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Club 3 n. 11 novembre 2003 - Home Page

 


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Italiani UN POPOLO INFELICE?

   
 

Sul numero di settembre avevamo pubblicato gli esiti di una ricerca internazionale secondo la quale il nostro Paese risultava essere al primo posto per "tasso di infelicità". E abbiamo chiesto la vostra opinione. Ecco le lettere più significative che ci sono pervenute (qualcuna abbiamo dovuto accorciarla), accompagnate da un commento del dott. Di Liberto.
   

FELICI... LONTANO DA CASA

Ho vissuto in Germania da 17 a 27 anni. Quella che una volta era la mia felicità, è stata distrutta al mio definitivo rientro, vista l’enorme differenza fra le due nazioni, dall’ordine pubblico al rispetto di tutto e di tutti. Ho constatato la differenza (non poca) che c’è tra il Nord e il Sud Italia: dalla Campania in giù possiamo metterci alla pari solo con gli albanesi, solo che noi, dicono, facciamo parte dell’Europa. Scrivo questo non per sentito dire, ma perché lo constato di persona. E allora come si fa a essere felici quando si ha un figlio quasi trentenne diplomato, pronto a fare qualsiasi lavoro pur di essere pagato decorosamente come al Nord e non con una elemosina per giunta senza assicurazione e ingaggio? Come si può essere felici con questo Governo che non fa altro che promesse e ha in mente di portare la pensione a 70 anni non curandosi dei giovani disoccupati?

Giovanni Tortorelli
San Giovanni Rotondo (Fg)
  

BISOGNO DI SENSO

La felicità è soggettiva, intima e nasce dal confronto col nostro prossimo. Man mano che vengono soddisfatti i nostri bisogni più elementari ce ne creiamo di altri di livello sempre più elevato e complesso. E questo è quanto è accaduto con la corsa alle varie forme del cosiddetto "benessere". La capacità di poter soddisfare queste varie esigenze influenza la nostra percezione di felicità; sennonché le crescenti esigenze sempre più complesse diventano via via più difficili da soddisfare con la creazione di nuove aspettative o nuovi traguardi da raggiungere, nuove ansie e inquietudini. Da tempo ormai si è verificata una caduta progressiva generalizzata di molti valori, fondamentali per dare un senso alla nostra esistenza e quindi alla nostra percezione di felicità. Dovremmo forse darci una calmata!

Antonio Catanzariti,
Lodi
   

SOLI IN MEZZO ALLA FOLLA

Inizio con un dissenso. È noto che l’assenza di malattia non significa salute: la salute è molto di più. Allo stesso modo se non c’è infelicità non significa essere felici: la felicità è molto di più. Ritengo realistico il 26,4% di italiani infelici; per gli altri c’è una variegata condizione che va dall’insoddisfazione alla felicità. Il 71,4% di italiani felici è una inutile forzatura: non ci crede nessuno. La condizione attuale è di città con abitanti impregnati di incomunicabilità e di quotidianità sofferte, il cui orizzonte non va molto al di là della porta dell’abitazione. Il rapido evolversi della società dei consumi ha imposto vincoli e un modo di vivere nevrotico che limita drasticamente la solidarietà tra i cittadini. Incontrarsi, parlare, comunicare, scambiare idee e emozioni fa parte di quel mondo umano di contattare che va scomparendo. Il risultato è la solitudine: si è soli anche abitando in grandi condomini, e anche in mezzo alla folla. E la solitudine, eccetto per gli eremiti o pochi altri o in particolari circostanze è l’anticamera della infelicità.

Bruno Jacomelli
Castagnole Lanze (At)

VOGLIA DI SOGNARE

Forse sarebbe utile suddividere gli intervistati per classe sociale. Ritengo infatti che una parte cospicua di italiani non trovi rispondenza alle proprie aspettative da una classe politica o anche da quella religiosa ormai troppo lontane dalle esigenze più intime e profonde di quella parte sana di popolazione. Il materialismo, la sete di potere, la corruzione, avviliscono persone che amano essere libere e creative. La vera libertà è intimamente connessa con l’evoluzione, specialmente spirituale... Per essere felice, l’uomo ha bisogno anche di sognare.

