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n. 3 MARZO 2007

Sommario

EDITORIALE
Usciamo dalla congiura del silenzio
la DIREZIONE

SERVIZI
La crisi suicidale in adolescenza
GUSTAVO PIETROPOLLI CHARMET

La parola è nostra alleata
ANTONIO PIOTTI

Un paradosso per chi ha dato la vita
DAVIDE COMAZZI

Riaprire i canali comunicativi
MATTEO LANCINI

Prigionieri di rabbia e dolore
LAURA TURUANI

Nel labirinto di chi rinuncia a sperare
P. ARNALDO PANGRAZZI

DOSSIER
L’associazione "L’amico Charly"
MARIAGRAZIA ZANABONI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Un insieme sconnesso di persone
BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Rispettare il limite dell’essenzialità
GIULIA CERQUETI

Non parlare di "cose da nulla"
ORSOLA VETRI

MATERIALI & APPUNTI
Dove si risvegliano cuore e ragione
CHIARA TRADIGO

L’Italia non spende per la famiglia
A CURA DELL’EURISPES

CONSULENZA GENITORIALE
Un gesto e il suo messaggio
ARISTIDE TRONCONI

POLITICHE FAMILIARI
La vera priorità sociale
A CURA DEL FORUM DELLE ASSOCIAZIONI FAMILIARI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
La violenza sulle donne non ha confini
STEFANO STIMAMIGLIO

IL CISF INFORMA
Una scelta politica, premessa insostituibile

LIBRI & RIVISTE

 

 IL PERCORSO DELLA MADRE

Un paradosso per chi ha dato la vita

di Davide Comazzi
(psicologo presso il Crisis center e l’Istituto Minotauro di Milano)
 

Dopo il tentato suicidio di un adolescente, la madre si ritrova nella situazione di dover partecipare alla messa in scena della morte del figlio senza poter fare nulla, sentendosi sola e senza poter condividere con nessuno i suoi sentimenti. La disperazione raggiunge il suo apice.
  

Al fine di comprendere la natura complessa del suicidio e del tentato suicidio adolescenziale può risultare utile volgere lo sguardo verso ciò che accade nella mente delle madri quando si trovano nella drammatica situazione di assistere impotenti ai comportamenti suicidiari del proprio figlio.

Il Crisis center attribuisce grande valore al momento dell’ascolto della voce materna e paterna: per questa ragione il servizio mette a disposizione degli spazi appositi perché madre e padre possano, indipendentemente l’uno dall’altro, confrontarsi con uno psicologo. Come è naturale pensare, quando un ragazzo commette un tentato suicidio, i suoi genitori vengono investiti da una gran mole di pensieri e sentimenti diversi, caratterizzati da intensità, urgenza, e al contempo da una certa specificità.

Pur essendo complicato prevedere tali sentimenti nel loro sviluppo, è possibile constatare l’esistenza di alcune ricorrenze psichiche: dopo un gesto suicidale, infatti, madri e padri tendono ad assumere "posizioni affettive" tipiche, hanno preoccupazioni e si pongono interrogativi che vanno ricondotti alla natura di ciò che è appena accaduto. Il gesto del figlio chiede di essere decodificato e compreso, e si presenta fin da subito come portatore di ambigue richieste. Quando i genitori non hanno intenzione di sottrarsi a tali richieste, l’incontro con lo psicologo viene in genere auspicato, e nello spazio di consultazione può essere avviato un percorso di rielaborazione che risulta assai prezioso per il figlio stesso.

Il fatto che il tentato suicidio del figlio avvenga in adolescenza, pone le madri in una situazione particolare. Durante questo periodo, infatti, le madri sono impegnate nel difficile compito di rivedere e aggiornare le proprie idee e convinzioni sui figli che stanno rapidamente modificando parti consistenti della propria personalità. La crescita e lo sviluppo puberale hanno innescato cambiamenti fisici che preludono a un periodo di evoluzioni significative anche a livello mentale: per questa ragione è necessario che i pensieri e i sentimenti dei genitori si riorganizzino in funzione dei mutamenti che stanno per intervenire.

