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n. 2 FEBBRAIO 2007 EDITORIALE SERVIZI
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STORIE DI
FAMIGLIA Mettere radici altrove. Con i figli di
Graziella Favaro Il
mondo degli immigrati non è omogeneo e indifferenziato. Diverse le
provenienze nazionali; i modi di costituzione o ricomposizione, i
percorsi di arrivo e i progetti migratori, le storie e le
rappresentazioni familiari.
«Si chiamano Otman, Gharbi, Jpy Oboh e Zhu Yi Fei. Sono i primi bambini nati in Italia nel 2007, figli di immigrati che hanno fatto del nostro Paese la loro nuova casa...» (da: "2007: l’Italia in culla parla straniero", la Repubblica 2-1-2007). All’inizio dell’anno la fotografia dei nuovi italiani si compone di visi, colori della pelle, accenti, storie d’infanzia differenti e presenta ritratti di nuclei famigliari che hanno radici altrove, ma che conducono qui il loro presente e vi collocano di fatto il futuro. L’immigrazione straniera attraversa una fase nella quale sono compresenti due diversi momenti che chiamano in causa soggetti sociali, politiche di intervento, rappresentazioni del fenomeno divergenti e tra loro contrastanti. Da un lato, il fenomeno continua a essere visto, e temuto, come flusso di uomini e di donne, perlopiù irregolari, che si accompagna in parte a una rappresentazione di marginalità e allarme sociale. Dall’altro lato, l’immigrazione diventa sempre di più un fatto strutturale, una componente sociale che attraversa la nostra vita quotidiana, abita luoghi e territori comuni, modifica il paesaggio culturale, linguistico, etnico delle città e dei quartieri. Gli immigrati da qualche anno stanno "mettendo radici"; si stanno fermando qui, accanto a noi, senza tuttavia avere spesso consapevolmente deciso di restare. La loro sosta, che presumibilmente diventerà perenne o di lunga durata, si popola di nuove presenza: arrivano i coniugi e i figli rimasti fino a questo momento in patria; altri bambini nascono qui, nel Paese di immigrazione, e potranno diventare cittadini italiani al compimento della maggiore età. Da progetto e viaggio di singoli, l’immigrazione diventa dunque famigliare, coinvolge soggetti diversi, pone, all’interno del nucleo e, all’esterno, nei servizi, domande e bisogni di tipo nuovo. Rende non più rimandabile una politica dell’integrazione che metta al centro i nuovi soggetti sociali e le relazioni tra essi e i servizi per tutti. Al di là dei molti significati che possono essere attribuiti al termine integrazione, due aspetti sembrano infatti cruciali: l’integrazione non avviene per caso, ma è il risultato di un processo che deve essere progettato, voluto, sostenuto; l’integrazione è un processo bilaterale, che si origina dalle molteplici occasioni di interazione, scambio, confronto, scontro tra gli immigrati e le comunità locali (Zincone, 2001). In questo processo, destinato a cambiare profondamente luoghi, città, servizi, la famiglia immigrata riveste un ruolo centrale da vari punti di vista. Innanzi tutto, rispetto al tempo e al progetto migratorio: a causa della famiglia e per la famiglia avviene infatti la trasformazione da una dimensione temporale di provvisorietà a quella di stabilizzazione e di permanenza. Dal punto di vista dei riferimenti spaziali: la presenza dei figli che crescono "qui e ora" sposta sempre di più gli investimenti simbolici, affettivi ed economici dal Paese di origine a quello di accoglienza. In ogni caso, la famiglia è il luogo nel quale si riorganizza in modo nuovo la solidarietà interna e vengono ridefinite le priorità in ordine alle risorse disponibili. È anche il luogo nel quale si cerca di conciliare la grande diversità delle traiettorie di vita di ciascuno e di riproporre all’esterno la propria diversità come frutto dell’elaborazione e dell’alchimia fra storie di vita condotte qui e altrove. Possiamo dunque sintetizzare così le componenti proprie del nucleo immigrato, se confrontate alla migrazione dei singoli (Favaro 2000a):
