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Club 3 n. 11 novembre 2003 - Home Page

 


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IL PERSONAGGIO

L’ITALIANO PIÙ A SUD DEL MONDO

   

di
Sergio Masciadri
  

Odino Querciali, medaglia d’argento al valor militare, nel 1948 fu costretto a emigrare a Ushuaia, nella Terra del Fuoco

Una vetrofania sulla porta del negozio, in avenida 12 octubre, poco lontano dal centro di Ushuaia, celebra il mezzo secolo di attività del suo negozio. Un anniversario di cui Odino Querciali, classe 1917, ferrarese di Bondeno, va orgoglioso. L’apertura pomeridiana è alle 15 e, puntale, dietro i vetri appare la figura di un uomo alto circa un metro e ottanta. Richiamo la sua attenzione con un cenno della mano. Capisce subito che non sono di quelle parti; lui la gente di Ushuaia la conosce tutta e mi apre incuriosito: «Sono un giornalista italiano interessato alla sua storia».

Odino Querciali intuisce il mio imbarazzo e cerca di farmi sentire meno estraneo: «Entri pure, già ieri un suo collega norvegese è venuto a trovarmi. Sono così importante?». Mi fa strada fino al suo piccolo ufficio in fondo al negozio. Ci sediamo e comincia a parlare un corretto italiano che tradisce solo un leggero e simpatico accento ferrarese. «Pensi, proprio alcuni giorni fa mia sorella è ripartita per Ferrara. Vi siete mancati per poco». Il señor Odino da quelle parti gode di grande stima e rispetto. È entrato a pieno titolo nella storia di questa cittadina australe. Ne ho avuto la sensazione quando sul taxi ho chiesto di portarmi in avenida 12 octubre 131; l’autista ha sorriso e mi ha chiesto: «Vas a lo de señor Querciali?».

Ora che gli sto di fronte ne sono convinto. Lui, questa città, ultimo centro abitato del pianeta a duemila chilometri dal Polo Sud, a un giorno di navigazione dal leggendario Capo Horn, l’ha aiutata a crescere. Odino Querciali, coi suoi ricordi, ci aiuta a comprendere difficoltà e disagi affrontati da una decina di italiani sbarcati con lui oltre mezzo secolo fa. Ushuaia, capitale della provincia della Terra del Fuoco, conta 45.000 abitanti. Casette in legno, tetti in lamiera, dipinte a tinte forti per esorcizzare il cielo, quasi sempre plumbeo. Un centro ricco di negozi e alberghi e un lungomare che fa da cornice alla baia del porto dove attraccano navi da crociera, mercantili e pescherecci. All’ingresso della città, sotto l’indicazione Ushuaia, un’altra scritta, "Fine del mondo", sintesi della storia del piccolo centro. Vivere da queste parti, fino a qualche decennio fa rappresentava una quotidiana sfida alle condizioni climatiche e con poche possibilità di comunicare col resto del mondo.

Negli anni Settanta arrivano i primi viaggiatori, le spedizioni che fanno tappa per imbarcarsi verso le basi polari e infine il turismo fortunatamente non ancora di massa. Il registro anagrafico di questa cittadina è testimone di quanto viverci non sia stato facile: oggi gli abitanti hanno un’età tra i 15 e i 40 anni e il numero di chi può vantare un certificato di nascita col timbro di Ushuaia non supera il 10% dei residenti. Questo ci aiuta a comprendere perché Odino Querciali, nato a Bondeno il 22 agosto 1917 e arrivato a Ushuaia nel 1948, da queste parti sia una figura carismatica. Lui, in questa punta estrema della Terra del Fuoco, assieme ad altri dieci compagni d’avventura, è arrivato quando «oltre agli ex prigionieri del penitenziario e agli ex carcerieri, 400 in tutto, vivevano solo alcuni cileni e qualche boliviano. Una popolazione che mezzo secolo fa non superava le 700 unità. Qui finiva il mondo».

Ma come ha potuto un giovane ferrarese lasciare il Po per costruire la propria vita a oltre 15 mila chilometri dalla sua Ferrara e di cui nemmeno conosceva l’esistenza? Nei progetti di Odino Querciali, appena tornato dalla campagna di Russia, non c’era certo quello di lasciare Bondeno per andare alle porte del Polo Sud. «A portarmi da queste parti è stata la situazione politica ed economica dell’Italia post-bellica. Tornato a casa, pensavo di riprendere a lavorare coi miei fratelli, nella piccola impresa edile di mio padre. Ma la vita presenta molte sorprese».

