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n. 2 FEBBRAIO 2007

Sommario

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Dialogo, ascolto e rispetto reciproco
la DIREZIONE

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GRAZIELLA FAVARO

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VINICIO ONGINI

apep00010.gif (1261 byte) Le nostre famiglie allo specchio
ROSANGELA VEGETTI

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STELLA MORRA

DOSSIER
La dimensione del fenomeno immigrazione
FRANCO PITTAU

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BENEDETTO XVI

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L’esperienza di due giovanissime
PAOLA DAL TOSO

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Ma fa paura l’asilo nido?
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LA FAMIGLIA NEL MONDO
I benefici del "baby bonus"
STEFANO STIMAMIGLIO

IL CISF INFORMA
Potenziare le risposte al dolore

LIBRI & RIVISTE

 

 DOSSIER - DOSSIER STATISTICO CARITAS/MIGRANTES

LA DIMENSIONE DEL FENOMENO IMMIGRAZIONE

Il consolidato Dossier sull’immigrazione di Caritas/Migrantes si addentra negli approfondimenti, partendo dalla statistica, cercando di tirare qualche saggia conclusione. Secondo i calcoli, basati sui dati registrati dal Ministero dell’Interno alla fine del 2005 e sulla stima dei minori e dei permessi di soggiorno in corso di registrazione, in Italia si registrano 3.035.000 soggiornanti con un’incidenza del 5,2% sulla popolazione residente (un immigrato su 20 residenti; nel Nord 1 su 16). I numeri servono a capire la dimensione del fenomeno ma costituiscono, anche, un antidoto contro i pregiudizi e le discriminazioni.

DATI CARITAS SULL’IMMIGRAZIONE
OPPORTUNITÀ PIÙ CHE PROBLEMA
  
di Franco Pittau
(coordinatore Dossier statistico immigrazione Caritas/Migrantes)

L’immigrazione, anche se continua a essere inquadrata solo problematicamente, è una grande opportunità per l’Italia. Questi sono i termini più realistici, il misto di apprezzamento (quasi a bocca stretta) e di timore (più enfatizzato), con cui si presenta oggi in Italia la questione migratoria.

Come è consuetudine del Dossier statistico immigrazione Caritas/Migrantes, che ha alle spalle una consolidata esperienza (la prima edizione uscì nel 1991), conviene addentrarsi negli approfondimenti, partendo dai dati statistici che di per sé costituiscono un antidoto contro i pregiudizi, cercando di tirare qualche saggia conclusione.

L’Italia nel contesto internazionale è diventato un grande Paese di immigrazione, come viene chiaramente indicato da numerosi fattori:

numero consistente: 3.035.000 soggiornanti secondo il calcolo del Dossier, basato sui dati registrati dal Ministero dell’Interno alla fine del 2005 e sulla stima dei minori e dei permessi di soggiorno in corso di registrazione;

rilevanza come grande Paese di immigrazione: l’Italia si colloca accanto a Germania (7.287.980), Spagna (3.371.394), Francia (3.263.186) e Gran Bretagna (2.857.000);

aumento molto sostenuto nel 2005 a seguito dei nuovi arrivi (187.000) e delle nuove nascite di figli di cittadini stranieri (52.000);

insediamento territoriale;

incidenza del 5,2% sulla popolazione residente (in Italia un immigrato su 20 residenti, nel Nord 1 su 16), per cui l’Italia si allinea alla media europea e nel prossimo decennio supererà il 9% registrato attualmente in Germania e in Austria, così come già avviene attualmente in provincia di Milano e tra breve anche a Roma;

diffusione degli immigrati in tutto il Paese, anche se con una maggiore concentrazione nel Nord (59,5%, rispetto al 27% del Centro e al 13,5% del Meridione) e la tendenza ad una maggiore espansione al di fuori dei comuni capoluogo (dove risiede complessivamente più della metà della popolazione straniera);

maggioranza dei permessi di soggiorno a carattere stabile, per cui più di 9 su 10 immigrati sono presenti per lavoro (62,6%) e per famiglia (29,3%), cui si aggiungono altri motivi anch’essi connessi con una certa stabilità del soggiorno (motivi religiosi, residenza elettiva, corsi pluriennali di studio).