Viaggi e storie differenti Ogni famiglia immigrata, come del resto accade anche per i nuclei autoctoni, costituisce un mondo a sé, un microcosmo fatto di legami e storie di fondazione, ruoli e risorse, affetti ed eventi. Parlare quindi di famiglie immigrate come di soggetti sociali omogenei e fra loro simili è astratto e fuorviante. Le differenze fra nucleo e nucleo sono tantissime, così come diversi sono i loro progetti, le condizioni di vita e le modalità di relazione con i servizi e il territorio. Proviamo a introdurre alcuni di questi elementi di distinzione soffermandoci sugli aspetti più "visibili" e documentabili. Una prima distinzione può essere fatta tra famiglie già costituite nel Paese d’origine che si ricompongono in Italia e famiglie neocostituite che iniziano la loro vita tessendo reti e relazioni nel Paese di immigrazione. Nel primo caso, la storia della famiglia è segnata, come abbiamo detto, da eventi salienti che ne hanno cambiato profondamente il tragitto e i ruoli. Il nucleo si è formato in patria, ha vissuto una parte della propria storia laggiù, finché è avvenuta la prima "frattura"; la partenza di uno dei due coniugi (il marito, nel caso di marocchini, tunisini, senegalesi; in altri casi, la moglie, per esempio per filippini, peruviani, ecuadoriani; altre volte entrambi: per molti cinesi, albanesi, ghanesi). La durata della separazione del nucleo può variare e in media è calcolata intorno ai quattro-cinque anni. Dopo questo tempo di distacco, durante il quale i vari soggetti della famiglia "spezzata" elaborano ciascuno a proprio modo l’assenza e le attese, la famiglia si ricompone nel Paese di immigrazione. Un evento cruciale nella biografia famigliare è dunque il momento del ricongiungimento: i precedenti equilibri si scompongono, nuovi legami si devono ritessere per colmare distanze, assenze e distacchi profondi. Fra i nuclei famigliari presenti oggi in Italia questo modo di "essere famiglia" è quello prevalente. Sono tuttavia numerosi anche i casi di nuclei neocostituiti: essi si originano in due diversi modi: dall’incontro di coniugi dello stesso o di diversi Paesi che risiedono da tempo nel Paese ospite; oppure in seguito al matrimonio dell’immigrato (maschio) con una connazionale residente in patria e l’arrivo della sposa subito dopo le nozze. All’interno del gruppo delle famiglie ricongiunte, possiamo operare inoltre ulteriori distinzioni che ci consentono di definire una tipologia basata sulle modalità di arrivo e di riunificazione dei nuclei e sul ruolo protagonista dell’uno e dell’altro coniuge (Tognetti Bordogna, 2004). Si può quindi avere:
Qualunque sia la modalità dell’arrivo, la ricomposizione del nucleo spezzato dalla migrazione rappresenta un evento cruciale per tutti i soggetti dell’incontro in quanto modifica gli equilibri precedenti, mette a confronto aspettative e attese, richiede a ciascuno di ridefinirsi e di ridefinire ruoli e relazioni che si comprimono dentro lo spazio della nuova dimora. Ricominciare a vivere insieme nel Paese di immigrazione rappresenta una tappa decisiva nella storia famigliare, che segna in maniera profonda un "prima" e un "dopo" e che comporta cambiamenti importanti che possono riguardare aspetti giuridici, sociali, economici, psicologici e della relazione, progettuali. Se l’immigrato singolo ha potuto continuare a vivere per anni in una sorta di invisibilità sociale, rispetto ai servizi e ai luoghi di vita per tutti, la presenza del nucleo famigliare lo costringe a entrare in contatto con i servizi, a modificare i suoi progetti, a rivedere le modalità di relazione all’interno e all’esterno della famiglia. Molti sono infatti gli elementi che entrano in gioco nel momento del re-incontro dopo la parentesi della separazione che può essere durata anni: uno spazio nuovo da suddividere in maniera diversa e da condividere; il progetto migratorio da riconsiderare nella sua durata, tempi, obiettivi; le relazioni affettive da ricostruire, a partire dai vissuti della distanza sedimentata nel tempo e di una conseguente estraneità dovuta alla lontananza protratta; le immagini reciproche da riconoscere e confrontare con le rappresentazioni che ciascuno ha elaborato durante l’assenza; le aspettative e le attese da rivedere o ridimensionare per far posto a nuove promesse e speranze da costruire insieme... Vediamo ora in maniera sintetica alcune caratteristiche delle famiglie immigrate, distinguendo tra: aspetti generali; storia famigliare e composizione del nucleo. Partiamo dalle caratteristiche generali:
Tra i nuclei immigrati, vi sono tre diverse situazioni che hanno a che fare con la genesi e la storia famigliare:
Alcune osservazioni che hanno a che fare con la composizione delle famiglie straniere riguardano:
Confrontiamo ora i modelli educativi e genitoriali. L’inserimento del figlio nei servizi educativi e nella scuola del Paese di immigrazione rappresenta per i genitori stranieri un evento cruciale, una tappa che modifica profondamente il progetto del nucleo e i legami tra le generazioni. Una sorta di ulteriore migrazione nella migrazione che richiede nuove forme di adattamento, autorizzazioni reciproche, aggiustamenti inediti tra perdite e guadagni/nuove acquisizioni. Il fatto, per esempio, che il figlio impari a leggere e a scrivere nella nuova lingua (e solo in questa), che diventi più competente e si senta maggiormente a suo agio nel mondo delle nuove parole e dei nuovi significati è certamente fonte di grande orgoglio e soddisfazione, ma è anche causa di timori per la perdita dei legami, per la frattura nella storia famigliare e nella memoria del gruppo. È anche una rimessa in discussione dei propri ruoli e funzioni di genitore. Un genitore che è considerato e si considera inadeguato a capire messaggi e contenuti e a rispondervi in maniera corretta, a sostenere il bambino nel labirinto dei nuovi apprendimenti, a essere esempio e mediatore al suo fianco, adulto competente nella nuova lingua, e non un infans (letteralmente, colui che è senza parole) al quale tradurre e spiegare. I servizi educativi, e i servizi in genere, anche senza volerlo, possono mettere a nudo le incapacità e gli impacci comunicativi dei genitori e disconoscere le loro competenze e abilità acquisite altrove e qui poco spendibili. Quando i figli varcano la soglia della struttura educativa del Paese ospite, l’orgoglio e le speranze si mescolano dunque ai timori, alle difese, alla perdita di potere e di autorità. Le modalità di relazione della famiglia immigrata con i servizi educativi del Paese ospite rappresentano l’occasione privilegiata per esprimere e mettere a confronto le differenti rappresentazioni di genitorialità e di rapporto tra le generazioni. I modi, i ruoli e le azioni attraverso cui si esprimono i significati della genitorialità mutano nel tempo e dipendono strettamente dai contesti sociali e culturali. Un ruolo ancora più difficile La migrazione introduce un ulteriore elemento di complessità perché chiede ad adulti che hanno storie differenti e radici altrove di essere padri e madri nel luogo di accoglienza, che può rimanere a lungo e per certi versi opaco e indecifrabile. Assumere il ruolo genitoriale nel Paese di migrazione significa trovarsi al centro di aspettative diverse e, a volte, di veri e propri conflitti. Vi è il nucleo di aspettative, desideri e pressioni che si originano dalla famiglia rimasta in patria e che si esprimono, da lontano, attraverso indicazioni, divieti, preoccupazioni. Messaggi che diventano invece elementi di negoziazione quotidiana nel caso di visite in patria. Vi sono, poi, i suggerimenti e le pressioni che vengono dai servizi e gli operatori, particolarmente significativi e cruciali quando riguardano i temi della protezione, della salute e della prevenzione dei piccoli. Infine, vi sono i convincimenti personali e famigliari, fatti di certezze, dubbi e aggiustamenti vari, dettati oltreché da saperi e esperienze, dalle interazioni quotidiane con il bambino, della sensibilità e dalle attenzioni dei genitori. La genitorialità nella migrazione si trova dunque al bivio tra direzioni diverse, decisioni da prendere e comportamenti da assumere, tenendo conto dei diversi punti di vista. Pur nella notevole varietà dei modi di essere genitore in un altro Paese (ogni famiglia è infatti un mondo culturale a sé), vi sono alcune differenze che si rendono evidenti e che vengono sottolineate dalle madri e dalle mediatrici straniere in numerose ricerche (La casa di tutti i colori, 2002; Favaro, Mantovani, Musatti, 2006). Vi è una rappresentazione sedimentata, e anche molto mitizzata e rimpianta, di una genitorialità distribuita e condivisa, che si scontra con una visione della parentalità riferita e ridotta alla sola coppia genitoriale, che diventa