N. 5 maggio 2008

Sommario.

Alle sorgenti della spiritualità
  
a cura di Olinto Crespi

Ai Romani: i grandi temi della fede
  
a cura della Redazione

Il ruolo di Maria nella storia dell’umanità
   Bruno Simonetto

La vite e i tralci
  
Primo Gironi

Le due opere di Dio
   Angelo Montonati

Quei toni del canto, quei passi di danza...
    Beatrice Immediata

L’infanzia di Don Alberione
    Mercedes Matrostefano

"Come ho incontrato San Paolo"
   Monica Leonetti

Tra lettura e nuovi media
  
Claudia Camicia

Comunicare nel "linguaggio globale"
  
Sandro De Bonis

Una mano al mondo
  
Angelo De Simone

La famiglia ieri e oggi
  
Anna Pappalardo

Una stilista della carità
   Lya Carini

Nella serra delle Aracuarie
   Giuseppina Alberghina

Famiglia Paolina nel mondo
   
a cura della Redazione

Novità multimediali
  
a cura della Redazione

Preghiamo per...
   

Cooperatore Paolino n. 5 maggio 2008 - Copertina

  PAROLA DI DIO - ALLA SCOPERTA DI GESÙ MAESTRO - 36

 di PRIMO GIRONI

LA VITE E I TRALCI
  

Nell’immagine della "vigna/vite" si rispecchia la vita del popolo d Israele e del discepolo di Gesù.
  

Anche l’evangelista Giovanni non si sottrae al fascino e alla ricchezza simbolica che caratterizzano l’immagine biblica della "vite/vigna" (nel greco del Nuovo Testamento un unico termine – àmpelos/àmpelon – designa sia la "vigna" sia la "vite"). Nella Bibbia la "vigna/vite" è presentata come simbolo del popolo di Israele.

Sono molte le immagini con cui i testi biblici raffigurano questo popolo, ma quella della "vite/vigna" sembra prevalere. Nei frutti che essa produce grazie alle cure del solerte contadino palestinese, o nell’assenza di questi frutti a motivo dell’incuria e dell’abbandono, la Bibbia vede il progressivo realizzarsi di Israele o la sua progressiva decadenza fino a estinguersi sotto il severo giudizio di Dio. Una vigna curata e florida, infatti, è l’immagine di tutto Israele che cammina alla luce della Parola del suo Dio. Una vigna abbandonata e distrutta è invece l’immagine del severo giudizio di Dio che "sradica" dalla terra promessa il popolo a lui infedele.

Sarà l’evangelista Giovanni, come vedremo, ad applicare al discepolo di Gesù (e al cristiano) questo duplice valore dell’immagine della vigna/vite (vedi Gv 15,1-11).

«Hai divelto una vite dall’Egitto» (Salmo 80)

La prima mappa geografica del popolo di Israele ormai nella terra promessa è innanzi tutto "spirituale". Nel Salmo 80 troviamo i molti dettagli di questa geografia "spirituale". È stato l’intervento di Dio a formare e a sviluppare quella "vigna/vite" che è tutto Israele, facendolo uscire dall’Egitto e collocandolo nella terra di Canaan, la terra della promessa: «Hai divelto una vite dall’Egitto, per trapiantarla hai espulso i popoli. Le hai preparato il terreno... la sua ombra copriva le montagne e i suoi rami i più alti cedri. Ha esteso i suoi tralci fino al mare e arrivavano al fiume i suoi germogli» (8-12).

Come nella creazione Dio è stato il "vasaio" che ha plasmato "dall’argilla del suolo" tutto Israele (vedi Genesi 2,7), così nell’esodo Dio è stato il "vignaiolo" che ha "divelto" la vite (che è Israele) e l’ha "trapiantata" nella terra della promessa, all’ombra del grande Tempio di Gerusalemme. La vigna che ora "estende i suoi tralci fino al mare" e che con la sua ombra "copre le montagne" di Canaan è l’immagine delle dodici tribù di Israele che si sono definitivamente insediate nella terra della promessa dal fiume Giordano (a est) al mare Mediterraneo (a ovest), dalle montagne dell’Hermon (al nord) alle montagne di Giuda (al sud).

Questa "geografia spirituale" corrisponde a quella delle origini, quando il primo Adamo è stato collocato nel "giardino di Eden" per coltivarlo e custodirlo, cioè per raggiungere la pienezza della sua realizzazione. Anche la "vigna/Israele" con i suoi tralci e i suoi filari, rappresentati dalle dodici tribù insediatesi nella terra della promessa, è chiamata a realizzare pienamente se stessa (cioè a "portare frutto", come diranno il profeta Isaia – nel capitolo 5 del suo libro – e Giovanni – nel capitolo 15 del suo Vangelo).

