Famiglia Oggi.

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n. 2 FEBBRAIO 2007

Sommario

EDITORIALE
Dialogo, ascolto e rispetto reciproco
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Mettere radici altrove. Con i figli
GRAZIELLA FAVARO

apep00010.gif (1261 byte) "Il diritto all’unità familiare
PATRIZIA COMITO

apep00010.gif (1261 byte) Una generazione in movimento
ENZO COLOMBO

apep00010.gif (1261 byte) Un destino già tracciato
VINICIO ONGINI

apep00010.gif (1261 byte) Le nostre famiglie allo specchio
ROSANGELA VEGETTI

apep00010.gif (1261 byte) Ascoltando Dio che parla
STELLA MORRA

DOSSIER
La dimensione del fenomeno immigrazione
FRANCO PITTAU

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Una realtà sociale in rapida trasformazione
BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Uno sguardo al Sud del mondo
STEFANO GORLA

Un’assenza che diventa presenza
ORSOLA VETRI (a cura di)

MATERIALI & APPUNTI
La mediazione interculturale
GIUSEPPINA CAMILLI

L’arte e la convivenza possibile
FRANCA PANSINI

Il messaggio del Papa
BENEDETTO XVI

CONSULENZA GENITORIALE
L’esperienza di due giovanissime
PAOLA DAL TOSO

POLITICHE FAMILIARI
Ma fa paura l’asilo nido?
DANIELA DEL BOCA, DANIELA VURI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
I benefici del "baby bonus"
STEFANO STIMAMIGLIO

IL CISF INFORMA
Potenziare le risposte al dolore

LIBRI & RIVISTE

 

STORIE DI FAMIGLIA

Mettere radici altrove. Con i figli

di Graziella Favaro
(pedagogista, esperta di educazione interculturale, Centro Come, Milano)

Il mondo degli immigrati non è omogeneo e indifferenziato. Diverse le provenienze nazionali; i modi di costituzione o ricomposizione, i percorsi di arrivo e i progetti migratori, le storie e le rappresentazioni familiari.
  

Da progetto e viaggio di singoli, l’immigrazione diventa dunque familiare, coinvolge soggetti diversi, pone, all’interno del nucleo e, all’esterno, nei servizi, domande e bisogni di tipo nuovo. Rende non più rimandabile una politica dell’integrazione.
  

«Si chiamano Otman, Gharbi, Jpy Oboh e Zhu Yi Fei. Sono i primi bambini nati in Italia nel 2007, figli di immigrati che hanno fatto del nostro Paese la loro nuova casa...» (da: "2007: l’Italia in culla parla straniero", la Repubblica 2-1-2007).

All’inizio dell’anno la fotografia dei nuovi italiani si compone di visi, colori della pelle, accenti, storie d’infanzia differenti e presenta ritratti di nuclei famigliari che hanno radici altrove, ma che conducono qui il loro presente e vi collocano di fatto il futuro. L’immigrazione straniera attraversa una fase nella quale sono compresenti due diversi momenti che chiamano in causa soggetti sociali, politiche di intervento, rappresentazioni del fenomeno divergenti e tra loro contrastanti. Da un lato, il fenomeno continua a essere visto, e temuto, come flusso di uomini e di donne, perlopiù irregolari, che si accompagna in parte a una rappresentazione di marginalità e allarme sociale. Dall’altro lato, l’immigrazione diventa sempre di più un fatto strutturale, una componente sociale che attraversa la nostra vita quotidiana, abita luoghi e territori comuni, modifica il paesaggio culturale, linguistico, etnico delle città e dei quartieri. Gli immigrati da qualche anno stanno "mettendo radici"; si stanno fermando qui, accanto a noi, senza tuttavia avere spesso consapevolmente deciso di restare. La loro sosta, che presumibilmente diventerà perenne o di lunga durata, si popola di nuove presenza: arrivano i coniugi e i figli rimasti fino a questo momento in patria; altri bambini nascono qui, nel Paese di immigrazione, e potranno diventare cittadini italiani al compimento della maggiore età.