Già attualmente l’Italia è assoggettata a un ritmo di aumento della popolazione immigrata più intenso rispetto a quello che si riscontra negli Stati Uniti, il più grande Paese di immigrazione del mondo; lì, con un una popolazione cinque volte superiore, entra un milione di nuovi immigrati l’anno, mentre da noi il ritmo d’aumento si aggira sulle 300.000 unità. Questo vuol dire che tra 10 anni la popolazione straniera regolare da 3 milioni passerà almeno a 6 milioni.

Questa forte dimensione quantitativa dovrebbe richiamare maggiormente l’attenzione. Dal 1970 a oggi la consistenza è aumentata di 20 volte e ormai, con la Spagna, abbiamo superato la Gran Bretagna per numero di cittadini stranieri. Questo avviene anche perché da noi il numero dei cittadini stranieri aumenta senza possibilità di deflusso, come avviene in diversi altri Paesi in forza di normative più aperte in materia di cittadinanza: da noi, il requisito per ottenerla è di 10 anni di residenza previa, mentre fino al 1992 ne bastavano solo 5.

L’apporto degli immigrati dal punto di vista demografico si può rilevare nei seguenti punti:

  • contributo al mantenimento del livello della popolazione residente, che altrimenti sarebbe diminuito perché i decessi ormai prevalgono sulle nascite;

  • fecondità più alta tra le donne straniere con un valore di 2,4 figli rispetto a 1,25 tra le donne italiane;

  • incidenza di circa il 10% sulle nuove nascite di figli di entrambi i genitori stranieri, che nel 2005 sono state 52.000;

  • popolazione giovane concentrata nella fascia d’età 15-44 anni, con un’incidenza percentuale degli stranieri del 70%, mentre tra gli italiani l’incidenza è di un terzo inferiore;

  • sostanziale parità tra uomini e donne, le quali sono arrivate al 49,9% e in alcune regioni, come il Lazio e la Campania, sono la maggioranza;

  • prevalenza delle persone sposate (52,7% del totale delle presenze), anche se non tutti sono riusciti a far venire i propri figli;

  • aumento dei minori che sono 586.000 e incidono per circa un quinto sulla popolazione straniera, più di quanto avvenga tra gli italiani.

La nostra popolazione è, nel mondo, una tra quelle soggette al più elevato tasso di invecchiamento, che segnerà nel futuro livelli preoccupanti. Nell’Annuario statistico italiano 2005 l’Istat precisa che già adesso l’Italia (58.751.711 abitanti a fine 2005) è un Paese con 130 anziani ogni 100 ragazzi fino a 14 anni: in alcun altro Paese della Ue esiste un indice di vecchiaia così alto. Nel periodo 1992-2005 le morti sono prevalse di 235.209 unità sulle nuove nascite e a questo bilancio negativo si è rimediato con il movimento migratorio, il cui saldo è stato abbondantemente positivo.

Vignetta.

Della struttura della popolazione, ipotizzata dall’Istat per il 2050, colpiscono alcuni aspetti:

  • la diminuzione dei minori;

  • la diminuzione della popolazione attiva di 15-64 anni;

  • l’aumento degli ultrasessantacinquenni;

  • la diminuzione della popolazione complessiva.

I giovani lavoratori fino ai 44 anni subiranno un salasso di 4,5 milioni di unità già da qui al 2020 (in media, già in questo periodo, ne vengono a mancare 300 mila l’anno): invece gli ultrasessantacinquenni, che attualmente sono il 19% della popolazione, saliranno al 35%, diventando 1 ogni 3 residenti, mentre gli ultraottantacinquenni saranno a loro volta 1 ogni 3 residenti.

Per questi motivi l’impatto dell’immigrazione sta rivelandosi positivo sotto l’aspetto demografico. L’età media dei cittadini stranieri è di 31,3 anni contro i 44 dell’intera popolazione residente. Negli ultimi 10 anni, l’incidenza delle nascite di bambini stranieri sul totale dei nati della popolazione residente in Italia ha fatto registrare un fortissimo incremento, passando da poco più di 9 mila nati del 1995 a 52 mila del 2005, in termini percentuali, dall’1,7% al 9,4%, con un’incidenza maggiore in quelle aree a forte concentrazione di immigrati:

  • pari al 15% a Macerata, Perugia e Firenze;

  • pari al 20% a Brescia, Mantova, Treviso, Piacenza, Modena e Prato (dove è stata raggiunta l’incidenza del 24,6%, il valore più alto registrato in Italia).