«La vigna del mio diletto» (Isaia 5,1)

Il profeta Isaia contemplando questa "geografia spirituale" che caratterizza il popolo di Israele, coglie nel più profondo la cura e l’amore con cui Dio si è "immerso" nella sua "vigna/vite": «Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle» (Isaia 5,1-2). E come Dio aveva donato la terra, i pascoli, le città e il Tempio al suo popolo, così ora costruisce per la sua vigna/popolo "una torre" , "un muro di cinta" e "un torchio" e, vangandola e zappettandola con la cura e la perizia del contadino, la arricchisce di "scelte viti": «Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti; vi aveva costruito in mezzo una torre e scavato anche un tino» (Is 5,2).

Tutto così è pronto per raccogliere il frutto pregiato della vigna, quel vino che "allieta" il cuore dell’uomo (Salmo 104,15) e quell’uva che è il primo frutto che rivela agli esploratori della terra di Canaan l’abbondanza della terra donata da Dio a Israele (vedi Numeri 13,23: «Giunsero fino alla terra di Escol, dove tagliarono un tralcio con un grappolo d’uva, che portarono in due con una stanga»).

Nel contesto dell'ultima Cena, Gesù propone l'immagine della vite e i tralci (Gv 15,1-11).
Nel contesto dell’ultima Cena, Gesù propone l’immagine della vite e i tralci (Gv 15,1-11).

«La renderò un deserto» (Isaia 5,6)

La "vigna/vite" ha però prodotto non la primizia dei frutti della terra di Canaan, ma "uva selvatica" (vedi Isaia 5,2: «Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica»).

Il giudizio di Dio incombe immediatamente sulla "vigna/Israele": «La renderò un deserto» (Isaia 5,6). Distruzione, abbandono al calpestio e alla voracità degli animali selvatici, assenza di pioggia e di rugiada segnano così la morte della vigna/popolo (vedi Salmo 80,13-14: «Perché hai abbattuto la sua cinta e ogni viandante ne fa vendemmia? La devasta il cinghiale del bosco e se ne pasce l’animale selvatico»). Come pure sconvolgono le tracce di quella "geografia spirituale" con cui Dio aveva abbellito la sua terra, rendendola «la prima delle nazioni» (Geremia 31,7).

All’orizzonte ecco apparire le parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli, immagine della vigna/vite da Dio piantata e poi divelta: «Io sono la vite, voi i tralci... Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano» (Giovanni 15,5-6).

«Io sono la vera vite» (Giovanni 15,1)

Definendo se stesso "vera vite", Gesù ha la consapevolezza di realizzare pienamente il significato profondo che questa immagine riveste in rapporto al popolo di Israele. È Gesù che aderendo al Padre come "tralcio" ha respirato la sua parola e ha fatto scorrere la linfa della sua volontà in tutto il suo essere, fino a dichiarare che «io e il Padre siamo una cosa sola» (Giovanni 10,30). Questa totale immedesimazione tra il Figlio e il Padre è divenuta il modello della profonda unione tra la "vite/Gesù" e il "tralcio/discepolo": «Io sono la vite, voi i tralci. Come il tralcio non può fare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me» (Gv 15,5).

L’aggettivo "vero" nel Vangelo secondo Giovanni va inteso non alla luce del significato che siamo soliti attribuirgli nelle nostre lingue (veritiero, verace, autentico), ma va compreso nel significato di "definitivo", "perfetto", "compiuto". Gesù come "vera vite" è perciò il modello perfetto, compiuto, definitivo del discepolo che aderisce a lui e con lui vive quel processo di immedesimazione con il Padre, che ha fatto di Gesù anche il modello del "vero tralcio".

«Rimanete in me» (Giovanni 15,4)

Al discepolo (e al cristiano) paragonato al tralcio, viene chiesto di tendere costantemente al suo Maestro (la "vite", che è Gesù stesso).

Il verbo "rimanere" (in greco, mnein), che ricorre in ogni riga della breve sezione racchiusa in Giovanni 15,1-11 (conosciuta come "il vangelo della vite e dei tralci") va esso pure letto e compreso alla luce del particolare significato che gli attribuisce il Vangelo secondo Giovanni. Nelle nostre lingue questo verbo, infatti, indica staticità, inerzia, inattività. Alla luce della teologia del Vangelo "spirituale" (quello secondo Giovanni) esso indica invece l’intensa attività interiore, spirituale, profonda del discepolo di Gesù (i grandi maestri di spirito del passato chiamavano questa attività "lavoro spirituale"). Indica pure quel processo di potatura, di fioritura, di crescita e di maturazione che è proprio del tralcio (e fuori dell’immagine, del cristiano che intende seguire Gesù e le sue esigenze: «Ogni tralcio che porta frutto» il Padre «lo pota perché porti più frutto», Gv 15,2).

Riferito al discepolo, il verbo "rimanere" (che è caratteristico del Vangelo secondo Giovanni) designa quell’attività interiore che lo rende in tutto simile al Maestro, lo fa rinascere dall’acqua e dallo Spirito (Giovanni 3,3), lo fa passare dalla condizione di servo a quella di amico del Maestro (Giovanni 15,26), gli fa preferire alle tenebre la luce della Parola del Maestro (Gv 3,19), lo fa stringere come tralcio alla vite/Gesù per "portare frutto" (Gv 15,16).

Primo Gironi