Da progetto e viaggio di singoli, l’immigrazione diventa dunque famigliare, coinvolge soggetti diversi, pone, all’interno del nucleo e, all’esterno, nei servizi, domande e bisogni di tipo nuovo. Rende non più rimandabile una politica dell’integrazione che metta al centro i nuovi soggetti sociali e le relazioni tra essi e i servizi per tutti. Al di là dei molti significati che possono essere attribuiti al termine integrazione, due aspetti sembrano infatti cruciali: l’integrazione non avviene per caso, ma è il risultato di un processo che deve essere progettato, voluto, sostenuto; l’integrazione è un processo bilaterale, che si origina dalle molteplici occasioni di interazione, scambio, confronto, scontro tra gli immigrati e le comunità locali (Zincone, 2001).

In questo processo, destinato a cambiare profondamente luoghi, città, servizi, la famiglia immigrata riveste un ruolo centrale da vari punti di vista. Innanzi tutto, rispetto al tempo e al progetto migratorio: a causa della famiglia e per la famiglia avviene infatti la trasformazione da una dimensione temporale di provvisorietà a quella di stabilizzazione e di permanenza. Dal punto di vista dei riferimenti spaziali: la presenza dei figli che crescono "qui e ora" sposta sempre di più gli investimenti simbolici, affettivi ed economici dal Paese di origine a quello di accoglienza. In ogni caso, la famiglia è il luogo nel quale si riorganizza in modo nuovo la solidarietà interna e vengono ridefinite le priorità in ordine alle risorse disponibili. È anche il luogo nel quale si cerca di conciliare la grande diversità delle traiettorie di vita di ciascuno e di riproporre all’esterno la propria diversità come frutto dell’elaborazione e dell’alchimia fra storie di vita condotte qui e altrove. Possiamo dunque sintetizzare così le componenti proprie del nucleo immigrato, se confrontate alla migrazione dei singoli (Favaro 2000a):

dal punto di vista temporale, si passa dalla provvisorietà alla permanenza;

dal punto di vista dei riferimenti spaziali, ruolo preponderante assume, (pur in presenza, a volte, di forti resistenze) il Paese e il luogo di accoglienza su quello di origine;

dal punto di vista delle relazioni interne, la famiglia immigrata funziona come un quadro in movimento in cui si cerca di conciliare e di amalgamare la diversità delle storie e delle traiettorie individuali, definendo di volta in volta ciò che costituisce il nucleo irrinunciabile dell’identità e ciò che può essere modificato, abbandonato, re-interpretato;

dal punto di vista delle relazioni con l’esterno, il nucleo immigrato propone riferimenti e comportamenti, più o meno elaborati, che hanno a che fare con i temi delle differenze e delle analogie e che possono portare a stabilire alleanze o, viceversa, a suscitare confronti, interrogativi, scontri. Una disattenzione, o un errore, che spesso operatori e autoctoni possono compiere nella relazione con il nucleo immigrato sono quelli di considerare ciascuno per sé, con i propri bisogni e le proprie scelte, staccato dalle reti e dalla storia famigliari. E invece, dietro ogni storia e viaggio di migrazione c’è sempre un gruppo familiare, più o meno esteso, che accompagna l’esodo e la permanenza degli individui. Si parte da soli, ma si parte per la famiglia, grazie alle reti di aiuto e di sostegno familiare e anche contro e nonostante la famiglia. I progetti del migrante si originano, si organizzano e si compiono ancorandosi alle aspettative, ai bisogni, alle promesse fatte al nucleo di appartenenza. Questo non significa che le scelte di ciascuno si debbano compiere rimanendo sempre "ostaggio" della famiglia, ma significa considerare le storie individuali all’interno della ricchezza e dei vincoli relazionali della famiglia e del gruppo di appartenenza;

dal punto di vista delle risorse, la famiglia immigrata riorganizza in forme nuove la propria solidarietà e definisce le priorità dei consumi entro una rete di obblighi e di attenzioni ai bisogni e ai desideri di ciascuno che muta nel tempo.

