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n. 2 FEBBRAIO 2007 EDITORIALE SERVIZI
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FAMIGLIE
IMMIGRATE E SCUOLA Un destino già tracciato di
Vinicio Ongini La prosecuzione negli
studi secondari è uno dei problemi della scolarizzazione dei ragazzi
stranieri, sia per gli insuccessi che per l’orientamento e la scelta
dell’indirizzo. La forte concentrazione di immigrati provoca l’abbandono
da parte degli italiani. È un fenomeno da contrastare.
Dice un genitore cinese di Prato: «Le ho detto che se vuole fare l’università, anche prendere un dottorato, non è problema, io la faccio studiare. Noi non abbiamo studiato e ora non c’è più niente da fare. Io ho il diploma di media inferiore». Il signor Liao, che gestisce un’attività di "Pronto moda" a Prato nutre grandi ambizioni per l’educazione futura della figlia che ha 15 anni: si tratta della figlia più giovane sulla quale si riversano le aspettative di studio della famiglia visto che le sorelle maggiori non hanno proseguito gli studi. Dice, ancora, il signor Liao: «Noi cinesi d’Italia parliamo molto poco del futuro dei figli, delle scuole che scelgono. In Cina non si fa altro che parlare dei figli, qui no. In genere noi che viviamo in Italia non diamo molta importanza al problema dell’educazione dei ragazzi e non so dire perché... Perché noi siamo qui per guadagnare i soldi, ma la cosa assurda è che lo facciamo per la generazione che viene dopo di noi e allora non capisco perché non li facciamo studiare. In Cina se qualcuno ha un negozio non chiede ai figli di aiutarlo. Qui no. In Cina i figli dei miei amici vanno tutti all’università». Un genitore cinese, immigrato in Italia, si interroga sul futuro scolastico dei propri figli e tuttavia ammette la scarsa rilevanza che i temi della scuola e dell’istruzione hanno presso i suoi connazionali («noi cinesi d’Italia parliamo molto poco del futuro dei figli, delle scuole che scelgono...»). I dati sugli esiti scolastici degli alunni cinesi sembrano dargli ragione: in Toscana, ad esempio, nelle province di Firenze e Prato, sono alti i tassi di insuccesso scolastico dei ragazzi cinesi. Le cause sono da ricercare, oltre che nelle difficoltà linguistiche, nella condizione in cui vengono a trovarsi i ragazzi cinesi, spinti precocemente ad assumere ruoli di responsabilità e di coinvolgimento nel lavoro all’interno della famiglia. Fra i cinesi provenienti dalle regioni del Sud della Cina (l’immigrazione più recente, proveniente dalle regioni del Nord, ha un diverso atteggiamento verso l’istruzione dei figli) pochi pensano che i propri figli adolescenti potranno avere un destino diverso dal loro: nella maggior parte dei casi permettono loro di frequentare la scuola giusto il tempo necessario ad apprendere un minimo d’italiano, quanto basta per intrattenere rapporti di lavoro, piuttosto che per comunicare con gli italiani e si curano poco delle reali capacità, attitudini, aspirazioni dei figli. Alla richiesta di completare la frase «se imparerò bene l’italiano...?» quasi tutti gli alunni cinesi di una scuola di Prato rispondono «aiuterò mio padre», oppure «guadagnerò tanti soldi» oppure «aprirò un ristorante». Sembrano convinti che altri abbiano già tracciato il loro destino e sono certi di non poterlo in alcun modo cambiare. Anche in una ricerca condotta a Milano su un campione di adolescenti stranieri, rappresentativi delle principali cittadinanze (egiziani, filippini, peruviani, eritrei, cinesi), alla domanda sulle aspettative rispetto alla scuola il 26% dei ragazzi cinesi dichiara di voler sospendere gli studi dopo la secondaria di primo grado contro un limitato 5% degli altri gruppi di immigrati. In più spicca il basso interesse per il proseguimento all’università: il 12% dei cinesi rispetto al 31% del campione complessivo. Il signor Liao, con il suo accorato appello, fa eccezione: «Le ho detto che se vuole fare l’università, anche prendere un dottorato, non è problema, io la faccio studiare», ma la sua è anche una testimonianza rivelatrice di quanto siano difficili i rapporti tra famiglie immigrate e scuole e quanto pesino