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Club 3 n. 11 novembre 2003 - Home Page

 


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GRANDI VIAGGI

GIAMAICA il paradiso può attendervi

   

di Angelo Tondini
  

È la perla dei Caraibi, un’isola scolpita coi colori più belli della natura. Fiumi, foreste, cascate, monti, mare trasparente, buona cucina e tanta musica

Il Jamaica Inn è un antico hotel coloniale, su una collina che domina la baia di Ocho Rios. James Bond, l’agente 007, iniziò in Giamaica la fortunata serie delle sue avventure, con il film Licenza di uccidere. Proprio come il suo autore, Ian Fleming, che aveva adottato la Giamaica come seconda patria, costruendosi una villa sul mare per trascorrervi i mesi invernali lontano dalle nebbie di Londra. Adesso, questo suo "buen retiro" si può affittare. Ci sono ancora le due scrivanie dove Fleming scrisse molte delle storie di Bond. È un posto tranquillo, elegante, discreto.

Come Fleming, molti altri personaggi illustri scelsero quest’isola per lunghi soggiorni: Cecil Beaton, Truman Capote, Graham Greene (lo scrittore più "caraibico" di tutti), Anthony Eden, Errol Flynn (sepolto qui), il commediografo e musicista Noel Coward. Il quale si costruì una casetta in legno tra Ocho Rios e Port Antonio, sulla collina, con vista sulla baia. Oggi è aperta al pubblico, quasi come luogo di pellegrinaggio.

Si fa presto a dire paradiso ma per la Giamaica la definizione vale ancora. Nonostante il turismo, specialmente americano, che l’ha invasa con uomini e mezzi. Ma ci sono anche posti tranquilli e poco frequentati, dove godersi una vacanza serena. L’isola è un giardino di fiori, foreste, corsi d’acqua, cascate, spiagge, palmizi in un succedersi di scenari naturali mozzafiato. Di Cristoforo Colombo, che la scoprì, e della colonizzazione spagnola, rimangono vaghissime tracce, mentre è presente l’impronta inglese negli edifici statali, oltre che nella lingua. Si avverte anche la presenza dell’Africa: la tratta degli schiavi dalle coste occidentali è stata praticata per secoli. E oggi, neri e mulatti si incontrano a Kingston, Ocho Rios e Montego Bay; esibiscono coloratissimi berretti di lana e parlano il West-Indian, l’incomprensibile dialetto "ufficiale", mix di inglese e reminiscenze africane.

La natura è stata generosa con la Giamaica: spiagge bianche orlate da ciuffi di palme, jacaranda e bougainvillee, vento leggero, sole caldo ma senza afa. Il clima favorisce la crescita di qualsiasi specie venga coltivata. Quasi tutti gli alberi sono da frutta e crescono rigogliosi e spontanei ovunque. Il mare è pescoso, i pascoli ricchi per il bestiame da carne. La cucina rispecchia la storia e la natura dell’isola. Africa, Spagna e Inghilterra sono presenti nei piatti giamaicani. Dal canto loro, gli spagnoli appresero una cosa fondamentale degli indiani Arawak, antichi abitatori della Giamaica: conservare la carne mediante affumicazione. Così, l’isola diventò un punto di rifornimento di carne e pesce affumicati per le navi spagnole che andavano verso le Americhe. Molti piatti a base di carne stufata, fagioli e piselli sono di origine spagnola; come del resto le fritture. Per friggere, in mancanza di olio di oliva, si adoperava il lardo.

Nel 1655, gli inglesi occuparono l’isola. Ci restarono sino all’indipendenza, nel 1962. Tre secoli sono tanti ma dal punto di vista gastronomico i britannici hanno lasciato qualcosa: il roast-beef (che però è molto più speziato nella versione giamaicana), il pudding di Natale, i dolci di Pasqua, il porridge, qui più dolce e saporito. Ma si deve a loro se la Giamaica produce oggi uno dei migliori caffè del mondo, specie nella zona alta delle Blue Mountains. L’influenza africana è dovuta ovviamente al fatto che centinaia di migliaia di schiavi portarono qui le loro tradizioni. Piatti come il dokono (dessert a base di cocco, farina, cannella) e il fufu (zuppa di calaloo – varietà di zucca –, foglie di kale e carne) vengono dal continente nero. Così, come alcuni utensili da cucina: la yabba, una pentola per cottura lenta, il calabash, contenitore per cibo o acqua, e il krang kreng, una specie di canestro per affumicare carne e pesce. Con l’abolizione della schiavitù, nel 1830, i piantatori cercarono forza-lavoro in India, Cina e Medio Oriente. Qualche traccia di queste nuove immigrazioni è rimasta nella cucina.

Col declino dell’impero inglese la società giamaicana è stata sempre più influenzata dal grande vicino, gli Stati Uniti. Anche a tavola sono sempre più presenti gli snack e i fast food: hamburger, pollo fritto, pizza, gelato alla vaniglia dilagano. A Ocho Rios non potete perdervi il ristorante Evita’s ( 876.97.42.333 - em@cwajamaica.com). La posizione, in alto su una collina, garantisce un panorama unico. La proprietaria, Eva Vianello Myers, è veneziana, per anni residente negli Usa. Agli inizi degli anni Ottanta, rimasta vedova, arriva in Giamaica e apre il ristorante Evita’s a Montego Bay. Ma l’uragano Gilbert nel 1984 spazza via tutto. Allora si trasferisce a Ocho Rios, dove il miliardario Chris Blackwell le offre il locale dove lavora adesso.

