MEDICINA & SOCIETÀ
CARO DENTISTA
ANZI... CARISSIMO

di Monica Melotti
Il Servizio
sanitario si fa carico di ogni cura o intervento, anche il più
costoso. Ma se si tratta dei denti, niente da fare. Viaggio fra
i problemi dell’odontoiatria italiana
Curarsi
i denti con la mutua? Quasi impossibile, a meno che non si
appartenga a determinate categorie sociali, quali: disabili,
immunodepressi, affetti da gravi malattie sistemiche (diabetici,
cardiopatici), completamente indigenti. Oppure mettersi in liste
di attesa infinite, con la speranza un giorno di essere chiamati
per l’agognata visita dentistica.
Questa è la situazione italiana per le cure
odontoiatriche pubbliche, ma consoliamoci: i nostri partner
europei non stanno meglio. Dappertutto il leit-motiv è uno
solo: per la sanità non ci sono soldi. In realtà la situazione
è molto più complessa, da sempre lo Stato ha dato alle
strutture pubbliche dei rimborsi irrisori, che non coprivano
nemmeno le spese, era chiaro che prima o poi si arrivasse a
questa situazione, cui si è tentato di mettere delle pezze.

Chi è soddisfatto e chi no
Per esempio lanciando il progetto della
odontoiatria sociale: 800 mila protesi per gli anziani (vedi Club3
giugno ’02) con un reddito inferiore a 6.714 euro l’anno,
11.271 euro se coniugati. Il progetto è partito solo in via
sperimentale nel Lazio, dove è andato anche bene perché, oltre
alla fornitura delle dentiere, ha permesso di scoprire dei
tumori orali. Le altre regioni, però, sono rimaste a bocca
asciutta in tutti i sensi. L’intento rimane di estenderlo a
tutto il territorio, ma lo stanziamento complessivo è di 10
milioni di euro. Si troveranno mai i soldi, visto i tempi di
"carestia"?
Gli italiani, comunque, non si perdono di
animo. Secondo una recente indagine Censis oltre il 97% è
soddisfatto delle cure del proprio dentista e l’85% valuta in
modo positivo la spesa sostenuta (spesa annuale media 740 euro).
Dall’indagine emerge un altro dato interessante: il 70,5%
degli italiani non si è mai rivolto alle strutture pubbliche,
il 37% adduce come motivazione la mancanza di fiducia verso
queste strutture, ma le ragioni sono ben più articolate e
complesse.
Fino a oggi il servizio pubblico odontoiatrico
si è dimostrato del tutto insufficiente a far fronte anche solo
alle emergenze. Con l’entrata dei Lea (i livelli essenziali di
assistenza) la situazione è peggiorata. Per questo l’unica
soluzione sembra la collaborazione con il privato.
Esaminiamo un caso tipico, quello della
Regione Lombardia che ha stipulato una convenzione con il Dental
Building, una struttura odontoiatrica collegata all’Ospedale
San Paolo di Milano. Prima completamente pubblica, da luglio
scorso è diventata una Spa mista: 60% pubblica, 40% privata. «In
realtà noi continuiamo a prestare le stesse cure odontoiatriche
che erogavamo prima», dice Laura Strohmenger, direttore
sanitario del Dental Building. «Curiamo soprattutto i pazienti
che appartengono a determinate fasce sociali, disabili, persone
con compromissioni sistemiche, affette da tumori del cavo orale,
chi necessita di interventi chirurgici che non possono essere
fatti in ambulatorio, chi è estremamente indigente. Queste
persone hanno la priorità assoluta. Gli altri si mettono in
lista di attesa, compresi i bambini e gli anziani che non
rientrano nelle fasce protette, ma è una lista di attesa molto
lunga perché non riusciamo a dare una data precisa di chiamata».
Se qualcuno ha una urgenza (che significa
sempre dolore, quando si tratta di denti) può ricorrere al
pronto soccorso, sempre attivo, che però cura il dolore, ma non
la causa. Per essere curati, occorre rivolgersi alla struttura
privata all’interno del Centro. «Qui i prezzi sono
concorrenziali a quelli di mercato e si ha la certezza di essere
visitati subito», conclude Laura Strohmenger.
Ritorniamo così alla tesi iniziale: farsi
curare i denti col Sistema sanitario è quasi impossibile. E chi
non ha i soldi è quasi costretto a tenersi i denti malati. Ma
perché, ci si domanda, fare intervenire un privato? Non era
possibile creare un’area a pagamento nella struttura
ospedaliera affidata però alla Asl di competenza, come era nel
progetto di una vecchia legge dell’ex ministro della Salute
Bindi? Domanda che non troverà una risposta concreta, ma tante
dissertazioni. Viene allora il sospetto, consolidato in tutti
questi anni, che gli enti pubblici facciano fatica a gestire la
sanità, e siano costretti a ricorrere al privato. Magari è la
soluzione giusta, soprattutto per l’odontoiatria che richiede
prestazioni altamente specialistiche. Adesso è troppo presto
per giudicare, il tempo ci darà l’ardua risposta.

Tariffe e prestazioni
Andare dal dentista vuol dire svuotare il
portafoglio ripetute volte. Quali sono le voci che ne
costituiscono la parcella? «Sono parecchie e di differente
derivazione», ci spiega Giulio Del Mastro, presidente nazionale
dell’Aio (Associazione italiana odontoiatri). «Esistono delle
spese fisse, che incidono indipendentemente dal volume di
pazienti: quelle relative alla gestione dell’ambulatorio
(attrezzature, adempimenti normativi, personale dipendente, ec.)
Altre spese sono invece legate alla prestazione (materiale
specifico o monouso, sussidi per la sterilizzazione, ecc.). Nel
caso della protesi, per esempio, a questo va sommato l’importo
della stessa e la prestazione dell’odontotecnico che la
"costruisce". A tutte queste voci va aggiunta poi la
retribuzione del professionista abilitato; ricordo che, per
legge, possono esercitare l’odontoiatria esclusivamente i
laureati in odontoiatria o in medicina con specializzazione
odontoiatrica o che abbiano frequentato uno specifico corso
abilitante. La parcella, inoltre, può essere più alta se il
dentista ha notevole esperienza, con competenze specifiche verso
una particolare branca».
Conclude Giulio Del Mastro: «Le prestazioni
odontoiatriche in Italia, hanno raggiunto un altissimo livello
qualitativo, ma risulta difficile riuscire a trasferire questa
qualità in un contesto di odontoiatria pubblica. Prestazioni
remunerate con "tariffe politiche" non possono che
portare, come conseguenza, a "prestazioni politiche".
Esistono strutture odontoiatriche pubbliche, soprattutto nel
Sud, che sono obsolete e costano più per la manutenzione di
quanto rendano in termini di effettiva utilità. I locali di
alcune Asl hanno situazioni ambientali tali che, se fossero
rilevate in un ambulatorio privato, la Asl ne imporrebbe la
chiusura e la messa a norma. Non va sottovalutato il rischio di
trasmissione di malattie infettive, come l’epatite C, che si
possono contrarre in strutture ove operano personaggi non
abilitati e poco rispettosi delle procedure di sterilizzazione».
Monica Melotti
