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n. 4 APRILE 2007

Sommario

EDITORIALE
Quella relazione che costruisce la personalità
la DIREZIONE

SERVIZI
La rivoluzione della teoria di Bowlby
LUCIA CARLI

Sicurezza e insicurezza del legame
ROSALINDA CASSIBBA

Le radici e le ali per volare
LUCIA CARLI

In corsa verso l’età adulta
GRAZIA ATTILI

Un contributo alla psicologia clinica
GIOVANNI LIOTTI

Attaccamento e relazione tra uomo e Dio
ROBERTO ROVERAN

DOSSIER
Continuità e attaccamento
GRAZIELLA FAVA VIZZIELLO E ALESSANDRA SIMONELLI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Le tante facce dell’affezione
BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Padri e figli in conflitto nella letteratura
ROBERTO CARNERO

Formazione di uno scrittore
ORSOLA VETRI (A CURA DI)

MATERIALI & APPUNTI
Donne che amano troppo
MANUELA MARIA MANCINI

CONSULENZA GENITORIALE
Il delicato rapporto tra legami e separazioni
SIMONA TROVATI

POLITICHE FAMILIARI
Bambini col cellulare: tuteliamoli!
A CURA DEL CONSIGLIO NAZIONALE DEGLI UTENTI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Il matrimonio: roba da ricchi
ORSOLA VETRI

IL CISF INFORMA
Lo stile di vita di una famiglia

LIBRI & RIVISTE

 

 LE ORIGINI E LE EVOLUZIONI

La rivoluzione della teoria di Bowlby

di Lucia Carli
(professore straordinario di Psicologia dinamica e di Psicologia dello sviluppo
e delle relazioni famigliari, Università Milano-Bicocca)

Psichiatra di formazione, integrò l’approccio psicoanalitico con i contributi della psicologia dello sviluppo e di altre discipline allora emergenti. Dalla sua teoria sul buon legame di attaccamento sono derivate, nel tempo, molteplici direzioni di ricerca.
  

Il bambino si attaccherebbe a una persona, in particolare alla madre, per soddisfare un bisogno primario, a base genetica, di vicinanza e protezione, condizione basilare per avviare, sufficientemente garantito, l’esplorazione del mondo fisico e sociale.
  

La teoria dell’attaccamento, ideata da Bowlby (1969; 1973; 1980), si è sviluppata attraverso l’intensa collaborazione con Mary Ainsworth che ha avviato la verifica empirica delle ipotesi bowlbiane, introducendo a sua volta nozioni teoriche originali.

Bowlby, psichiatra di formazione, integrò l’approccio psicoanalitico con i contributi della psicologia dello sviluppo e di altre discipline allora emergenti quali la cibernetica, l’etologia, le scienze cognitive. L’integrazione di apporti provenienti da discipline diverse ha caratterizzato non solo gli esordi della teoria dell’attaccamento ma anche, come vedremo, i suoi ulteriori sviluppi. Grazie alla peculiarità di attingere, via via nel tempo, a contributi disciplinari diversi, la teoria dell’attaccamento è, a tutt’oggi, una teoria potenzialmente in progress.

Prendiamo le mosse dal punto di partenza della teoria: come nasce un buon legame di attaccamento? Fin dalle origini, Bowlby prospettò la relazione mamma-bambino in modo del tutto nuovo rispetto alla visione psicoanalitica dominante, che faceva derivare l’amore del figlio per la madre primariamente dalla gratificazione dei suoi bisogni orali, per esempio attraverso l’allattamento. Negli anni ’40, Bowlby aveva infatti osservato gli effetti negativi sullo sviluppo infantile della mancanza di protezione e cura, in particolare in seguito a separazioni e perdite particolarmente traumatiche, quali quelle subite dai bambini ospedalizzati e orfani di guerra. Tali effetti andavano dalla protesta alla disperazione fino al distacco dal mondo e al ritiro in sé. In seguito a queste osservazioni, Bowlby sviluppò l’ipotesi secondo la quale il bambino si attaccherebbe a una persona, in particolare alla madre, per soddisfare un bisogno primario, a base genetica, di vicinanza e protezione, condizione basilare per avviare, sufficientemente garantito, l’esplorazione del mondo fisico e sociale.

