Famiglia Oggi.

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n. 2 FEBBRAIO 2007

Sommario

EDITORIALE
Dialogo, ascolto e rispetto reciproco
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Mettere radici altrove. Con i figli
GRAZIELLA FAVARO

apep00010.gif (1261 byte) "Il diritto all’unità familiare
PATRIZIA COMITO

apep00010.gif (1261 byte) Una generazione in movimento
ENZO COLOMBO

apep00010.gif (1261 byte) Un destino già tracciato
VINICIO ONGINI

apep00010.gif (1261 byte) Le nostre famiglie allo specchio
ROSANGELA VEGETTI

apep00010.gif (1261 byte) Ascoltando Dio che parla
STELLA MORRA

DOSSIER
La dimensione del fenomeno immigrazione
FRANCO PITTAU

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Una realtà sociale in rapida trasformazione
BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Uno sguardo al Sud del mondo
STEFANO GORLA

Un’assenza che diventa presenza
ORSOLA VETRI (a cura di)

MATERIALI & APPUNTI
La mediazione interculturale
GIUSEPPINA CAMILLI

L’arte e la convivenza possibile
FRANCA PANSINI

Il messaggio del Papa
BENEDETTO XVI

CONSULENZA GENITORIALE
L’esperienza di due giovanissime
PAOLA DAL TOSO

POLITICHE FAMILIARI
Ma fa paura l’asilo nido?
DANIELA DEL BOCA, DANIELA VURI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
I benefici del "baby bonus"
STEFANO STIMAMIGLIO

IL CISF INFORMA
Potenziare le risposte al dolore

LIBRI & RIVISTE

 

CON GLI OCCHI DEI MIGRANTI

Le nostre famiglie allo specchio

di Rosangela Vegetti
(giornalista)
 

Uomini e donne di varie nazionalità lavorano da anni presso numerose famiglie italiane. Portano aiuto e risposte ai bisogni di bambini, malati, anziani. Dalle loro impressioni scopriamo un ritratto del nostro stile di vita, dei nostri modi di relazionarci e di educare.
  

Delle case e delle famiglie italiane fanno parte sempre più sovente persone di diversa nazionalità; uomini e donne arrivati nel nostro Paese con storie e progetti di vita particolari e che da noi e con noi condividono speranze e sogni di orizzonti più luminosi di quelli che si sono lasciati alle spalle. Fino a qualche anno fa erano semplicemente "colf", addette alla pulizia e ai lavori domestici, poi la definizione più generale è diventata quella di "filippina" o "filippino", a prescindere dalla loro vera origine nazionale, oggi sono "badanti", uomini e donne cui sono affidati bambini, malati, invalidi, handicappati e anziani. Qualcuno ritiene che alle loro cure sia consegnata la parte più delicata della società, non solo perché debole, ma anche perché più bisognosa e ricettiva, i nostri cari, tanto che la professionalità ha un nuovo nome: operatori socio-sanitari. Ormai la maggioranza degli immigrati, soprattutto nella componente femminile, compie i primi passi di approccio e di inserimento nella nostra società proprio nel quotidiano lavoro domestico in famiglia e così per molte famiglie è impensabile un’agenda di vita senza la presenza di qualche collaboratore di altra provenienza.

Nell’ambito familiare si tessono relazioni di sostegno, si intrecciano abitudini e tradizioni, si confrontano e riconoscono reciprocamente luci e ombre: il futuro multiculturale è qui che si sta costruendo. Per questo vale la pena di cominciare a far parlare questi protagonisti un poco nascosti della nostra storia presente, tirandoli fuori dal loro riserbo, e ascoltando le loro esperienze nelle nostre famiglie. Si scoprono aspetti insospettati del nostro modo di essere e anche delle diverse caratteristiche che ciascuno di queste donne e uomini immigrati manifestano nella loro vita. Gli uni con gli altri, noi e loro, diventiamo reciprocamente lo specchio in cui vedere riflesso il volto più autentico.

Ho così invitato alcuni gruppi di immigrati/e di diversa nazionalità a conversare insieme perché mi dicessero come loro raccontano la famiglia italiana ai loro connazionali rimasti in patria o agli ultimi arrivati.