A Roma, ad esempio, il primo nato nel 2007 è un bambino romeno: nella capitale la fertilità delle donne italiane si ridurrà drasticamente e l’impatto dei figli da entrambi i genitori stranieri passerà da 1 ogni 10 nascite a 1 ogni 5 nel volgere di 13 anni, secondo una stima commissionata recentemente dal Comune. Del resto, che siano stati stranieri i primi bambini nati nel nuovo anno anche in altre città italiane non è un fatto sconosciuto perché ha richiamato l’attenzione della cronaca.

Tabella.

L’apporto dal punto di vista lavorativo

Il riassunto dei dati più significativi, contenuti nel Dossier Caritas/Migrantes 2006, mostrano quanto sia fondamentale l’apporto assicurato dalla presenza degli stranieri.

I lavoratori immigrati stanno esercitando un peso crescente sul mercato lavorativo: 1 ogni 10 occupati come dipendenti è nato in un Paese non appartenente all’Unione Europea (1.763.952 su 17.204.416 secondo la banca dati Inail).

Gli immigrati incidono per un sesto sul totale delle assunzioni annuali (727.582 su 4.559.965 complessive nel 2005) e ciò attesta anche l’estrema mobilità di questi lavoratori, dei quali circa la metà deve rinnovare annualmente il contratto di lavoro (tra gli italiani "solo" 1 su 4).

Nel 2005 sono stati assunti per la prima volta nel mercato occupazionale italiano 173.000 nuovi lavoratori immigrati: si tratta per lo più di persone venute dall’estero e, in parte, anche di familiari già residenti in Italia (coniugi e minori) che si sono inseriti.

Le assunzioni nel 2005 sono avvenute per l’11,6% in agricoltura, per il 25,6% nell’industria e per la restante quota nei servizi. I settori prevalenti sono le attività immobiliari/pulizie (15,5%), gli alberghi e i ristoranti (12,9%), le costruzioni (12,5%), l’agricoltura e la pesca (11,6%) e il commercio al dettaglio e all’ingrosso (5,9%).

Come attestato dal censimento, gli immigrati hanno un soddisfacente livello di istruzione comparativamente più alto rispetto agli italiani. Quelli che non hanno avuto sufficienti opportunità formative, cercano di recuperare e sono 120.000 gli adulti iscritti ai corsi di educazione per adulti (un quarto del totale degli iscritti).

Sono titolari d’azienda 130.969 cittadini stranieri (quindi, non solo nati all’estero, condizione che si verifica anche per un certo numero di italiani rimpatriati. Gli imprenditori immigrati, aumentati del 38% rispetto al 30 giugno 2005, sono concentrati nei settori dell’edilizia e del commercio e sono caratterizzati dal crescente coinvolgimento delle donne. L’incidenza del lavoro autonomo sul totale dei permessi, che è in media del 7%, è più alta in alcuni contesti territoriali (Nuoro 25,2%, Sardegna 20,2%, Calabria 12,7%, Firenze 13,1%, Prato 12,0%, Toscana 9,8%) e per alcuni gruppi nazionali (Senegal 19,2%, Egitto 11,9%, Algeria 10,5%, India 7%).

Gli immigrati, così come avviene in tutta Europa, anche in Italia guadagnano di meno, come risulta dalla banca dati dell’Inps: le loro retribuzioni sono mediamente pari alla metà di quelle degli italiani, anche a causa del loro impiego discontinuo. Notevoli le differenze anche in considerazione del sesso, del luogo e del settore di lavoro. Non basta, quindi, la regolarità a salvare dal bisogno, ma ben peggiore è la situazione nel caso degli irregolari.

La partecipazione sindacale continua a essere molto elevata: sono 526.320 gli immigrati iscritti rispetto al totale di 5.776.269 di lavoratori sindacalizzati. Viene così espressa la necessità di essere meglio tutelati sul piano del riconoscimento della professionalità, i diritti contrattuali e la prevenzione (nel 2005 si sono verificati 110.82 casi di infortunio, 1 ogni 16 immigrati, di cui 138 mortali).

Dal punto di vista pensionistico, un settore nel quale sono crescenti le difficoltà del sistema italiano, finora gli immigrati hanno contribuito senza pesare – se non in misura minimale – visto che sono meno di 100 mila quelli che hanno superato i 60 anni.

In conclusione, sia per il lavoro che per l’impegno delle risorse previdenziali, i lavoratori immigrati hanno costituito un beneficio netto e di essi continuerà a esserci un crescente bisogno.

