|
n. 4 APRILE 2007 EDITORIALE SERVIZI
DOSSIER RUBRICHE MASS MEDIA
& FAMIGLIA Formazione
di uno scrittore MATERIALI
& APPUNTI CONSULENZA
GENITORIALE POLITICHE
FAMILIARI LA FAMIGLIA
NEL MONDO IL CISF
INFORMA LIBRI & RIVISTE
|
DOSSIER
- DALLA PROPRIA STORIA CONTINUITÀ E ATTACCAMENTO
QUALITÀ
DELL’ATTACCAMENTO Gli psicologi clinici, i terapeuti e gli studiosi dello sviluppo da anni sono interessati a comprendere e a osservare le modalità con cui esperienze di varia natura, soprattutto quelle affettivo-relazionali vissute nelle fasi precoci della vita, divengono un patrimonio di eventi, parole, emozioni che, immagazzinato nella memoria, può essere ricordato e "raccontato" a un altro attraverso due principali canali di comunicazione: il comportamento e la narrazione. A questo proposito, la teoria dell’attaccamento costituisce un quadro di riferimento particolarmente utile in quanto ha delineato un percorso evolutivo che descrive le modalità attraverso cui l’individuo interiorizza, cioè "mette e porta dentro di sé", le esperienze più importanti vissute durante l’infanzia. Secondo questo modello, nel corso del tempo, tra le interazioni con le persone che accudiscono il bambino vengono estrapolate quelle più frequenti che, riprodotte nel tempo e ricordate, diventano relazioni. Le relazioni costituiscono quindi una sorta di modello mentale, una struttura schematica di conoscenza, che ognuno di noi possiede e che può evocare e "ripetere":
Con il termine di trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento si definisce proprio tale processo che, schematicamente, prevede le seguenti tappe:
Le informazioni nelle rappresentazioni mentali Nelle interazioni significative gli individui costruiscono i Modelli operativi interni (Internal Working Models, IWM; Bowlby, 1973, 1980): questi sono rappresentazioni mentali che contengono un grande numero di informazioni, su di sé e sulle figure di attaccamento, che riguardano la maniera più probabile in cui ciascuno risponderà all’altro con il cambiare delle condizioni ambientali. Verso la fine del primo anno di vita il bambino ha acquisito una conoscenza considerevole del proprio mondo relazionale e, negli anni seguenti, tale conoscenza si organizzerà progressivamente nella forma di modelli operativi interni. In altre parole, nello sviluppo le numerose e ripetute esperienze interattive e relazionali vengono interiorizzate dalla persona e immagazzinate come contenuti mentali che hanno la funzione fondamentale di prevedere alcuni aspetti della relazione con l’altro, consentendo all’individuo di organizzare il proprio comportamento di conseguenza. Più accurata sarà la previsione, meglio adattato sarà il comportamento. L’utilità di questi modelli non risiede nel fatto che contengono tutte le informazioni sulle relazioni sperimentate, ma nel fatto che si strutturano come una forma di conoscenza autobiografica generalizzata, "schematica", sulla realtà interattiva e relazionale vissuta nel corso della crescita. Tali rappresentazioni emergono, quindi, come risultato dell’interiorizzazione della qualità delle interazioni ripetute tra il bambino e la figura di attaccamento: in quanto prodotto di tali scambi e delle loro caratteristiche, gli IWM si sviluppano in modo complementare rappresentando, se considerati congiuntamente, l’intera relazione tra il soggetto e la sua figura di riferimento. In altre parole, l’individuo sviluppa nel corso delle interazioni ripetute un modello assai complesso della figura di attaccamento e, parallelamente, un modello complementare di sé stesso: le due facce compongono una rappresentazione della relazione tra i protagonisti; un bambino, quindi, che ha costruito un modello operativo della figura di attaccamento come sensibile, disponibile e attenta ai suoi bisogni, interiorizzerà un modello complementare di sé come degno e meritevole di cure e di protezione. I modelli operativi si sviluppano attraverso due meccanismi fondamentali: l’assimilazione e l’accomodamento. La possibilità di interagire con il proprio ambiente, infatti, consente al bambino di sviluppare una serie di schemi all’interno dei quali possono essere assimilate esperienze successive rilevanti; parallelamente, tali schemi possono venire continuamente ridefiniti e "accomodati" sulla base dei cambiamenti della realtà esterna. Grazie a questi due meccanismi, perciò, le rappresentazioni di attaccamento non sono una costruzione evolutiva rigida, statica e definita una volta per tutte nel corso dello sviluppo (Bowlby, 1980): esse mantengono una certa continuità nel tempo, una coerenza di contenuti e di significati ma, parallelamente, possono venire riorganizzate e modificate in conseguenza di vari mutamenti a cui la persona può essere sottoposta nella vita (per esempio, in conseguenza di un grave lutto, di una esperienza relazionale significativa, di un cambiamento ambientale).