Buona accoglienza

La maggioranza considera positivamente la disponibilità delle nostre famiglie ad accogliere una persona straniera, a mediare le differenze, a cercare di aiutarla. «Sto bene, non mi posso lamentare sono sempre stata trattata bene, come persona di famiglia; mi hanno anche aiutato. Nel 2002 la signora con cui ero mi ha facilitato il ricongiungimento con mia figlia che adesso è qui e studia», dice Rosa, peruviana, da 12 anni in Italia «mi hanno sempre considerata rispettosamente; ho trovato famiglie con buoni legami tra loro. Le differenze tra il mio Paese e qui ci sono. La famiglia di là ha abitudini diverse, sia alimentari, che nel modo di tenere la casa; qui c’è più modernità e anch’io, che non ho mai lavorato in casa perché avevo personale mio, ho imparato parecchie cose».

E tra i latinoamericani risalta l’attaccamento affettivo alle persone con cui vivono e lavorano. «Ho la fortuna di essere nella stessa famiglia da quando sono arrivata», dice Marianna dell’Ecuador «la signora ha quasi 90 anni, ha 4 figli, e mi sembra che i figli siano cresciuti con buoni valori; è una famiglia unita, anche se le differenze si vedono tra le ultime generazioni perché il mondo è cambiato dovunque. Già da 8 anni a questa parte vedo i cambiamenti sia qui che nel mio Paese. Io sono cresciuta in una famiglia molto povera, ho 9 fratelli, ma vedo la differenza coi miei nipoti rispetto a come siamo cresciuti noi. Nella famiglia italiana vedo la mancanza di valori e si risolve tutto nei soldi; qui si cerca di dare tutto ai figli ma in senso materiale. Ci si sforza per acquistare magari i pantaloni nel negozio e non al mercato per non fare "brutta figura", si cercano i pezzi griffati. Una volta ho lavorato con una signora a ore e lei si lamentava delle esigenze del figlio ma che non poteva fare a meno di assecondarlo, e io le dicevo: "Signora, deve fargli capire che il valore non è nel pantalone, ma nel fatto che lei col suo lavoro gli dà la possibilità di avere quei pantaloni". Così si scusava con me perché il figlio non riordinava la sua camera e non si rifaceva il letto e lo giustificava dicendo che anche i suoi amici non facevano nulla in casa. E io le dicevo: "Signora, se l’altra famiglia fa così, non vuol dire che sia bene e così lei non fa un buon servizio a suo figlio, gli sta facendo del male perché una volta cresciuto, questo ragazzo come saprà gestirsi da solo».

«Agli inizi», racconta Talia che viene dal Perù, abitavo con una signora anziana e sua figlia che era un po’ scostante, mi trattava bene però qualche volta mi faceva stare malissimo. Però la capivo perché era sola, preoccupata per la madre, ma io mi sono molto stressata e così ho cercato di lavorare con bambini. Da 4 anni sono in una famiglia e mi occupo dei figli. Questo vivere con la famiglia mi ha mostrato che qui si viziano troppo i figli; vedo poco rispetto per i genitori. C’è un’educazione diversa dalla nostra e qualche volta io reagirei se si trattasse di figli miei: sono troppo viziati!».

E sui figli si giocano la vita molte donne e uomini che vengono a cercare lavoro e nuove esistenze da noi. «Io ho lasciato i figli», dice Vivian del Perù, per venire qua ed è per loro che ho deciso di partire. Mi sono spesso sentita dire che l’aver lasciato i figli era un gesto di irresponsabilità; una signora una volta mi disse: "Mai lascerei i miei figli". Le ho risposto: "Lei parla così perché è nata in questo Paese e ha tutto quello che ha; se fosse al mio posto anche lei prenderebbe decisioni gravi per il bene dei figli". Io lo so che è un sacrificio perché loro hanno bisogno di me. Ci sentiamo e ci vediamo in Internet, ho notizie sempre fresche su tutto quello che fanno... Se dormono, se mangiano, se vanno a scuola, se hanno fatto i compiti e le lezioni... Facciamo tutto il possibile per essere vicini e condividere».

