Famiglia Oggi.

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n. 7/8 LUGLIO-AGOSTO 2007

Sommario

EDITORIALE
Accompagnare i figli senza sostituirsi a loro
la DIREZIONE

SERVIZI
Come cambia l’università italiana
GIUSEPPE BERTAGNA

Orientamento: i nuovi percorsi
MARIAGIOVANNA SAMI

Imparare a sognare il figlio
LAURA FORMENTI

Il contenitore del malessere giovanile
ARISTIDE TRONCONI

Geni persi per l’umanità
ANDREA CAMMELLI

La distanza tra ideale e reale
LUIGI LORENZETTI

DOSSIER
I sistemi universitari europei
ELENA MADDALENA

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
La fatica di avere vent’anni
BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Una bussola nel mare delle opzioni
ROSANNA PRECCHIA

Manuale per genitori adottivi
ORSOLA VETRI (a cura di)

MATERIALI & APPUNTI
Lavoro e famiglia: quale ri-conciliazione?
LORENZA REBUZZINI

Gli strumenti per scegliere gli studi
PAOLA SPOTORNO

CONSULENZA GENITORIALE
Ma tu quanti "open day" hai fatto?
EMANUELA CONFALONIERI

POLITICHE FAMILIARI
Gli svantaggi economici della famiglia
COMITATO PER LA FAMIGLIA

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Calo di divorzi negli Stati Uniti
STEFANO STIMAMIGLIO

IL CISF INFORMA
Convivenze all’italiana

LIBRI & RIVISTE

 

PROBLEMI E OPPORTUNITÀ

Orientamento: i nuovi percorsi

di Mariagiovanna Sami
(professore ordinario di Calcolatori elettronici al Politecnico di Milano)
 

Scegliere l’indirizzo di studi dopo la riforma che ha portato allo schema "tre più due" è diventato più difficile. Ma le università si organizzano per chiarire in modo più esauriente e "attraente" le loro offerte formative, le alternative e i modi di fruizione.
  

Nella famiglia italiana, tradizionalmente, padri e madri vogliono partecipare in modo molto attivo: forse anche troppo... Ciò non vuol dire che i genitori non possano fornire ai figli un supporto per informarsi, analizzare e valutare le scelte possibili.
  

Scegliere un corso di studi universitari è sempre stato un passo importante; a torto o a ragione, lo si vede come un istante decisivo per l’intero futuro professionale, e spesso comporta lunghi dibattiti e tensioni in famiglia, più ancora che nella mente del diretto interessato. Oggi, l’organizzazione degli studi universitari porta a definire non più un semplice corso, ma piuttosto un percorso di studi universitari: questo indubbiamente crea nuovi problemi e nuove difficoltà.

Famiglia e studente si pongono (anche se non necessariamente con la stessa urgenza...) un certo numero di domande. Quali possono essere i prerequisiti in ingresso? È vero che la legge italiana non vincola la scelta degli studi universitari a quelli fatti in precedenza, ma ovviamente esiste la sensazione di maggiori o minori difficoltà, di "dipendenze" di fatto se non di teoria, fra gli studi che si vogliono affrontare e quelli da cui si proviene. Ancora, che strade apre il titolo di studio di "primo livello"? E poi, un giovane che lascia il mondo degli studi dopo i primi tre anni avrà un futuro fortemente limitato rispetto a chi segue il percorso più lungo, fino alla "laurea magistrale" (cioè dopo altri due anni)? In assoluto, nel complesso e variegato mondo del lavoro di oggi, è possibile definire al momento della prima scelta quella che sarà una "strada vincente" per il futuro?

È facile comprendere e giustificare tante perplessità e difficoltà. Il ricorso alle esperienze precedenti, in famiglia, fra gli amici, fra i professori delle superiori, che forniva la base di informazione prima della riforma oggi è venuto a mancare; i pochi laureati (di primo e secondo livello) già inseriti nel mondo del lavoro non costituiscono ancora un "campione statistico" significativo e certamente non hanno ancora potuto costruirsi una carriera sufficientemente lunga e articolata da permettere loro di analizzare i pro e i contro delle scelte fatte e dedurne una guida per il futuro. Ad accrescere la perplessità contribuisce il fatto che i primi laureati "dopo la riforma" si sono presentati alla ribalta quando il mondo del lavoro italiano mostrava un deciso cambiamento, passando da una tradizione di stabilità (il classico "posto fisso" offerto dal contratto a tempo indeterminato) a una di grande mobilità e (a volte) di precarietà, di contratti a tempo determinato e contratti a progetto, a una carriera che ricomincia ogni giorno. Non è facile riconoscere un "modello di ruolo" fra chi si è inserito in questo nuovo e sconcertante ambiente.