In tal senso, i modelli operativi funzionano in un interessante equilibrio tra stabilità e possibilità di cambiamento: il primo aspetto garantisce la coerenza e la strutturazione dell’individuo, il secondo lascia aperta la possibilità al rinnovamento e all’evoluzione. Il concetto di Internal Working Models comprende perciò il processo che consente a ognuno di appropriarsi dell’esperienza degli eventi interattivi della propria esistenza, unificandoli a livello mentale in una rappresentazione generalizzata, ripetibile, applicabile ad altre e nuove situazioni ma all’interno di un processo di continuo movimento (Bretherton, 1995). Come già descritto, un individuo che abbia sperimentato cure protettive e sensibili avrà interiorizzato un modello operativo della figura di attaccamento come amorevole, disponibile e attenta ai suoi bisogni e, parallelamente, un modello complementare di sé come degno e meritevole di cure (figura 1)(1). La possibilità di sperimentare relazioni sicure e coerenti nel corso dell’esistenza sembra quindi consentire all’individuo la capacità di costruire un mondo rappresentazionale che si pone come uno spazio di pensiero, un contenitore di affetti, emozioni e pensieri ripetibili in futuro e connotati a loro volta di caratteristiche di sicurezza, supporto e continuità. Per esempio, un bambino che si trovi in una condizione in cui la figura di attaccamento è adeguatamente protettiva e sensibile ai suoi bisogni riceverà dall’adulto, attraverso i comportamenti di accudimento, questo tipo di comunicazione: «Mi prendo cura di te e ti proteggo perché sei un bravo bambino, un bambino che se lo merita»; tale condizione rappresenta una situazione di coerenza tra gli aspetti cognitivi e quelli affettivi della realtà relazionale in cui il bambino è inserito: l’adulto di riferimento è presente, sensibile e responsivo nei suoi confronti e questo lo fa sentire, a livello affettivo profondo, protetto e al sicuro, quando necessita. Non siamo all’interno di un conflitto tra l’esperienza reale esperita dal bambino e i sentimenti e i vissuti profondi che tale esperienza genera, ma c’è piuttosto una coerenza di fondo tra questi due piani. Questo bambino costruirà, allora, una rappresentazione dell’adulto di questo tipo: «La mamma mi protegge e si prende cura di me quando ne ho bisogno»; parallelamente, tale esperienza relazionale consentirà al bambino di costruire una rappresentazione di sé stesso nella relazione con l’adulto caratterizzata in tal modo: «Sono un bambino meritevole di essere protetto e accudito dalla mamma, quando ne ho bisogno». Similmente, la rappresentazione generalizzata dell’esperienza relazionale vissuta sarà connotata in tal modo: «Nelle relazioni significative con gli adulti si può trovare accudimento e protezione, nel momento di bisogno». D’altra parte, nell’ambito di relazioni di attaccamento non soddisfacenti, quando cioè la figura (o le figure) di attaccamento non sono adeguatamente protettive entra in azione il meccanismo di esclusione difensiva, secondo cui l’individuo non elabora tutte le informazioni che gli provengono dall’ambiente allo stesso livello, ma alcune di queste vengono selettivamente escluse, allo scopo