
Braccia
spalancate in un abbraccio

di Vincenzo Marras
Il
cartello più eloquente lo portavano i bambini di Ofena. Sì, lo
ricordate senz’altro, quel piccolo paese abruzzese, in
provincia dell’Aquila, che per diversi giorni – forse
troppi, come i suoi stessi abitanti protestavano, infastiditi da
tanto clamore – sono stati al centro dell’attenzione di
tutta l’Italia. Era accaduto che un’ordinanza di un giudice
dell’Aquila, in risposta all’esposto di tale Adel Smith (un
cittadino italiano!) aveva imposto la rimozione del Crocifisso
dall’aula della scuola elementare, frequentata da quei
bambini. Ne scaturivano reazioni di tutti i tipi. Stupite,
indignate, scandalizzate. E ancora una volta abbiamo visto il
Crocifisso impugnato come un’arma, trasformato nel suo
contrario: in rabbia, in rivalità, in odio... Si è giunti a
trascinare il segno dell’amore supremo – «Nessuno ama più
di colui che dà la vita per colui che ama» – in livorose
polemiche, mischiandolo ai pettegolezzi dei nostri salotti
televisivi, verniciando di cristianesimo l’ateismo pratico
basato sull’individualismo esasperato, sulla caccia feroce
agli immigrati, sul culto del mercato. Così il Crocifisso
veniva nuovamente messo in croce da quegli stessi che lo
volevano appeso sui muri pubblici.
Dicevamo del cartello
portato da quei bambini. La loro semplicità era almeno pari
alla loro eloquenza: «Lasciate in pace il Crocifisso». Quasi a
dire basta al Crocifisso giocato ai dadi delle beghe partitiche,
usato addirittura come teste a discarico di odiose
discriminazioni sociali e religiose. Quelle stesse parole ci
hanno portato alla memoria un episodio emblematico raccontato da
Ignazio Silone nel suo romanzo Il segreto di Luca: «Il
figlio di Luca, durante l’interrogatorio, guardava fisso sulla
parete, al di sopra del presidente. "Cosa guardate?",
gli gridò il presidente. "Gesù in croce", gli
rispose Luca, "non è permesso?". "Dovete
guardare in faccia chi vi parla", gridò il presidente.
"Scusate", replicò Luca, "ma anche lui mi parla;
perché non lo fate tacere?"». È il Crocifisso che parla.
È, per dirla con la scrittrice Natalia Ginsburg, «il segno del
dolore umano... L’immagine di uno che è stato venduto,
tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore del
prossimo...». Si dirà, continuava la scrittrice, «che molti
sono stati venduti, traditi e martoriati per una loro fede, per
il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle
scuole non c’è l’immagine». È vero, rispondeva: «ma il
Crocifisso li rappresenta tutti...». Quello stesso Cristo
crocifisso, quell’Uomo con le braccia spalancate in un
abbraccio infinito, lo intravediamo nei lineamenti del Bambino
Gesù deposto nella mangiatoia di Betlemme. E sopra quella
grotta, a dispetto di ogni segnale di morte, si apre per tutti
gli uomini e le donne del mondo una luce di speranza. Buon
Natale, cari amici.