Come fa rilevare Bowlby, un bambino di due anni la cui madre sta riposando in giardino compirà una serie di escursioni allontanandosi da lei e tornando ogni volta da lei per accertarsi della sua attenzione prima di compiere una nuova escursione. Il comportamento esplorativo, che induce il bambino a spingersi nel mondo, sarà tanto più attivo quanto più rassicurante è la presenza della persona che si prende cura di lui.

Il legame di attaccamento diventa così il garante della sopravvivenza dell’individuo nel corso del suo sviluppo e del suo adattamento al contesto sociale e ambientale di appartenenza. Tale modello trovava sostegno nell’ipotesi evoluzionistica, secondo la quale le caratteristiche dell’ambiente stimolano nel bambino la selezione e l’uso di strategie atte a promuovere la protezione e la cura da parte dell’ambiente stesso, cioè a garantire la sua sopravvivenza.

Con il crescere l’individuo stringerà nuovi legami, potenzierà ed estenderà le escursioni esplorative nel mondo, ma, anche in età adulta, la presenza di figure di attaccamento continuerà a costituire la sua fonte primaria di sicurezza. Inoltre la qualità dei rapporti di attaccamento che verranno costruiti in età adulta, per esempio con gli amici e/o il partner, dipenderà in una certa misura dai legami sperimentati nell’infanzia.

Anche la psicoanalisi aveva riservato un posto di tutto rispetto ai primi mesi e anni di vita del bambino. Aveva individuato nella qualità della relazione precoce del bambino con la madre l’origine del disagio psichico adulto. La convalida di tale ipotesi veniva però fornita essenzialmente dai dati clinici: i pensieri, le emozioni, espressi verbalmente dal paziente nel corso della seduta terapeutica, costituivano il punto di partenza per ricostruire a ritroso le vicende infantili.

In polemica con questo metodo, a partire dagli anni ’60, Bowlby cerca di validare le ipotesi psicoanalitiche facendo ricorso a dati extraclinici offerti dall’osservazione diretta del bambino, al fine di verificare la corrispondenza fra il bambino "clinico", ricostruito in seduta, e quello osservato nel contesto delle sue interazioni quotidiane.

L’osservazione diretta del bambino conferma il ruolo strategico svolto dagli scambi interattivi madre-figlio nella creazione di un repertorio di strategie, cioè sequenze di azioni atte a regolare e risolvere, con modalità proprie a ogni diade, momenti affettivi intensi come la separazione dalla madre, il ricongiungimento, l’intimità, l’autonomia. Tali sequenze di azioni, ripetute sia dalla madre sia dal bambino in situazioni analoghe, contribuiscono a creare in entrambi delle aspettative reciproche di risposta che si configureranno in rappresentazioni organizzate o "Modelli operativi interni"(1). Tali modelli operativi interni guideranno il comportamento sia della madre sia del bambino nel corso dei nuovi scambi interattivi e verranno da questi modificati. Tali modelli operativi interni determinano il particolare stile di attaccamento esibito dal bambino nei confronti della madre.

Ainsworth: idee ed esperienze a confronto. Alla verifica empirica delle intuizioni bowlbiane contribuì in modo determinante il sodalizio scientifico con Mary Ainsworth.

Sul piano teorico la Ainsworth elaborò due concetti cardine: quello di sensibilità materna (come capacità della madre di cogliere le richieste del bambino e di rispondere in tempi e modi adeguati) e quello di base sicura (come luogo psicologico da cui il bambino può partire per esplorare il mondo e a cui può tornare quando si sente minacciato), fra loro interconnessi. Il genitore, quando viene sperimentato dal bambino come sufficientemente sensibile e responsivo, specie in situazioni di minaccia e pericolo, diventa un punto di riferimento e una base sicura; l’ancoraggio a tale base, vale a dire la certezza di venir tutelato dall’adulto, incoraggia il bambino a esplorare l’ambiente, sociale e fisico.