di focalizzare l’attenzione su quelle maggiormente rilevanti per lo svolgimento del compito nel momento attuale. Nello stesso modo, quando la relazione di attaccamento è caratterizzata da aspetti di inadeguatezza, paura, conflitto, il soggetto può attuare il processo di esclusione difensiva tramite il quale proteggersi da comportamenti, emozioni e pensieri negativi (Bowlby, 1973, 1980). Di fronte a relazioni di attaccamento non soddisfacenti, infatti, l’individuo può sviluppare una rappresentazione scissa di sé e dell’altro, in cui alcune parti sono accessibili alla coscienza, mentre altre sono difensivamente escluse. Da questo consegue che, a seconda dei percorsi di sviluppo, gli IWM possono contenere informazioni integrate e coerenti tra loro, oppure presentare aspetti contrastanti, scissi o scarsamente integrati, che continuano comunque ad agire nel determinare le aspettative dell’individuo rispetto all’ambiente e le sue risposte comportamentali. Un esempio che può descrivere il ricorso alla scissione nella costruzione dei modelli operativi riguarda la situazione in cui il bambino si trovi in una condizione relazionale sfavorevole con la propria figura di attaccamento che, per esempio, è trascurante nei suoi confronti, invece che accudente e protettiva (figura 2). In questo caso, è possibile che la figura di riferimento fornisca al bambino una sorta di "spiegazione" dei propri comportamenti, del tipo: «Non mi occupo abbastanza di te perché sei un bambino difficile e faticoso». Tale spiegazione genera nel bambino un conflitto cognitivo e affettivo che vede contrapposte la lettura degli eventi fornita dal genitore e la propria interpretazione («La mamma non si occupa abbastanza di me perché è molto stanca e affaticata»); nell’infanzia questo tipo di conflitto, relativo alla comprensione dei comportamenti di una figura primaria di riferimento, non può essere risolto dal bambino facendo ricorso alle proprie capacità di interpretazione del reale, per cui il piccolo tenderà, a livello consapevole, a considerare adeguata la spiegazione ricevuta dall’adulto («Io sono un bambino difficile e per questo la mamma non si occupa abbastanza di me»). In tal modo, da un lato il bambino interiorizzerà un modello operativo interno consapevole che valuta il sé come cattivo, così da giustificare il comportamento negativo della figura di riferimento, dall’altro, al di fuori della coscienza, egli svilupperà un modello operativo che si fonda sulla propria interpretazione adeguata degli eventi: questo conterrà una rappresentazione negativa della figura di attaccamento e una di sé stesso come fondamentalmente buono e non meritevole di essere trascurato. Tale esclusione difensiva può avere una valore adattivo immediato, in quanto consente al bambino di non affrontare nel momento gli aspetti negativi della relazione di attaccamento, ma interferisce nel corso dello sviluppo con l’adattamento dell’individuo e con il funzionamento a lungo termine degli IWM, generando una rappresentazione generalizzata dell’esperienza relazionale vissuta connotata in tal modo: «Nelle relazioni significative con gli adulti non si trova accudimento e protezione, nel momento di bisogno».
