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n. 3 MARZO 2007 EDITORIALE SERVIZI
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EDITORIALE Usciamo dalla congiura del silenzio La Direzione «Non è vero che parlare di fantasie suicidali è un rischio; è vero, invece, che ammutolire il bisogno di parlarne sospinge verso l’azione». «È un giorno pieno zeppo di significati segretissimi quello scelto per realizzare la morte volontaria: le ultime ore, gli ultimi minuti condensano i pensieri, i dolori, la rabbia e il desiderio di vendetta mai vissuti con tanta calma, immersi nella solitudine radicale...». È terribile e fa male al cuore la descrizione che Gustavo Pietropolli Charmet fa in queste pagine degli ultimi istanti della vita di un ragazzo che vive «il bisogno di un gesto imperiale, la speranza che serva finalmente a qualcosa, un po’ di serietà e il massimo di disperazione, la certezza della fine di tutto, anche del dolore». È cosi gelido e caldo al medesimo tempo il racconto, che pare di assistere alla scena. Si vorrebbe chiudere la rivista e guardare altrove. Ma è proprio questa scena che ci mette sotto gli occhi la morte progettata come guarigione da una vita insopportabile, che deve spingere diametralmente al contrario, a leggere bene sino in fondo, ad ascoltare, a imparare da chi, come Pietropolli Charmet e i suoi collaboratori impegnati nel Crisis center dell’associazione L’amico Charly di Milano e la presidente della stessa (autrice del dossier di questo numero) incontra da anni ormai questi ragazzi, quelli che hanno già provato e quelli che vogliono ritentare, ma anche i genitori, i fratelli, gli amici di quelli che non ci sono più. È urgente uscire dalla congiura del silenzio, che troppo spesso si forma in famiglia e continua negli altri ambienti educativi a cominciare dalla scuola. Non trinceriamoci dietro al luogo comune che trattare di suicidio crei suicidio: «Non è vero che parlare di fantasie suicidali è un rischio; è vero, invece, che ammutolire il bisogno di parlarne sospinge verso l’azione». E se è vero, come ci insegnano gli esperti del centro milanese, che aiutare i ragazzi a parlare del loro progetto mortifero è una impresa relazionale difficile, ma essenziale, è anche vero che cominciare a mettere a tema questo dramma è difficile, ma non per questo evitabile. Cominciare a parlarne nella società, ma anche in casa, perché «l’unico antidoto alla violenza dell’azione è la parola: l’unico modo per trattenere i ragazzi dal darsi la morte volontaria è costruire legami, far sentire loro l’importanza dei vincoli». Affrontare il problema significherà anche evitare di dare per scontato l’importanza della depressione e della psicopatologia nel determinare la morte volontaria degli adolescenti, perché i risultati scientifici dell’importante ricerca compiuta grazie alla realtà del Crisis center de L’amico Charly evidenziano, al contrario, l’importanza dei rischi evolutivi e del contesto affettivo e relazionale in cui crescono i nostri ragazzi. La direzione |
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