sul futuro dei figli le aspettative, il sostegno e il grado di istruzione dei genitori. In una ricerca condotta in Emilia-Romagna sull’integrazione scolastica delle seconde generazioni di stranieri nelle scuole secondarie di primo grado è stato indagato l’effetto della condizione della famiglia sul successo scolastico dei figli. La ricerca è stata svolta con il contributo della Regione Emilia-Romagna e dell’Ufficio scolastico regionale nell’ottobre 2005-ottobre 2006 dall’Osservatorio sulle differenze del Comune di Bologna: L’integrazione scolastica delle seconde generazioni di stranieri nelle scuole secondarie di primo grado della Regione Emilia Romagna. Nella valutazione delle variabili che influiscono sul rendimento e, più in generale, sull’integrazione scolastica dei ragazzi stranieri oltre il sesso, il Paese di origine e la storia migratoria dell’intervistato sono stati presi in considerazione gli effetti di altre variabili quali l’interesse dei genitori per l’andamento scolastico del ragazzo e il grado di padronanza della lingua italiana. L’analisi permette, inoltre, di prendere in considerazione i casi in cui, attraverso l’interesse per la scuola, i genitori immigrati con bassa istruzione investano sulla formazione dei figli proprio come istanza di "riscatto sociale". Mediamente i figli superano i genitori per risultati scolastici, status economico, esiti occupazionali, pur con una grande differenza tra nazionalità. Gli immigrati con titoli di studio di livello superiore hanno, come era lecito attendersi, in proporzione maggiore, figli che intendono fare il liceo piuttosto che l’istituto tecnico o professionale e che vogliono andare all’università. Andando a vedere come interviene la variabile "interesse per la scuola" rispetto al titolo di studio della madre e del padre, si nota come la proporzione delle madri che si informa tutti i giorni sull’andamento del ragazzo a scuola aumenta con l’aumentare del loro titolo di studio con un netto stacco per chi ha la laurea. Anche per i padri questa relazione lineare si mantiene, ma la progressione dell’interesse collegata al titolo di studio è in proporzione minore (il 39% dei padri stranieri appare informarsi quotidianamente, mentre questo appare vero per una proporzione maggiore di madri straniere, il 54%). Tra coloro che non si informano mai e non hanno un’istruzione elevata (fino alle scuole medie) il divario tra madri e padri appare più evidente: il 26% delle madri contro il 43% dei padri. L’interesse quotidiano per l’andamento scolastico è inferiore in proporzione per madri cinesi, indiane e africane, sudest asiatiche, mentre è inferiore per i padri cinesi, dell’Est europeo, e, con uno stacco relativo rispetto a questi, sudest asiatici. Scelte scolastiche degli alunni stranieri L’attuale situazione di riforma continua della scuola, accompagnata dal decentramento delle competenze a livello scolastico e di enti locali, rende difficile la scelta del percorso dei figli. La grande varietà delle tipologie di istituti di scuola superiore, le incertezze e i cambiamenti disorientano i genitori stranieri, oltre che gli italiani, e impediscono una scelta più ponderata. La prosecuzione nella scuola secondaria di secondo grado rappresenta oggi uno dei nodi più problematici della scolarizzazione dei ragazzi stranieri, sia in termini di successo scolastico sia per quanto riguarda l’orientamento e la scelta tra i diversi indirizzi di scuola. Si registra, infatti, una scelta preferenziale nei confronti degli istituti professionali: oltre il 40% degli studenti stranieri sceglie questo tipo di studi, più del doppio degli studenti italiani nella stessa tipologia di istruzione. Il notevole e rapido aumento della presenza di alunni stranieri in alcune scuole, può diventare, inoltre, un elemento di scelta per le famiglie italiane che tendono a preferire istituzioni scolastiche in cui gli immigrati non superino una certa soglia numerica. Di contro, l’esperienza degli immigrati finisce per essere una non-scelta, con probabili ricadute sulla disuguaglianza formativa. In Francia da tempo si interrogano, e tanto più oggi dopo la rivolta