Viaggi e storie differenti

Ogni famiglia immigrata, come del resto accade anche per i nuclei autoctoni, costituisce un mondo a sé, un microcosmo fatto di legami e storie di fondazione, ruoli e risorse, affetti ed eventi. Parlare quindi di famiglie immigrate come di soggetti sociali omogenei e fra loro simili è astratto e fuorviante. Le differenze fra nucleo e nucleo sono tantissime, così come diversi sono i loro progetti, le condizioni di vita e le modalità di relazione con i servizi e il territorio. Proviamo a introdurre alcuni di questi elementi di distinzione soffermandoci sugli aspetti più "visibili" e documentabili. Una prima distinzione può essere fatta tra famiglie già costituite nel Paese d’origine che si ricompongono in Italia e famiglie neocostituite che iniziano la loro vita tessendo reti e relazioni nel Paese di immigrazione. Nel primo caso, la storia della famiglia è segnata, come abbiamo detto, da eventi salienti che ne hanno cambiato profondamente il tragitto e i ruoli. Il nucleo si è formato in patria, ha vissuto una parte della propria storia laggiù, finché è avvenuta la prima "frattura"; la partenza di uno dei due coniugi (il marito, nel caso di marocchini, tunisini, senegalesi; in altri casi, la moglie, per esempio per filippini, peruviani, ecuadoriani; altre volte entrambi: per molti cinesi, albanesi, ghanesi). La durata della separazione del nucleo può variare e in media è calcolata intorno ai quattro-cinque anni. Dopo questo tempo di distacco, durante il quale i vari soggetti della famiglia "spezzata" elaborano ciascuno a proprio modo l’assenza e le attese, la famiglia si ricompone nel Paese di immigrazione.

Un evento cruciale nella biografia famigliare è dunque il momento del ricongiungimento: i precedenti equilibri si scompongono, nuovi legami si devono ritessere per colmare distanze, assenze e distacchi profondi. Fra i nuclei famigliari presenti oggi in Italia questo modo di "essere famiglia" è quello prevalente. Sono tuttavia numerosi anche i casi di nuclei neocostituiti: essi si originano in due diversi modi: dall’incontro di coniugi dello stesso o di diversi Paesi che risiedono da tempo nel Paese ospite; oppure in seguito al matrimonio dell’immigrato (maschio) con una connazionale residente in patria e l’arrivo della sposa subito dopo le nozze. All’interno del gruppo delle famiglie ricongiunte, possiamo operare inoltre ulteriori distinzioni che ci consentono di definire una tipologia basata sulle modalità di arrivo e di riunificazione dei nuclei e sul ruolo protagonista dell’uno e dell’altro coniuge (Tognetti Bordogna, 2004). Si può quindi avere:

il ricongiungimento famigliare organizzato dall’uomo, che prevede l’arrivo della moglie e dei figli in un secondo tempo. È questa la modalità più "tradizionale" e diffusa tra i gruppi provenienti dal Nord Africa, dal Senegal, composti perlopiù da persone di religione musulmana;

il ricongiungimento "al femminile", che ribalta i percorsi tradizionale dell’esodo. In questo caso è la donna espatriata a far giungere in un secondo tempo il coniuge e i figli. Si tratta della modalità più diffusa fra le immigrate filippine, salvadoregne, peruviane, provenienti dall’Europa dell’Est e appartenenti alle comunità che registrano di conseguenza una forte predominanza femminile;

il ricongiungimento dei figli, quando i genitori sono entrambi emigrati, partiti insieme o a distanza ravvicinata l’uno dall’altro e fanno giungere in Italia i figli affidati fino a quel momento ai famigliari (per esempio, dal Ghana e dalla Cina). In certi casi, la riunificazione dei figli con i genitori può essere "selettiva" o avvenire "a puntate": si fanno giungere per primi i più piccoli, perché più bisognosi di attenzione o, viceversa, i più grandi e autonomi. I primi ad arrivare possono essere i maschi, portati qui perché compiano un percorso scolastico che prefigura possibilità di inserimento professionale e si lasciano nel Paese di origine le bambine, affinché crescano in maniera più consona alla tradizione della famiglia.

