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Italiani UN
POPOLO INFELICE?

Sul
numero di settembre avevamo pubblicato gli esiti di una ricerca
internazionale secondo la quale il nostro Paese risultava essere
al primo posto per "tasso di infelicità". E abbiamo
chiesto la vostra opinione. Ecco le lettere più significative
che ci sono pervenute (qualcuna abbiamo dovuto accorciarla),
accompagnate da un commento del dott. Di Liberto.
FELICI... LONTANO DA CASA
Ho
vissuto in Germania da 17 a 27 anni. Quella che una volta era la
mia felicità, è stata distrutta al mio definitivo rientro,
vista l’enorme differenza fra le due nazioni, dall’ordine
pubblico al rispetto di tutto e di tutti. Ho constatato la
differenza (non poca) che c’è tra il Nord e il Sud Italia:
dalla Campania in giù possiamo metterci alla pari solo con gli
albanesi, solo che noi, dicono, facciamo parte dell’Europa.
Scrivo questo non per sentito dire, ma perché lo constato di
persona. E allora come si fa a essere felici quando si ha un
figlio quasi trentenne diplomato, pronto a fare qualsiasi lavoro
pur di essere pagato decorosamente come al Nord e non con una
elemosina per giunta senza assicurazione e ingaggio? Come si
può essere felici con questo Governo che non fa altro che
promesse e ha in mente di portare la pensione a 70 anni non
curandosi dei giovani disoccupati?
Giovanni Tortorelli
San Giovanni Rotondo (Fg)
BISOGNO DI SENSO
La
felicità è soggettiva, intima e nasce dal confronto col nostro
prossimo. Man mano che vengono soddisfatti i nostri bisogni più
elementari ce ne creiamo di altri di livello sempre più elevato
e complesso. E questo è quanto è accaduto con la corsa alle
varie forme del cosiddetto "benessere". La capacità
di poter soddisfare queste varie esigenze influenza la nostra
percezione di felicità; sennonché le crescenti esigenze sempre
più complesse diventano via via più difficili da soddisfare
con la creazione di nuove aspettative o nuovi traguardi da
raggiungere, nuove ansie e inquietudini. Da tempo ormai si è
verificata una caduta progressiva generalizzata di molti valori,
fondamentali per dare un senso alla nostra esistenza e quindi
alla nostra percezione di felicità. Dovremmo forse darci una
calmata!
Antonio Catanzariti,
Lodi
SOLI IN MEZZO ALLA FOLLA
Inizio
con un dissenso. È noto che l’assenza di malattia non
significa salute: la salute è molto di più. Allo stesso modo
se non c’è infelicità non significa essere felici: la
felicità è molto di più. Ritengo realistico il 26,4% di
italiani infelici; per gli altri c’è una variegata condizione
che va dall’insoddisfazione alla felicità. Il 71,4% di
italiani felici è una inutile forzatura: non ci crede nessuno.
La condizione attuale è di città con abitanti impregnati di
incomunicabilità e di quotidianità sofferte, il cui orizzonte
non va molto al di là della porta dell’abitazione. Il rapido
evolversi della società dei consumi ha imposto vincoli e un
modo di vivere nevrotico che limita drasticamente la
solidarietà tra i cittadini. Incontrarsi, parlare, comunicare,
scambiare idee e emozioni fa parte di quel mondo umano di
contattare che va scomparendo. Il risultato è la solitudine: si
è soli anche abitando in grandi condomini, e anche in mezzo
alla folla. E la solitudine, eccetto per gli eremiti o pochi
altri o in particolari circostanze è l’anticamera della
infelicità.
Bruno Jacomelli
Castagnole Lanze (At)

VOGLIA DI SOGNARE
Forse
sarebbe utile suddividere gli intervistati per classe sociale.
Ritengo infatti che una parte cospicua di italiani non trovi
rispondenza alle proprie aspettative da una classe politica o
anche da quella religiosa ormai troppo lontane dalle esigenze
più intime e profonde di quella parte sana di popolazione. Il
materialismo, la sete di potere, la corruzione, avviliscono
persone che amano essere libere e creative. La vera libertà è
intimamente connessa con l’evoluzione, specialmente
spirituale... Per essere felice, l’uomo ha bisogno anche di
sognare.
Francesco Pillon,
Oderzo (Tv)
NON SIAMO SOLO MERCATO
La
società moderna non aiuta a essere felici. La ricerca del
benessere è un dato costante nell’evoluzione dell’umanità.