Sul piano empirico, la Ainsworth avviò osservazioni naturalistiche, come i celebri studi con le famiglie in Uganda e a Baltimora, pervenendo alla messa a punto di una procedura di laboratorio, universalmente nota come Strange Situation (Ainsworth, Blehar, Waters. e Wall, 1978). Tale procedura mira a cogliere l’equilibrio tra comportamento di attaccamento ed esplorazione, in condizione di bassa e alta tensione emotiva. L’utilizzo di questo strumento ha consentito di codificare tre stili d’attaccamento infantile, uno sicuro e due insicuri: ansioso-ambivalente ed evitante.

Successivamente, Mary Main ne individuerà un quarto: disorganizzato, quest’ultimo associato a situazioni a rischio (Main, Hesse, 1992).

Tali modelli danno conto di differenti modalità adattive nel rapportarsi col proprio caregiver. Esse riflettono gradi diversi di sicurezza di legame al genitore, favorendo in modo sensibilmente diverso esperienze di separazione dal caregiver stesso e di esplorazione dell’ambiente fisico e sociale.

Legami che diventano adulti

Negli anni ’80, la ricerca, fino ad allora focalizzata sul legame madre-bambino, viene estesa allo studio dei legami adulti, sviluppandosi lungo due linee: l’una volta allo studio degli aspetti rappresentazionali del legame adulto e l’altra del legame di coppia.

Quale continuità fra il legame della mamma e quello del bambino? La trasmissione intergenerazionale dei legami di attaccamento. La prima linea di ricerca trae origine dagli studi sul legame di attaccamento infantile alla madre. Essa muove alla ricerca dei precursori dell’attaccamento sicuro nel bambino e li individua, principalmente, nella madre e nella sua esperienza di attaccamento infantile.

Ipotesi lineare: dall’infanzia della madre all’infanzia del figlio. Le cure ricevute dalla madre e il legame di attaccamento infantile ai propri genitori, rielaborati nel tempo in una rappresentazione mentale adulta dell’esperienza passata, influenzerebbero la capacità di cura e la sensibilità materne nei confronti dei bisogni del figlio, a loro volta queste ultime condizionerebbero in modo determinante il tipo di attaccamento del figlio alla madre stessa, secondo il seguente schema lineare: rappresentazione dell’esperienza infantile di attaccamento della madre sensibilità materna stile di attaccamento del bambino alla madre.

Tale ipotesi di trasmissione lineare degli stili di attaccamento da una generazione all’altra è stata esplorata attraverso un’intervista semistrutturata, l’Adult Attachment Interview (AAI) (George, Kaplan e Main, 1985) appositamente messa a punto per accedere al ricordo dei propri legami infantili nel genitore. I risultati delle ricerche confermano sì una continuità fra qualità dell’esperienza infantile di attaccamento materna e stile di attaccamento del figlio, senza risultare però così decisivi da escludere la presenza di altri fattori che possono mediare e moderare il passaggio dall’esperienza infantile di cure della madre al tipo di legame del figlio. Si è proseguiti pertanto nell’esplorazione da una nuova prospettiva, ecologico-contestuale.

Ipotesi ecologico-contestuale: fra madre e bambino, la funzione di una rete di supporti. Nella prospettiva ecologicocontestuale, ogni legame diadico, per esempio tra madre e bambino o di coppia, viene collocato entro la rete di relazioni famigliari e sociali (Levitt, 1991). In tale ottica la sensibilità materna non sarebbe solo la diretta emanazione della rappresentazione della sua esperienza infantile, ma risentirebbe anche della qualità del legame di coppia oltre che della presenza di supporti sociali, secondo il seguente schema: l’esperienza relazionale infantile (rielaborata nella rappresentazione adulta del legame di attaccamento infantile) inciderebbe in primis sul legame di coppia. Entrambi i legami (quello di attaccamento infantile e quello al partner), insieme alla rete di supporti sociali, influenzerebbero la competenza e sensibilità genitoriale, a sua volta determinante la qualità del legame di attaccamento del bambino al genitore.