La nuova società interculturale

I segni della nuova società interculturale sono i seguenti:

composizione molto variegata di gruppi nazionali, con 5 europei (in prevalenza dall’Est), 2 africani, 2 asiatici e 1 americano ogni 10 presenze, mentre 30 anni fa 9 erano euroamericani; nel 1970 i cittadini dell’Ue (10 Stati membri) erano 4 ogni 10 presenze e oggi, pur coinvolgendo l’Ue 25 Stati membri, essi sono solo 1 ogni 10;

co-presenza di molte fedi, con la religione cristiana (45,7%) che viene prima di quella musulmana con un milione di fedeli (36,6%) e delle religioni orientali (5,1%), con un numero quasi uguale di cattolici e ortodossi (circa 660.000 ciascuno);

presenza nella scuola italiana di 424.683 studenti figli di immigrati, uno ogni 20 iscritti, ancora lontano dal 10-20% di altri Paesi europei, ma con aumenti annuali molto consistenti nel corso del duemila;

ridotto numero di studenti stranieri presso le università con 38.298 (su 1 milione e 600 mila studenti esteri sparsi nel mondo) e con una immatricolazione annuale di 8.758 unità e 4.438 laureati nel corso dell’anno accademico 2004-2005;

consistenza dei soggiornanti da più di 5 anni, stimati dal Dossier pari a 1.200.000, anche se si è molto indietro nel concedere la carta di soggiorno, quel documento, ormai previsto anche da una normativa europea, che dopo la residenza legale di 5 anni (prima servivano 6 anni) attribuisce il diritto di risiedere in Italia a tempo indeterminato.

Due sono le caratteristiche, quindi, che contraddistinguono questa nuova presenza: stabilità e diversità.

La stabilità ci invita a farcene una ragione e a considerare gli immigrati i compagni di viaggio che ci accompagneranno nel nuovo secolo in misura sempre più consistente. Ragionare come se questa presenza non fosse necessaria o si potesse ridurre a volontà significa collocarsi al di fuori del processo in atto, che dipende anche dal forte bisogno che hanno i Paesi di origine di collocare al di fuori consistenti quote della loro popolazione, ma dipende ancor di più dall’esigenza strutturale che ha l’Italia di una "iniezione demografica", perché senza l’apporto di nuovi arrivati più giovani l’equilibrio demografico e il sistema produttivo verrebbero completamente compromessi.

La diversità ci impegna a confrontarci con dimensioni culturali e religiose con le quali prima non eravamo abituati a misurarci. Poiché la gente ha paura perché pensa che l’accoglienza dei cittadini stranieri comporta la rinuncia alla propria storia, bisogna dire con chiarezza che il problema non deve sussistere perché dobbiamo restare noi stessi ed essere orgogliosi delle conquiste della società occidentale, a partire dal concetto di società laica che riesce ad accogliere sul piede di parità le diverse impostazioni anche religiose, dall’uguaglianza di fronte alla legge, alla parità dei sessi, al concetto di pari opportunità, alla tradizione giuridica-umanitaria affermatasi nel Vecchio Continente, alle normative sulla tutela del lavoro frutto di tre secoli di storia del movimento dei lavoratori.

Rinunciare a questo grande patrimonio sarebbe assolutamente scriteriato, così come sarebbe scriteriato che gli altri non portino con sé un proprio patrimonio e che non ci siano delle diversità apprezzabili anche da parte nostra. Il concetto di mediazione culturale è la chiave per unire armoniosamente loro a noi, senza pregiudicare le fondamenta della nostra convivenza societaria ma anche senza avere i paraocchi, che impediscono di valorizzare tonalità differenziate delle quali gli altri sono portatori e non solo a livello epidermico o di tratti somatici.

Se è vero che gli immigrati sono come uno specchio di quello che noi siamo, queste misurazioni mostrano i ritardi che dovremmo recuperare. Dal punto di vista soggettivo l’integrazione denota la disponibilità degli immigrati a inserirsi nel Paese che li accoglie, accettandone le leggi fondamentali e aspirando, a loro volta, a essere rispettati nelle loro specificità. La disponibilità degli immigrati a integrarsi in Italia è largamente riscontrabile, mentre ancora non si è formata una mentalità maggioritaria tra noi italiani che ci consenta di essere coscienti di ciò che è necessario pretendere dai nuovi venuti e di ciò che è necessario dare. Questo è grave perché denota un inquadramento superficiale del fatto che siamo diventati, per sempre, un Paese di immigrazione.