Che cosa è la trasmissione intergenerazionale Uno degli aspetti più importanti del funzionamento dei modelli operativi interni riguarda il fatto che essi sono la base che consente all’individuo di ri-creare modelli di relazione interiorizzati nell’infanzia, ripetendo modalità interattive già conosciute perché sperimentate dal bambino attraverso le cure e la protezione ricevute dagli adulti di riferimento (Bowlby, 1980). In effetti, tali rappresentazioni guidano i comportamenti interattivi dell’individuo in quelle situazioni relazionali significative in cui è chiamato a fornire cura e protezione a un altro da sé (Bretherton, 1995): in qualche modo, quindi, la continuità e la ripetizione delle relazioni implicano la capacità di interiorizzare e perpetuare modelli di relazione già esperiti. Una condizione particolare che costituisce un momento fondamentale di riattivazione, da parte dell’adulto, della propria esperienza passata, e di ripetizione dei modelli interattivi e relazionali vissuti nell’infanzia è lo svolgimento della funzione genitoriale, ossia la condizione in cui si è chiamati a prendersi cura e a proteggere un individuo diverso da sé. La genitorialità può essere definita come una funzione autonoma e processuale dell’essere umano che riguarda la capacità di ogni individuo di prendersi cura di un’altra persona sintonizzandosi sui suoi bisogni in maniera sensibile e rispondendo a essi con modalità interattive modulate rispetto alle richieste. In quanto tale, essa prescinde dalla natura del legame (o dei legami) tra gli individui implicati in tale processo, anche se è vero che la genitorialità biologica, cioè il fatto che un individuo e/o una coppia generi un figlio, costituisce una condizione particolarmente pregnante di riattivazione della storia affettivo-relazionale individuale e di riedizione di essa con il figlio, una volta nato. Secondo questo punto di vista, gli IWM inseriscono all’interno del modello teorico dell’attaccamento l’idea della costruzione, nel corso dello sviluppo, di un patrimonio interiorizzato di comportamenti interattivi sperimentati che l’individuo adulto ripete e riattiva con il proprio bambino; l’elemento di continuità, tuttavia, non è dato dalla ripetizione in quanto tale ma piuttosto dalla costanza della qualità dei comportamenti stessi. Alcuni lavori di ricerca sembrano fornire un supporto piuttosto consistente alla visione intergenerazionale della trasmissione dello stile di attaccamento: tali ricerche hanno cercato di verificare la corrispondenza tra la qualità dello stile di attaccamento dell’adulto e quella del bambino. A questo scopo, le osservazioni effettuate si sono mosse su due piani differenti di valutazione: 1 per il bambino, l’attaccamento viene definito come una strategia comportamentale con cui il piccolo reagisce alle condizioni di pericolo richiedendo protezione dalla propria figura di riferimento allo scopo di superare lo stress sperimentato. In base a questa definizione, la valutazione dell’attaccamento nella prima infanzia avviene grazie all’utilizzo di una procedura osservativa nota e largamente applicata, la Strange Situation Procedure (SSP; Ainsworth, Blehar, Waters, Wall, 1978), che ha lo scopo di osservare appunto i comportamenti di attaccamento messi in atto dal piccolo in condizione di stress; 2 per l’adulto, l’attaccamento viene definito come una rappresentazione mentale, uno schema contenuto nella memoria autobiografica. Tale definizione ha implicato la scelta della narrazione come mezzo attraverso il quale effettuare la valutazione della qualità dell’attaccamento: la forma narrativa con cui il soggetto rievoca e comunica gli aspetti significativi della propria storia relazionale precoce viene considerata, infatti, il focus principale dell’osservazione; lo strumento maggiormente utilizzato a tale scopo è l’Adult Attachmet Interview (AAI; George, Kaplan, Main, 1985) che consiste in una intervista nel corso della quale si chiede all’individuo di ripercorrere le proprie esperienze