Dato tutto questo, che fare? Cominciamo dall’organizzazione degli studi. L’autonomia universitaria fa sì che ogni ateneo goda di una buona misura di libertà nel definire non solo gli indirizzi di studio (all’interno dei "settori scientifico-disciplinari" e di un insieme-base indicato dal Ministero), ma anche i corsi che in un dato indirizzo vengono proposti: spesso, da una veloce scorsa dei piani degli studi non è facile capire in modo serio contenuti e sbocchi professionali. Oggi però (molto più di quanto accadesse venti anni fa) gli atenei offrono ai futuri allievi o aspiranti tali attività di "orientamento" molto articolate e ben sfruttabili. Un primo avvicinamento può essere a tutto campo, via Internet: ogni ateneo ha nel proprio sito web un settore "orientamento", dove fra l’altro si indicano contatti personali, date di incontri pubblici, scadenze e via dicendo, oltre a fornire suggerimenti generali su come avvicinarsi agli studi universitari, come ragionare per scegliere... o per accompagnare le scelte dei figli. Già, qui arriva un punto di non poco conto: quanto intervengono (o quanto è bene che intervengano) i genitori in queste scelte? Nella famiglia italiana, tradizionalmente, padri e madri vogliono partecipare in modo molto attivo: forse anche troppo... Ciò non vuol dire che i genitori non possano (o addirittura debbano, per quanto possibile) fornire ai figli un supporto per informarsi, analizzare, valutare le scelte possibili e le prospettive che esse offrono nella realtà: ma alla fine occorre ricordare che la vita dovranno viverla i ragazzi, e che i loro studi universitari non devono soddisfare i sogni mancati dei genitori...

Ma torniamo al sito web dell’Università degli Studi di "Dovunque". Che cosa cercare? Cominciamo dal principio, cioè dalle lauree di primo livello offerte; vale la pena di capire bene quale è la figura professionale che ognuna di esse si propone di formare, quali sbocchi può offrire (verso il lavoro come verso la prosecuzione degli studi), verificare se per caso si tratta di un corso "a numero chiuso" e se comunque è previsto un test di ingresso, sia pure orientativo. In questo caso, sarà bene capire anche se l’ateneo offre la possibilità di anticipare il test al penultimo anno delle superiori, o almeno al secondo trimestre dell’ultimo anno; ciò consentirà eventualmente di colmare lacune troppo vistose e di ripresentarsi la seconda volta in condizioni di maggior forza. Già, all’università non esiste il "sei rosso"... In alcuni atenei, una valutazione troppo bassa al test d’ingresso si traduce in "Obblighi formativi di accesso, in altre parole, nella necessità di seguire dei veri e propri corsi di recupero in alcune materie e di superarne l’esame prima di affrontare i corsi universitari. Tutte queste informazioni si possono trovare on line: meglio acquisirle presto, per evitarsi delusioni e per chiarirsi le idee.

Ma abbiamo ottenuto un vero e proprio orientamento? Non ancora, certo. Ebbene, oggi le università fanno ricorso a una vera e propria "promozione" della loro offerta didattica. Per cominciare, ci sono i famosi Open Day, sul modello americano: l’università apre le porte ai liceali che potranno ascoltare presentazioni dei vari indirizzi di laurea fatte da docenti (e porre domande, partecipare a discussioni, ecc.) ma anche fermarsi a leggere materiale orientativo piuttosto che brevi resoconti delle attività di ricerca svolte, e soprattutto parlare con studenti dell’università stessa per avere una descrizione di prima mano sulle difficoltà incontrate, il modo di superarle, la disponibilità di supporti al di là delle normali lezioni ed esercitazioni (ad esempio, in molti casi è prevista una figura di "tutor" che affianchi l’allievo anche per problemi generali inerenti gli studi universitari, ma non relativi a una particolare materia). Sicuramente, l’accesso a queste giornate è molto consigliabile: il liceale può parlare liberamente con lo studente universitario e capire quali sono le vere caratteristiche di un indirizzo di studio, e anche quali sono le vere difficoltà e come "ci si muove" all’interno dell’università. In alcuni casi questi open day di ateneo sono accompagnati da giornate analoghe nei singoli dipartimenti, dove i giovani possono incontrare anche allievi di dottorato, approfondire le caratteristiche di indirizzi particolari e attività di ricerca, eventualmente anche comprendere quali collegamenti vi siano in tale ambito col mondo del lavoro.