Per la madre cambiare idee sul proprio figlio è un compito molto oneroso, in genere più che per il padre: ella infatti è stata molto vicina alla mente del proprio bambino, ne ha conosciuto e condiviso i meandri più reconditi, ha utilizzato le proprie conoscenze e la propria vicinanza al fine di proteggere il piccolo dai pericoli esterni, anticiparne gli errori, e garantirgli una buona crescita. Sulla qualità profonda e ravvicinata del legame con la mente del bambino, la madre ha basato la propria capacità di intervento e a essa ha affidato gran parte della propria efficacia genitoriale. Per queste e altre ragioni, la messa in discussione delle proprie rappresentazioni interne non è né semplice né scontata e definisce un vero e proprio compito evolutivo materno durante l’adolescenza del figlio.

Tale compito, identificabile come risimbolizzazione, può impegnarla anche per tutta la durata dell’adolescenza. Con ciò non è da intendersi che la madre nell’infanzia non abbia mai modificato o evoluto le proprie idee sul figlio, ma certamente non si è mai confrontata con una messa in discussione di questa portata. Inoltre, diversamente da ciò che è accaduto in passato, la produzione di nuovi significati deve essere ora realizzata a un ritmo non sincronico con quello del figlio. La novità è che alla madre viene chiesto di procedere con un certo ritardo: invece di anticipare i cambiamenti e i nuovi pensieri del figlio, ella deve ora semplicemente limitarsi ad assistere alla nascita di essi, collocandosi, se possibile, un passo indietro piuttosto che uno avanti rispetto all’oggetto delle sue osservazioni.

Quando riesce a stare defilata, la madre incontra in genere meno intoppi e meno affanni nel percorso che ha da compiere. Il compito di risimbolizzazione che affronta è piuttosto pervasivo: oltre alla rappresentazione del figlio, esso riguarda anche l’immagine di sé come madre. Cosa deve pensare infatti di sé ora che il figlio non è più quello di prima e le dice di vederla in modo diverso? Che ruolo deve tenere? È proprio vero che quella è la maniera giusta di comportarsi con lui? La risimbolizzazione, inoltre, dà il via a nuove interpretazioni del mandato educativo stesso, facendo emergere cambiamenti significativi in aree importanti della funzione genitoriale.

Il processo riorganizzativo

Quando accade che un figlio adolescente tenta il suicidio, il processo di riorganizzazione interna che la madre si trova comunemente ad affrontare viene fortemente interferito da ciò che è accaduto. La possibilità di una morte prematura, volontaria, che altrimenti non sarebbe stata presa in considerazione, si instilla in profondità nei vissuti e nei timori materni e influenza la produzione di ogni nuovo pensiero sul figlio.

Dal momento del gesto in avanti ogni rappresentazione del futuro deve essere confrontata con il peggiore degli scenari possibili e l’idea della morte per suicidio del figlio non può mai essere accantonata del tutto. In queste situazioni, la pressione verso la risimbolizzazione è altissima, e al compito che già veniva imposto dall’adolescenza, si aggiunge la necessità vincolante di riorganizzare le proprie credenze in funzione del rischio di morte. L’impatto traumatico dell’evento sconvolge letteralmente l’universo di riferimento materno: fin da subito esso viene invaso da intensi sentimenti di disorientamento, angoscia, depressione, colpa, rabbia, impotenza, e da un impellente bisogno di trovare nuove coordinate per avvicinare il mondo interno del figlio. Non appena risulta possibile per la madre fermarsi ad ascoltare i propri pensieri e le proprie emozioni in subbuglio, una delle prime questioni che si aprono ha a che fare con la domanda: «Cosa è successo?», e, in seconda istanza: «Voleva davvero morire?».

Sono quesiti apparentemente semplici ma evidentemente importantissimi, dai quali dipendono gli esiti di ogni rielaborazione successiva. Lo sgomento iniziale, quello che caratterizza ogni situazione post-traumatica, non sempre consente di rendersi conto fin da subito di cosa sia realmente accaduto. Il fatto che il proprio figlio abbia tentato volontariamente di togliersi la vita e la constatazione degli esiti drammatici del gesto (la corsa in pronto soccorso, il ricovero in ospedale, i colloqui con gli psichiatri e gli psicologi...), possono venir circondati da un alone di derealizzazione che fa sembrare le cose vissute in prima persona come accadute in un film, dove i protagonisti mettono in scena qualcosa di terribilmente simile alla propria vita e nello stesso tempo non coincidente con essa. Tuttavia, dopo lo shock iniziale, gli eventi vanno avvicinati ed è irrinunciabile cercare di dare un nome a ciò che è successo.