Tabella.

Partecipazione e cittadinanza

In Italia gli stranieri con almeno 5 anni di soggiorno, secondo una stima del Dossier Caritas/Migrantes, sono 1.311.000 a fine 2006 e saranno:

  • 1.431.000 a fine 2007;

  • 2.151.000 a fine 2008.

Questi numeri vanno letti, per quanto riguarda l’acquisizione della cittadinanza, utilizzando dei fattori di demoltiplicazione.

Tra di essi circa il 25% è costituito da vecchi, nuovi e nuovissimi cittadini comunitari: tra questi ultimi vi sono i romeni, che incidono per ben il 12% sull’intera presenza immigrata.

Il primo bisogno è quello della partecipazione, fondamentale in un’accorta gestione della presenza degli immigrati per evitare che essa si trasformi in una massa di emarginati. A interrogare gli immigrati, che – escludendo i minori nati in Italia e quelli arrivati da piccoli – hanno sperimentato in quattro casi su cinque la vicenda migratoria e la partenza dal proprio Paese, la maggior parte direbbe che torneranno in patria quando si presenteranno le condizioni necessarie.

È risaputo però che questa ipotesi per la maggior parte di loro non sarà realistica e fermandosi a lungo in Italia, quando i loro figli saranno a loro volta nel mondo del lavoro e nella società e quando i nipoti saranno già grandi, non se la sentiranno di ritornare perché i loro interessi più cari sono qui da noi. Se così stanno le cose, non è saggio negare spazi di partecipazione civica a chi, come gli italiani, vive la sua vita sul territorio del Paese e contribuisce al suo benessere. Finora si è risposto a questa esigenza con soluzioni parziali: previsione di consigli comunali consultivi o di consiglieri aggiunti per gli immigrati. Ma questo non basta più: come è avvenuto in altri Paesi gli immigrati vogliono incidere sulla nomina degli amministratori locali, perché sentono loro la città in cui vivono. Il problema della concessione del voto amministrativo non sarà la rovina dell’Italia, perché questa sperimentazione è iniziata da molto tempo in diversi Paesi europei e senza che queste previsioni catastrofiche si siano rivelate fondate. Degli immigrati si dovrebbe aver paura quando i loro interessi sono diversi dai nostri e non quando condividono i nostri obiettivi e chiedono di essere equiparati a noi!

Un’altra istanza di partecipazione, questa volta più radicale, consiste nell’acquisizione della cittadinanza, finora avvenuta con ritmi molto blandi perché le condizioni per ottenerla sono molto rigide. La nostra stessa storia di emigrati in tanti Paesi del mondo ci ricorda che questo è lo sbocco più ricorrente per chi si è insediato stabilmente in un altro Paese. Il tasso di acquisizione della cittadinanza italiana è da noi tre volte più ridotto rispetto alla media europea e questo ha fatto insorgere il problema di rivedere la normativa, che nel 1992 portò da 5 a 10 anni il periodo di residenza richiesto per ottenere questo beneficio. Recentemente il Governo si è proposto di percorrere un cammino inverso, riducendo a 5 anni l’attesa e, nel caso di acquisizione della cittadinanza a seguito di matrimonio con un coniuge italiano, prevedendo, al fine di evitare matrimoni strumentali, un soggiorno in Italia di almeno due anni (al posto degli attuali 6 mesi) o di tre anni all’estero in costanza di rapporto matrimoniale. È prevista, inoltre, la verifica della reale integrazione linguistica e sociale del nuovo cittadino, che dovrà prestare giuramento entro sei mesi e l’approvazione di un regolamento finalizzato a meglio precisare l’applicazione delle nuove norme.

Di fronte a queste modifiche, tutto sommato accettabili, si è gridato allo scandalo, considerandole una sorta di cavallo di Troia che finirà per espugnare la purezza della nostra nazione: ora, che si richiedano 5 o 7 anni o anche 10 è solo una questione di saggezza giuridica, mentre dal punto di vista culturale e societario il problema consiste nel convincersi che cittadino di un Paese è chi vi vive in maniera stabile e dimostra l’attaccamento necessario, senza dover essere condannato a essere estraneo per sempre. Le nuove norme, se verranno approvate, serviranno a non spazientire quelli che da tanti anni aspettano di diventare cittadini nel nuovo Paese. Il vero problema consiste nel fatto che in larga misura non siamo coscienti di ciò che diamo e di ciò che pretendiamo dagli immigrati. In un Paese come il nostro, dai ritmi di crescita così serrati, questa "opposizione di bandiera", è incomprensibile.

