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n. 4 APRILE 2007 EDITORIALE SERVIZI
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LE ORIGINI
E LE EVOLUZIONI La rivoluzione della teoria di Bowlby di
Lucia Carli Psichiatra
di formazione, integrò l’approccio psicoanalitico con i contributi
della psicologia dello sviluppo e di altre discipline allora emergenti.
Dalla sua teoria sul buon legame di attaccamento sono derivate, nel
tempo, molteplici direzioni di ricerca.
La teoria dell’attaccamento, ideata da Bowlby (1969; 1973; 1980), si è sviluppata attraverso l’intensa collaborazione con Mary Ainsworth che ha avviato la verifica empirica delle ipotesi bowlbiane, introducendo a sua volta nozioni teoriche originali. Bowlby, psichiatra di formazione, integrò l’approccio psicoanalitico con i contributi della psicologia dello sviluppo e di altre discipline allora emergenti quali la cibernetica, l’etologia, le scienze cognitive. L’integrazione di apporti provenienti da discipline diverse ha caratterizzato non solo gli esordi della teoria dell’attaccamento ma anche, come vedremo, i suoi ulteriori sviluppi. Grazie alla peculiarità di attingere, via via nel tempo, a contributi disciplinari diversi, la teoria dell’attaccamento è, a tutt’oggi, una teoria potenzialmente in progress. Prendiamo le mosse dal punto di partenza della teoria: come nasce un buon legame di attaccamento? Fin dalle origini, Bowlby prospettò la relazione mamma-bambino in modo del tutto nuovo rispetto alla visione psicoanalitica dominante, che faceva derivare l’amore del figlio per la madre primariamente dalla gratificazione dei suoi bisogni orali, per esempio attraverso l’allattamento. Negli anni ’40, Bowlby aveva infatti osservato gli effetti negativi sullo sviluppo infantile della mancanza di protezione e cura, in particolare in seguito a separazioni e perdite particolarmente traumatiche, quali quelle subite dai bambini ospedalizzati e orfani di guerra. Tali effetti andavano dalla protesta alla disperazione fino al distacco dal mondo e al ritiro in sé. In seguito a queste osservazioni, Bowlby sviluppò l’ipotesi secondo la quale il bambino si attaccherebbe a una persona, in particolare alla madre, per soddisfare un bisogno primario, a base genetica, di vicinanza e protezione, condizione basilare per avviare, sufficientemente garantito, l’esplorazione del mondo fisico e sociale. Come fa rilevare Bowlby, un bambino di due anni la cui madre sta riposando in giardino compirà una serie di escursioni allontanandosi da lei e tornando ogni volta da lei per accertarsi della sua attenzione prima di compiere una nuova escursione. Il comportamento esplorativo, che induce il bambino a spingersi nel mondo, sarà tanto più attivo quanto più rassicurante è la presenza della persona che si prende cura di lui. Il legame di attaccamento diventa così il garante della sopravvivenza dell’individuo nel corso del suo sviluppo e del suo adattamento al contesto sociale e ambientale di appartenenza. Tale modello trovava sostegno nell’ipotesi evoluzionistica, secondo la quale le caratteristiche dell’ambiente stimolano nel bambino la selezione e l’uso di strategie atte a promuovere la protezione e la cura da parte dell’ambiente stesso, cioè a garantire la sua sopravvivenza. Con il crescere l’individuo stringerà nuovi legami, potenzierà ed estenderà le escursioni esplorative nel mondo, ma, anche in età adulta, la presenza di figure di attaccamento continuerà a costituire la sua fonte primaria di sicurezza. Inoltre la qualità dei rapporti di attaccamento che verranno costruiti in età adulta, per esempio con gli amici e/o il partner, dipenderà in una certa misura dai legami sperimentati nell’infanzia. Anche la psicoanalisi aveva riservato un posto di tutto rispetto ai primi mesi e anni di vita del bambino. Aveva individuato nella qualità della relazione precoce del bambino con la madre l’origine del disagio psichico adulto. La convalida di tale ipotesi veniva però fornita essenzialmente dai dati clinici: i pensieri, le emozioni, espressi verbalmente dal paziente nel corso della seduta terapeutica, costituivano il punto di partenza per ricostruire