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N. 1 gennaio 2010
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DON
ALBERIONE - 5
- PER UNA PARROCCHIA
UNIVERSALE
Sacerdoti
"tridimensionali"
Le precoci intuizioni sul sacerdote di don Alberione si sviluppano negli anni, sino ad una piena e matura sintesi nella visione carismatica del sacerdozio da lui vissuto e trasmesso ai paolini. Prima ancora che il giovane don Giacomo Alberione ponesse mano alle fondazioni della Famiglia Paolina, il suo trattato Appunti di Teologia Pastorale (di cui si è recentemente trattato) rivelavano nello stile e nei contenuti uno spirito di grande concretezza ed attualità. L’insistenza sulla componente "zelo", qualità eminentemente "apostolica" dell’anima sacerdotale, proiettava già il sacerdozio ministeriale nella prospettiva tipica del sacerdozio "paolino". Ma questo si manifestò compiutamente, in linea di principio e nella pratica, durante gli anni che segnarono la maturità sacerdotale del Fondatore. La vera natura delle intuizioni profetiche si rivela dai frutti successivi. Solo negli anni maturi lo stesso don Alberione, ripensando al disegno di Dio nella propria esistenza, comprese ed esplicitò pienamente la visione carismatica del sacerdozio da lui vissuto e trasmesso a centinaia di seguaci.
Una triplice linea Dal punto di vista teorico, questa sintesi è il risultato di una triplice linea di crescita: 1 l’esperienza della paternità sacerdotale, da lui vissuta come fondatore e animatore di molteplici comunità consacrate; 2 una comprensione sempre più chiara della cristologia paolina e giovannea, nella luce di Cristo "Maestro", "Via e Verità e Vita"; 3 l’assunzione della nuova ecclesiologia e delle realtà sociali emergenti, quali la collaborazione femminile e il volontariato laicale. È innanzitutto la devozione a Gesù Maestro "Via, Verità e Vita" che costituisce il punto di partenza. È questo il riferimento normativo essenziale per la ortodossia e la pienezza dell’azione pastorale; è lo "spirito di San Paolo" l’elemento fondamentale per la comprensione del presbiterato alberioniano, sia sul piano della dottrina che su quello della prassi apostolica. È infatti a partire da questo quadro teologico che si delinea la nuova figura del prete secondo don Alberione: improntata non principalmente sulla immagine del pastore locale (sacerdozio "petrino"), ma su quella dell’apostolo destinato alla evangelizzazione sovra-diocesana e "ad gentes" (sacerdozio "paolino").
La sintesi della maturità Una sintesi sommaria del sacerdozio alberioniano si può schematizzare nelle seguenti proposizioni. 1 L’identità del sacerdote è modellata su Cristo Maestro, che è Via, Verità e Vita. Il prete è l’alter Christus, perciò "alter Magister". «L’ufficio sacerdotale – affermava don Alberione – è questo: di essere "maestro, via e verità e vita". Per questo [il sacerdote] è chiamato "alter Christus"... Predicare, guidare, santificare è il suo impegno»: così nell’omelia della sua messa giubilare del 50° il 29 giugno 1957, nel Santuario Regina Apostolorum (Carissimi in San Paolo, p. 180). Si noti l’insistente tridimensionalità. Già nel 1948, nell’elogio funebre del suo fedele don Timoteo Giaccardo, il Fondatore aveva tracciato un parallelo tra il primo sacerdote paolino e il Maestro divino. «Don Timoteo veniva chiamato ed era veramente il "Signor Maestro". Rappresentava bene il Signore: all’altare, in confessionale, sul pulpito... Nella scuola, nelle relazioni, nella vita privata... Era l’alter Christus... Era il Maestro: sempre in Cristo e nella Chiesa: libri, articoli, prediche. Era il maestro nella pietà eucaristica, liturgica, mariana... Egli viveva la divozione al divino Maestro e incarnò tutto l’ideale del Paolino nella sua integralità» (Febbraio 1948, CISP pp. 393-398). E nel 1955 don Alberione ribadiva che il Giaccardo, fin dal suo ingresso in San Paolo, «venisse designato con l’appellativo di "maestro", [perché] si mirava a questo: che ognuno, dal nome di "maestro" dato al sacerdote, ricordasse il Maestro divino, [e ciò] con due frutti: che ogni sacerdote […] si consideri più facilmente una copia di Gesù Maestro e sia realmente un facente funzione di lui, un "Alter Magister", diventando per i suoi e per l’apostolato ciò che dev’essere per missione: Via, Verità a Vita; inoltre che ogni alunno e membro dell’istituto guardi a lui come gli apostoli [guardavano] al Divino Maestro» (Giugno 1955, CISP, pp. 1206-1207). 2 Conseguente a questa identità di "immagine tridimensionale" del Maestro, l’agire del sacerdote dev’essere coerente sul piano apostolico: «Noi siamo nati per dare Gesù Cristo Via e Verità e Vita»; e «il frutto del nostro apostolato è proporzionato a questo: presentare Gesù Cristo, Via e Verità e Vita». Tale agire apostolico è sempre triforme: è predicazione sul piano della dottrina (Verità: di qui la redazione come primo compito); è azione pastorale e formativa sul piano morale (Via: di qui la guida delle persone, particolarmente in campo vocazionale); è infine ministero della grazia e dei sacramenti (Vita: di qui l’animazione spirituale delle comunità). Questo triplice compito, ispirato al trinomio giovanneo, è la traduzione della formula consacrata dal Vaticano II a proposito del sacerdozio «profetico, regale e sacerdotale».
