-

Club 3 n. 12 dicembre 2003 - Home Page

 


cerca
nel sito

 

Scrivici
scrivici!

-

-

-

-

-

stampa o salva la pagina per leggere con più comodo

POPOLI LONTANI

SAN BLAS un’isola per ogni giorno dell’anno

   

di
Paola Fontana
  

Sono 365 e formano un arcipelago semisconosciuto nei Caraibi, a un’ora da Panama. Un piccolo paradiso per gli indiani Kuna che le abitano
  

Il piccolo bimotore scende lentamente e non senza qualche scossone. Si ha tutto il tempo per accorgersi che la pista d’atterraggio altro non è che una stretta striscia d’asfalto che si fa spazio in mezzo alla vegetazione. Benvenuti alle isole San Blas, benvenuti nella terra degli indiani Kuna. A meno di un’ora dai grattacieli di Panama City e dal famoso canale, si è catapultati in un mondo di natura selvaggia, mare e spiagge da cartolina ma che sembra appartenere a un lontano passato. L’arcipelago si affaccia a nord di Panama sul mar dei Caraibi ed è costituito da centinaia di isole, isolette e microscopici atolli che emergono da un’acqua azzurrissima. Qui, i Kuna sono padroni incontrastati. Negli anni Venti del secolo scorso, in seguito a un’insurrezione armata, il Governo di Panama concesse loro l’autonomia politica e la possibilità di vivere secondo le proprie leggi. Oggi, hanno due parlamentari nell’attuale legislatura e diritto di voto alle elezioni amministrative. Della loro terra amano raccontare che le isole sono in tutto 365, una per ogni giorno dell’anno. Quelle abbastanza estese per essere abitate non raggiungono la quarantina e, tra queste, Nalunega, dove Luis Burgos, un gentile autoctono vicino alla settantina, nel lontano 1972, aprì l’Hotel San Blas, ancora oggi una delle poche strutture turistiche delle isole.

A Luis, che parla un inglese comprensibile con molta buona volontà, piace chiacchierare. «La nostra società si basa da sempre sul matriarcato, e tutti i Kuna vivono rispettando le regole dell’antica cultura tradizionale. Nessuno straniero potrà mai insediarsi sulle nostre isole né, tanto meno, intraprendere qui attività commerciali o turistiche». I Kuna hanno, infatti, pochi contatti con il mondo esterno e non si possono sposare al di fuori dei loro villaggi. Sono proprio questi matrimoni "chiusi" a determinare una percentuale di albini incredibilmente alta e, nella pratica, a dare una spiegazione al gran numero di bambini dalla pelle diafana e dai capelli biondissimi che si incontrano camminando per i viottoli. I bambini albini, i "figli della luna" come vengono chiamati, sono considerati, grazie alla loro diversità, esseri superiori e sono destinati a diventare leader.

Il villaggio di Nalunega, costituito da semplici capanne con i tetti in paglia e i pavimenti di sabbia, a ogni nuovo arrivo di turisti (pochi) si trasforma in un mercato artigianale all’aperto. Le donne, che normalmente indossano i tradizionali costumi colorati e bracciali di perline alle braccia e alle caviglie, si agghindano a festa, ornandosi con orecchini d’oro al naso. Tutto il villaggio si trasforma allora in una esposizione variopinta di "molas", tessuti tipici ricamati a mano che sfoggiano immagini della flora e della fauna locali e che costituiscono, in pratica, l’unico artigianato esistente del luogo.

In parte per la scarsa ricettività dell’arcipelago e in parte per la cura che gli indios hanno della loro terra considerata la "Grande madre", San Blas è riuscita a mantenere un ambiente unico e incontaminato. Anche per i turisti, la vita, qui, segue i ritmi lenti della natura. Ci si alza al levar del sole e si esce in barca, a bordo dei piccoli cayaco, le tipiche canoe scavate in un tronco e usate dai pescatori locali, alla volta delle isole più vicine, dai nomi affascinanti come Isla Pellicano, Isla Cicimé o Isla Perro. Offrono tutte spettacoli memorabili, sabbia fine e bianchissima, acqua cristallina, palme, conchiglie portate a riva dalla risacca, ed enormi stelle marine colorate. Palme di cocco facilmente accessibili, fiori rossi e vegetazione tropicale completano il quadro. Negli occhi un azzurro infinito e lo spettacolo delle isolette lussureggianti di verde tutt’intorno. Un vero paradiso.

Paola Fontana
   

Strane tradizioni

Quella dei Kuna è una società tradizionalista e recidiva al cambiamento. Non meraviglia, dunque, che molte delle antiche consuetudini possano apparire incomprensibili agli occhi occidentali. Un esempio? Una ragazza Kuna non possiede un proprio nome fino all’età dello sviluppo. Nel momento in cui diventa donna, viene organizzata in suo onore una grande festa, durante la quale i genitori, con l’aiuto del "medico" del villaggio, sceglieranno per lei un nome appropriato. Anche l’economia è rimasta essenzialmente tradizionalista. Oltre alla pesca, la vera ricchezza di questa popolazione è, infatti, il commercio di noci di cocco, che in queste zone non mancano. Si calcola che nelle annate buone se ne possano raccogliere fino a 30 milioni e vengono usate ancora oggi come moneta di scambio per comprare generi di prima necessità. Le esportazioni avvengono quasi esclusivamente con la vicina Colombia che utilizza le noci di cocco per confezionare dolci, shampoo e altri prodotti e che può fornire in cambio aceto, riso, latte e anche occhiali da sole. Ma, dietro alle apparenze, i Kuna sono anche uomini d’affari scrupolosi. Per evitare, per esempio, dissidi interni legati alla vendita sottocosto delle noci di cocco, ogni anno il capo tribù stabilisce in anticipo un prezzo minimo che dev’essere rispettato.