Tale ipotesi ha trovato ancora una volta riscontro nella teoria evoluzionistica, i cui più recenti contributi, nell’ottica della life-history, attribuiscono ai modelli di attaccamento la funzione, nel bambino, di promuovere la protezione e il supporto da parte dell’ambiente di cura, esperienza alla base delle future competenze genitoriali, e, nell’adulto, di incrementare un accoppiamento idoneo alla presa in cura della generazione più giovane (Belsky, 1997).

Il legame tra generazioni passerebbe dunque attraverso il rapporto di coppia. In altri termini, l’attaccamento di un individuo ai propri genitori costituisce un legame che perdura lungo l’arco di vita intersecandosi con altri legami extrafamigliari, insieme ai quali contribuisce a generare quelle capacità genitoriali alla base del percorso di attaccamento del figlio.

L’attaccamento al partner

La seconda area si è sviluppata, invece, intorno al tema del legame di attaccamento al partner. Anche in questo caso, sempre a partire dal presupposto della sostanziale analogia tra la tipologia infantile e adulta di attaccamento (Hazan e Shaver, 1987), sono state messe a punto varie modalità di classificazione del legame al partner, attraverso questionari e interviste appositamente elaborate.

Grazie a tali strumenti è stata, in particolare, indagata l’ipotesi prototipica bowlbiana di una relazione causale fra l’esperienza affettiva dell’individuo con la propria famiglia d’origine e la sua successiva capacità di stringere legami affettivi adulti.

Anche la connessione fra legame alla famiglia di origine e legame al partner ha trovato, per ora, solo un moderato riscontro empirico e ciò sta stimolando la ricerca di nuovi fattori determinanti la qualità del legame al partner in una prospettiva evolutiva più attenta, rispetto al passato, sia agli sviluppi e trasformazioni del legame di coppia, sia alle sue connessioni con gli altri legami della rete di relazioni famigliari.

Dalla sensibilità materna alla intersoggettività

L’interesse, sempre vivo, per i fattori che promuovono l’attaccamento sicuro ha portato a esplorare temi presenti in nuce nel corpus teorico bowlbiano, dando origine al cosiddetto "approccio comunicativo all’attaccamento".

Prime intuizioni. Bowlby riteneva che il legame di attaccamento si costruisse attraverso intensi scambi reciproci fra caregiver e bambino, finalizzati alla cura e protezione di quest’ultimo. In particolare, aveva individuato nella comunicazione verbale e non verbale dell’adulto il canale preferenziale attraverso cui il genitore risponde ai segnali del bambino, trasmettendogli, in tal modo, anche la propria chiave di lettura della realtà, basata sulle sue esperienze relazionali pregresse e attuali.

Bowlby (1973) sottolinea le possibilità di deformazione dell’esperienza attraverso comunicazioni tendenti a falsificare od omettere la realtà che il bambino vive. Il conflitto tra ciò che il bambino sperimenta e l’interpretazione distorta che il genitore dà di questa stessa esperienza, si risolve tendenzialmente, nel bambino, con l’assunzione dei modelli forniti dall’autorità parentale e una difensiva esclusione dalla coscienza di quanto percepito e vissuto (Bowlby, 1980). Genitore e bambino sperimenteranno allora continue difficoltà sia a comunicare fra loro sulla relazione sia ad adeguare e aggiornare i loro modelli operativi interni nell’evolversi della loro relazione.

Bowlby, tuttavia, non approfondisce tali intuizioni, relative alla connessione fra una comunicazione emozionale chiara e aperta e adeguati e flessibili modelli operativi interni.

Intuizioni messe alla prova. Tali intuizioni verranno in parte riprese dal filone di ricerca definito, come già accennato, "approccio comunicativo" allo studio dell’attaccamento, ispirando la messa a punto di strumenti di valutazione narrativi per il bambino e l’adulto. Tali strumenti identificano due indici per la valutazione della qualità del legame di attaccamento: il modo di parlare dei due partner fra loro (Strage e Main, 1985) e il modo di parlare sulla relazione di attaccamento con un terzo (George, Kaplan e Main, 1984; Main, Kaplan e Cassidy, 1985; Bretherton, Ridgeway e Cassidy, 1990).

