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N. 1 gennaio 2010
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ATTUALITÀ -
FAO: UN VERTICE
INCONCLUDENTE
Contro
la fame: cambia la vita!
Ha ragione il Papa: il cibo è un diritto di tutti. Ma ancora una volta, come ha dimostrato l ultimo vertice FAO, i paesi ricchi preferiscono non impegnarsi fino in fondo. Così la guerra contro la fame non produce frutti consistenti. Correva l’anno 1943: da noi infuriava ancora la guerra, e un paio di mesi prima che Mussolini fosse destituito, arrestato e imprigionato sul Gran Sasso, a Hot Springs, nello stato nordamericano della Virginia, nasceva la Food and Agriculture Organization (FAO), la prima delle istituzioni tecniche specializzate create dalle Nazioni Unite, che il 16 ottobre 1945 sarebbe stata costituita ufficialmente a Quebec, con sede centrale a Washington. Dal settembre 1946 vi avrebbe aderito anche l’Italia e il 1° aprile 1951 gli uffici avrebbero traslocato nella sede definitiva di Roma. Molteplici i compiti affidati a questo organismo, tra cui: raccogliere e diffondere dati e informazioni concernenti la nutrizione e l’agricoltura, promuovere ricerche scientifiche, sociali ed economiche in materia, nonché la conservazione delle risorse naturali e l’impiego di metodi perfezionati di produzione agricola, il miglioramento dei sistemi educativi e amministrativi nel settore agricolo-alimentare, direttive per l’attuazione di adeguate forme di credito ai coltivatori, nonché la fornitura di assistenza tecnica ai governi che la richiedono. Sulla carta, un programma di grande interesse e di indubbia utilità – se attuato – sul piano internazionale.
In lotta contro la fame nel mondo Apparve subito chiaro che uno degli obiettivi primari da raggiungere era la lotta contro la fame nei paesi più poveri del mondo. Nel 1961, l’Organizzazione bandiva una "Campagna mondiale contro la fame", dopo che tre grandi inchieste da essa promosse nel 1946, 1952 e 1960, avevano evidenziato il dramma della fame in almeno metà del mondo e fissato degli obiettivi a corto e lungo termine da raggiungere attraverso un ampio piano di aiuti internazionali. La Conferenza della FAO, che si tiene ogni due anni, aveva anche ripartito i contributi degli stati membri stabilendone le quote: gli Stati Uniti il 32,51%, al Regno Unito il 10,20%, alla Francia il 7,51%, alla Germania il 5,6% e all’Italia il 2,74%. A metà dello scorso novembre, a Roma si è tenuta l’assemblea dedicata appunto alla fame nel mondo. Erano purtroppo assenti i cosiddetti "grandi" della terra, Obama, la Merkel, Sarkozy, Zapatero per fare dei nomi: tra i circa quattromila delegati c’erano il brasiliano Lula, oltre al Presidente del Consiglio Berlusconi, e tal colonnello Gheddafi preoccupato soprattutto di tenere lezioni di Corano circondato da circa duecento "hostess" appositamente selezionate con criteri da concorso di Miss Mondo (dovevano essere di bell’aspetto, bionde, di taglia 42 e vestite di nero!). I lavori vertevano sull’arduo tema della "sicurezza alimentare": ci si sarebbe aspettato che gli intervenuti prendessero atto della tragica situazione in cui si trovano tanti paesi poveri e decidessero qualcosa di concreto. I dati sono terrificanti e dimostrano che dal 1961 a oggi si è fatto poco o nulla per debellare lo spettro della fame: nel 2000, al vertice del Millennio, ci si era prefisso l’obiettivo di dimezzare il numero degli affamati, dagli 800 milioni di allora a 400 milioni entro il 2015. Le statistiche ci hanno detto che nel 2009 gli affamati sono saliti a 1 miliardo e 200 milioni, il che significa che ogni giorno muoiono 26 mila bambini nel mondo per malnutrizione e malattie infettive: uno ogni 3 secondi.