Per anticipare l’orientamento, spesso è possibile organizzare incontri all’interno delle scuole superiori, invitando docenti universitari delle facoltà e degli indirizzi di laurea che possono apparire più interessanti per la scuola; qui i genitori possono avere un ruolo molto rilevante nel proporre, attraverso i vari Consigli, attività, incontri, eventualmente persone. Una presentazione ben fatta può chiarire molti dubbi: è raro che un ragazzo o una ragazza di sedici o diciassette anni abbiano le idee chiare su corsi di studio dai nomi spesso un po’ cabalistici e meno che mai sui relativi sbocchi professionali (fra i colleghi di Informatica è rimasta celebre la vibrata protesta di una delle prime iscritte al corso che si chiamava allora "Scienze dell’informazione"; l’interessata era convinta che si trattasse di qualcosa legato al giornalismo... ed era indignata per la quantità di matematica che le veniva propinata). Attenzione, però: può anche succedere che una presentazione troppo ben fatta susciti entusiasmi incontrollabili verso professioni certamente molto attraenti, ma forse con una moderata offerta di lavoro.

Facciamo un esempio: un archeologo trova la ricchissima tomba di un re sumero e di tutta la sua corte, completa di storiografia accuratamente registrata su tavolette cuneiformi, e avendo creato una laurea in Sumerologia ne fa una presentazione trascinante. Al servizio di orientamento dell’ateneo il corso di Sumerologia viene presentato in modo completo e ben documentato. I docenti sono di massimo livello. Gli allievi sono pochi e ben seguiti. Sono la prima a sostenere che gli entusiasmi dei giovani vanno rispettati, ma... ecco un altro intervento saggio dei genitori, che riguarda il futuro. Quante sono le presumibili offerte di impiego nei prossimi dieci o vent’anni per un laureato nel settore? E il giovane entusiasta, se non troverà un impiego che metta bene a frutto le competenze acquisite con tanta fatica, è disposto ad accontentarsi, magari di un lavoro molto lontano dalla sumerologia, forse non molto ben retribuito, possibilmente senza grandi prospettive di carriera...

Ci sono molti casi un po’ meno esotici, ma che hanno creato un buon numero di delusioni. Anni fa le prospezioni petrolifere crearono un "boom" di iscrizioni a Geologia: materia affascinante, ma le aziende petrolifere in realtà hanno bisogno di un numero limitato di geologi, e questi comunque devono essere disposti a viaggiare e lavorare in posti spesso remoti, in condizioni di totale mancanza di comfort, non raramente fra pericoli di ogni genere. Che ne pensano i giovani entusiasti? Può valer la pena, in qualche caso, di organizzare un incontro con professionisti competenti, ma anche realisti, per portare a scelte che non si trasformino in drammi.

Ma fino ad ora, in realtà, si è parlato solo della scelta al primo livello: ancora relativamente prossima alle scelte che si affrontavano un tempo. Se guardiamo al complesso "tre più due", in realtà, ci troviamo di fronte a una flessibilità che può essere sconcertante in un primo momento, ma che in realtà può dare notevoli libertà di movimento. Molte università ammettono lauree di secondo livello "non in continuità", secondo il modello americano: in altre parole, non necessariamente specializzazioni della materia scelta al primo livello, ma possibilmente scelte che la integrino o la completino.

Un nuovo curriculum

Un esempio che ho seguito personalmente: un allievo che aveva scelto al primo livello Ingegneria dei trasporti e ha continuato con una laurea magistrale in Ingegneria informatica e una tesi sull’adozione di particolari tecnologie informatiche nel mondo dei trasporti: un percorso articolato e complesso, che gli è costato in termini di fatica (ha dovuto seguire qualche corso in più di quelli richiesti) ma gli ha fornito una professionalità interessante e "sfruttabile".

Più in generale, lo studente può prepararsi un curriculum che fonda diversi profili professionali, creandone uno nuovo: soluzione che può essere vincente, ma se possibile raggiunta discutendola con qualche esperto e strutturandola con cura. Può darsi che richieda di cambiare ateneo: ancora una volta, la riforma degli studi universitari ha reso questi movimenti molto, molto più facili di quanto non avvenisse in passato, e anzi le università spesso "aprono" con particolare attenzione ad aspiranti laureati di secondo livello esterni (in sincerità: ci si fa una certa concorrenza). È la tradizione americana: ha senso scegliere per la laurea triennale un’università eventualmente vicina a casa, che offra studi di base solidi e possibilmente non troppo specializzati su tematiche "strette", e poi prendere in considerazione uno spettro di offerte molto più ampio, sia per quanto riguarda le sedi che le figure professionali che ne emergono.