L’impressione che emerge, dopo essersi confrontati con numerose madri reduci da uno o più tentativi di suicidio dei figli, è che ciò che viene interpretato essere alla base del gesto assume un’importanza cruciale. Le madri possono pensare che si sia trattato di un comportamento sfuggito di mano, in fondo non voluto, esito di una crisi di dolore mentale acuto, di un’esplosione impulsiva di rabbia o di una sospensione temporanea della capacità di giudizio, oppure possono ritenere che si sia trattato di un desiderio di morte vero e proprio, covato nel segreto dei propri affetti, mai fatto trapelare prima ad alcun amico e tanto meno a un genitore. Il tentato suicidio, cioè, può essere ricondotto all’esito di un’influenza esterna, di una pressione subita in una particolare situazione, oppure diversamente può essere letto come ancorato a una vicenda interna strutturale, che per la prima volta viene disvelata.

In questo secondo caso si tratta di qualcosa che origina dentro il figlio e non fuori da esso: si tratta di una sua maniera di essere, sentire e desiderare, eventualmente anche frutto di una malattia, di una specie di perversione che fa scegliere la morte anziché la vita, ma a ogni modo di qualcosa che non può essere esportato all’esterno. Se è così, l’impressione profonda, che a volte la madre non riesce nemmeno a verbalizzare come tale, è che ad andare in direzione della morte sia stato un figlio per certi versi "più vero" di quello che sembrava crescere e guardare avanti, desideroso di cimentarsi nelle faccende quotidiane della vita e interessato al proprio futuro. Naturalmente le impressioni materne si relazionano con ciò che succede nella mente del figlio, tuttavia non è detto che la lettura che viene data degli eventi coincida con quanto effettivamente alberga nei vissuti di quest’ultimo. Gli psicologi hanno diverse testimonianze di come la propensione alla morte possa essere diversamente rappresentata. Ciò che la madre interpreta essere alla base del comportamento del figlio è comunque estremamente vincolante rispetto al suo percorso di risimbolizzazione.

Le due possibili situazioni

Nel primo tipo di situazioni, quando la madre ritiene di essere di fronte a un comportamento, sì grave, ma periferico rispetto al cuore della soggettività del figlio, si attivano in lei vissuti ed emozioni caratterizzati da un certo grado di speranza e da una certa possibilità di spiegare gli eventi. In questi casi il compito di risimbolizzazione risulta, a tutti gli effetti, più semplice da affrontare. L’impatto traumatico iniziale, infatti, dovuto alla considerazione dell’eventualità della morte reale del proprio figlio, ha, nella maggior parte delle situazioni, il potere di catalizzare le risorse emotive che sono necessarie per smantellare il vecchio corpus di credenze infantili vincolanti sul figlio e sulla relazione con lui. In seguito alla mobilitazione affettiva dovuta al gesto, si creano le condizioni perché venga aperto un varco che consente di rappresentarsi le ragioni nuove e attuali della sofferenza del figlio, ovvero i motivi che lo hanno fatto sentire ostacolato nella prosecuzione del proprio percorso di crescita.

In questi casi, la madre viene spinta dalle istanze protettive che si attivano prepotentemente nella sua mente ad accogliere l’importanza vitale delle nuove caratteristiche del sé adolescenziale nascente. All’interno della relazione con lo psicologo, quelle stesse caratteristiche del figlio che prima venivano percepite come troppo autonome, pericolose, traditrici, volgari e antietiche, possono, in un secondo momento, essere accolte con maggior benevolenza e neutralità, sotto l’egida di una curiosità nascente nei confronti di un figlio che presenta aspetti caratteriali ancora inesplorati.

