GRANDI VIAGGI
GIAMAICA
il paradiso può attendervi

di Angelo Tondini
È la perla
dei Caraibi, un’isola scolpita coi colori più belli della
natura. Fiumi, foreste, cascate, monti, mare trasparente, buona
cucina e tanta musica
Il
Jamaica Inn è un antico hotel coloniale, su una collina che
domina la baia di Ocho Rios. James Bond, l’agente 007, iniziò
in Giamaica la fortunata serie delle sue avventure, con il film Licenza
di uccidere. Proprio come il suo autore, Ian Fleming, che
aveva adottato la Giamaica come seconda patria, costruendosi una
villa sul mare per trascorrervi i mesi invernali lontano dalle
nebbie di Londra. Adesso, questo suo "buen retiro" si
può affittare. Ci sono ancora le due scrivanie dove Fleming
scrisse molte delle storie di Bond. È un posto tranquillo,
elegante, discreto.
Come Fleming, molti altri personaggi illustri
scelsero quest’isola per lunghi soggiorni: Cecil Beaton,
Truman Capote, Graham Greene (lo scrittore più "caraibico"
di tutti), Anthony Eden, Errol Flynn (sepolto qui), il
commediografo e musicista Noel Coward. Il quale si costruì una
casetta in legno tra Ocho Rios e Port Antonio, sulla collina,
con vista sulla baia. Oggi è aperta al pubblico, quasi come
luogo di pellegrinaggio.
Si fa presto a dire paradiso ma per la
Giamaica la definizione vale ancora. Nonostante il turismo,
specialmente americano, che l’ha invasa con uomini e mezzi. Ma
ci sono anche posti tranquilli e poco frequentati, dove godersi
una vacanza serena. L’isola è un giardino di fiori, foreste,
corsi d’acqua, cascate, spiagge, palmizi in un succedersi di
scenari naturali mozzafiato. Di Cristoforo Colombo, che la
scoprì, e della colonizzazione spagnola, rimangono vaghissime
tracce, mentre è presente l’impronta inglese negli edifici
statali, oltre che nella lingua. Si avverte anche la presenza
dell’Africa: la tratta degli schiavi dalle coste occidentali
è stata praticata per secoli. E oggi, neri e mulatti si
incontrano a Kingston, Ocho Rios e Montego Bay; esibiscono
coloratissimi berretti di lana e parlano il West-Indian, l’incomprensibile
dialetto "ufficiale", mix di inglese e reminiscenze
africane.