«Sono stata colpita dal modo di andare d’accordo dei coniugi, di darsi attenzione e premure, di essere gentili. La prima impressione», dice Maria, romena, «venendo qui è il modo di comportarsi civilizzato un po’ di tutti, sono tolleranti e accoglienti verso gli stranieri, come noi non siamo tra noi romeni. Vedo che qui lavorano sodo eppure sono disponibili verso gli altri più di quanto noi facciamo».

«Apprezzo l’autonomia di scelta data ai ragazzi che possono esprimere propensioni o desideri», spiega Faduma, una donna di origine somala, in Italia da oltre vent’anni, residente a Milano dove svolge il lavoro di mediatrice culturale. «Da noi non ci sono tante possibilità di scelta scolastica e di indirizzi di specializzazione, per questo i genitori non sono coinvolti nei desideri dei figli sul loro futuro. Anche la maggiore parità e corresponsabilità nei ruoli familiari tra uomo e donna trovo sia un valore positivo. Di tale condivisione con i rispettivi mariti se ne parla anche con le altre donne immigrate e sono tutte favorevolmente stupite di come gli uomini qui partecipino alle iniziative dei bambini, si facciano vedere a scuola, si interessino di come vanno i bambini. I nostri uomini fanno fatica ad adeguarsi a questo comportamento. Lavorando con le donne di varia nazionalità ho modo di sentire le loro esperienze familiari e ho scoperto che non sono solo gli uomini africani e maghrebini, ma anche i sudamericani e gli asiatici che nei loro Paesi non si lasciano coinvolgere dai problemi familiari perché là il ruolo della donna è ben preciso e distinto da quello maschile. In compenso però, da noi c’è rispetto verso l’autorità e verso chi è più grande; alla persona che non conosci non dai mai del tu, nemmeno chiami per nome i genitori o la zia o lo zio».

L’educazione dei figli

«Ma qui», dice Cesare che fa il muratore ed è venuto dal Perù, « il vero problema è che non c’è rispetto verso i genitori; ho visto i figli che fanno quello che vogliono e non si curano di quello che dicono i genitori che li assecondano sempre. Qui i ragazzini si danno le arie di grandi e si comportano in maniera davvero fuori luogo per la loro età. Come è possibile che i genitori non si accorgono che i ragazzi e le ragazze ancora appena adolescenti prendono sigarette o altro? Basterebbe che al ritorno dal lavoro stessero coi figli, li controllassero, guardassero nella loro stanza... La vita non può essere tutto lavoro per guadagnare tanto, occorre dare il tempo necessario ai figli per educarli. Dopo il lavoro sono tutti stanchi e non stanno coi figli, mentre coi figli bisogna parlare, insegnare i valori, dire come vanno le cose. I genitori anche se sono brave persone non educano e lasciano i figli senza educazione. Non c’è tempo per ascoltare i figli e sentire cosa hanno fatto durante la giornata. I nonni stanno vicini ai nipoti più di quanto succede da noi, è vero, però da noi teniamo gli anziani in casa e non abbiamo case di ritiro per i vecchi».

«Qui ci sono differenze rispetto alla nostra situazione familiare nelle Filippine», riprende Cirilla, «qui non c’è mai il tempo per educare e stare coi figli. E i figli non portano rispetto ai genitori, rispondono male anche alla mamma e alzano la voce per avere ragione. Capisco che in molte famiglie ci sono tanti problemi. Vedo mamme che faticano per far studiare i figli e temono per il futuro familiare dei ragazzi che non pensano di sposarsi ma convivono, oppure si sposano e dopo poco tempo si dividono e facilmente divorziano e cambiano marito o moglie. C’è poi la libertà di sesso che nel mio Paese non è pensabile; appena arrivata qui mi vergognavo a vedere in giro ragazzi che si baciavano e si comportavano in pubblico come se fossero soli in privato. Sembra che avere tanti uomini sia cosa normale per una ragazza. Una nonna con me piangeva perché lei si prendeva cura della nipote mentre sua figlia non si curava della vecchia genitrice perché impegnata nel lavoro».

«Dal 1998», incalza Raffaele, filippino, «lavoro in una famiglia e sfortunatamente si sono divorziati. In genere quando sono divorziati, sia lui che lei, sono sempre particolarmente nervosi... "Non è giornata", mi dicono... e i bambini soffrono di più, la mancanza di affetto della madre o del padre è per loro dolorosa. Loro risentono lo squilibrio; mentre a risentire delle responsabilità sono poi i rispettivi collaboratori domestici. Dobbiamo fare da vicegenitore».