affettive precoci, di rievocarle e di narrarle allo scopo di coglierne la struttura profonda. La corrispondenza tra attaccamento del bambino e attaccamento dell’adulto viene quindi indagata con un approccio teorico e metodologico che si fonda sull’assunto di una analogia nelle strategie di entrambi, le quali emergono come facce contrapposte della stessa medaglia: da una parte, le manifestazioni della strategia adulta (a livello di rappresentazione verbalizzata), dall’altra, le strategie del bambino (a livello dei comportamenti di attaccamento) (Belsky, 2002; van IJzendoorn, Bakermans-Kranenburg, 1997). Il legame tra madre e bambino Gli studi sulla trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento hanno riguardato in maniera preponderante la diade madre-bambino: la figura materna è stata tradizionalmente considerata la figura di attaccamento "più probabile" per il bambino nel primo anno di vita, in quanto ritenuta l’adulto maggiormente coinvolto nelle cure e nella protezione del piccolo. Bowlby ([1969]-82) stesso concettualizzò l’idea di una figura unica e preferita di attaccamento (l’assunto del monotropismo), la madre biologica, la sola rispetto alla quale il bambino struttura il legame: attualmente tale visione è ampiamente superata da molteplici studi nazionali (cfr. Cassibba, 2003) e internazionali (cfr. Howes, 2002) che evidenziano l’esistenza per il bambino di diversi legami che hanno le caratteristiche dell’attaccamento (ricerca e mantenimento della vicinanza, stress per la separazione e la perdita) e che si strutturano con altri adulti significativi della vita del piccolo, per esempio il padre o l’insegnante di asilo nido o di scuola materna. Questi lavori hanno messo in luce come sia possibile individuare diverse figure di attaccamento del bambino con ognuna delle quali il piccolo stabilisce differenti tipologie di legame in connessione con il modello interattivo che insieme stanno costruendo, tuttavia per lungo tempo hanno comunque prevalso le ricerche che hanno indagato il ruolo materno sulla costruzione della qualità dell’attaccamento del figlio. In tale prospettiva, un primo ambito di verifica della trasmissione dell’attaccamento tra madre e bambino è stato effettuato valutando le rappresentazioni dell’attaccamento che ricordavano di avere avuto nell’infanzia in donne durante la gravidanza, con l’AAI (George e al., 1985), allo scopo di rilevare la predittività dello stile materno rispetto alla qualità dell’attaccamento del bambino, valutato a 12 mesi di età con la SSP di Ainsworth e al. (1978). I risultati evidenziano concordanze statisticamente significative tra lo stile di attaccamento materno e la qualità dell’attaccamento sviluppato dal bambino 12 mesi più tardi, enfatizzando il peso del contributo del mondo rappresentativo della madre, nel co-costruire con il piccolo il legame di attaccamento (van IJzendoorn, 1995). Altri lavori hanno effettuato valutazioni contemporanee della qualità dell’attaccamento materno, valutata con l’AAI di George e al. (1985), e di quello del bambino, valutato con la Strange Situation di Ainsworth e al. (1978), ottenendo anche in questo caso livelli assai alti di concordanza tra i due tipi di classificazioni ottenute, fino all’82% (cfr. Bretherton, Munholland, 2002; Hesse, 2002). Questi dati vengono ulteriormente confermati e rafforzati anche dai risultati di alcuni studi longitudinali che evidenziano aspetti di continuità tra lo stile di attaccamento materno e quello del bambino fino ai 6 anni di età del piccolo, e dall’interessante lavoro di Benoit e Parker (1994) su tre generazioni (bambino, madre, nonna) e di riscontro di una concordanza nello stile di attaccamento tra esse del 75%. Nell’ambito del lavoro di metaanalisi, van IJzendoorn (1995) ha analizzato un ampio numero di studi, precisamente 18, circa la trasmissione intergenerazionale dello stile di attaccamento, alcuni in riferimento alla diade madre-bambino, altri (solo 4) riferiti al padre. L’autore ha riscontrato buoni livelli di