto autore del delitto,
fosse stato eliminato a sua volta da un privato
qualsiasi, Jack Ruby, che era fin troppo facile
immaginare come un killer inviato da mandanti occulti,
per impedirne eventuali pentimenti. Il Rapporto Warren,
redatto da un’apposita commissione riunita dal
Parlamento per fare luce sull’intera vicenda, aprì
più interrogativi di quanti ne chiarisse, lasciando
ipotizzare interventi della mafia e dei fuoriusciti
cubani. Insomma, in 40 anni le ipotesi sulla fine di JFK,
tutte più o meno allineate sull’ipotesi del
complotto, si sono moltiplicate, senza però che si
arrivasse a una parola conclusiva. La più bizzarra
sostiene che il presidente sia stato eliminato perché
voleva rivelare la presenza a Roswell dei resti di
esseri extraterrestri. Ma c’è chi è andato
controcorrente. Lo studioso italiano Diego Verdegiglio,
per esempio, sentiti numerosi esperti giudiziari
italiani, è giunto alla conclusione che la verità
ufficiale sul delitto di Dallas sia attendibile, mentre
quella del complotto sia inconsistente.
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| SAGA
DI UNA FAMIGLIA FRA TRIONFI E TRAGEDIE
Le
vicende della famiglia Kennedy hanno attraversato tutto
il Novecento, alternando successi e clamorose cadute.
Emigrati negli Usa dall’Irlanda, i cattolicissimi
Kennedy si stabiliscono nel Massachusetts ottenendo ben
presto un discreto successo negli affari. Il padre di
John, Joseph, nato nel 1888, si butta nel mondo della
finanza, con ottimi risultati. Sposa Rose Fitzgerald,
figlia del sindaco di Boston e negli anni Venti raduna
una fortuna con la vendita di superalcoolici importati
dall’Inghilterra e finanziando una serie di film
western. Diventa uno dei venti americani più ricchi e
nel ’37 Roosevelt lo nomina ambasciatore a Londra.
La famiglia si
trasferisce con i nove figli sulle rive del Tamigi, dove
Joseph si segnala per la sua politica contraria all’impegno
americano contro Hitler. La storia gli darà torto: in
guerra muore il primogenito, Joseph jr, pilota abbattuto
dai tedeschi. Quanto a JFK, nato nel 1917, divenuto
ufficiale di marina, rischia la morte quando la sua
motosilurante viene affondata dai giapponesi nel
Pacifico.
Per il suo eroico
comportamento viene decorato al valore. Altri dolori per
i Kennedy verranno dalle vicende di due sorelle,
Rosemarie e Kathleen: la prima è costretta a una vita
appartata da una malattia mentale, la seconda muore nel
’48 in un incidente aereo in Francia.
La rapida carriera
politica di JFK è accompagnata dal fortunato matrimonio
con Jacqueline Bouvier, nel 1953. L’unione, allietata
dalla nascita di Caroline nel ’57 e John-John nel ’60,
conoscerà tuttavia momenti bui per la morte di altri
due figli al momento della nascita. Ma anche dopo la
tragedia di Dallas le sorti dei Kennedy non si placano.
Il 5 giugno 1968 un arabo, Shiran Bishara Shiran, uccide
il fratello Robert, principale collaboratore di JFK e in
quel momento candidato alla presidenza. In seguito alla
vicenda, uno dei figli, David, tossicodipendente, muore
nel 1984.
Dopo Bob, il timone
politico della famiglia passa a Edward, detto Ted,
senatore che molti vorrebbero presidente: ma un
misterioso incidente d’auto nel 1969, in cui muore la
sua segretaria, che molti descrivono come sua amante, ne
bloccano le aspirazioni. L’ultima vicenda dei Kennedy
riguarda John-John, perito in un incidente aereo mentre
era ai comandi di un Piper il 17 luglio 1999.
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| Assassini
venuti dal nulla
A
circondare di un alone di mistero la morte di JFK ha
contribuito la scarsa visibilità del suo assassino. Lee
Harvey Oswald era infatti un ex marine che lavorava come
dipendente del deposito di libri della Texas School di
Dallas. Un anonimo impiegato, per di più addetto a un
lavoro sedentario e senza militanze politiche o
ideologiche particolari: difficile pensare a lui come a
un killer professionista. Ma anche Jack Ruby, l’uomo
che uccise Oswald con un gesto clamoroso consumato
davanti a telecamere e giornalisti, era un signor
nessuno: gestore di locali notturni in odore di rapporti
con la mafia, non poteva essere classificato un omicida
di professione. A lasciare perplessi fu la modalità con
cui Ruby eliminò Oswald: in diretta tv, sotto gli occhi
del mondo intero, senza che la polizia avesse preso le
opportune misure di tutela di un imputato speciale qual
era il presunto omicida di Kennedy. Che, inoltre, era
accusato di aver eliminato anche l’agente di polizia
Tippit, che lo aveva fermato per normali controlli. Da
questi punti, prese le mosse l’ipotesi del complotto
ideato da mandanti eccellenti. |
| Fascino
di una storia tutta americana
L’ipotesi
del complotto dietro la fine di JFK, alimentata dalle
non sempre convincenti spiegazioni del Rapporto Warren e
di altre inchieste, ha fornito lo spunto per numerosi
testi e articoli: tra loro il monumentale libro di
Norman Mailer Oswald. L’avallo più forte alla
tesi del complotto viene dal film di Oliver Stone JFK,
che ha reso un’ampia documentazione della vicenda. E
che a 40 anni di distanza non cessa di attirare i
curiosi, come dimostrano i tanti siti sul primo
presidente cattolico degli Usa.
Tra i più interessanti,
in inglese: www.cs.umb.edu/jfk.library/,
www.whitehouse.gov/histori/president/jk35.html
e www.nps.gov/jofi/,
che forniscono una ricca messe di notizie, foto e
curiosità. Da non perdere il sito italiano www.johnkennedy.it
che contiene un’esauriente e puntigliosa
documentazione circa l’assenza di un complotto dietro
la fine del presidente.
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| SULL’ORLO
DELL’ABISSO
Metà
ottobre 1962: un ricognitore americano U2 sorvolando l’isola
di Cuba fotografa insediamenti militari che vengono
classificati come siti di lancio di missili sovietici a
medio raggio. Per l’amministrazione Usa un’offesa
sfida intollerabile alla sicurezza del Paese: ma il
problema era come rispondere alla sfida annullando la
minaccia senza scatenare una guerra che, con molte
probabilità, avrebbe potuto degenerare in un conflitto
nucleare. Appoggiato dal fratello Bob e dai
collaboratori, JFK scelse la via del blocco navale di
Cuba abbinato a contatti per una soluzione diplomatica
accettabile. Ed ebbe ragione: dopo tredici giorni di
crisi, Mosca accettò il ritiro ma con valide
contropartite, come quella dell’impegno a rispettare l’indipendenza
del regime di Fidel Castro e il ritiro, nei mesi
successivi, dei missili americani puntati sul territorio
sovietico e installati in Turchia e in Italia. Inoltre,
Kennedy e Kruscev decisero di aprire una linea
telefonica diretta Mosca-Washington per consultazioni
immediate in caso di crisi. |
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