così eccessivamente gravata di responsabilità. Nei Paesi di origine, le scelte grandi e piccole e il compito di proteggere i piccoli sono attribuiti a una serie di parenti e adulti in senso esteso: famigliari, vicini di casa, persone con le quali i piccoli entrano in relazione. La madre può così "contenere" il figlio con maggiore tranquillità e agio perché è a sua volta "contenuta" da una schiera di persone con ruoli di supporto, controllo, aiuto, dal momento che, come scrive Bowlby, «occuparsi di neonati e di bambini non è un lavoro per una persona sola. Chi fornisce le cure deve a sua volta ricevere cure e assistenza». Proprio per questa situazione composita che attribuisce a ciascuno un ruolo interdipendente rispetto agli altri, diventare genitori è una tappa cruciale e irrinunciabile nella propria storia, ma è un evento naturale e, per certi aspetti, "banale". Possiamo dire che la genitorialità, così come se la rappresentano le donne immigrate, è dunque più "spontanea e meno pensata", piuttosto che pianificata e controllata fin nei dettagli, come spesso succede qui. I saperi e i gesti della cura sono inoltre trasmessi da una generazione all’altra e interiorizzati, grazie alla vicinanza dei due mondi, quello degli adulti e quello dei piccoli. Si impara a diventare padri e madri (soprattutto madri) efficaci, contando sull’esempio, sull’esperienza degli altri, sull’osservazione coinvolta, più che sulle informazioni e i pareri esperti. A partire dunque dai "pilastri" condivisi dalla genitorialità, che possiamo definire come cura, amore e rispetto, vi possono essere differenti mescolanze di saperi, gesti, attenzioni che enfatizzano ora l’una ora l’altra dimensione e componente e che si orientano verso modi di essere genitori più "tradizionali o più moderni". La genitorialità può essere:
Naturalmente, la rappresentazione, le pratiche e i gesti della genitorialità si combinano nelle diverse situazioni, attingendo ora a modi più "tradizionali", ora a modi definiti "moderni". Spesso i vincoli imposti dalla situazione di migrazione costringono verso scelte e comportamenti genitoriali mai pensati prima, né sperimentati. A fronte, per esempio, di una rappresentazione più tradizionale dell’essere genitori e di crescere un figlio come "il bambino di tutti", dentro il cerchio caldo della comunità di appartenenza, ci si trova a fare i conti con una genitorialità per forza di cose ristretta e iper responsabilizzata, concentrata e limitata alla sola coppia padre-madre. Gli operatori dei servizi educativi diventano allora gli altri adulti allevanti, che sostengono la madre e allargano l’orizzonte famigliare, andando a occupare ruoli fino ad allora riservati solo a consanguinei. Per molte madri immigrate tuttavia, la solitudine e l’isolamento che caratterizzano la maternità della migrazione possono riattivare paure e fantasmi di inadeguatezza e di isolamento. Anche il rapporto tra le generazioni che si definisce, per molti genitori stranieri, sull’immagine di una asimmetria verticale, può essere qui messo a dura prova da una spiazzante vicinanza e simmetria di ruoli fra adulti e minori. E ancora, a fronte di un "modello" educativo interiorizzato e basato sulla promozione precoce dell’autonomia, ma sempre nell’ambito di forti legami di interdipendenza, i genitori immigrati si trovano a confrontarsi con modalità educative che valorizzano l’indipendenza del bambino, senza tuttavia promuoverne forme di responsabilizzazione e di autonomia. Molti sono dunque gli interrogativi che affiorano, i dubbi ai quali dare risposta, le domande, quasi sempre inespresse, che disseminano il cammino della parentalità che si vive altrove. La sfida più grande è quella di accettare in maniera profonda, e di fare propria come famiglia, la storia di immigrazione del nucleo, con i suoi tratti epici, i cambiamenti, le tradizioni, le conquiste, gli aggiustamenti, le metamorfosi. In altre parole, si tratta di "volere l’immigrazione". Se i singoli possono vivere a lungo come provvisori e in transito nel nuovo Paese, i nuclei famigliari devono modificare il progetto, aprendo spazi di futuro e di nuova appartenenza per la generazione che verrà. Graziella
Favaro BIBLIOGRAFIA
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