Guida e animatore... ma anche fratello 3 L’anima del sacerdozio è la «mentalità sacerdotale» che – precisa don Alberione – è costituita da tre elementi: «a) profonda convinzione della verità, della morale e della liturgia; b) ardente amore alle anime; c) robustezza e fortezza di volontà». E ancora: «Il Divino Maestro manifestò chiaramente quale debba essere la mentalità sacerdotale: a) "Come il Padre ha mandato me, così io mando voi"; b) "Andate e predicate..."; c) "Insegnate a fare tutto ciò che io ho detto a voi"; d) "Battezzate..."; cioè: Predicate, reggete il popolo di Dio, santificatelo». Insomma «essere un secondo Cristo rispetto a Dio e all’umanità» (CISP, p. 1153). 4 In riferimento alla comunità, il sacerdote sarà dunque una guida e un animatore, ma anche un fratello tra fratelli; maestro di fede e di vita cristiana, ma sempre discepolo di Cristo. E qui si introduce un concetto originale di don Alberione, secondo cui la identità del sacerdote paolino, in quanto apostolo della nuova evangelizzazione, non è comprensibile se non in stretta collaborazione con il fratello Discepolo (consacrato laico), insignito di un "quasi-sacerdozio" e socio necessario del prete. Questa visione del sacerdozio condiviso deriva da una più matura visione di Chiesa, nello spirito di San Paolo, che definisce la comunità cristiana come "Corpo di Cristo" e sua "Sposa". In quanto sposa di Cristo, la Chiesa è anche Madre dei popoli e, come Cristo, è per tutte le genti Verità e Via e Vita: cioè maestra, formatrice, donatrice di grazia. E tuttavia, come potrebbe sentirsi all’altezza di un compito così imponente, soprattutto nell’epoca moderna, se non potesse contare su numerose forze associate, sulla collaborazione di persone e di gruppi generosi, dediti interamente alla salvezza dei fratelli? Di qui il progetto di "Famiglia Paolina" (ideato fin dal 1910, teorizzato compiutamente dal 1954 al 1964); una "famiglia" tutta protesa alla cristianizzazione del mondo, divenuto ormai una sola parrocchia, la "parrocchia del Papa" (cf Ut perfectus sit, I, pp. 371-382).
Zelo totale e dedizione totale 5 In questa concezione allargata del sacerdozio, rivestono un ruolo essenziale due valori sempre richiamati da don Alberione: lo zelo universale dell’apostolo Paolo, e la struttura canonica della vita consacrata con la professione dei voti, la quale assicura unità, stabilità, continuità, soprannaturalità all’apostolato, oltreché dedizione totale, dottrina pura e santità. Per questo infatti il paolino sacerdote assume i voti religiosi e si associa ai fratelli e alle sorelle, in comunità sempre più ampie: «per fare santi noi prima di tutto... e [per] dare frutti». Così il sacerdote religioso «dà al Signore e alle anime la pianta e i frutti, cioè se stesso e le opere: è un vero pastore che dà la vita, tutto» (cf Mihi vivere Christus, nn. 66-67; UPS I, 426). Una delle ultime annotazioni lasciate da don Alberione, dopo aver partecipato all’assise conciliare del Vaticano II, stabiliva: «Sarà necessario adeguare il Direttorio al Concilio Vaticano II e al nuovo Codice. Poi tener conto della professione religiosa come inserimento nella Chiesa: partecipazione alla sua sacramentalità e alla sua santità». Dunque l’assunzione della vita consacrata inserisce il sacerdozio ministeriale più profondamente nel mistero del Corpo mistico, nella sua intima vita teologale, sul duplice versante della sua realtà: la visibilità sacramentale (poiché i religiosi sono "segno" per il popolo di Dio) e la configurazione radicale al suo divino esemplare: «donec formetur Christus in vobis».
Le intuizioni sul sacerdozio Molte intuizioni sul sacerdozio attribuite a don Alberione erano patrimonio comune del clero e del laicato sin dalla fine dell’Ottocento. L’originalità de nostro caro Fondatore ci pare sia quella di aver capito a fondo, e tradotto in atto, alcuni fermenti più vivi della vita ecclesiale proposti dal movimento modernista e avallati dal Magistero pontificio per un "nuovo slancio" nella evangelizzazione, a partire da una visione più "apostolica" della vita e del ministero sacerdotale. Il sacerdozio di don Alberione si qualifica comunque, rispetto a quello diocesano, per i seguenti tratti:
Altamente significativo, infine, un dato che meriterà una maggiore considerazione: il sacerdozio diocesano, col quale don Alberione rimase sempre legato da fraterna solidarietà, venne integrato, dal 1938, con la fondazione di una congregazione femminile – le Suore di Gesù Buon Pastore "per affiancare i Reverendi Parroci" – e infine assunto anch’esso nell’ambito della Famiglia Paolina, mediante l’Istituto "Gesù Sacerdote" di vita secolare consacrata (1960), aggregato alla Società San Paolo, partecipe dei suoi ideali e di tutti i suoi valori, spirituali ed apostolici. Dopo mezzo secolo di esperienza risulta evidente la straordinaria ampiezza di prospettive, di santità e di vitalità apostolica, aperte nella Chiesa da questo come dagli altri istituti alberioniani, che arricchiscono di nuove fronde e fiori e frutti il vetusto albero del sacerdozio cattolico. Eliseo Sgarbossa |
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