NUOVE FRONTIERE
IL VALORE DEI
SOLDI

di Mirella Camera
La finanza
etica prende piede, e il denaro scopre altri "valori":
la solidarietà, il rispetto dei diritti umani e la tutela dell’ambiente
Fino
a qualche anno fa gli addetti ai lavori la guardavano con
sufficienza. L’idea di introdurre un criterio di valore dei
soldi diverso da quello del mercato era quantomeno un’utopia;
che un investimento potesse "valere di più" ed essere
quindi appetibile per il comune risparmiatore al di fuori dei
soli parametri del rendimento era un’idea peregrina e forse
anche un po’ eversiva di pochi pazzi, che credevano di poter
introdurre l’etica nel luogo più cinico del mondo: quello dei
soldi.
Invece il desiderio di creare una finanza
diversa che avesse come scopo non il mero guadagno, costi quel
costi, ma lo sviluppo e il benessere umano, ha resistito. Se n’è
infischiata delle risatine, ha contagiato un mucchio di gente e
alla fine si è concretizzata in una vera banca con la
possibilità di dimostrare, conti alla mano, che un’altra
finanza è possibile.
Dopo aver raccolto il capitale sociale
richiesto per legge (12,5 miliardi di vecchie lire), ottenuta l’autorizzazione
della Banca d’Italia, l’8 marzo 1999 il consorzio
multicolore di Ong, gruppi, associazioni, enti religiosi e
sociali che ha promosso l’iniziativa ha visto coronati i suoi
sforzi: la Banca Popolare Etica era una realtà, con sede a
Padova e, nel giro di pochi mesi, filiali a Brescia, Milano,
Roma e Vicenza.

Ma ormai questa è storia. La banca ha
continuato a racimolare fondi anno dopo anno, conquistandosi la
fiducia non solo di tutto il Terzo settore (no profit) e di una
buona fetta del mondo cattolico, ma anche di enti pubblici e di
tanti normalissimi risparmiatori che hanno deciso di contribuire
alla crescita della solidarietà semplicemente cambiando banca:
solo a Torino, dove è stato aperto un nuovo sportello, in
appena otto mesi duecento cittadini sono diventati correntisti;
i soci, cioè coloro che hanno acquistato azioni della banca,
sono stati quasi il doppio.
Con un patrimonio sociale di 15 milioni di
euro, una raccolta di risparmio di 228 milioni, oltre 20 mila
soci, più di mille finanziamenti, Banca Etica è diventata un
ragguardevole istituto di credito che eroga i servizi bancari
più comuni (conto corrente, carta di credito, bancomat, varie
forme di risparmio e investimenti, sportello virtuale,
ricariche, eccetera), ma con una differenza: i soldi vengono
investiti solo in particolari ambiti come la cooperazione
sociale e quella internazionale, la cultura, l’assistenza, l’integrazione,
la tutela ambientale, la salvaguardia dei beni artistici. Il
cliente viene messo a conoscenza di tutti i finanziamenti in
atto, se vuole può scegliere la destinazione e il tasso d’interesse:
da quello massimo proposto dalla banca al tasso zero, se lo
desidera. Acquistando le azioni della banca, poi, si può
diventare soci, da una parte partecipando con un vero
finanziamento alla crescita della finanza etica, dall’altro
acquisendo il diritto di avere alcuni servizi esclusivi:
prestiti, mutui per la casa, finanziamenti. Sono appena partiti
anche i fondi d’investimento, selezionati con criteri molto
rigorosi che escludono a priori i soggetti "poco
etici": quelli cioè che non rispettano i diritti umani, l’ambiente,
la salute pubblica, la trasparenza oppure legati a produzione
bellica o nucleare o di organismi geneticamente modificati.
Dietro a tutto ciò c’è una filosofia che
capovolge il modo di vedere il denaro, innanzitutto cominciando
a considerarlo come un mezzo per farlo crescere fra i molti che
ne hanno poco e non per arricchire sempre di più i pochi che
già ce l’hanno. Una risorsa da far girare, da ridistribuire,
da prestare con fiducia. Questo significa già moltissimo: per
esempio che un finanziamento si concede senza una ossessiva
ricerca di garanzie patrimoniali, cosa per la quale, in una
normale banca, vengono esclusi da prestiti e mutui una gran
quantità di clienti; la restituzione del prestito va
assicurata, è naturale, ma al centro sta la bontà del
progetto, il suo valore sociale di alto profilo, che viene
esaminato da un apposito comitato etico. In questo modo si sfata
anche il pregiudizio di chi pensa che la solidarietà sia sempre
a fondo perduto, come una sorta di beneficenza e non, come
invece è, un settore economico come tanti altri, che genera
posti di lavoro, reddito, giro di affari: proprio come una
qualsiasi impresa.
Che i risparmiatori abbiano il diritto di
sapere dove vanno a finire i loro soldi e che possano decidere
di negarli a determinati settori di attività, è cosa acquisita
da tempo in molti Paesi, dagli Usa alla Gran Bretagna, dal
Canada a alla Svizzera, dove sono le normali banche a farsene
carico, con appositi sportelli "etici" presso cui il
risparmiatore impegnato trova quello che desidera. Per questo si
sono sviluppati degli "indici di eticità", come il Dow
Jones sustainability index, con un sottoindice europeo (Stoxx),
che è il più seguito o l’Ethical global index; e vi
sono apposite società di consulenza, (quella utilizzata da
banca etica è Ethibel), che applicando gli indici stilano le
liste delle società eticamente apprezzabili o quelle da
escludere: sono loro che mettono quella specie di "bollino
blu" del buon comportamento. Gli strumenti dunque ci sono
da un pezzo, è la mentalità che ancora deve fare parecchia
strada, almeno in Italia.

Ma i segnali sono positivi e la campagna
contro le "banche armate" ne è un esempio lampante.
Nata come una iniziativa di boicottaggio da parte di gruppi
missionari cattolici e di molte associazioni no profit che
indicavano ai risparmiatori tutte le banche che investivano nel
business delle armi (e in molti casi si proponevano come
intermediari), invitandoli a ritirare il conto per non
parteciparvi nemmeno con una lira, la campagna diventò un tam
tam nervoso lungo tutti i sentieri del mondo della solidarietà,
divenne un tormentone, uscì sui giornali e finì per far
capitolare qualcuno: la Unicredit uno dei colossi bancari più
implicati, decise di uscire dal mercato bellico con una mossa a
sorpresa che scosse non poco il mondo degli affari, convinto che
pecunia non olet; e diventò il fiore all’occhiello di
quello della finanza etica. Anche il Monte dei Paschi di Siena
decise di "disarmarsi", abbandonando l’industria
bellica per finanziare la Banca verde, orientata a tutelare l’ambiente
e San Paolo Imi ha iniziato ad "aprire" ai titoli
etici.
La rivoluzione della finanza comincia a dare i
suoi frutti dove le azioni "buone" sono anche... buone
azioni.
Mirella Camera