Ebbene, ecco la doccia fredda: nella dichiarazione finale del vertice non c’erano indicazioni concrete circa gli stanziamenti da parte dei paesi più ricchi; i presenti si sono limitati a ribadire (a parole) un "impegno comune" sulla cui concretezza pratica bisognerà ancora aspettare. Lo stesso Direttore generale della FAO, Jacques Diouf, ha preso atto con amarezza della mancanza di risultati, aggiungendo: «Non ho negoziato io il documento, anzi ne sono stato escluso. Con mio rammarico devo constatare che questa dichiarazione non contiene né gli obiettivi quantificati né le scadenze precise». Si è prospettata una cifra, pari a 44 miliardi di dollari, come sufficiente a garantire ad ogni latitudine la sicurezza alimentare: ma tale cifra è irrisoria se la paragoniamo, ad esempio, agli oltre 1.300 miliardi spesi annualmente in armamenti! Il cibo: un diritto di tutti Viene da chiedersi a questo punto se valga la pena di mantenere in vita questo "carrozzone" burocratico romano che non sa andare al di là delle parole; anzi il discorso può valere anche per l’ONU (che i francesi parafrasandone la sigla hanno definito "zéro nu"): basta vedere il deludente risultato del recente vertice di Copenhagen sul clima, dove non si è andati oltre le belle dichiarazioni di intenti. L’unico intervento che possiamo chiamare di "rottura" è venuto da Benedetto XVI, il quale nell’assemblea di Roma ha sostenuto che la lotta alla fame non è un’utopia, ma un traguardo possibile: «Il cibo – ha detto fra l’altro il Papa – è un diritto di tutti. Non è possibile continuare ad accettare opulenza e spreco. La Terra può nutrire tutti i suoi abitanti». Cioè non esiste un nesso causa-effetto tra la crescita della popolazione e la fame; il problema è la debolezza degli attuali meccanismi della sicurezza alimentare: «La stessa convocazione di questo vertice», ha aggiunto, «testimonia come gli attuali meccanismi vadano ripensati».
Non poteva parlare diversamente, in linea con l’enciclica Caritas in Veritate in cui sottolinea l’urgenza per l’Occidente di cambiare stili di vita, promuovere la cooperazione e lo sviluppo agricolo nel Terzo Mondo, rinunciando ai privilegi e soprattutto evitando gli sprechi. Famiglia Cristiana recentemente ha dedicato un’inchiesta molto ben documentata sugli sprechi, dal titolo "Undicesimo non sprecare": così apprendiamo che ogni anno soltanto in Italia si buttano via 6 milioni di tonnellate di cibo, con cui si potrebbero sfamare 3 milioni di persone! Cambiare stile di vita non è facile, immersi come siamo in una società che ha fatto dei consumi un dogma, e bombardati continuamente da messaggi che spingono a comprare, a vestirsi alla moda, a spendere nell’effimero. Una società che ci rende indifferenti davanti a macroscopiche diversità di trattamento tra le varie categorie di lavoratori, tanto che accettiamo tranquillamente che si paghino 10-12 milioni di euro all’anno per un calciatore o per un allenatore, mentre abbiamo dei ricercatori costretti a lavorare per 800 euro mensili o a recarsi all’estero per essere valorizzati come meritano.
Non bastano le dichiarazioni Bisognerebbe che le parole del Papa avessero una eco più ampia attraverso i mass media… C’è nostalgia di personaggi che possano influenzare l’opinione pubblica sulle grandi ingiustizie sociali con le loro opere e con coraggiose prese di posizione: una madre Teresa di Calcutta, ad esempio, o un vescovo come il brasiliano Helder Pessoa Câmara (di cui si è celebrato il centenario della nascita il 7 febbraio 1909 e il decimo anniversario della morte): il Sunday Times lo aveva definito «l’uomo più influente dell’America Latina dopo Fidel Castro». In realtà egli aveva la forza di un profeta: annunciava e denunciava, stando sempre dalla parte degli ultimi, difendendo strenuamente il diritto ad una vita dignitosa per tutti. Lo avevano anche definito, quando reggeva la diocesi di Olinda e Recife, il "vescovo rosso": succede a molti uomini di Chiesa quando denunciano le ingiustizie e si schierano contro i prepotenti. Capitò lo stesso da noi a don Primo Mazzolari, don Zeno Saltini, il fondatore di Nomadelfia, don Milani, padre David Maria Turoldo, «Se do il pane ai poveri», diceva Câmara, «tutti mi chiamano santo; se dimostro perché i poveri non hanno pane, mi chiamano comunista e sovversivo». Identica sorte è toccata recentemente al cardinale Tettamanzi, arcivescovo di Milano, che certi politici da strapazzo hanno tacciato di "comunista" o di "imam" per aver parlato del problema degli immigrati alla luce del Vangelo. Ma dove possiamo anche noi fare qualcosa è nello stile di vita: vivendo con più austerità, meno esigenze, riducendo anche il cibo, perché siamo una società di obesi e dobbiamo fare le diete per perdere i chili di grasso. Questo consentirebbe di allargare la nostra carità verso i missionari, gli unici che, ben oltre le "dichiarazioni di intenti" della Fao, aiutano concretamente a sfamare i poveri del Terzo Mondo impegnando la propria vita. Insomma, come è già stato detto, "contro la fame cambia la vita". Non ci sono alternative! Angelo Montonati |
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