delle banlieues, sull’influenza che ha il luogo di scolarizzazione sulla riuscita scolastica, proprio tenendo conto della distribuzione nello spazio dei gruppi sociali ed etnici. Le ricerche empiriche confermano che la concentrazione in alcune zone e in alcune scuole di ragazzi di origine immigrata e appartenenti ai gruppi più sfavoriti si traduce in forti processi di disuguaglianza nella riuscita scolastica e nella qualità della formazione ricevuta. Le preoccupazioni dei genitori italiani È una preoccupazione che sta aumentando anche in Italia come dimostra la lettera di questa mamma italiana: «Sono la madre di una bambina di 6 anni, italiana, che ha iniziato da pochi giorni la scuola elementare. Abitiamo nel centro storico di Livorno e nella classe di Cecilia 10 bambini su 23 sono bambini stranieri. «Pensavo di essere preparata a questa cosa perché ho impostato tutta la mia vita, l’educazione dei miei figli e le mie scelte lavorative (lavoro in un Ente pubblico e mi occupo anche di politiche interculturali!) nella convinzione che poter conoscere, vivere ed assaporare orizzonti culturali diversi dal nostro rappresenti un’insostituibile occasione di crescita, di apertura mentale, di evoluzione. E invece, di colpo e inaspettatamente mi sono trovata a dover riconoscere e fronteggiare anche in me il germe del pregiudizio. E così mi ritrovo a domandarmi se per Cecilia questa situazione possa rappresentare un ostacolo o un ritardo nel suo percorso formativo di base. «Perché 10 bambini sono tanti, perché sono di nazionalità diverse, perché la scuola viene progressivamente abbandonata dalle famiglie italiane... Le scrivo perché non ho intenzione di mollare ma di superare quelli che appunto ritengo essere pregiudizi e al tempo stesso per segnalare che forse questo (il punto di vista delle famiglie italiane) è un aspetto un po’ trascurato negli ampi studi che sul tema della scuola interculturale si sono prodotti in questi anni. E invece potrebbe essere importante cercare di analizzare anche l’impatto che la presenza di molti alunni stranieri può avere sul rendimento degli alunni italiani perché una documentazione precisa di questo aspetto potrebbe frenare l’inesorabile esodo di bambini italiani e la conseguente creazione di veri e propri ghetti» (e-mail inviata al Ministero della Pubblica istruzione). Esiste davvero il rischio di classi o scuole ghetto, costituite da un così gran numero di alunni stranieri da giustificare le preoccupazioni di questa mamma? In questo anno scolastico gli alunni stranieri che frequentano le nostre scuole sono circa 500.000, rappresentano il 5% della popolazione scolastica complessiva ma la densità delle presenze è molto disomogenea e differenziata sul territorio nazionale. Ci sono città, quartieri e anche piccoli centri che hanno presenze molto più alte della media nazionale, Milano è al 13%, Torino, Mantova e Piacenza al 12%, Calcinato e Novellara al 25% e così via, mentre in alcune regioni del Sud non si arriva all’1%. Per adesso sono pochi i casi in cui fenomeni di forte concentrazione stanno provocando l’abbandono e la ricerca di altre scuole da parte di genitori italiani ma è tuttavia una situazione da seguire attentamente, sulla quale investire risorse, idee, buone pratiche. È un fenomeno da contrastare facendo in modo che le scuole con tanti alunni stranieri diventino più attraenti, dotate di più strumenti, più lingue, più libri. Insomma trasformando concretamente la varietà delle presenze in varietà delle opportunità, in vivacità. In questa scommessa il coinvolgimento dei genitori, italiani e stranieri, può essere decisivo come dimostra, tra gli altri, il progetto Scuola delle mamme promosso dall’Ufficio scolastico del Piemonte in 19 scuole di diverse province. Si tratta di laboratori di incontro, scambio, alfabetizzazione tra mamme italiane e straniere che si tengono all’interno delle scuole e coordinati da insegnanti. Sono occasioni per raccontare di sé, del futuro dei figli, delle difficoltà ma anche per imparare e conoscere diritti e doveri e modi diversi di vivere. Vinicio Ongini
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