Vignetta.

Le differenze religiose: incontro e testimonianza

Partiamo dal panorama multireligioso italiano, stimato alla fine del 2005 dal Dossier Caritas/Migrantes, che non risulta molto modificato rispetto agli anni precedenti. Su una presenza regolare di poco superiore ai 3 milioni:

i cristiani sfiorano il milione e mezzo (1.491.000). I cattolici (668.048) e gli ortodossi (659.162) hanno quasi la stessa consistenza (rispettivamente il 22,0% e il 21,7%), mentre i protestanti si attestano a un livello più basso (3,9%: a essi si aggiungono alcune altre comunità minori). A livello nazionale i cristiani sono la maggioranza in tutte le regioni (eccetto che nella Val d’Aosta);

i musulmani sono passati da 912.492 (33%) a 1.009.023 (33,2%), con un aumento di 89.531 unità (pari al 10%);

pur con un limitato aumento numerico, è rimasto invariato il peso percentuale degli induisti (2,5% e 75.125 persone, con un aumento di 8.000 unità), dei buddisti (1,9% e 57.688 unità, con un aumento di quasi 5.000 unità) e i seguaci di religioni tradizionali (1,2% e 36.202, con un aumento di quasi 3.000 unità), mentre gli ebrei (0,2%) sono diminuiti di un decimale in termini percentuali e di un centinaio di unità;

i restanti 358.000 immigrati sono stati presi in considerazione nella stima come non credenti o come appartenenti ad altri gruppi religiosi.

Il panorama è altrettanto frastagliato se facciamo riferimento al contesto europeo, nel quale le componenti protestanti e ortodosse sono più rilevanti: vi sono poi le altre religioni portate dagli immigrati, tenuto conto però che in alcuni Paesi l’islam costituisce un insediamento di vecchia data. L’Europa è il continente della tradizione giudaico-cristiana, anche se non tutti sono credenti e, se cristiani, non tutti sono praticanti. Induce a riflettere questa decisa affermazione del cardinale Francesco Pompedda, prefetto emerito del Supremo tribunale della segnatura apostolica di recente scomparso: «Il presupposto che l’Europa sia ancora sostanzialmente e maggioritariamente cristiana è fuori dalla realtà» (intervista raccolta da L. Accattoli, in Corriere della Sera, 17 dicembre 2004). Non si tratta, comunque, di una posizione eccentrica. Benedetto XVI, parlando durante le sue ferie del 2005 ai sacerdoti in Val d’Aosta, lamentava che al mondo occidentale non appare più evidente la necessità di Dio e che la Chiesa viene considerata una realtà antiquata dalle proposte non interessanti; detto ciò, secondo il Papa, senza scoraggiarsi, bisogna oltrepassare il tunnel e convincere i contemporanei razionalmente sui valori morali, dialogando con il mondo laico (M. Politi, la Repubblica, 29 luglio 2005).

Tabella.

Se l’Europa, e nel nostro caso l’Italia, sono il luogo delle differenze religiose, quali sono le strategie adeguate per assicurare una pacifica convivenza? Può sembrare paradossale, ma dopo una faticosa evoluzione protrattasi per secoli, il contenitore più adeguato delle diverse religioni è lo Stato laico. Questa impostazione, per essere efficace e segno di progresso rispetto alle esigenze pluralistiche, deve essere imperniata su un difficile equilibrio, evitando di sconfinare sia nel laicismo che nel clericalismo. Anche gli immigrati, quando l’impostazione è corretta, mostrano di apprezzarla. Tuttavia il modello laico e multireligioso, per essere efficace, deve avere la caratteristica della coerenza. Come esempio da non ripetere si cita l’evoluzione intervenuta in India. In questo Paese, nel 1985, la Corte suprema riconobbe alle musulmane divorziate gli stessi diritti garantiti dalla legge a tutte le cittadine indiane. Per placare lo sdegno di musulmani Rajiv Ghandi fece approvare in Parlamento il Muslim Womens’s Act che, contraddicendo la sentenza costituzionale, stabilì la prevalenza tra le mura domestiche della sharia e cioè del codice islamico (Federico Rampini, India. Una magnifica anomalia inquinata dal fondamentalismo, inla Repubblica, 9 novembre 2003).