Qualunque sia la modalità dell’arrivo, la ricomposizione del nucleo spezzato dalla migrazione rappresenta un evento cruciale per tutti i soggetti dell’incontro in quanto modifica gli equilibri precedenti, mette a confronto aspettative e attese, richiede a ciascuno di ridefinirsi e di ridefinire ruoli e relazioni che si comprimono dentro lo spazio della nuova dimora. Ricominciare a vivere insieme nel Paese di immigrazione rappresenta una tappa decisiva nella storia famigliare, che segna in maniera profonda un "prima" e un "dopo" e che comporta cambiamenti importanti che possono riguardare aspetti giuridici, sociali, economici, psicologici e della relazione, progettuali.

Se l’immigrato singolo ha potuto continuare a vivere per anni in una sorta di invisibilità sociale, rispetto ai servizi e ai luoghi di vita per tutti, la presenza del nucleo famigliare lo costringe a entrare in contatto con i servizi, a modificare i suoi progetti, a rivedere le modalità di relazione all’interno e all’esterno della famiglia. Molti sono infatti gli elementi che entrano in gioco nel momento del re-incontro dopo la parentesi della separazione che può essere durata anni: uno spazio nuovo da suddividere in maniera diversa e da condividere; il progetto migratorio da riconsiderare nella sua durata, tempi, obiettivi; le relazioni affettive da ricostruire, a partire dai vissuti della distanza sedimentata nel tempo e di una conseguente estraneità dovuta alla lontananza protratta; le immagini reciproche da riconoscere e confrontare con le rappresentazioni che ciascuno ha elaborato durante l’assenza; le aspettative e le attese da rivedere o ridimensionare per far posto a nuove promesse e speranze da costruire insieme...

Vediamo ora in maniera sintetica alcune caratteristiche delle famiglie immigrate, distinguendo tra: aspetti generali; storia famigliare e composizione del nucleo. Partiamo dalle caratteristiche generali:

la pluralità dell’appartenenza: i nuclei immigrati provengono da molti diversi Paesi. Fra i minori stranieri inseriti nella scuola italiana si contano ben 191 nazionalità (Ministero della pubblica istruzione, 2006);

la stabilizzazione: sempre più rilevante è il numero di immigrati che ha acquisito le condizioni per poter richiedere la carta di soggiorno, dal momento che è in Italia da 5-6 anni e oltre. Essi rappresentano circa il 45% degli stranieri regolarmente presenti, mentre coloro che hanno già ottenuto il documento di soggiorno di lunga durata sono circa 500.000 (Caritas-Migrantes, 2005);

comportamenti riproduttivi più fecondi: il numero di figli per famiglia straniera è circa il doppio rispetto a quello degli autoctoni, ma è inferiore rispetto a quello che si registra nel Paese di provenienza (a eccezione della Cina). Le nascite dei bimbi stranieri rappresentano quasi il 10% a livello nazionale, ma presentano forti differenziazioni tra le aree del Paese: costituiscono infatti il 15% dei nati nelle regioni del Nord (con percentuali che superano il 20% a Milano, Brescia, Mantova, Piacenza); l’11% dei nati al Centro e solo il 2% al Sud;

livelli di istruzione medio-alti: i livelli di scolarità che si registrano fra gli immigrati stranieri sono più elevati di quelli della popolazione autoctona. Alcuni dati: il 12,1% dichiara di essere laureato (7,5% fra gli italiani); il 27,8% ha frequentato la scuola superiore (25,9% fra gli autoctoni); il 32,9% la scuola media (30,1% degli italiani); 12,6% la scuola elementare (25,4% degli autoctoni); 12,1% è alfabetizzato pur senza avere terminato la scuola elementare (9,7% della popolazione italiana); gli analfabeti stranieri sono il 2,5% (1,5% fra gli italiani). (Caritas-Migrantes, 2006).

Tra i nuclei immigrati, vi sono tre diverse situazioni che hanno a che fare con la genesi e la storia famigliare:

le famiglie neocostituite, che si formano in Italia e conducono qui la loro storia famigliare;

le famiglie ricongiunte, che si ricompongono nel Paese di immigrazione dopo un periodo più o meno lungo di separazione del nucleo a seguito del viaggio di uno dei suoi membri;

le famiglie "spezzate", che continuano a vivere una situazione di frattura e di legame transnazionale: il padre qui, la moglie e i figli nel Paese d’origine; la donna qui, il marito e i figli in patria; i genitori qui e i figli ancora laggiù...