Ma quello che oggi è cambiato è il concetto di
"benessere". Non basta più avere una visione positiva
della vita: lo era, forse, nel mondo agricolo preindustriale.
Nelle nostre società che non hanno più al centro l’uomo
bensì l’economia, il mercato e il consumo, la felicità,
purtroppo, trae fondamento non dalla ricerca di un legittimo
stato di moderato benessere, spirituale e/o materiale, ma dalla
conquista di sempre più ambiziosi traguardi quali il successo,
la posizione sociale, la ricchezza sempre, tanta e di più. La
corsa continua verso tali obiettivi, il più delle volte
irraggiungibili, genera quell’alto tasso di frustrazione, di
insoddisfazione.
Salvatore Scuro,
Lecce
VIOLENTATI E FRUSTRATI
L’uomo
di oggi è infelice perché sradicato, solo, minacciato di
violenza su tutti i fronti e senza tregua. La scienza, con la
manipolazione genetica, ha aperto orizzonti inquietanti. L’economia
si fa strada schiacciando, stritolando l’uomo e provocando
danni irreversibili all’ambiente. In politica, il potere è
finito in mano a avventurieri insipienti, col benestare di una
buona fetta di italiani in vacanza di pensiero. Così l’uomo
della strada si trova davvero "in mezzo a una strada":
senza lavoro, senza garanzie per il futuro, e per i suoi
risparmi, se ne ha, in pieno clima di ritorno alla ferinità
primordiale. Queste cose si sentono, si respirano nell’aria. E
prime a avvertirle sono le persone più sensibili, quelle che
per consapevolezza o per temperamento non sono disposte a
ricorrere alla cattiveria dei mezzi, suggerita dai mass media
per la sopravvivenza. Altro che paura di crescere...
Gabriella Buda,
Crespina (Pi)
FELICE, NON ISOLATO
Io
credo di essere abbastanza felice, pur guardandomi attorno sono
felice nel senso che sono soddisfatto di me, di quel che sono e
quel che faccio: ho 55 anni, mi angustia la sofferenza altrui,
che vedo tanta intorno a me, e notandola, mi ritengo fortunato,
ma non sarà che la ricerca è troppo soggettivistica e poco
fondata su dati obiettivi? Ossia, che rileva il sentimento di
sé che si ha o si presume di avere, piuttosto che la oggettiva
realtà dei fatti?
Paolo Edoardo Fornaciari,
Livorno
NON SOLO STATISTICHE
Poiché
la felicità assoluta non è di questo mondo, sospetto che si
sia dato eccessivo peso a quei motivi di insoddisfazione che,
credo, alberghino in ciascuno di noi e che non possono essere
considerati sinonimo di infelicità, ma piuttosto di normalità.
D’altro canto l’insoddisfazione rappresenta spesso la molla
interna che spinge a migliorarsi e a migliorare il proprio
status. Prendere per buoni questi esiti statistici sulla
felicità è come chiederci di credere ciecamente al tasso di
inflazione fornitoci dall’Istat sapendo che il paniere preso
in esame non risponde alle esigenze quotidiane della gente. Un
atto di fede.
Alberto Preda,
Novara
IL VALORE DI UNA RISATA
Negli
anni Cinquanta si rideva 18 minuti al giorno, ora la media è
scesa a 6 minuti. In quei tempi in paese si conoscevano quasi
tutti, si fidavano di più l’uno dell’altro, vi era più
armonia e collaborazione. I giovani erano più disponibili a
seguire le orme dei genitori o a imparare un mestiere. Le auto
in circolazione erano pochissime e pochissimi anche i guadagni e
i soldi da spendere. Nonostante ciò gli italiani amavano stare
in compagnia, cantavano, ridevano e si accontentavano. Ora il
progresso ha portato tanti servizi: elettrodomestici, auto a non
finire di tutti i tipi e tanti macchinari per non faticare ma le
spese aumentano continuamente. Se poi ci si mettono i giornali,
le riviste, la televisione, dove si mostrano criminali,
sparatorie, rapine, scandali, truffe, di sicuro non c’è da
stare tanto allegri. Inoltre abbiamo altre fette di scontenti:
quelli che lo sono senza ragione e chiedono sempre, e ottengono
anche se parassiti. Queste cose danno ai nervi e fanno scontenta
la gente onesta. Mi verrebbe ancora di continuare l’argomento,
ma darei troppo l’impressione di essere infelice e scontento.
Giuliano Fiorani