a ritroso le vicende infantili. In polemica con questo metodo, a partire dagli anni ’60, Bowlby cerca di validare le ipotesi psicoanalitiche facendo ricorso a dati extraclinici offerti dall’osservazione diretta del bambino, al fine di verificare la corrispondenza fra il bambino "clinico", ricostruito in seduta, e quello osservato nel contesto delle sue interazioni quotidiane. L’osservazione diretta del bambino conferma il ruolo strategico svolto dagli scambi interattivi madre-figlio nella creazione di un repertorio di strategie, cioè sequenze di azioni atte a regolare e risolvere, con modalità proprie a ogni diade, momenti affettivi intensi come la separazione dalla madre, il ricongiungimento, l’intimità, l’autonomia. Tali sequenze di azioni, ripetute sia dalla madre sia dal bambino in situazioni analoghe, contribuiscono a creare in entrambi delle aspettative reciproche di risposta che si configureranno in rappresentazioni organizzate o "Modelli operativi interni"(1). Tali modelli operativi interni guideranno il comportamento sia della madre sia del bambino nel corso dei nuovi scambi interattivi e verranno da questi modificati. Tali modelli operativi interni determinano il particolare stile di attaccamento esibito dal bambino nei confronti della madre. Ainsworth: idee ed esperienze a confronto. Alla verifica empirica delle intuizioni bowlbiane contribuì in modo determinante il sodalizio scientifico con Mary Ainsworth. Sul piano teorico la Ainsworth elaborò due concetti cardine: quello di sensibilità materna (come capacità della madre di cogliere le richieste del bambino e di rispondere in tempi e modi adeguati) e quello di base sicura (come luogo psicologico da cui il bambino può partire per esplorare il mondo e a cui può tornare quando si sente minacciato), fra loro interconnessi. Il genitore, quando viene sperimentato dal bambino come sufficientemente sensibile e responsivo, specie in situazioni di minaccia e pericolo, diventa un punto di riferimento e una base sicura; l’ancoraggio a tale base, vale a dire la certezza di venir tutelato dall’adulto, incoraggia il bambino a esplorare l’ambiente, sociale e fisico. Sul piano empirico, la Ainsworth avviò osservazioni naturalistiche, come i celebri studi con le famiglie in Uganda e a Baltimora, pervenendo alla messa a punto di una procedura di laboratorio, universalmente nota come Strange Situation (Ainsworth, Blehar, Waters. e Wall, 1978). Tale procedura mira a cogliere l’equilibrio tra comportamento di attaccamento ed esplorazione, in condizione di bassa e alta tensione emotiva. L’utilizzo di questo strumento ha consentito di codificare tre stili d’attaccamento infantile, uno sicuro e due insicuri: ansioso-ambivalente ed evitante. Successivamente, Mary Main ne individuerà un quarto: disorganizzato, quest’ultimo associato a situazioni a rischio (Main, Hesse, 1992). Tali modelli danno conto di differenti modalità adattive nel rapportarsi col proprio caregiver. Esse riflettono gradi diversi di sicurezza di legame al genitore, favorendo in modo sensibilmente diverso esperienze di separazione dal caregiver stesso e di esplorazione dell’ambiente fisico e sociale. Legami che diventano adulti Negli anni ’80, la ricerca, fino ad allora focalizzata sul legame madre-bambino, viene estesa allo studio dei legami adulti, sviluppandosi lungo due linee: l’una volta allo studio degli aspetti rappresentazionali del legame adulto e l’altra del legame di coppia. Quale continuità fra il legame della mamma e quello del bambino? La trasmissione intergenerazionale dei legami di attaccamento. La prima linea di ricerca trae origine dagli studi sul legame di attaccamento infantile alla madre. Essa muove alla ricerca dei precursori dell’attaccamento sicuro nel bambino e li individua, principalmente, nella madre e nella sua esperienza di attaccamento infantile. Ipotesi lineare: dall’infanzia
della madre all’infanzia del figlio. Le cure ricevute dalla madre
e il legame di attaccamento infantile ai propri genitori, rielaborati
nel tempo in una rappresentazione mentale adulta dell’esperienza
passata, influenzerebbero la capacità di cura e la sensibilità materne
