TRADIZIONI D’ITALIA/2
CALTAGIRONE,
SFIDE TRA PASTURARI

di Manuel Gandin
L’arte di
creare statuine natalizie qui diventa una gara a chi ha i pezzi
più belli e prestigiosi
Scrive
Rino Rocco Russo, in Artisti, artigiani, figurinai nella
storia del presepe calatino:«I bambini siciliani erano
soliti risparmiare per mesi ogni soldino possibile per avere una
somma bastante a comprare le "figurine" con cui
costruire piccoli presepi che i venditori di pastori, "i
pasturari" – come si chiamavano – mettevano in mostra
nelle bottegucce e nelle fiere paesane almeno un mese prima del
Natale. E questa tradizione del Presepe, in Sicilia, è tanto
antica che se ne hanno notizie già dal XVI secolo».
Se volete verificare, andate in provincia di
Catania, a Caltagirone, dove le ceramiche e l’argilla sono di
casa. Qui, oltre alla celeberrima scalinata di Santa Maria del
Monte con 142 gradini in ceramica che tutto il mondo ammira, una
delle attività che movimentano il luogo è quella del presepe.
Tanto che, negli anni, a Caltagirone sono sorti più musei
dedicati alle statuine che ricordano la natività di Cristo. Il
più spettacolare è quello monumentale e animato che riproduce
il centro storico (scalinata compresa) e trasforma
scenograficamente in modo solenne la città in una sorta di
Betlemme siciliana, stesa in una riproduzione di 250 metri
quadri. La sensazione, ammirando un presepe come quello, è che
qualcuno stia spiando, pronto a intervenire. Non di spie si
tratta ma di privati che aspettano il loro turno, nel senso che
dopo la visita si avvicinano e chiedono se per caso non si
voglia vedere anche una collezione privata. Eh sì, perché a
Caltagirone se sono molti i costruttori e venditori di statuine,
i famosi santari o pasturari, altrettanti sono quelli che
raccolgono con pazienza da collezionisti i pezzi più belli e li
tengono in casa per farli ammirare al pubblico. È una
tradizione nata agli inizi del Settecento quando fare il presepe
in casa significava gareggiare su chi era riuscito a farlo più
bello. E, per vincere la sfida si invitavano i passanti in casa
a dare un’occhiata e giudicare quale fosse il presepe
migliore. Se dite che un presepe è bellissimo, toccate un filo
scoperto, quello del segreto orgoglio dei calatini, pronti a
mostrarvene uno ancora più bello e prezioso. Come capita con
Francesco Iudica, direttore generale dell’Azienda ospedaliera
che, messo sull’avviso del fatto che ci interessava vedere
qualche pezzo della sua collezione, ha aperto le porte di casa
per mostrare statuine piccole e grandi, antiche e recenti,
alcune dentro una teca di vetro, altre in piccoli spazi di
legno, chi su una mensola in sala e chi nella libreria. «Ormai
lo spazio è poco», dice schermendosi, ma si capisce che
ci tiene a far vedere ogni pezzo. E se anche è tardi, per lui
è sempre l’ora giusta per far ammirare anni e anni di
collezionismo su una delle tradizioni più antiche della città.

Una tradizione così celebre che alcuni
pasturari sono entrati nella storia, come Giacomo Bongiovanni e
Giuseppe Vaccaro, zio e nipote, che tra Settecento e Ottocento
realizzarono decine di scene di vita familiare o campestre che
venivano inserite nel presepe. Talmente bravi che le loro
statuine viaggiarono in tutta Europa, finendo anche in musei
prestigiosi come il British di Londra. E, d’altra parte, non
fu proprio Giovanni Verga, in Mastro don Gesualdo, a
nominare Bongiovanni a proposito del presepe di Isabellina in
collegio? Un’arte, quella dei pasturari, che proviene da due
versanti, quello dell’argilla di cui Caltagirone è ricca e
quello dell’imitazione seicentesca dei presepi napoletani.
Oltre alla sfida a distanza su quale fosse la figurina più
complessa e difficile da realizzare. Nel tempo, Caltagirone ha
conquistato un posto di primo piano nella fattura dei presepi,
grazie a tecnica, fantasia e materiali usati. Contadini,
popolane, bimbi, vecchi, pastori, scene di vita quotidiana,
andavano ad arricchire il presepe in un’esplosione di fantasia
e virtuosismi tecnici fino ai giorni nostri. Le botteghe di
ceramica a Caltagirone sono una delle attrattive per i turisti,
ma state sicuri che dietro ogni abile ceramista c’è sempre il
pasturaro che, avvicinandosi il Natale, modella un nuovo
personaggio. E l’orgoglio del presepe contagia anche i frati
cappuccini. Qualcuno ci dice di andare nella loro chiesa dove c’è
un presepe speciale. Facciamo notare l’ora tarda, i frati
stanno cenando, sarebbe meglio non disturbare. Macché: si
offendono se non ci andiamo e così un anziano frate ci guida
verso un presepe singolare, lanciandoci un avvertimento: «Guardi
che ci vuole una mezzoretta per vederlo tutto».
E così scopriamo che l’idea del monastero
è quella di un presepe che non rappresenti solo la nascita di
Gesù ma che, attraverso una visione spettacolarmente teatrale,
fornisca alcuni dei momenti della vita di Cristo. In uno spazio
meno grande del presepe monumentale animato, ecco che a seconda
di come le luci vengono accese, si può ammirare l’ultima cena
e l’annunciazione, la fuga in Egitto e il battesimo di Gesù,
la resurrezione di Lazzaro e la samaritana. Emergono tutti all’improvviso,
un faretto si spegne su un episodio e se ne accende un altro,
mentre la voce fuori campo registrata racconta gli episodi e le
musiche fanno da sottofondo. Fino alla resurrezione, in un
ambiente che deriva da una cripta del XVI secolo e grazie all’ingegno
dei frati Antonino e Marcello che hanno sfruttato magistralmente
l’idea delle statuine in argilla della tradizione calatina.
Manuel Gandin
segue: Mille colori dalle case alle
piazze