Partito per il servizio militare, Odino Querciali viene congedato nel 1940. La sua ferma è finita, ma c’è la guerra e mancando il lavoro, nel 1941 si arruola volontario. Col 37° Reggimento fanteria parte per la steppa russa dove viene decorato con una medaglia d’argento al valor militare. La guerra finisce e nel 1945 torna a Bondeno dove intanto molte cose sono cambiate: «I miei amici mi guardavano con sospetto perché ero partito come volontario e la medaglia al valor militare sembrava aumentare quelle diffidenze. Posti di lavoro, nemmeno a parlarne. Per qualche tempo mi sono guadagnato da vivere girando in bicicletta per i paesi del ferrarese a vendere frutta. Poi, nel 1948, il mio ex cappellano militare mi propose di partire per l’Argentina con l’impresa bolognese Carlo Borsari che si era aggiudicata l’appalto per trasformare il carcere di Ushuaia, chiuso nel 1947 e preso in consegna dalla Marina militare argentina, in una base navale. Il 23 settembre 1948, con dieci compagni mi imbarco a Genova. Inizia un lungo viaggio per mare. Mi lascio dietro ricordi, familiari e amici. Un anno dopo, mia moglie mi raggiunge e con lei cominciano ad arrivare anche i familiari degli altri italiani partiti con me. A noi si aggiungono altri lavoratori e in poco tempo la nostra comunità diventa la più numerosa. Ormai siamo in 1.250 e questo convince l’impresa Borsari a costruirci nuovi alloggi. In poco tempo, alla periferia di Ushuaia sorge un complesso pomposamente chiamato il villaggio degli italiani».

In città comandava il governatore militare e i suoi uomini, abituati alla solitudine, non vedevano di buon occhio la presenza italiana che era sempre più numerosa. «Gli abitanti si erano triplicati e chi doveva mettere su casa aveva bisogno di tutto, dai generi alimentari ai chiodi, dalla vernice all’olio per le lampade, dai mobili agli attrezzi di utensileria. Trovare un emporio non era facile e l’idea di aprirne uno ha entusiasmato me e un mio compagno. Così, al termine delle nostre giornate, tornavamo a casa e ricominciavamo a lavorare fino a notte fonda per sistemare i locali. Finalmente, il 22 dicembre 1949 arriva il gran giorno: alziamo la saracinesca dell’emporio e i primi clienti cominciano a entrare nell’almacen, il magazzino».

Non passano molti anni e il socio di Querciali decide di lasciare tutto e fare ritorno in Italia. Il señor Odino rileva la quota e riorganizza il negozio trasformandolo in un piccolo supermercato del mobile e dell’elettrodomestico. «L’arrivo di nuovi pionieri aveva portato ricchezza e anche il mio almacen ne aveva tratto beneficio». Il peggio è ormai dietro le spalle. Le dure giornate di lavoro nell’ex carcere, i conflitti e le incomprensioni coi militari, il lavoro per contribuire a dare a questa landa desolata il minimo indispensabile per renderla simile a un paese civile, sono un ricordo.

Con l’apertura del negozio, Odino inizia una nuova vita per sé e i suoi figli, che oggi seguono la sua attività.

Lui, che a Ushuaia è stato anche presidente della Camera di Commercio, è un attento osservatore della politica argentina e non nasconde le sue preoccupazioni. «Il Paese sta vivendo uno dei suoi momenti peggiori. La crisi economica è grave. Il debito verso la Banca mondiale è raddoppiato nonostante siano stati venduti i servizi essenziali: compagnie telefoniche, ferrovie, aziende elettriche».

E l’Italia è ormai dimenticata? «Direi proprio di no. Nel 1967, 19 anni dopo la mia partenza, sono tornato a casa. Forse ho scelto il periodo meno adatto. In Italia si viveva un clima pesante, tormentato da grandi conflitti sociali. Ho trovato un Paese caotico e mi sono sentito quasi un estraneo. Nonostante questo, la nostalgia è sempre forte anche se i miei vecchi amici sono quasi tutti scomparsi e a Bondeno mi è rimasto solo qualche nipote. L’ultima volta che sono tornato a Ferrara è stato tre anni fa per fare visita a mia sorella: la città mi è rimasta nel cuore e quando stavo per ripartire ho sentito una gran voglia di restare».

Cerco di capire se il suo legame con l’Italia va oltre il grande amore per Ferrara e gli domando cosa prova a essere l’elettore italiano più a sud del pianeta: «Dice davvero? Non ci avevo mai pensato. Quando riceverò il certificato elettorale, e qui a riceverlo non saremo più di sei persone, non so cosa farò. È stata approvata la legge che concede il diritto di voto agli italiani all’estero ma mi domando che senso abbia scegliere una persona che mi dovrà rappresentare in un Parlamento lontano 15.000 chilometri dove sarà chiamata a esprimersi su leggi e argomenti che sulla nostra vita non produrranno effetto. Lo stesso vale per gli uomini di Governo. Di loro non conosciamo nulla o quasi».

A Ushuaia, Odino Querciali è il grande vecchio della comunità italiana. A lui chiedono consigli, anche se, ci tiene a precisare, «non si può parlare di una vera comunità. Con la cittadinanza italiana siamo rimasti in sei. Gli altri sono sì figli di italiani, ma tutti nati in Terra del Fuoco o in Argentina. Qui lavorano e si fanno tutti valere. Pensi, per esempio, a Ruggero Preto: arrivato a Ushuaia con la famiglia che aveva appena un anno, oggi ne ha 56, è diventato proprietario di un supermercato a un isolato dal mio negozio e, fino al 2000 ha ricoperto la carica di senatore dell’Argentina».

Sergio Masciadri