STAR BENE
TERAPIA
ORMONALE
ANCORA TROPPI DUBBI

di Cinzia Testa e Monica
Tizzoni
Dopo gli anni
dell’ottimismo e del grande business, una ricerca frena: solo
il 30% delle donne sarebbe adatto a assumerla
Dovrebbe
essere la soluzione vincente per la cosiddetta "età
d'oro" della vita femminile e invece la terapia ormonale
sostitutiva continua a suscitare polemiche. Da sempre, infatti,
viene associata a una maggiore possibilità di ammalarsi di
tumore al seno. E anche se in questi anni molto si è detto e
scritto per rassicurare le donne, i pareri sono stati spesso
contrastanti, lasciando tante incertezze. Risultato: le donne si
ritrovano confuse e titubanti di fronte alla decisione se
intraprendere una cura che promette di migliorare la qualità
della loro vita dopo la menopausa. Lo dimostra il fatto che, dei
12 milioni di italiane in menopausa, solo il 6-7 % la segue,
anche se almeno il 30% avrebbe le caratteristiche per
ricorrervi. Inoltre, in questi ultimi anni, sono molte le donne
che l’hanno abbandonata dopo pochi mesi per paura del tumore.
L’ultimo allarme
A far ritenere che la terapia ormonale
elevasse il rischio di tumore del seno erano stati diversi
studi. I risultati ottenuti però facevano ritenere che l’assunzione
della terapia per non oltre cinque anni non aumentasse il
rischio, che rimaneva più o meno pari a quello
"naturale". I sospetti si rinforzavano se essa veniva
protratta per dieci anni, ma con poca chiarezza: secondo alcuni
il rischio saliva sicuramente, per altri anticipava soltanto la
manifestazione del tumore in donne predisposte.
Lo scorso agosto, però, ecco l’allarme. A
lanciarlo, uno studio inglese pubblicato sulla rivista Lancet
che ha conquistato le prime pagine di molti quotidiani.
Infatti secondo i dati del Million Women Study, questo il nome
della ricerca condotta su oltre un milione di donne per un
periodo di cinque anni, la terapia ormonale sostitutiva fa
salire il rischio di tumore già dopo i primi cinque anni di
trattamento. Non è quindi relativo solo alle terapie
prolungate. E più precisamente: quando la terapia è a base di
soli estrogeni il rischio si eleva del 30%, mentre se è di tipo
combinato (a base di estrogeni e progestinici) la possibilità
raddoppia addirittura. La ricerca inglese getta allora nuove
ombre sulla terapia ormonale e soprattutto su quella a base di
progestinici in associazione agli estrogeni.

Nuove prove
I progestinici hanno dunque una grave
responsabilità nell’incrementare il rischio di tumore del
seno, come ha dimostrato lo studio inglese. «Una volta si
credeva che i progestinici proteggessero, oltre all’utero,
anche la mammella dall’effetto proliferativo degli estrogeni»,
spiega Andrea Decensi, direttore della Divisione prevenzione
dell’Istituto europeo di oncologia di Milano. «Ora si sa
esattamente il contrario: i progestinici favoriscono l’effetto
proliferativo degli estrogeni. Insomma hanno sulla mammella un
effetto disastroso. Non si può più continuare a dare
progestinici per controbilanciare il rischio di tumore all’utero,
peraltro bassissimo, mentre si raddoppia il rischio di tumore
del seno».
Che fare?
Sia che si tratti di terapia ormonale
combinata, sia a base di soli estrogeni, i dati sulle
conseguenze forniti dal Million Women Study sono sconfortanti
per chi deve affrontare la menopausa e preoccupanti per chi è
già in cura.
Ciò nonostante questa terapia può essere l’unico
modo per risolvere sintomi molto fastidiosi, come sudorazioni
eccessive, vampate di calore, irritabilità, ansia e insonnia.
Tanto che oggi fra gli specialisti prevale l’orientamento di
non prescrivere la terapia ormonale sostituiva di routine a
tutte le donne in climaterio, ma di valutare il rapporto
rischio-beneficio per ciascuna. «A differenza di altri Paesi
come il Nord America dove la terapia ormonale sostitutiva è di
massa, in Italia da qualche anno viene prescritta solo dopo un’attenta
valutazione», dice Francesca Ramazzotto, ginecologa degli
Spedali Civili di Brescia e del Centro menopausa. «Lo studio
inglese ha fornito in realtà delle conferme a sospetti che
erano comunque stati evidenziati fin dal ’97 da diversi studi
epidemiologici».
È quindi fondamentale stabilire sempre se i
disturbi della menopausa sono, in quella determinata donna, tali
da giustificare l’aumento di questo rischio. Prima di
prescrivere la terapia è necessario valutare con molta
attenzione quanto essa è esposta alla possibilità di contrarre
eventualmente un tumore al seno per altre cause: la
familiarità, l’uso passato di contraccettivi, l’allattamento,
l’età in cui si è avuto il primo figlio, le biopsie, la
densità della mammella, sono tutte cose di cui va tenuto conto.
Insomma, la terapia ormonale sostitutiva si può prescrivere, ma
soltanto dopo attente verifiche. «Non si può parlare di
terapia ormonale in menopausa in generale», prosegue Decensi «perché
per un certo numero di donne essa è veramente la soluzione per
risolverne i sintomi più eclatanti. Ma a ritrovarsi con
disturbi tali da giustificare il ricorso alla terapia, è
soltanto il 30% circa delle donne in menopausa. La durata della
cura, poi, è fondamentale, perché il rischio di tumore è in
relazione agli anni di assunzione».
Sicuramente bisognerà trovare una strada per
ridurre al minimo le conseguenze negative, specialmente quelle
dei progestinici. A questo scopo sono in corso numerose
ricerche. Fra queste, l’Hot hormone therapy opposed by
tamoxifen, condotta anche nel nostro Paese su un campione di
4.500 donne lungo un arco di cinque anni.
Cinzia Testa e Monica Tizzoni