Alcune osservazioni che hanno a che fare con la composizione delle famiglie straniere riguardano:

l’assenza della generazione degli anziani: in termini relazionali, affettivi, di ruolo questo comporta alcuni "impoverimenti": gli adulti, con la migrazione, cessano improvvisamente di essere figli e perdono il confronto quotidiano e reale con la generazione precedente. I bambini possono contare in maniera ridotta su una riserva di racconti, memorie e tradizioni che creano legami intrafamigliari profondi e collocano ciascuno in una geografia famigliare densa e plurale;

la presenza di nuclei monogenitoriali: soprattutto in alcune comunità, a forte prevalenza femminile, sono molto diffuse le famiglie che vedono la presenza delle madri sole con figli (latino-americane, provenienti dall’Europa dell’Est...). Iniziata a volte come una migrazione a tempo, la presenza femminile si stabilizza di fatto, formando delle catene di solidarietà femminile, ma confrontandosi anche con situazioni di minori e di adolescenti cresciuti "senza padri" (Favaro, Napoli 2004); 

la coabitazione diffusa e il prevalere di relazioni orizzontali: diffuse sono anche le situazioni di coabitazione tra membri della stessa famiglia collocati in senso orizzontale. Si vengono così a stabilire forme di vicinanza e reciproca solidarietà fra fratelli, sorelle, cugini... che condividono l’alloggio, organizzano forme di mutuo aiuto, collaborano alla cura dell’infanzia.

Confrontiamo ora i modelli educativi e genitoriali. L’inserimento del figlio nei servizi educativi e nella scuola del Paese di immigrazione rappresenta per i genitori stranieri un evento cruciale, una tappa che modifica profondamente il progetto del nucleo e i legami tra le generazioni. Una sorta di ulteriore migrazione nella migrazione che richiede nuove forme di adattamento, autorizzazioni reciproche, aggiustamenti inediti tra perdite e guadagni/nuove acquisizioni. Il fatto, per esempio, che il figlio impari a leggere e a scrivere nella nuova lingua (e solo in questa), che diventi più competente e si senta maggiormente a suo agio nel mondo delle nuove parole e dei nuovi significati è certamente fonte di grande orgoglio e soddisfazione, ma è anche causa di timori per la perdita dei legami, per la frattura nella storia famigliare e nella memoria del gruppo. È anche una rimessa in discussione dei propri ruoli e funzioni di genitore.

Un genitore che è considerato e si considera inadeguato a capire messaggi e contenuti e a rispondervi in maniera corretta, a sostenere il bambino nel labirinto dei nuovi apprendimenti, a essere esempio e mediatore al suo fianco, adulto competente nella nuova lingua, e non un infans (letteralmente, colui che è senza parole) al quale tradurre e spiegare.

I servizi educativi, e i servizi in genere, anche senza volerlo, possono mettere a nudo le incapacità e gli impacci comunicativi dei genitori e disconoscere le loro competenze e abilità acquisite altrove e qui poco spendibili. Quando i figli varcano la soglia della struttura educativa del Paese ospite, l’orgoglio e le speranze si mescolano dunque ai timori, alle difese, alla perdita di potere e di autorità.

Le modalità di relazione della famiglia immigrata con i servizi educativi del Paese ospite rappresentano l’occasione privilegiata per esprimere e mettere a confronto le differenti rappresentazioni di genitorialità e di rapporto tra le generazioni. I modi, i ruoli e le azioni attraverso cui si esprimono i significati della genitorialità mutano nel tempo e dipendono strettamente dai contesti sociali e culturali.