Fra idee consolidate e nuovi stimoli

Tale area di ricerca sulla dimensione comunicativa del legame genitore-bambino, seppur relativamente estesa rispetto al corpus teorico ed empirico di studi sull’attaccamento, consente di delineare la parabola evolutiva della teoria di Bowlby creando un ideale ponte tra quest’ultima e altre aree di ricerca limitrofe e interagenti, quale l’Infant Research (Beebe e Lachmann, 2002).

L’Infant Research è interessata a cogliere come il bambino prenda consapevolezza di sé e dell’altro. Essa accorda centralità alla dinamica comunicativa che si avvia a partire dalle prime forme di interazione fra il lattante e la madre in quanto, a partire da questi primi scambi, si delimita il campo intersoggettivo che costituisce la matrice entro cui il bambino imparerà a immedesimarsi nell’altro e a interagire con lui, rimanendo sé stesso.

Gli studi dell’Infant Research forniscono oggi un importante contributo alla conoscenza dei primi processi di sviluppo della competenza relazionale in genere e dell’attaccamento in particolare. Sappiamo che la sensibilità ai primi scambi comunicativi nei primi mesi di vita è sia manifestazione di una competenza intersoggettiva sia precondizione di un attaccamento.

Nuove strade da percorrere

Pertanto, sebbene l’intersoggettività, vale a dire la predisposizione a entrare in contatto con l’altro, sia concepita come un sistema motivazionale primario distinto e complementare rispetto al sistema motivazionale dell’attaccamento, i due sistemi si sostengono e integrano a vicenda.

Proprio la possibilità di risalire ai primordi della competenza relazionale consente di cercare una nuova strada per individuare, nelle dinamiche di regolazione e adattamento del sistema diadico madre-bambino, i precursori dei modelli di attaccamento sicuri e disfunzionali.

Lucia Carli
   

QUANDO L’ATTACCAMENTO È DISORGANIZZATO

«Nei bambini il cui attaccamento verrà classificato successivamente come disorganizzato in base al test della Strange Situation condotto a 12 mesi, si osserva forse la forma più estrema di [...] disgiunzione a quattro mesi (fra madre e bambino). Nell’interazione faccia a faccia a quattro mesi, il bambino mostra spesso forme estreme di disagio e tenta di autoregolarsi, mentre la mamma si comporta come se "tutto andasse bene", quasi come se si trovasse di fronte a un altro bambino. Il bambino presenta periodi prolungati di agitazione vocale, distoglie lo sguardo spesso e a lungo e, a tratti, gira la testa anche completamente dall’altra parte; a questo si aggiungono momenti in cui inarca il corpo all’indietro e altri in cui perde il controllo posturale, diventando flaccido e immobilizzandosi completamente. Di fronte al bambino che mostra un così forte disagio, la mamma spesso sorride (esempio dell’"errore interattivo" descritto da Lyons-Ruth nel 1996), mantiene un ritmo rapido di stimolazione vocale, facciale e tattile con poche pause, stimola spesso il bambino mentre quest’ultimo guarda altrove e rifiuta di coinvolgersi e, spesso, intensifica gradualmente le espressioni facciali e vocali negative del bambino... In queste interazioni disgiuntive, la madre essenzialmente nega il disagio del bambino [...] la madre non si chiede che cosa non va e non tenta di procedere a una riparazione. Forse non riesce a sopportare questo disagio a causa del proprio vissuto traumatico irrisolto [...] Le forme estreme di autoregolazione del bambino, che si affloscia fino a restare immobile, assomigliano alle situazioni [...] in cui il bambino "fa il morto", [...] come se fingere di essere morto potesse porre fine alla stimolazione» (Beebe Rustin e al., 2003 p. 823).