«I due bambini della mia famiglia hanno bisogno della madre e risentono della mancanza del padre e io supplisco, come figura maschile, e li porto a scuola la mattina, li vado a riprendere e li porto a casa e poi alle giostre, a passeggio, perché la madre è dentista e lavora tutto il giorno. Sono spesso noiosi e capricciosi perché domandano della mamma. Io sono responsabile e quando la mamma torna li trova preparati perché io li ho fatti mangiare, ho fatto il bagnetto, e se lei talora si assenta anche di notte, sono io che sorveglio il loro sonno. Trovo ingiusto che i bambini soffrano per la famiglia distrutta. Sono sposato da poco. Però vengo da una famiglia numerosa, ho 6 fratelli e 3 sorelle e da noi ci diamo una mano tra tutti. Quando poi i ragazzi sono più grandicelli, nella famiglia divorziata si pensa di fare bene accontentandoli in tutto, viziati oltre misura. Troppo viziati e testardi sono i figli delle famiglie distrutte. E a me dispiace».

«Da 9 anni », racconta Marina, venuta in Italia 15 anni fa dalle Filippine «sono la baby-sitter in una famiglia molto buona con 2 bambini piccoli; li ho cresciuti io e mi considerano la loro seconda mamma perché i genitori viaggiano sempre tra New York e Londra, seguendo il loro lavoro. Quando discutono con i figli mi dicono: "portateli via tu che sono tuoi figli più che nostri!". In assenza dei genitori, vado alle riunioni a scuola, anche se fatico a capire l’italiano; e la domenica li porto con me in chiesa, anche se loro sono ebrei, e anche alle riunioni dei carismatici, alla festa dei filippini. E quando i genitori sono a casa, i bambini mi chiedono di preparare cibi filippini perché ormai si sono abituati e invitano nonne e amiche che vogliono assaggiare i nostri piatti. Quando poi vado nelle Filippine mi danno regali per i miei familiari. Devo dire che mi hanno agevolata per far venire mio marito e i miei figli e mi hanno dato una loro casa; sono stati generosi e mi hanno aiutata molto».

Come avere due famiglie

«Noi viviamo con due famiglie», dicono molti di loro, quella di qui presso cui lavorano e quella d’origine, tanto che sorgono persino delle gelosie... «Quando torni?» dicono i bambini, ma anche gli anziani quando partono per le ferie in patria: «Tante cose della cultura italiana abbiamo portato nei nostri Paesi e abbiamo insegnato qualcosa della nostra cultura nelle famiglie in cui stiamo».

Gli italiani sono generosi e capaci di capire i nostri sentimenti di legame con il nostro Paese e i nostri familiari», ci dice Virginia. «Sono in una famiglia da 8 anni. La bambina che io curo è molto attaccata a me, tanto che qualche volta ci sono sensi di gelosia, ma io sono presente tutto il giorno ed è da me che corre la bambina per ogni cosa. Quello che mi è costato è che davanti ai problemi gli italiani vanno subito in depressione, diventano nervosi con tutti, mentre noi filippini distinguiamo i diversi ambiti di problemi e accumuliamo le nostre emozioni e aspettiamo i tempi lunghi. Trovo piuttosto che tra moglie e marito i rapporti sono sbilanciati a seconda dei soldi: se è lei ad averne di più è lei più forte, altrimenti il contrario. Preferisco comunque il senso di riservatezza della nostra cultura rispetto all’eccesso di libertà in uso qui. Mi sembra che per noi sia più rispettoso darsi dei limiti nei rapporti di convivenza».

La mancanza di rispetto nelle relazioni, tra genitori e figli, tra giovani e anziani, e all’esterno con le persone estranee, è un dato presente e rimarcato dalla maggioranza, anche se la libertà di iniziativa, la capacità di autonomia delle donne, sono ritenuti aspetti di civiltà e di valore.