correlazione tra lo stile di attaccamento Sicuro (F)(2) del genitore e Sicuro (B) del bambino e lo stile Distanziante (Ds) del genitore e quello Evitante (A) del bambino, mentre i dati sono meno incoraggianti per quanto riguarda l’analogia tra lo stile Coinvolto (E) del genitore e quello Ambivalente (C) del bambino che non sembrano accordarsi significativamente tra loro. In sintesi, le ricerche citate riscontrano che una madre con uno stile di attaccamento sicuro tenderà ad avere un bambino anch’esso sicuro, così come una madre con attaccamento evitante avrà un bambino con il medesimo stile di attaccamento; non appare invece confermata l’associazione tra lo stile di attaccamento coinvolto della madre e quello ambivalente del bambino. Gli autori interpretano le similitudini riscontrate tra lo stile di attaccamento materno e la qualità dell’attaccamento del bambino nei confronti della madre, come l’espressione di una continuità nelle caratteristiche qualitative dei modelli operativi interni dell’attaccamento dell’adulto che vengono riproposte al bambino attraverso i comportamenti di cura della madre: in particolare, le caratteristiche dell’accudimento materno che vengono descritte alla base di tale "passaggio" sono la sensibilità e la responsività. Tali costrutti descrivono due aspetti fondamentali delle competenze di accudimento e protezione da parte dell’adulto nei confronti del bambino: la sensibilità con cui la madre è in grado di leggere accuratamente i segnali del bambino nella loro unicità, adattandosi flessibilmente a essi; la responsività, riguarda la capacità dell’adulto di rispondere ai segnali in modo appropriato al momento, alla situazione e allo stadio evolutivo in cui il piccolo si trova (George, Solomon, 2002). Nell’insieme, tuttavia, questi studi seguono un principio di trasmissione diretta della rappresentazione materna dell’attaccamento nell’infanzia: di fatto, questo appare oggi superato da una serie di riflessioni teoriche e di verifiche empiriche che "relativizzano" la continuità della trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento. Il ruolo paterno nella trasmissione Come anticipato, vi è un numero piuttosto esiguo di ricerche che hanno indagato la trasmissione dell’attaccamento padre-bambino; inoltre, tali studi hanno riscontrato bassi livelli di accordo tra lo stile di attaccamento paterno e quello del bambino inferiori a quelli evidenziati con la madre, spingendo alla conclusione che quest’ultima costituisce la figura di attaccamento più rilevante per il piccolo, almeno nel primo anno di vita (cfr. Howes, 2002). I 4 studi riguardanti il padre, presenti nella meta-analisi di van IJzendoorn (1995), hanno confermato un più alto grado di accordo tra la sicurezza del genitore e quella del bambino e minore accordo tra le altre categorie: in altre parole, è più probabile che un padre con un attaccamento sicuro abbia un bambino anch’esso sicuro nell’attaccamento sviluppato con lui a 18 mesi, mentre padri con attaccamento insicuro hanno minori probabilità che il figlio stabilisca un attaccamento dello stesso tipo nei loro confronti. Questi dati da un lato, enfatizzano il ruolo della sicurezza come una caratteristica particolarmente implicata nel processo di trasmissione: sia per la madre, sia per il padre i livelli di accordo nella trasmissione al bambino sono sempre più elevati per la categoria di attaccamento sicuro. C’è anche da ricordare che, in genere, tale categoria è la più numerosa all’interno dei gruppi studiati e quindi quella che ha un peso maggiore nelle analisi dei dati, contribuendo a rinforzare il livello di associazione tra le variabili; dall’altro, rinforzano l’idea che il modello della continuità lineare tra lo stile di attaccamento del genitore e quello del bambino non è completamente esaustivo nel descrivere e spiegare il meccanismo della trasmissione intergenerazionale che si mostra come un processo assai più complesso e influenzato da molteplici fattori (cfr. van IJzendoorn, Bakermans-Kranenburg, 2005).