«La mia», dice la simpatica Eva, «è una cucina fusion, italo-giamaicana, con piatti di pasta, riveduti e corretti. Per esempio, le lasagne al calaloo e ackee che ho chiamato "rastafari", il piatto di pollo al jerk – piatto tipico giamaicano – con spezie particolari; il pesce "mai mai" con salsa al cocco; la Jamaican Bobsles Pie, un dessert che ho inventato io, con cioccolata, noci pecans, gelato di vaniglia e rum locale». Già, il rum. In Giamaica se ne produce di ottima qualità da più di due secoli. A Magotty c’è la gigantesca distilleria Appleton, la più nota dell’isola, immersa in grandi distese di canna da zucchero. Per raggiungerla si prende un trenino che si avventura all’interno toccando stazioni dai nomi inglesi: Cambridge, Ypswich e altri, che ricordano le tre regioni in cui la Giamaica è suddivisa: Cornovaglia, Surrey e Middlesex. Se volete andare ad Appleton per vedere come si fa il rum, telefonate all’Appleton Estate Express a Montego ( 95.23.692). Potrete centellinare un bicchierino di anejo, quello invecchiato, più raro e ricercato. Tra i rum, il Black Label di Edwin Chapley, il 12 anni di Daniel Finzi e la Tia Maria, a base di caffè. Ocho Rios vuol dire in spagnolo "otto fiumi" ma in realtà sono piccole e grandi cascate d’acqua dolce che si gettano in mare con effetti spettacolari. La più famosa è quella del fiume Dunn, che si può risalire.

La Giamaica è anche la terra di Bob Marley e Peter Tosh, grandi cantanti reggae, animatori del movimento "rastafari", una specie di religione nata qui sessant’anni fa, che predica l’orgoglio della negritudine e il desiderio di tornare in Africa, alla terra promessa: l’Etiopia. La popolazione dell’isola è quasi tutta nera o meticcia. La religione rasta è un misto di animismo, profezie, Antico Testamento e… marijuana, considerata erba sacra. Fumarla, secondo i rasta, riconduce alla verità e a Dio, quindi non solo è lecita ma, in pratica, obbligatoria. Così, è frequente vedere un rasta coi capelli lunghissimi, ordinati in cento treccine che cadono a pioggia sul volto e sulle spalle, passeggiare per strada fumando la sua erba.

Un’altra caratteristica della Giamaica è il reggae. Se si potevano nutrire dubbi che fosse nato qui, un’ora dopo l’arrivo è tutto chiaro. Il reggae è puro ritmo di chiara ascendenza africana. C’è musica dappertutto: bar, mercati, ascensori, bagni pubblici, hall degli alberghi, venditori ambulanti, ristoranti, piscine, negozi, taxi. «Una cosa che mi piace, qui in Giamaica, è il sound-system. Praticamente è una piccola orchestra con percussioni, qualche chitarra, un sintetizzatore: improvvisano. Ma hanno casse acustiche micidiali, dai 20 ai 30.000 watt: roba da assordare. Il pubblico può salire sul palco e partecipare, cantando o suonando. I giamaicani sono bravissimi a intrattenere dialogando, con battute di spirito e danzando».

Chi parla è Maria Carla Gullotta, romana, in Giamaica da 17 anni. Arrivata qui in vacanza, ha aperto una guest-house e si occupa di musica. In Italia organizza concerti con artisti giamaicani e il Sun Splash Festival di Osoppo. È innamorata dell’isola e della sua gente. «Ho sempre avuto passione per la musica nera e qui ho trovato il mio paradiso». Dopo aver visto la Giamaica capirete perché.

Angelo Tondini
   

SE VOLETE ANDARCI
  • Documenti: passaporto. Non è richiesto alcun visto.
  • Fuso orario: sette ore in meno rispetto all’Italia con l’ora legale; sei ore da ottobre a marzo.
  • Moneta: dollaro giamaicano (jay) con un cambio di circa 55 jay per un dollaro americano. L’euro viene cambiato malissimo, addirittura con valore più basso del dollaro.
    Vi conviene quindi pagare con carta di credito e portare valuta americana.
  • Telefono: per i cellulari funzionano soltanto i tri-band, come del resto in tutto il continente americano. Molto conveniente comperare una scheda dei provider locali:
    i prezzi al minuto per l’Europa sono veramente bassi. Prefisso per l’Italia: 011-39.
  • Viaggi organizzati: tra tutte, molto interessante l’offerta di Dimensione Turismo ( 02.67.47.91.68 - 0422.21.14.11). Propone combinazioni di 9 giorni-7 notti per 1.290 euro a persona, con volo Lauda Air da Milano Malpensa a Montego Bay e sistemazione all’hotel Decameron Club (tre stelle vicino a Ocho Rios) in pensione completa. Disponibili pacchetti di uguale durata per il Wyndham Rose Hall Resort (1.470 euro, tutto incluso) e per il famoso Jamaica Inn (cinque stelle - 1.900 euro in mezza pensione). Partenze ogni settimana fino al 9 dicembre, offerte speciali per Natale e Capodanno.
  • Informazioni: potete contattare l’Ente del turismo giamaicano, rappresentato in Italia da Sergat
    (
    06.48.90.12.55). Consultate il sito internet www.jamaicatravel.com.