Feliz era direttore del personale in un ospedale a Lima, una volta arrivato in Italia si è appoggiato a un centro di assistenza cattolico per avere cibo, vestiario e sostegno morale; ora fa l’operatore socio-sanitario e accudisce a domicilio persone disabili e non autosufficienti.

«Ho visto gente italiana che ha bisogno tanto e più di uno straniero; ho scoperto da quando lavoro qui che anche in Italia ci sono i poveri, soli, senza soldi. Una volta sono andato a casa di un alcolista, non sapevo neppure dove mettere le mani, l’ho curato come un fratello maggiore, gli facevo la spesa, lo curavo perché non bevesse, e mi rallegravo a ogni suo piccolo miglioramento. Tanta gente ha bisogno di vicinanza umana e di formazione».

Con gioia e orgoglio Rosa e Carmen dicono che è stata accolta la loro disponibilità ad accogliere bambini in affido temporaneo. Sì, perché non c’è solo il lavoro e il pensiero della famiglia per questi immigrati, ma c’è anche molto spazio per il volontariato, per la propria comunità dei connazionali, per altre famiglie, per la chiesa e per lo studio.

«Non voglio farmi esempio per nessuno, ma io parlo dei valori che noi abbiamo che ci portiamo dentro di noi. A quelli che mi dicono che non devo sacrificarmi per mandare i soldi in famiglia, io ribatto, afferma Marianna, dell’Ecuador, che per pensare a me non è detto che io debba dimenticare quelli che sono là e fanno fatica. Sempre la questione dei soldi: siccome li guadagno io dovrei considerarli "miei" e non farne parte con altri. Molti figli qui sperano che il padre muoia per avere il suo denaro, per noi questo non è ragione di felicità. Soprattutto per noi che veniamo in chiesa e che siamo cattolici».

«I soldi spesso coprono le cose e non permettono di vedere ciò che si prova quando si vive in povertà. Per questo li giustifico un po’, perché non sanno. Questo vale anche per noi e le nostre famiglie qui, una volta che cominciamo a tirarci su, ad avere la macchina, a disporre di più cose, cadiamo negli stessi errori di pensare di dare ai figli tutto quello che si può di materiale, dimenticando un po’ i valori. Educare a dare il valore a ogni cosa e insegnare che il lavoro è fatica e merita rispetto».

La religione sta fuori casa

Alcune famiglie italiane che hanno persone straniere con loro si impegnano a considerare in maniera diversa la religione; o lasciando che frequentino la loro chiesa o, addirittura cercando loro i contatti con la chiesa, come quella ortodossa per le romene; anziane signore che capiscono le differenze e si attivano per indirizzare le ragazze che stanno con loro alla chiesa. Un aspetto meno positivo è di altre famiglie che non capiscono l’osservanza di certe tradizioni e riti, come per esempio il "digiuno" degli ortodossi nei tempi di Avvento e Quaresima, e temono che, se osservati, ostacolino il lavoro.

«La mia considerazione», dice Marina, è che non c’è attenzione alla religione. In occasione della morte dell’ultima signora con cui ho lavorato per 6 anni, i parenti mi hanno ringraziata per essere stata l’unica voce che sapeva rispondere alla messa funebre. Ai primi tempi, ero a Roma, e per cinque anni ho tenuto un bambino a cui nessuno ha mai insegnato neppure una piccola preghiera e solo io rispondevo alle sue domande e cercavo di dargli qualche idea su Dio, Gesù e la Madonna. Lo stesso per la bambina che curo adesso e che ha 10 anni; neppure una preghiera, e sono io a insegnarle qualche piccola preghiera, persino in prossimità della prima confessione la bambina è venuta da me a chiedere come doveva comportarsi. Insomma non sanno proprio nulla».

Eppure per consolidare le motivazioni di partenza, i grandi sacrifici, le rinunce e le speranze per il futuro, «dietro a tutto sta la fede; la fede mi ha portato qui», afferma Feliz; «io sono chiamata qui a essere testimone della fede nel Signore», dice Miriam, dall’Ecuador, « e trovo difficoltà con la persona che assisto perché mi dice che sono "fanatica", perché parlo della chiesa e della preghiera. La fede qui è più lontana che da noi; qui vanno a Messa e poi basta, ma per me non basta, non vivo così la fede».