Francesco Pillon,
Oderzo (Tv)
   

NON SIAMO SOLO MERCATO

La società moderna non aiuta a essere felici. La ricerca del benessere è un dato costante nell’evoluzione dell’umanità. Ma quello che oggi è cambiato è il concetto di "benessere". Non basta più avere una visione positiva della vita: lo era, forse, nel mondo agricolo preindustriale. Nelle nostre società che non hanno più al centro l’uomo bensì l’economia, il mercato e il consumo, la felicità, purtroppo, trae fondamento non dalla ricerca di un legittimo stato di moderato benessere, spirituale e/o materiale, ma dalla conquista di sempre più ambiziosi traguardi quali il successo, la posizione sociale, la ricchezza sempre, tanta e di più. La corsa continua verso tali obiettivi, il più delle volte irraggiungibili, genera quell’alto tasso di frustrazione, di insoddisfazione.

Salvatore Scuro,
Lecce
   

VIOLENTATI E FRUSTRATI

L’uomo di oggi è infelice perché sradicato, solo, minacciato di violenza su tutti i fronti e senza tregua. La scienza, con la manipolazione genetica, ha aperto orizzonti inquietanti. L’economia si fa strada schiacciando, stritolando l’uomo e provocando danni irreversibili all’ambiente. In politica, il potere è finito in mano a avventurieri insipienti, col benestare di una buona fetta di italiani in vacanza di pensiero. Così l’uomo della strada si trova davvero "in mezzo a una strada": senza lavoro, senza garanzie per il futuro, e per i suoi risparmi, se ne ha, in pieno clima di ritorno alla ferinità primordiale. Queste cose si sentono, si respirano nell’aria. E prime a avvertirle sono le persone più sensibili, quelle che per consapevolezza o per temperamento non sono disposte a ricorrere alla cattiveria dei mezzi, suggerita dai mass media per la sopravvivenza. Altro che paura di crescere...

Gabriella Buda,
Crespina (Pi)
   

FELICE, NON ISOLATO

Io credo di essere abbastanza felice, pur guardandomi attorno sono felice nel senso che sono soddisfatto di me, di quel che sono e quel che faccio: ho 55 anni, mi angustia la sofferenza altrui, che vedo tanta intorno a me, e notandola, mi ritengo fortunato, ma non sarà che la ricerca è troppo soggettivistica e poco fondata su dati obiettivi? Ossia, che rileva il sentimento di sé che si ha o si presume di avere, piuttosto che la oggettiva realtà dei fatti?

Paolo Edoardo Fornaciari,
Livorno
  

NON SOLO STATISTICHE

Poiché la felicità assoluta non è di questo mondo, sospetto che si sia dato eccessivo peso a quei motivi di insoddisfazione che, credo, alberghino in ciascuno di noi e che non possono essere considerati sinonimo di infelicità, ma piuttosto di normalità. D’altro canto l’insoddisfazione rappresenta spesso la molla interna che spinge a migliorarsi e a migliorare il proprio status. Prendere per buoni questi esiti statistici sulla felicità è come chiederci di credere ciecamente al tasso di inflazione fornitoci dall’Istat sapendo che il paniere preso in esame non risponde alle esigenze quotidiane della gente. Un atto di fede.