Come agli esordi si trattava di definire gli ambiti di interazione fra la teoria dell’attaccamento e la psicoanalisi, partendo dal nuovo modello di sviluppo bowlbiano, ora il confronto coinvolge le recenti teorie psicoanalitiche dell’interazione, centrate sulla nozione di intersoggettività, partendo dal loro modello di sviluppo che ha nella diade, intesa come sistema, l’unità privilegiata di analisi e osservazione.

L’integrazione dei nuovi contributi sull’intersoggettività consente di visualizzare, ora, in modo integrato il "farsi" e il costruirsi del legame infantile unitamente all’esplicarsi della competenza genitoriale.

l.c.

  
BIBLIOGRAFIA

  • Ainsworth M.D.S. e al., Patterns of attachment: A psychological study of the Strange Situation, Erlbaum Hillsdale NJ, 1978.

  • Beebe B., Lachmann, F.M. (2002), trad.it., Infant research e trattamento degli adulti, Cortina, Milano, 2003.

  • Beebe Rustin e al. (2003), Nuovi contributi alla visione dell’intersoggettività nell’infanzia e alla sua applicazione in psicoanalisi, trad. it. in L. Carli e C. Rodini, Forme d’intersoggettività, Cortina, Milano (in stampa).

  • Belsky J. (1997), Attachment, mating, and parenting. An evolutionary interpretation, "Human Nature", 8, 4, pp. 361-381.

  • Bowlby J. (1969), Attaccamento e perdita, vol. I: L’attaccamento alla madre, trad. it. Torino, Boringhieri, 1972.

  • Bowlby J. (1973), Attaccamento e perdita, vol. II: La separazione dalla madre, trad. it. Torino, Boringhieri, 1975.

  • Bowlby J. (1980), Attaccamento e perdita, vol. I: La perdita della madre, trad. it. Torino, Boringhieri, 1983.

  • Bretherton I., A communication perspective on attachment relationships and internal working models, in Waters e al. (a cura di), Caregiving, cultural and cognitive perspectives on secure-base behavior and working models. New growing points of attachment theory and research, in "Monographs of the society for research in child development", 1995, 244, 60, 2-3, pp. 310-329.

  • Bretherton I., Ridgeway D. & Cassidy J., Assessing internal working models of the attachment relationships: an attachment story completion task for three year olds. In: M.T. Greenberg, D. Cicchetti & E.M. Cumming, (Eds), Attachment in preschools years: theory research and intervention, University of Chicago Press, Chicago, 1990, pp. 79-91.

  • George C., Kaplan N., Main M. (1984), Adult Attachment Interview. Unpublished Manuscript, University of California, Berkeley.

  • Hazan C. e Shaver P. (1987), L’amore inteso come processo di attaccamento, trad.

  • it. in L. Carli (a cura di), Attaccamento e rapporto di coppia, Cortina, Milano, 1995, pp. 91-126.

  • Levitt M.G. e al., Relazioni di attaccamento e transizioni di vita. trad. it. in L. Carli (a cura di), Dalla diade alla famiglia, Cortina, Milano 1999, pp. 115-140.

  • Main M., Hesse E., Attaccamento disorganizzato/disorientante nell’infanzia e stati mentali alterati dei genitori, trad. it. in M. Ammaniti, D. Stern, (a cura di) Attaccamento e psicoanalisi, Laterza, Bari, 1992, pp. 86-140.

  • Main M., Kaplan N. Cassidy J. (1985), Security in infancy, childhood and adulthood: a move to the level of rappresentation, in I. Bretherton e E. Waters (a cura di), Growing points of attachment theory and research, "Monographs of the society for research in child development", 209, 50, 1-2, pp. 66-104.

  • Strage A. e Main M.(1985, aprile), Attachment and parent-child discorse patterns. Biennial meeting of the Society for research in child development, Toronto.
       

NOTA

1 Gli IWM sono definiti da Bowlby (1969; 1973) come «rappresentazioni dinamiche volte a predire e interpretare il comportamento del partner, così come a pianificare il proprio comportamento in risposta a quello del partner stesso» (in Bretherton, 1993, p. 239). 








 

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