Le vicende tormentate che stiamo conoscendo nei rapporti reciproci attestano che, anche se non tutto è chiaro sul piano delle decisioni e dei comportamenti, non mancano alcuni principi di riferimento.

La globalizzazione religiosa è ormai un fattore strutturale, in gran parte derivato dall’immigrazione, e ci accompagnerà per sempre, per cui è meglio trovare un modus vivendi.

Resta assolutamente un punto fermo – e quindi fonte di tranquillità – che accogliere l’altro non significa rinunciare alla propria cultura e alla propria fede, il che equivarrebbe al taglio delle proprie radici.

Il confronto con la differenza religiosa può essere stimolante per il singolo credente, portandolo a concepire la propria fede non come un semplice dato della tradizione bensì come una scelta da ripetere continuamente: è forse questo impegno che genera paura.

Il pluralismo religioso sollecita anche decisioni dei governanti, come si è visto a proposito del Crocifisso nei luoghi pubblici (L’Aquila), delle scuole islamiche (Milano). Le decisioni devono essere di lungo respiro, pensando non solo al panorama di oggi ma ai futuri orizzonti, quelli che si delineeranno tra 20, 30 o 50 anni.

Qualità della convivenza e politica di accoglienza

Per schierarsi a favore dell’immigrazione non è necessario considerarla una realtà quasi angelica, quasi non comporti problemi. I problemi esistono e sono tanti, e riguardano tanto il nostro che il loro comportamento: un quinto delle denunce penali riguarda cittadini stranieri (anche se nel 70% dei casi irregolari); diverse centinaia di migliaia di immigrati si trovano in disagio abitativo; sono stati denunciati all’Ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali 867 casi di discriminazione, in prevalenza riguardanti gli africani (38%); non si riesce ad assicurare un’accoglienza soddisfacente ai 70.000 nomadi stranieri; non basta la rete di 2.200 posti per i rifugiati e i richiedenti asilo, ripartiti in 78 comuni; è inadeguato il fondo per l’immigrazione, passato a 775 milioni di euro nel 2006, un passo in avanti rispetto ai 518 milioni del 2005 ma ancora lontano dal miliardo di euro stanziato nel 2004.Tabella.

Si potrebbe allungare l’elencazione, che mostra come questo grande fenomeno sociale (191 milioni di migranti nel mondo e 3 milioni in Italia) è intriso di problematiche delicate. È però irreale concludere, se si tiene conto dei dati prima riportati, che l’immigrazione crei all’Italia più problemi di quanti ne risolva. In realtà, l’immigrazione è in prevalenza una risorsa ed è questa la convinzione che dobbiamo acquisire, coscienti che l’allarme e la paura non sono una base costruttiva per il futuro. Noi e gli immigrati si deve vivere insieme perché la loro assenza sarebbe rovinosa per noi, così come la mancanza di sbocchi migratori sarebbe rovinosa per i Paesi di origine; perciò, dobbiamo trovare una strategia di convivenza attraverso opportune mediazioni.

Dobbiamo, però, fare presto, di modo che la storia non superi la nostra capacità di inquadrarla. Della popolazione immigrata è previsto almeno un raddoppio di qui a 10 anni. La riserva del numero è dovuta al fatto che il ritmo dei flussi e delle nuove nascite sta superando le nostre capacità previsionali: probabilmente già alla fine del 2007, tenuto conto che nel mese di marzo 2006 sono state presentate 520 mila domande per fruire delle quote annuali d’ingresso e che almeno 100 mila l’anno sono i ricongiungimenti familiari e più di 50 mila l’anno i nuovi nati, la previsione di aumento di 300.000 unità l’anno sarà abbondantemente superata. Non si tratta solo dell’apporto di Romania e Bulgaria, nuovi Stati membri della Ue, della pressione migratoria dei Balcani e del Nord Africa, ma di una più diffusa necessità di tanti Paesi del mondo, tra i quali molti dell’Asia e dell’America latina, e anche dell’Africa subsahariana che le misure di controllo attualmente stanno in qualche modo tamponando ma che un giorno finiranno per affermarsi; a ciò si aggiungono le forti necessità dell’Italia per motivi demografici e occupazionali.

Italia, Paese di immigrazione: un’equazione che spaventa molti, ma che è inevitabilmente il nostro futuro e può essere anche la nostra risorsa.

Franco Pittau








 

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