La molteplicità delle influenze Come abbiamo visto, la trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento è stata originariamente definita e studiata secondo un modello a causalità lineare, secondo cui le esperienze di attaccamento precoci del genitore determinerebbero, attraverso le rappresentazioni interne, i comportamenti di accudimento (sensibilità e responsività) nei confronti del bambino e, di conseguenza, le esperienze (e quindi la qualità) di attaccamento del piccolo. Le esperienze di attaccamento precoci del genitore costituirebbero perciò la base per la costruzione di rappresentazioni in grado di orientare i suoi comportamenti di accudimento nei confronti del bambino e di strutturare le esperienze di attaccamento del piccolo. In questa prospettiva, quindi, le esperienze precoci di attaccamento del genitore vengono filtrate all’interno delle rappresentazioni attuali dell’individuo rispetto a esse, influenzando così i comportamenti di accudimento nei confronti del bambino e la costruzione di un nuovo legame di attaccamento da parte della diade (figura 3). Questa visione enfatizza gli aspetti di continuità nel corso della vita, senza tenere sufficientemente conto delle discontinuità provocate nello sviluppo dai cambiamenti evolutivi, esperienziali o ambientali a cui gli individui sono sottoposti (van IJzendoorn, Bakermans-Kranenburg, 1997). In effetti, la continuità tra le esperienze individuali precoci di attaccamento e i successivi comportamenti genitoriali di accudimento del bambino può venire interrotta da una serie molteplice di fattori. Bowlby stesso (1980) riconosceva il fatto che esperienze positive di attaccamento, anche successive all’infanzia, possono avere una funzione ristrutturante rispetto all’originaria esperienza di attaccamento con i genitori, a volte contribuendo a una trasformazione di attaccamenti insicura, per mezzo dello svolgimento di una funzione di "base sicura" da parte dell’altro relazionale. Il concetto di "base sicura" fa riferimento al fatto che la persona si senta sicura di esplorare l’ambiente circostante o di intraprendere esperienze e relazioni nuove, ma faccia ricorso alla figura di attaccamento utilizzandola come una forma di "rifornimento" affettivo nelle situazioni di difficoltà, pericolo o insicurezza: il ricorso a una fonte di protezione e rassicurazione consentirà all’individuo di "ripartire" dalla propria base per una nuova esplorazione. Inoltre, il modello prevede una presunta corrispondenza diretta tra la qualità di attaccamento delle rappresentazioni dell’adulto (soprattutto la madre) e la qualità dei comportamenti di cura, in particolare la sensibilità e la responsività, attuati con il bambino. In realtà, i risultati di alcuni lavori di meta-analisi di comparazione tra la valutazione delle rappresentazioni dell’attaccamento materno tramite l’AAI (George e al., 1985) e le misure di valutazione della sensibilità materna, mettono in evidenza una corrispondenza assai limitata (van IJzendoorn, 1995; DeWolff, van IJzendoorn, 1997). Tali risultati suggeriscono l’esistenza di un territorio ancora sconosciuto nell’ambito della trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento che van IJzendoorn (1995) definisce the transmission gap, indicando come solo una parte della corrispondenza tra lo stile di attaccamento materno e quello del bambino sia spiegabile in base agli aspetti rappresentativi e ai comportamenti di accudimento messi in atto dal genitore, e come il processo completo della trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento rimanga in gran parte non spiegato (van IJzendoorn, Bakermans-Kranenburg, 2005). Un tentativo di superamento di tale impasse teorica ed empirica viene proposto da van IJzendoorn e Bakermans-Kranenburg (1997) attraverso una prospettiva "contestuale" della trasmissione intergenerazionale: all’interno di essa, occorre inserire alcuni altri fattori che potrebbero funzionare da mediatori nel processo di trasmissione tra adulto e bambino (figura 4).
Tra questi osserviamo:
In altre parole, sempre di più anche la teoria dell’attaccamento è chiamata ad assumere una prospettiva multifattoriale entro la quale collocare la valutazione dei modelli rappresentazionali dell’attaccamento adulto, l’osservazione delle modalità con cui il genitore si prende cura e protegge il bambino nelle prime fasi della vita e la qualità dell’attaccamento sviluppato a sua volta dal piccolo: a questo proposito, il modello proposto da Belsky (1984) sulla complessità dei fattori di influenza nello svolgimento del parenting appare una visione quanto mai attuale per lo studio e la comprensione dei processi connessi con la genitorialità, l’attaccamento e lo sviluppo che potrebbe, forse, costituire un utile approccio anche alla verifica degli aspetti non ancora compresi nella trasmissione intergenerazionale (figura 5). L’idea proposta dall’autore, anche se non applicata esclusivamente allo studio dell’attaccamento ma in senso più ampio alla comprensione delle relazioni precoci adulto-bambino, sposta l’approccio da una visione lineare a una circolare entro la quale i vari fattori di influenza vengono considerati e studiati nel loro ruolo diretto, nel loro ruolo di mediatori e, infine, per ciò che concerne la retro-azione che ognuno di essi può avere nel modificare il funzionamento di ognuno degli altri. Riteniamo che uno dei principali limiti del modello dell’attaccamento sia in effetti la logica deterministica e lineare con cui ha concettualizzato e studiato il complesso "farsi" dell’attaccamento nel bambino e delle competenze di cura nell’adulto: una visione di più ampio respiro circolare sia a livello teorico, sia nella realizzazione delle verifiche empiriche contribuirebbe a rendere maggiore "senso" evolutivo e clinico alle osservazioni effettuate e ai risultati ottenuti. In questo senso, un obiettivo della ricerca riguarda l’ampliamento del paradigma dell’attaccamento in una prospettiva familiare e contestuale che consenta di osservare le molteplici facce e le intersezioni con cui adulto e bambino strutturano il reciproco dialogo della richiesta e della risposta legate al bisogno profondo di essere protetti quando, piccoli si è indifesi rispetto al pericolo e ci si sente spaventati, e alle capacità di essere presenti, di rassicurare e di proteggere, quando adulti si è chiamati a prendersi cura della salvaguardia fisica e psicologica di un’altra persona.