Un ruolo ancora più difficile

La migrazione introduce un ulteriore elemento di complessità perché chiede ad adulti che hanno storie differenti e radici altrove di essere padri e madri nel luogo di accoglienza, che può rimanere a lungo e per certi versi opaco e indecifrabile. Assumere il ruolo genitoriale nel Paese di migrazione significa trovarsi al centro di aspettative diverse e, a volte, di veri e propri conflitti. Vi è il nucleo di aspettative, desideri e pressioni che si originano dalla famiglia rimasta in patria e che si esprimono, da lontano, attraverso indicazioni, divieti, preoccupazioni. Messaggi che diventano invece elementi di negoziazione quotidiana nel caso di visite in patria. Vi sono, poi, i suggerimenti e le pressioni che vengono dai servizi e gli operatori, particolarmente significativi e cruciali quando riguardano i temi della protezione, della salute e della prevenzione dei piccoli. Infine, vi sono i convincimenti personali e famigliari, fatti di certezze, dubbi e aggiustamenti vari, dettati oltreché da saperi e esperienze, dalle interazioni quotidiane con il bambino, della sensibilità e dalle attenzioni dei genitori.

La genitorialità nella migrazione si trova dunque al bivio tra direzioni diverse, decisioni da prendere e comportamenti da assumere, tenendo conto dei diversi punti di vista. Pur nella notevole varietà dei modi di essere genitore in un altro Paese (ogni famiglia è infatti un mondo culturale a sé), vi sono alcune differenze che si rendono evidenti e che vengono sottolineate dalle madri e dalle mediatrici straniere in numerose ricerche (La casa di tutti i colori, 2002; Favaro, Mantovani, Musatti, 2006). Vi è una rappresentazione sedimentata, e anche molto mitizzata e rimpianta, di una genitorialità distribuita e condivisa, che si scontra con una visione della parentalità riferita e ridotta alla sola coppia genitoriale, che diventa così eccessivamente gravata di responsabilità. Nei Paesi di origine, le scelte grandi e piccole e il compito di proteggere i piccoli sono attribuiti a una serie di parenti e adulti in senso esteso: famigliari, vicini di casa, persone con le quali i piccoli entrano in relazione. La madre può così "contenere" il figlio con maggiore tranquillità e agio perché è a sua volta "contenuta" da una schiera di persone con ruoli di supporto, controllo, aiuto, dal momento che, come scrive Bowlby, «occuparsi di neonati e di bambini non è un lavoro per una persona sola. Chi fornisce le cure deve a sua volta ricevere cure e assistenza». Proprio per questa situazione composita che attribuisce a ciascuno un ruolo interdipendente rispetto agli altri, diventare genitori è una tappa cruciale e irrinunciabile nella propria storia, ma è un evento naturale e, per certi aspetti, "banale".

Possiamo dire che la genitorialità, così come se la rappresentano le donne immigrate, è dunque più "spontanea e meno pensata", piuttosto che pianificata e controllata fin nei dettagli, come spesso succede qui. I saperi e i gesti della cura sono inoltre trasmessi da una generazione all’altra e interiorizzati, grazie alla vicinanza dei due mondi, quello degli adulti e quello dei piccoli. Si impara a diventare padri e madri (soprattutto madri) efficaci, contando sull’esempio, sull’esperienza degli altri, sull’osservazione coinvolta, più che sulle informazioni e i pareri esperti. A partire dunque dai "pilastri" condivisi dalla genitorialità, che possiamo definire come cura, amore e rispetto, vi possono essere differenti mescolanze di saperi, gesti, attenzioni che enfatizzano ora l’una ora l’altra dimensione e componente e che si orientano verso modi di essere genitori più "tradizionali o più moderni". La genitorialità può essere:

distribuita fra componenti diversi del gruppo famigliare esteso;

basata su una responsabilità condivisa con altri adulti che fanno parte della famiglia in senso allargato;

contestualizzata e "impensata", riferita alla dimensione del "qui e ora";

trasmessa e interiorizzata, attraverso lo scambio tra generazioni, l’esempio, la vicinanza del mondo adulto e bambino;

esperienziale, frutto della storia famigliare, collaudata grazie alla vicinanza delle generazioni;

concentrata e riferita spesso alla sola coppia parentale;

basata sulla responsabilità personale, ristretta al solo nucleo familiare;

progettata ed elaborata nel tempo e soprattutto durante l’attesa;

appresa attraverso le informazioni esperte, i libri, i servizi dedicati alla cura dell’infanzia;

pensata e tutta da sperimentare.