In queste situazioni, compito dello psicologo è quello di sapersi relazionare all’intensa attivazione affettiva materna, rendendosi disponibile ad accompagnare il processo: ciò che è utile per lui tenere a mente è che l’obiettivo non è cambiare la personalità della madre, ma piuttosto proteggere il contenuto della comunicazione che il figlio ha immesso nel gesto mortale, facendo in modo che il rinnovato pensiero materno ne sappia tener conto. Nella maggior parte dei casi, la partecipazione dello psicologo al processo di riorganizzazione simbolica è molto ben accolta, anzi auspicata e richiesta dalla madre stessa, che sente di non potersi permettere il lusso di sbagliare, e anche che sperimenta una qualità di preoccupazione difficilmente condivisibile con gli altri familiari o interlocutori.

Nel secondo tipo di situazioni, quando le madri si trovano invece a dover elaborare un cronico desiderio di morte del figlio, il processo di risimbolizzazione procede con grande difficoltà e arriva persino ad arrestarsi. In questi casi le madri toccano con mano un vuoto di senso difficilmente colmabile e vivono l’esperienza di essere immerse in una vicenda non rappresentabile. «Com’è possibile che desideri la morte?». Di fronte a questa domanda non ci sono risposte. Tutte le ricostruzioni e le narrazioni che, sulla scia degli eventi drammatici, inondano in genere lo spazio della consultazione, si interrompono e vanno alla deriva quando viene preso in considerazione un reale desiderio di morte del figlio.

Ciò a cui si assiste è una sorta di impasse simbolica, un arresto che coinvolge la dimensione delle rappresentazioni esplicite e delle verbalizzazioni. Quando un figlio coltiva l’intenzione sincera di morire, sogna il giorno della sua morte e si rasserena all’idea che potrà riuscire presto nel suo intento, per la madre non esistono parole o spiegazioni possibili.

«Né è davvero convinto...»: si apre un terribile abisso di fronte a un’ipotesi del genere, un vuoto di senso che getta nella disperazione più profonda. Le madri piangono, stanno in silenzio, oppure appaiono svuotate, attonite, come deprivate loro stesse del sentimento della vita. La rinuncia al progetto vitale, che nel caso del tentato suicidio causato da fattori esterni è presente in un gesto e in un tempo circoscritti, nel caso del desiderio di morte è endogena e pervasiva, scritta in profondità nella mente e nel cuore del proprio figlio. Coinvolge il suo carattere, la sua personalità, la sua esistenza intera e in definitiva il senso stesso della sua nascita. Non è semplice né attribuirla a qualcosa di esterno né a qualche dinamica interna transitoria. Non ci sono amici, gruppi, idoli o amori che abbiano potuto innescare una simile e inconcepibile adesione alla morte.

È una scoperta che viola ogni logica di senso, una sorta di paradosso che coinvolge il significato più profondo della funzione materna stessa. «Com’è possibile che io abbia dato la vita a un figlio che desidera morire? Cos’è successo tra di noi?» – si chiede la madre. Nella profondità dei propri affetti, in uno spazio che elude i vincoli simbolici, si confronta con gli esiti più intimi e personali del desiderio di morte del figlio. L’idea di quest’ultimo di morire per morte autoprovocata viene vissuta come una sorta di punizione o di tradimento rispetto alla promessa di diventare grandi che era stata implicitamente sottoscritta da entrambe le parti al momento della nascita. Il figlio sta attaccando il corpo che lei ha generato, curato e protetto per molti anni. È come se il figlio le stesse dicendo qualcosa. È impossibile per lei estraniarsi dai contenuti del desiderio di morte del figlio: tutto ciò che ha riguardato i temi della vita e della corporeità del figlio è sempre stato vissuto, infatti, come di stretta pertinenza personale.

Nella mente materna è come se esistesse una sorta di equivalenza inconscia tra sé stesse da una parte, e la vita e il corpo del proprio figlio dall’altra, per questa ragione il desiderio di morire del figlio non può che essere vissuto anche come un richiamo e un accusa personali. La madre si sente catapultata al centro della scena come da tempo non accadeva più, si vive come interlocutrice diretta e privilegiata dei tragici propositi. Si tratta di un convincimento implicito, che nello spazio di consultazione viene alluso e solo raramente spiegato o che, in altro modo, viene descritto come immotivato. Tuttavia si tratta di un vissuto intenso capace di orientare molte delle azioni materne.

