|
N. 5 maggio 2008
|
EDITORIALE
-
IN CAMMINO VERSO L’ANNO A SAN PAOLO Alle sorgenti della
spiritualità "Mihi
vivere Christus est". La ricchezza dell’intensa espressione
paolina in Filippesi 1,21 – "Per me il vivere è Cristo" –,
che tanto stava a cuore al Beato Don Giacomo Alberione, si può
comprendere meglio nel contesto più ampio dell'itinerario spirituale di
Paolo.
Questo itinerario prende l’avvio dalla spiritualità propria dell’Antico Testamento, dove è centrale e determinante l’amore alla Legge. Per il credente israelita, quale era Paolo, la Legge era l’insieme dei primi cinque libri della Bibbia (noi li chiamiamo "Pentateuco", dal greco penta, "cinque", e teuchos, "astuccio" per custodire il rotolo). Ad essi la tradizione religiosa di Israele attribuiva il massimo di ispirazione, perché custodivano il testo della fede, della spiritualità, del culto e dell’organizzazione della società. Va tuttavia notato che la "legge" nell’ebraismo è soprattutto la volontà di Dio, l’entrare nel suo disegno di salvezza, l’aprirsi alla sua parola. Questo spiega il continuo riferimento che alla legge, così intesa, fa l’orante dei Salmi, fino a nutrire per essa il più ardente desiderio: «Quanto amo la tua legge, Signore, tutto il giorno la vado meditando» (Sal 119,97). All’orizzonte di questa concezione si staglia la figura del Messia, l’atteso, l’amato, il desiderato da tutto Israele. In questa visione, la spiritualità biblica rendeva possibile la sostituzione del termine "legge" con il termine "Messia": «Quanto amo il tuo Messia, Signore, tutto il giorno lo desidero». Anche il Vangelo di Giovanni sembra alludere a questa attesa concentrata nel binomio legge-Messia: «Quando verrà il Messia, ci annunzierà ogni cosa» (Gv 4,25). «Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre si compiacque di rivelare in me suo Figlio» – La "crisi" di una spiritualità biblica così intesa si ebbe con l’identificazione della legge con le molte prescrizioni racchiuse nei testi legislativi della Bibbia (pensiamo solo alla rigida distinzione tra "puro" e "impuro", cioè tra ciò che dall’esterno favorisce il culto e ciò che lo ostacola). Tale identificazione contribuì a oscurare l’orizzonte messianico cui necessariamente conduce la legge, intesa come volontà di Dio e ricerca di ciò che a lui è gradito. Quello che è conosciuto come "fariseismo" è, all’epoca di Paolo e del Nuovo Testamento, un limite nei confronti della comprensione della legge come volontà di Dio e del suo orizzonte messianico (cristologico). Sappiamo dai Vangeli come Gesù stesso abbia combattuto una simile concezione della legge e come abbia profuso il suo impegno per "educare" nuovamente alla comprensione della legge come volontà di Dio, come un "vivere in lui" e come apertura alla rivelazione e alla sua salvezza.
Anche Paolo era entrato nel flusso del fariseismo, con le sue pratiche, le sue osservanze, la sua attenzione esteriore per la legge: «Circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge... irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge» (Fil 3,5-6). Solo l’incontro con Gesù a Damasco apre all’apostolo l’orizzonte vero che si staglia oltre la legge e che è Gesù stesso. Lì a Damasco la legge appare nuovamente nel suo significato originario di sorgente di spiritualità e di guida verso il Messia Gesù: «Mediante la legge, sorgente di spiritualità, io sono morto alla legge, (intesa come sola esteriorità), per vivere per Dio» (Gal 2,19). E ancora lì a Damasco Paolo comprende che la legge era «come un pedagogo che ci ha condotti a Cristo» (Gal 3,24). Il pedagogo era, nell’antichità greco-romana, lo schiavo incaricato di condurre il bambino a scuola. Arrivato sulla soglia della scuola, il pedagogo ("colui che conduce"), consegnava il bambino al maestro. Così è stato l’itinerario spirituale aperto dalla legge: essa doveva aprire il credente israelita alla parola e alla persona di Gesù. Questa apertura è chiamata da Paolo non "conversione", ma "rivelazione" («Quando colui che mi scelse fin dal grembo di mia madre si compiacque di rivelare in me suo Figlio», Gal 1,15-16). Da allora l’itinerario spirituale di Paolo è completo, poiché egli è reso capace, dalla grazia di Dio, di "vivere di Cristo" («Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio», Gal 2,20). Il centro della spiritualità di Paolo non è più la legge, ma la persona stessa di Cristo, morto e risorto. Quella che la Bibbia chiama "giustificazione" cioè la chiamata alla santità e alla salvezza, è possibile raggiungerla mediante un processo di "cristificazione" che Dio si è "compiaciuto" di rivelare a Paolo, altrimenti imprigionato nelle briglie della legge («Se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è risorto invano», Gal 2,21). Questo processo di cristificazione (che Paolo ama esprimere mediante le preposizioni in, con, per Cristo) ha operato nell’Apostolo quel discernimento che è essenziale per orientare unicamente a Cristo la propria spiritualità e la propria interiorità: «Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo... una spazzatura al fine di guadagnare Cristo» (Fil 3,7-8). «Per me il vivere è Cristo» – I due livelli del vivere vengono chiamati nel Nuovo Testamento con due diversi termini, bios e zoè. Con il primo viene descritta la vita quotidiana, l’esistenza materiale, fisica. Il secondo invece designa una qualità superiore della vita, l’essere stesso dell’uomo, il suo io profondo che si realizza nella fede in Cristo e nell’unione con lui. La spiritualità di Paolo è tutto un convergere alla vita in Cristo, alla morte in lui, alla sepoltura con lui, alla risurrezione in lui (Rm 6,3-9). È l’esperienza tutta interiore e globalizzante del mistero di Cristo, morto e risorto. Inserendo la Famiglia Paolina nell’alveo di questa spiritualità, Don Alberione ama ricordarle con insistenza che non è il ritmo frenetico e affannato della vita quotidiana a scandire l’itinerario della sua spiritualità, ma quel processo di interiorizzazione e di cristificazione che conduce ciascuno di noi "allo stato di uomo perfetto", "alla piena maturità di Cristo" (Ef 4,13). Al riguardo, scriveva Don Alberione nella prima Circolare alle comunità paoline: «Ripeto..., il processo di santificazione è un processo di cristificazione. Perciò saremo santi nella misura in cui viviamo la vita di Gesù Cristo...» (CISP 11).
|
||
|
|
|||