nei confronti dei bisogni del figlio, a loro volta queste ultime
condizionerebbero in modo determinante il tipo di attaccamento del
figlio alla madre stessa, secondo il seguente schema lineare:
rappresentazione dell’esperienza infantile di attaccamento della madre
Tale ipotesi di trasmissione lineare degli stili di attaccamento da una generazione all’altra è stata esplorata attraverso un’intervista semistrutturata, l’Adult Attachment Interview (AAI) (George, Kaplan e Main, 1985) appositamente messa a punto per accedere al ricordo dei propri legami infantili nel genitore. I risultati delle ricerche confermano sì una continuità fra qualità dell’esperienza infantile di attaccamento materna e stile di attaccamento del figlio, senza risultare però così decisivi da escludere la presenza di altri fattori che possono mediare e moderare il passaggio dall’esperienza infantile di cure della madre al tipo di legame del figlio. Si è proseguiti pertanto nell’esplorazione da una nuova prospettiva, ecologico-contestuale. Ipotesi ecologico-contestuale: fra madre e bambino, la funzione di una rete di supporti. Nella prospettiva ecologicocontestuale, ogni legame diadico, per esempio tra madre e bambino o di coppia, viene collocato entro la rete di relazioni famigliari e sociali (Levitt, 1991). In tale ottica la sensibilità materna non sarebbe solo la diretta emanazione della rappresentazione della sua esperienza infantile, ma risentirebbe anche della qualità del legame di coppia oltre che della presenza di supporti sociali, secondo il seguente schema: l’esperienza relazionale infantile (rielaborata nella rappresentazione adulta del legame di attaccamento infantile) inciderebbe in primis sul legame di coppia. Entrambi i legami (quello di attaccamento infantile e quello al partner), insieme alla rete di supporti sociali, influenzerebbero la competenza e sensibilità genitoriale, a sua volta determinante la qualità del legame di attaccamento del bambino al genitore. Tale ipotesi ha trovato ancora una volta riscontro nella teoria evoluzionistica, i cui più recenti contributi, nell’ottica della life-history, attribuiscono ai modelli di attaccamento la funzione, nel bambino, di promuovere la protezione e il supporto da parte dell’ambiente di cura, esperienza alla base delle future competenze genitoriali, e, nell’adulto, di incrementare un accoppiamento idoneo alla presa in cura della generazione più giovane (Belsky, 1997). Il legame tra generazioni passerebbe dunque attraverso il rapporto di coppia. In altri termini, l’attaccamento di un individuo ai propri genitori costituisce un legame che perdura lungo l’arco di vita intersecandosi con altri legami extrafamigliari, insieme ai quali contribuisce a generare quelle capacità genitoriali alla base del percorso di attaccamento del figlio. L’attaccamento al partner La seconda area si è sviluppata, invece, intorno al tema del legame di attaccamento al partner. Anche in questo caso, sempre a partire dal presupposto della sostanziale analogia tra la tipologia infantile e adulta di attaccamento (Hazan e Shaver, 1987), sono state messe a punto varie modalità di classificazione del legame al partner, attraverso questionari e interviste appositamente elaborate. Grazie a tali strumenti è stata, in particolare, indagata l’ipotesi prototipica bowlbiana di una relazione causale fra l’esperienza affettiva dell’individuo con la propria famiglia d’origine e la sua successiva capacità di stringere legami affettivi adulti. Anche la connessione fra legame alla famiglia di origine e legame al partner ha trovato, per ora, solo un moderato riscontro empirico e ciò sta stimolando la ricerca di nuovi fattori determinanti la qualità del legame al partner in una prospettiva evolutiva più attenta, rispetto al passato, sia agli sviluppi e trasformazioni del legame di coppia, sia alle sue connessioni con gli altri legami della rete di relazioni famigliari. Dalla sensibilità materna alla intersoggettività L’interesse, sempre vivo, per i fattori che promuovono l’attaccamento sicuro ha portato a esplorare temi presenti in nuce nel corpus teorico bowlbiano, dando origine al cosiddetto "approccio comunicativo all’attaccamento". Prime intuizioni. Bowlby riteneva che il legame di attaccamento si costruisse attraverso intensi scambi reciproci fra caregiver e bambino, finalizzati alla cura e protezione di quest’ultimo. In particolare, aveva individuato nella comunicazione verbale e non verbale dell’adulto il canale preferenziale attraverso cui il genitore risponde ai segnali del bambino, trasmettendogli, in tal modo, anche la propria chiave di lettura della realtà, basata sulle sue esperienze relazionali pregresse e attuali. Bowlby (1973) sottolinea le possibilità di deformazione dell’esperienza attraverso comunicazioni tendenti a falsificare od omettere la realtà che il bambino vive. Il conflitto tra ciò che il bambino sperimenta e l’interpretazione distorta che il genitore dà di questa stessa esperienza, si risolve tendenzialmente, nel bambino, con l’assunzione dei modelli forniti dall’autorità parentale e una difensiva esclusione dalla coscienza di quanto percepito e vissuto (Bowlby, 1980). Genitore e bambino sperimenteranno allora continue difficoltà sia a comunicare fra loro sulla relazione sia ad adeguare e aggiornare i loro modelli operativi interni nell’evolversi della loro relazione. Bowlby, tuttavia, non approfondisce tali intuizioni, relative alla connessione fra una comunicazione emozionale chiara e aperta e adeguati e flessibili modelli operativi interni. Intuizioni messe alla prova. Tali intuizioni verranno in parte riprese dal filone di ricerca definito, come già accennato, "approccio comunicativo" allo studio dell’attaccamento, ispirando la messa a punto di strumenti di valutazione narrativi per il bambino e l’adulto. Tali strumenti identificano due indici per la valutazione della qualità del legame di attaccamento: il modo di parlare dei due partner fra loro (Strage e Main, 1985) e il modo di parlare sulla relazione di attaccamento con un terzo (George, Kaplan e Main, 1984; Main, Kaplan e Cassidy, 1985; Bretherton, Ridgeway e Cassidy, 1990). Fra idee consolidate e nuovi stimoli Tale area di ricerca sulla dimensione comunicativa del legame genitore-bambino, seppur relativamente estesa rispetto al corpus teorico ed empirico di studi sull’attaccamento, consente di delineare la parabola evolutiva della teoria di Bowlby creando un ideale ponte tra quest’ultima e altre aree di ricerca limitrofe e interagenti, quale l’Infant Research (Beebe e Lachmann, 2002). L’Infant Research è interessata a cogliere come il bambino prenda consapevolezza di sé e dell’altro. Essa accorda centralità alla dinamica comunicativa che si avvia a partire dalle prime forme di interazione fra il lattante e la madre in quanto, a partire da questi primi scambi, si delimita il campo intersoggettivo che costituisce la matrice entro cui il bambino imparerà a immedesimarsi nell’altro e a interagire con lui, rimanendo sé stesso. Gli studi dell’Infant Research forniscono oggi un importante contributo alla conoscenza dei primi processi di sviluppo della competenza relazionale in genere e dell’attaccamento in particolare. Sappiamo che la sensibilità ai primi scambi comunicativi nei primi mesi di vita è sia manifestazione di una competenza intersoggettiva sia precondizione di un attaccamento. Nuove strade da percorrere Pertanto, sebbene l’intersoggettività, vale a dire la predisposizione a entrare in contatto con l’altro, sia concepita come un sistema motivazionale primario distinto e complementare rispetto al sistema motivazionale dell’attaccamento, i due sistemi si sostengono e integrano a vicenda. Proprio la possibilità di risalire ai primordi della competenza relazionale consente di cercare una nuova strada per individuare, nelle dinamiche di regolazione e adattamento del sistema diadico madre-bambino, i precursori dei modelli di attaccamento sicuri e disfunzionali. Lucia Carli
NOTA 1 Gli IWM
sono definiti da Bowlby (1969; 1973) come «rappresentazioni dinamiche
volte a predire e interpretare il comportamento del partner, così come
a pianificare il proprio comportamento in risposta a quello del partner
stesso» (in Bretherton, 1993, p. 239). |
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