Nello stato di sgomento in cui la madre versa e nell’impossibilità di procedere con la risimbolizzazione, per lo psicologo inizialmente diventa difficile pensare di intervenire a sostegno della realizzazione dei compiti evolutivi. Il processo di separazione, tanto utile per la ripresa del percorso di crescita del figlio, sembra anzi subire una sorta di inversione di rotta. Con l’andare dei colloqui, infatti, l’impasse simbolica assume sempre più le sembianze di un ritorno a modalità di funzionamento e di organizzazione precedenti. Di fronte al rischio di venire annichilita da un dolore depressivo privo di speranze e significati, sentendosi coinvolta in prima persona e non volendo rinunciare alla salvaguardia del progetto vitale, la madre sente che una soluzione può essere quella di tornare ai luoghi originari della relazione con il proprio figlio. A tal fine viene riattivato un repertorio comunicativo che risale all’epoca in cui il bambino non parlava e che con l’arrivo dell’adolescenza stava per andare definitivamente in disuso.

I racconti che emergono nello spazio di consultazione testimoniano l’avvenuto cambio di registro e divengono ricchi di presentimenti. Si tratta di comunicazioni che riguardano prevalentemente un registro non verbale e preconscio, fondate su intuizioni anticipatorie, condivisioni sotterranee, empatia e imitazione degli stati corporei del figlio. Le narrazioni materne esplicitano l’abbattimento delle barriere razionali e la presenza di una connessione viscerale profonda con la situazione in cui versa il figlio. Molte intuizioni che emergono in questo stato d’animo, che si rivelano in realtà straordinariamente accurate, riguardano l’anticipazione del pericolo e la sensazione di cogliere anzitempo la spinta a realizzare il proposito suicidale.

Quando la relazione con il figlio assume questi connotati, la madre sperimenta un forte coinvolgimento emotivo e sente di essere l’unica a possedere le chiavi per una comprensione delle vicende mentali del figlio. Ma una tale collocazione affettiva non tarda a presentare i suoi alti costi: se da un lato il ritorno alle antiche modalità comunicative la mette nelle condizioni di condividere e talvolta precedere i pensieri del figlio, diversamente dal passato le capacità di influenzare e modellare i pensieri del figlio sembrano ridotte e fortemente indebolite. Il desiderio di morte appare infatti non scalfibile e impossibile da modificare. Nonostante l’apparenza di un ritorno al passato, di fronte agli occhi materni non compare la sagoma indifesa e permeabile di un bambino bisognoso, ma piuttosto quella opaca e respingente di un figlio adolescente problematico.

La madre si ritrova dunque nell’insostenibile situazione di dover partecipare alla messa in scena della morte del figlio senza poter fare nulla, sentendosi inoltre abissalmente sola, in una posizione che non può essere condivisa con nessun altro. È questo il momento in cui la crisi e la disperazione raggiungono il loro apice ed è per questa ragione, forse, che nuove possibilità si aprono nell’orizzonte psichico e relazionale materno. Imprigionata come è, impossibilitata a svincolarsi dal legame instaurato con il figlio, deprivata dell’idea di un futuro e di un qualsiasi orizzonte di senso, può succedere che la madre viva l’urgenza di sperimentare un cambiamento e vada per questo alla ricerca di nuove risorse esterne. È in questi momenti drammatici che può rendersi disponibile a rivalutare la propria posizione affettiva e dunque a correre il rischio di un distanziamento dalla condizione del figlio.

Per lo psicologo si crea dunque un’occasione importante: dal suo punto di vista la ripresa del percorso evolutivo ha sempre costituito l’unica possibilità di superamento della crisi in corso, l’unico scenario in grado di consentire una riorganizzazione della speranza. In tal senso lavorerà ancora con la madre per sostenerla nel doloroso distanziamento e per riprendere, il prima possibile, anche il percorso interrotto della risimbolizzazione.

Davide Comazzi

  
  BIBLIOGRAFIA

  • Gustavo Pietropolli Charmet, Elena Riva, Adolescenti in crisi e genitori in difficoltà, Franco Angeli, 1994.

  • Gustavo Pietropolli Charmet, Non è colpa delle mamme. Adolescenti difficili e responsabilità materna, Mondadori, 2006.








 

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