La difficoltà risiede nella sensibilità del ricercatore nel cogliere i segnali di tale difficile costruzione che avviene attraverso gesti, parole, pensieri ed emozioni talvolta così brevi e sottili da costituire una vera sfida rispetto alla capacità di strutturare definizioni e modelli osservativi accurati e adeguati alla loro valutazione: il rischio è quello di una semplificazione che non rende ragione dei significati sottostanti alla continuità tra le generazioni delle modalità di accudimento e della ricchezza con cui tale processo avviene sia nei suoi aspetti adattivi e sani per la crescita del bambino, sia nei suoi elementi di difficoltà e/o patologici rispetto ai quali la comprensione diviene un obiettivo necessario alla progettazione di interventi per favorire traiettorie evolutive positive. È proprio grazie alle possibilità di modificare l’attaccamento attraverso a nuove interazioni, relazioni, eventi e contesti che di fronte a evoluzioni difficili possiamo giocare un ruolo positivo, talvolta con interventi puntuali, talaltra con modalità complesse di presa in carico del bambino e delle sue relazioni. Un processo composito L’attaccamento è il risultato di momenti di sicurezza cercata spontaneamente dal bambino attraverso la prossimità a chi se ne prende cura: il bambino che la cerca e la ottiene attraverso il corpo mantiene nella propria pelle e nei propri muscoli la capacità di sentire e di rispondere al bisogno dell’altro. Ogni essere umano tende alle situazioni di maggior benessere possibile attraverso gli scambi con gli altri ma, a seconda delle situazioni, lo fa cercando la vicinanza fisica o la distanza, fino a raggiungere un suo stile di attaccamento che può modificarsi nei diversi contesti e a causa dei grandi eventi della vita. Forse il più importante degli eventi è la nascita di un figlio e la genitorialità prenderà la forma che la storia dell’attaccamento ha dato alla persona e che il figlio permetterà di attuare. Per questo la trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento non è un processo lineare, ma composito. Graziella Fava
Vizziello BIBLIOGRAFIA
NOTE 1 Gli autori
desiderano ringraziare la dott.ssa Francesca De Palo e il dott.
Francesco Soldo per l’ideazione e la realizzazione delle illustrazioni
che esemplificano alcuni dei concetti fondamentali del presente lavoro,
rendendoli più immediatamente comprensibili al lettore attraverso il
potere chiarificatore dell’immagine visiva. 2 Le
categorie di attaccamento valutate con la SSP (Ainsworth e al., 1978):
attaccamento Sicuro (B), insicuro Evitante (A), insicuro Ambivalente
(C), Disorganizzato/Disorientato (D). Queste corrispondono alle
categorie dell’adulto individuate dall’AAI (Main, Goldwyn, 1994):
Sicuro (F), insicuro Distanziante (Ds), insicuro Coinvolto/Preoccupato
(E), con Lutti e/o Traumi non risolti (U). |
|
|
|