ATTUALITÀ
OVER 60 IN
TECHNICOLOR

di Manuel Gandin
Esiste un
cinema per la terza età? Un critico dice di sì con un libro
«I
produttori cinematografici e i distributori guardano a una
fascia di pubblico che va prevalentemente dai 15 ai 25 anni. È
strano che non si preoccupino di fasce d’età più avanzate,
visto il rinnovato interesse dei mezzi di comunicazione nei
riguardi degli anziani». Luca Pierpaolo Pallanch, critico
cinematografico, autore del volume Anziani in pellicola.
Cinema e terza età, parla del suo libello per la casa
editrice Ave di Roma e sottolinea questa contraddizione: «Ho
ripercorso la storia del cinema cercando di sottolineare tutti
quei film che hanno attinenza col mondo degli anziani; insomma,
una piccola storia dei film dal punto di vista della terza età.
Credo che questa miniguida abbia lo scopo di ragionare in modo
costruttivo per promuovere il cinema con un occhio rivolto allo
spettatore anziano e, soprattutto, per venire incontro alle
esigenze della terza età che voglia andare al cinema o vedere
un film in televisione».
- È d’accordo con l’affermazione secondo
cui il cinema si è sempre interessato degli anziani?
«Sì, in linea generale è così. La figura
dell’anziano è rilevante anche se solo poche volte è uscita
dallo stereotipo del portatore di saggezza e di esperienza o del
punto di riferimento per la memoria collettiva. In realtà, sono
pochi i film che hanno visto l’anziano protagonista con la sua
vita banalmente quotidiana, quella di tutti i giorni».

«Il cinema inglese ultimamente produce lavori
"fuori dal coro", meno consueti per temi e
svolgimento. Al festival di Locarno è stato presentato un film,
Calendar girls, che parla della vita quotidiana degli
anziani in modo originale. È uno sguardo differente rispetto
alla media. Altrimenti, ci restano i capolavori indiscussi da
riguardare: da Umberto D. di Vittorio De Sica a Il
posto delle fragole di Ingmar Bergman; ma parliamo di un
cinema di cinquant’anni fa circa».
- Questo è un problema irrisolto: da quei
film, da quei tempi, è difficile rammentare una pellicola
in cui la terza età assuma un ruolo decisivo, importante…
«È parzialmente vero: se guardiamo al cinema
di oggi non mancano momenti significativi su questo tema ma
tutta la cinematografia ha trasferito interessi e aspettative
altrove. Domina un modello americano di film d’azione
esasperata. In ogni caso, oggi potrei ricordare Emir Kusturica:
nei suoi film gli anziani sono protagonisti anche se ciò fa
parte di una cultura di derivazione gitana. In Italia non sono
mancati, comunque, esempi di un certo rilievo: da Giuseppe
Tornatore con Stanno tutti bene a Ettore Scola con Che
ora è, fino a Carlo Verdone con Al
lupo al lupo».
«Sì, d’accordo, è pochino, perché i
distributori e i produttori pensano ai giovanissimi, capaci di
assorbire qualsiasi tema e ogni contesto. Gli anziani
rappresentano una fetta di pubblico esigente, molto esigente,
troppo per chi deve mettere i soldi e garantire un ritorno
economico. La terza età va al cinema perché il film
rappresenta una fetta di cultura, non solo di svago "mordi
e fuggi"; gli over 60 hanno un’esperienza cinematografica
differente, che viene da lontano nel tempo, quando non c’era
la tv e il cinema era più importante di quanto non lo sia oggi.
È un pubblico più selettivo dei giovani, meno legato al
marketing, al lancio di un kolossal o alla pubblicità. Eppure,
proprio per queste ragioni, è un pubblico da coltivare con
attenzione».
- E se dovesse consigliare la visione di un
film fuori dalla categoria dei grandi classici?
«Sceglierei un film di Elio Petri: I
giorni contati. È la storia di un uomo che rimane così
scioccato dalla morte di un amico che decide di non andare più
al lavoro. È un film fondamentale: dà l’idea di una lotta
contro il tempo che passa, dove il lavoro assume il ruolo di un
riempitivo in attesa della morte. Un grande film misconosciuto».
Manuel Gandin