Rosangela Vegetti
   

ALCUNI SPUNTI DI RIFLESSIONE

Dalla conversazione con Ainom Marikos, di origine eritrea, ora cittadina italiana, donna impegnata nel sociale e attiva nella politica della città di Milano.

  • Valori, contesti e famiglie diverse, un difficile campo di esperienze?

«Trasmettere i valori è facile da dire ma poi si scopre che continuamente vanno riscoperti e identificati. Prima c’era una famiglia che conteneva tutto e tutti, il bene e il male, c’era pudore, c’era educazione, c’era anche la religione a porre argini, oggi tutto è stato spazzato via dalla volgarità quindi è difficile orientarsi e dire quali sono i valori positivi da insegnare e cui aderire a occhi chiusi. Paradossalmente oggi il mondo è diventato troppo piccolo. Fino a 20-30 anni fa, emigrare voleva dire proprio lasciarsi alle spalle tutto, una storia, una cultura, porre una lontananza reale come un oceano: emigrare era buttarsi nel vuoto. Oggi si viaggia facilmente, ci si contatta e si comunica con facilità. Non ci sono più divisioni evidenti tra un "noi" e un "loro", eppure si mette in atto una chiusura difensiva per vari motivi, egoismi individuali, collettivi, per difesa di parte, di territorio. Da giovane facevo la baby-sitter e avevo timore di sbagliare seguendo il mio istinto, mi sembrava che il bambino avesse bisogno di un diverso atteggiamento e che le regole fossero ingiuste. Per me i bambini sono molto soli proprio per il tipo di vita che si fa qui, per i genitori che lavorano, per il tipo di organizzazione sociale. Qui la nascita di un figlio è molto ponderata, da noi è dono di Dio: due approcci diversi».

  • Ormai inserita nel nostro contesto, cosa ritiene di aver assorbito maggiormente?

«Ho assorbito le consuetudini di vita di qui, nel bene e nel male, dallo stress alla frenesia. Il lato positivo è dato dalla libertà e dalla consapevolezza. Fossi rimasta al mio Paese sarei certo un’altra persona; il rapporto che oggi ho con le altre persone, con il genere maschile, con il mondo che mi circonda mi ha fortificata. La parte migliore di quanto ho acquisito è la consapevolezza di essere utile, di poter dire la mia opinione. Ho anche mantenuto dei tratti tipici africani: non ho l’ansia del tempo, per esempio, non porto l’orologio, e non l’ho mai portato, non mi piace fissare le cose in modo maniacale, non riesco a essere rigidamente ingabbiata in qualcosa e difendo la mia libertà».

r. v.

   

TANTE STORIE DA LONTANO

Il filone dei libri dedicati all’interculturalità è forse il più ricco di titoli tra quelli che negli ultimi anni hanno ricevuto particolare impulso nel campo dell’editoria per ragazzi. Segno che la spinta culturale ad aprire, almeno le nuove generazioni, ai popoli d’altrove non è una delle mode del momento, che in passato si sono accese e poi spente, ma qualcosa di più duraturo e significativo. L’intento educativo, e talvolta didattico, nulla toglie, tuttavia, alla qualità delle proposte e all’interesse dei piccoli.

Numerose sono le collane interamente dedicate alle storie, alle leggende o ai costumi dei Paesi da cui provengono i tanti compagni di scuola non italiani, o comunque figli di genitori stranieri, dei ragazzini autoctoni.

La Mondadori e la Fabbri hanno proposte ormai consolidate da anni, ma anche altre case editrici più piccole come la Fatatrac e la Sinnos presentano titoli utili, compresi quelli che hanno il testo a fronte nella lingua d’origine. Ci sono poi gli albi illustrati tra cui spiccano iniziative speciali come Un sorriso grande come il mondo (Mondadori), che contiene sei storie presentate da altrettanti personaggi famosi e raccontate nel cd accluso da Gerry Scotti. Tanti titoli di narrativa, sul genere di Una casa per Chu Ju (Fabbri), storia di una ragazzina cinese alla ricerca del proprio posto nel mondo, oppure utili manuali, tutti illustrati, che raccontano l’arte della convivenza, come I nuovi vicini di casa nella simpatica collana "La famiglia Orsetti" (Piemme).

Renata Maderna








 

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