Naturalmente, la rappresentazione, le pratiche e i gesti della genitorialità si combinano nelle diverse situazioni, attingendo ora a modi più "tradizionali", ora a modi definiti "moderni". Spesso i vincoli imposti dalla situazione di migrazione costringono verso scelte e comportamenti genitoriali mai pensati prima, né sperimentati. A fronte, per esempio, di una rappresentazione più tradizionale dell’essere genitori e di crescere un figlio come "il bambino di tutti", dentro il cerchio caldo della comunità di appartenenza, ci si trova a fare i conti con una genitorialità per forza di cose ristretta e iper responsabilizzata, concentrata e limitata alla sola coppia padre-madre. Gli operatori dei servizi educativi diventano allora gli altri adulti allevanti, che sostengono la madre e allargano l’orizzonte famigliare, andando a occupare ruoli fino ad allora riservati solo a consanguinei. Per molte madri immigrate tuttavia, la solitudine e l’isolamento che caratterizzano la maternità della migrazione possono riattivare paure e fantasmi di inadeguatezza e di isolamento. Anche il rapporto tra le generazioni che si definisce, per molti genitori stranieri, sull’immagine di una asimmetria verticale, può essere qui messo a dura prova da una spiazzante vicinanza e simmetria di ruoli fra adulti e minori.

E ancora, a fronte di un "modello" educativo interiorizzato e basato sulla promozione precoce dell’autonomia, ma sempre nell’ambito di forti legami di interdipendenza, i genitori immigrati si trovano a confrontarsi con modalità educative che valorizzano l’indipendenza del bambino, senza tuttavia promuoverne forme di responsabilizzazione e di autonomia. Molti sono dunque gli interrogativi che affiorano, i dubbi ai quali dare risposta, le domande, quasi sempre inespresse, che disseminano il cammino della parentalità che si vive altrove.

La sfida più grande è quella di accettare in maniera profonda, e di fare propria come famiglia, la storia di immigrazione del nucleo, con i suoi tratti epici, i cambiamenti, le tradizioni, le conquiste, gli aggiustamenti, le metamorfosi.

In altre parole, si tratta di "volere l’immigrazione".

Se i singoli possono vivere a lungo come provvisori e in transito nel nuovo Paese, i nuclei famigliari devono modificare il progetto, aprendo spazi di futuro e di nuova appartenenza per la generazione che verrà.

Graziella Favaro
   

BIBLIOGRAFIA

  • AA.VV., 2003, Famiglie immigrate e società multiculturale. Dossier monografico, Studi Zancan n. 6.

  • F. Balsamo, Famiglie di migranti, Carocci, Roma 2003.

  • Caritas-Migrantes, Immigrazione. Dossier statistico 2005, Idos, Roma 2005.

  • Caritas-Migrantes, Immigrazione. Dossier statistico 2006, Idos, Roma 2006.

  • G. Favaro, Le famiglie immigrate: microcosmo di affetti, progetti, cambiamenti, in AA.VV., La rete spezzata, Feltrinelli, Milano 2000a.

  • G. Favaro (2000b), Le radici e le foglie. Essere genitori nella migrazione, in Adultità n. 11.

  • G. Favaro, S. Mantovani, T. Musatti (a cura di), Nello stesso nido. Famiglie e bambini stranieri nei servizi educativi, Angeli, Milano 2006.

  • La casa di tutti i colori, Mille modi di crescere. Bambini immigrati e modi di cura, Angeli, Milano 2002.

  • G. Favaro, M. Napoli (a cura di), Ragazze e ragazzi nella migrazione. Adolescenti stranieri: identità, racconti, progetti, Guerini, Milano 2004.

  • Ministero della Pubblica Istruzione (2006), Alunni con cittadinanza non italiana. Anno scolastico 2005-2006, cicl e sul sito: www.istruzione.it

  • M. Tognetti Bordogna (a cura di), Ricongiungere la famiglia altrove, Angeli, Milano 2004.

  • G. Zincone (a cura di), Secondo rapporto sull’integrazione degli immigrati in Italia, Il Mulino, Bologna 2001.

    








 

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