Alberto Preda,
Novara
   

IL VALORE DI UNA RISATA

Negli anni Cinquanta si rideva 18 minuti al giorno, ora la media è scesa a 6 minuti. In quei tempi in paese si conoscevano quasi tutti, si fidavano di più l’uno dell’altro, vi era più armonia e collaborazione. I giovani erano più disponibili a seguire le orme dei genitori o a imparare un mestiere. Le auto in circolazione erano pochissime e pochissimi anche i guadagni e i soldi da spendere. Nonostante ciò gli italiani amavano stare in compagnia, cantavano, ridevano e si accontentavano. Ora il progresso ha portato tanti servizi: elettrodomestici, auto a non finire di tutti i tipi e tanti macchinari per non faticare ma le spese aumentano continuamente. Se poi ci si mettono i giornali, le riviste, la televisione, dove si mostrano criminali, sparatorie, rapine, scandali, truffe, di sicuro non c’è da stare tanto allegri. Inoltre abbiamo altre fette di scontenti: quelli che lo sono senza ragione e chiedono sempre, e ottengono anche se parassiti. Queste cose danno ai nervi e fanno scontenta la gente onesta. Mi verrebbe ancora di continuare l’argomento, ma darei troppo l’impressione di essere infelice e scontento.

Giuliano Fiorani
   

La parola all’esperto

"IL DISAGIO PSICHICO È LA SPIA CHE QUALCOSA NON VA"

di VALERIO DI LIBERTO, Psicoterapeuta

Pochi concetti sono così difficili da definire come quello della felicità. Da un punto di vista psicologico questa può essere inquadrata in modo sia "soggettivo" che "oggettivo". Vale a dire che si può dare maggior risalto a un modo di sentire personale dell’individuo che prescinde dal contesto in cui esso vive. Oppure, viceversa, si può cercare di definire la felicità facendo ricorso a parametri oggettivanti come il benessere economico, le buone relazioni familiari, le buone relazioni con gli altri, la soddisfazione sul lavoro.

In Italia, come del resto in tutto il mondo occidentale, si è fatto riferimento, per misurare la felicità, a parametri oggettivi, ossia a parametri che, come abbiamo visto, prendono in considerazione i fattori economici e sociali. Ci si è illusi, così, che a un miglioramento del tenore di vita corrispondesse anche un aumento della percezione individuale di benessere. Così non è stato. Anzi, tutte le ricerche degli ultimi anni concordano nell’indicare un aumento del disagio psichico e della patologia depressiva in particolare. Si è abbassata l’età media di esordio della patologia depressiva – che oggi è stimata attorno ai 14 - 15 anni di età – ed è aumentato sensibilmente tra i giovani e gli adolescenti il consumo di sostanze eccitanti, cioè quelle che "tirano su", che danno la sensazione di una "felicità artificiale".

Anche per quanto riguarda i medici di base si è registrato un aumento dei pazienti che vi si recano per motivi psicologici o per somatizzazioni. Le ricerche stimano che circa la metà dei pazienti si reca dal proprio medico per motivi che in realtà sono di carattere psicologico, anche se loro ne sono inconsapevoli. Fra le patologie che indicano un incremento del disagio psicologico un forte aumento lo hanno avuto gli attacchi di panico, che si manifestano senza che la persona abbia la percezione della causa della propria "infelicità". Sono in aumento anche i disturbi alimentari, come la bulimia e l’anoressia che fino a 30 anni fa erano molto rari. I disturbi alimentari dimostrano che ci può essere un disagio psicologico "figlio del benessere" visto che tali patologie non sono presenti al di fuori del mondo occidentale o là dove si vive in condizioni economiche e sociali più disagiate. Così come il tasso di suicidi, che in Italia è di 14-18 su 100.000 abitanti, nei Paesi in via di sviluppo arriva appena al 4-8.

Se allora, invece che gli indicatori economici facciamo riferimento ai dati sul disagio psichico, le conclusioni concordano con le sensazioni espresse dai nostri lettori. I lettori, nelle loro lettere, sembrano riconoscersi maggiormente nell’idea di una felicità che sia felicità costruita sulle buone relazioni con gli altri, piuttosto che sul contesto economico. Per questo emerge spesso che il contrario della felicità è la solitudine. E per solitudine, in un mondo che offre sempre più possibilità di interagire con l’esterno, si intende l’incapacità di entrare in una relazione profonda con gli altri. Questa sensazione di non riuscire a costruire relazioni significative è diffusa non solo nel nostro Paese, ma in tutto il mondo occidentale. Ed è proprio su questo aspetto che occorre principalmente lavorare per combattere depressione e infelicità.