La natura è stata generosa con la Giamaica:
spiagge bianche orlate da ciuffi di palme, jacaranda e
bougainvillee, vento leggero, sole caldo ma senza afa. Il clima
favorisce la crescita di qualsiasi specie venga coltivata. Quasi
tutti gli alberi sono da frutta e crescono rigogliosi e
spontanei ovunque. Il mare è pescoso, i pascoli ricchi per il
bestiame da carne. La cucina rispecchia la storia e la natura
dell’isola. Africa, Spagna e Inghilterra sono presenti nei
piatti giamaicani. Dal canto loro, gli spagnoli appresero una
cosa fondamentale degli indiani Arawak, antichi abitatori della
Giamaica: conservare la carne mediante affumicazione. Così, l’isola
diventò un punto di rifornimento di carne e pesce affumicati
per le navi spagnole che andavano verso le Americhe. Molti
piatti a base di carne stufata, fagioli e piselli sono di
origine spagnola; come del resto le fritture. Per friggere, in
mancanza di olio di oliva, si adoperava il lardo.
Nel 1655, gli inglesi occuparono l’isola. Ci
restarono sino all’indipendenza, nel 1962. Tre secoli sono
tanti ma dal punto di vista gastronomico i britannici hanno
lasciato qualcosa: il roast-beef (che però è molto più
speziato nella versione giamaicana), il pudding di
Natale, i dolci di Pasqua, il porridge, qui più dolce e
saporito. Ma si deve a loro se la Giamaica produce oggi uno dei
migliori caffè del mondo, specie nella zona alta delle Blue
Mountains. L’influenza africana è dovuta ovviamente al fatto
che centinaia di migliaia di schiavi portarono qui le loro
tradizioni. Piatti come il dokono (dessert a base di
cocco, farina, cannella) e il fufu (zuppa di calaloo –
varietà di zucca –, foglie di kale e carne) vengono
dal continente nero. Così, come alcuni utensili da cucina: la yabba,
una pentola per cottura lenta, il calabash, contenitore
per cibo o acqua, e il krang kreng, una specie di
canestro per affumicare carne e pesce. Con l’abolizione della
schiavitù, nel 1830, i piantatori cercarono forza-lavoro in
India, Cina e Medio Oriente. Qualche traccia di queste nuove
immigrazioni è rimasta nella cucina.
Col declino dell’impero inglese la società
giamaicana è stata sempre più influenzata dal grande vicino,
gli Stati Uniti. Anche a tavola sono sempre più presenti gli
snack e i fast food: hamburger, pollo fritto, pizza, gelato alla
vaniglia dilagano. A Ocho Rios non potete perdervi il ristorante
Evita’s (
876.97.42.333 - em@cwajamaica.com).
La posizione, in alto su una collina, garantisce un panorama
unico. La proprietaria, Eva Vianello Myers, è veneziana, per
anni residente negli Usa. Agli inizi degli anni Ottanta, rimasta
vedova, arriva in Giamaica e apre il ristorante Evita’s a
Montego Bay. Ma l’uragano Gilbert nel 1984 spazza via tutto.
Allora si trasferisce a Ocho Rios, dove il miliardario Chris
Blackwell le offre il locale dove lavora adesso.
«La mia», dice la simpatica Eva, «è una
cucina fusion, italo-giamaicana, con piatti di pasta,
riveduti e corretti. Per esempio, le lasagne al calaloo e
ackee che ho chiamato "rastafari", il piatto di
pollo al jerk – piatto tipico giamaicano – con spezie
particolari; il pesce "mai mai" con salsa al cocco; la
Jamaican Bobsles Pie, un dessert che ho inventato io, con
cioccolata, noci pecans, gelato di vaniglia e rum locale».
Già, il rum. In Giamaica se ne produce di ottima qualità da
più di due secoli. A Magotty c’è la gigantesca distilleria
Appleton, la più nota dell’isola, immersa in grandi distese
di canna da zucchero. Per raggiungerla si prende un trenino che
si avventura all’interno toccando stazioni dai nomi inglesi:
Cambridge, Ypswich e altri, che ricordano le tre regioni in cui
la Giamaica è suddivisa: Cornovaglia, Surrey e Middlesex. Se
volete andare ad Appleton per vedere come si fa il rum,
telefonate all’Appleton Estate Express a Montego (
95.23.692). Potrete centellinare un bicchierino di anejo,
quello invecchiato, più raro e ricercato. Tra i rum, il Black
Label di Edwin Chapley, il 12 anni di Daniel Finzi e la Tia
Maria, a base di caffè. Ocho Rios vuol dire in spagnolo
"otto fiumi" ma in realtà sono piccole e grandi
cascate d’acqua dolce che si gettano in mare con effetti
spettacolari. La più famosa è quella del fiume Dunn, che si
può risalire.

La Giamaica è anche la terra di Bob Marley e
Peter Tosh, grandi cantanti reggae, animatori del movimento
"rastafari", una specie di religione nata qui sessant’anni
fa, che predica l’orgoglio della negritudine e il desiderio di
tornare in Africa, alla terra promessa: l’Etiopia. La
popolazione dell’isola è quasi tutta nera o meticcia. La
religione rasta è un misto di animismo, profezie, Antico
Testamento e… marijuana, considerata erba sacra. Fumarla,
secondo i rasta, riconduce alla verità e a Dio, quindi non solo
è lecita ma, in pratica, obbligatoria. Così, è frequente
vedere un rasta coi capelli lunghissimi, ordinati in cento
treccine che cadono a pioggia sul volto e sulle spalle,
passeggiare per strada fumando la sua erba.
Un’altra caratteristica della Giamaica è il
reggae. Se si potevano nutrire dubbi che fosse nato qui, un’ora
dopo l’arrivo è tutto chiaro. Il reggae è puro ritmo di
chiara ascendenza africana. C’è musica dappertutto: bar,
mercati, ascensori, bagni pubblici, hall degli alberghi,
venditori ambulanti, ristoranti, piscine, negozi, taxi. «Una
cosa che mi piace, qui in Giamaica, è il sound-system. Praticamente
è una piccola orchestra con percussioni, qualche chitarra, un
sintetizzatore: improvvisano. Ma hanno casse acustiche
micidiali, dai 20 ai 30.000 watt: roba da assordare. Il pubblico
può salire sul palco e partecipare, cantando o suonando. I
giamaicani sono bravissimi a intrattenere dialogando, con
battute di spirito e danzando».
Chi parla è Maria Carla Gullotta, romana, in
Giamaica da 17 anni. Arrivata qui in vacanza, ha aperto una guest-house
e si occupa di musica. In Italia organizza concerti con
artisti giamaicani e il Sun Splash Festival di Osoppo. È
innamorata dell’isola e della sua gente. «Ho sempre avuto
passione per la musica nera e qui ho trovato il mio paradiso».
Dopo aver visto la Giamaica capirete perché.
Angelo Tondini