C’è un’ultima indicazione che può aiutare studenti e genitori sia nella scelta dell’ateneo sia nelle scelte future: il supporto che un ateneo dà nella fase di placement, parola non ben traducibile in italiano, dato che non si tratta semplicemente di un "aiuto all’impiego", ma anche di un servizio che cerchi di trovare la posizione più adatta per la particolare persona (e viceversa la persona ideale per un certo impiego). Non rientra nelle nostre tradizioni, ma le grandi università americane, e non solo quelle, se ne fanno un vanto, e alcune università italiane di grande nome lo offrono da tempo. Visitare l’ufficio che se ne occupa può essere utile, anche in fase di orientamento; ci si può chiarire molti dubbi col dare un’occhiata alle offerte presentate, analizzare i profili professionali che vengono richiesti, capire come si muovono le imprese nella loro ricerca di personale e che guida ai laureati/laureandi può offrire il mondo universitario per identificare la soluzione migliore. Può essere molto educativo scoprire che spesso le grandi aziende sono interessate a persone che abbiano buoni interessi culturali al di fuori di quelli strettamente legati agli studi, che dimostrino spiccata capacità di lavorare in team (oggi questo aspetto può essere decisivo), che abbiano fatto esperienze all’estero con programmi Erasmus e simili... ma anche scoprire che queste sfaccettature devono completare un profilo, e non possono costituirne il nucleo principale. In altre parole, la trionfante dichiarazione delle mamme «è vero, i risultati che ottiene non sono un granché, ma ha tanti altri interessi...» rischia di non trovare altrettanto entusiasmo fra gli eventuali datori di impiego: se trasformata in «ha buoni risultati, e per di più ha anche tanti altri interessi», invece, diventa vincente.

Mariagiovanna Sami
    

STUDIARE ALL’ESTERO... PER QUALCHE TEMPO

Il progetto Erasmus è oramai maggiorenne, e probabilmente è, fra le varie iniziative dell’Unione europea, quella che ha toccato direttamente il maggior numero di giovani europei. Agli universitari si offre la possibilità di passare un periodo di studio (tipicamente, un semestre) presso un’università di un altro Paese dell’Unione, seguendo corsi, sostenendo esami e vedendosi poi riconosciuti i "crediti" acquisiti. È però opportuno sapere qualcosa di più, prima di pianificare l’inserimento di questa avventura nel proprio piano di studi.

Prima di tutto, non è automatico che uno studente (una studentessa) possa andare nell’università che più lo (o la) attira. Ogni ateneo stringe degli accordi con un certo numero di "corrispondenti" in giro per l’Europa, ed è fra questi soltanto che ci si può muovere; inoltre, occorre che l’università "destinazione" abbia un corso di laurea ragionevolmente simile a quello da cui si parte. Di norma, ogni ateneo si è dotato di un "Centro relazioni internazionali" dove queste informazioni sono reperibili.

Una volta identificato il corso di laurea, bisogna garantirsi che le materie che si potranno seguire all’estero vengano poi "riconosciute" al posto di un certo numero di corsi che non si seguiranno in Italia; sia per la scelta dell’ateneo, sia per l’identificazione delle materie, sarà opportuno prendere contatto coi docenti delle materie potenzialmente sostituite, o col proprio relatore di tesi (se è stato già scelto), o con un membro di un’apposita commissione: meglio evitarsi delusioni a posteriori.

Non bisogna dimenticare un’altra considerazione fondamentale: seguire lezioni di una materia sconosciuta in una lingua pressoché sconosciuta non è un modo per imparare la lingua (e tanto meno la materia): è solo un modo per perdere tempo e scoraggiarsi. Anche se l’università-ospite offre dei corsi di base per la lingua locale, non basteranno a rendervi fluenti parlatori (e pazienza...), ma nemmeno a farvi seguire senza troppa fatica una lezione. Se volete andare in un Paese la cui lingua vi è sostanzialmente ignota, verificate prima se l’università cui mirate offre corsi in una qualche lingua "universale", tipicamente l’inglese, e scegliete fra quelli (a patto di conoscere l’inglese): offerte di questo tipo si trovano facilmente, almeno nell’ambito delle lauree magistrali (che nel resto d’Europa si chiamano Master of Science o Master of Arts a seconda delle materie).

Il semestre Erasmus non è l’unica opzione per studi all’estero. Sempre in ambito europeo esistono accordi fra università per ottenere il cosiddetto TIME Master of Science: gli studi dureranno un poco più a lungo (e gli interessati passeranno all’estero un paio d’anni), ma alla fine si ottiene la laurea da ambedue le università coinvolte. Accordi simili, anche se in numero più ridotto, esistono anche fra università italiane e di nazioni non comunitarie (soprattutto statunitensi). In questi casi, comunque, il numero di posizioni disponibili è molto limitato e riservato a persone che abbiano ottenuto risultati molto buoni nei propri studi.

E naturalmente arriva la domanda di mamma e papà: «È utile, per il futuro, una scelta come quella indicata?». Certamente a livello personale può contribuire a una mentalità più aperta, aiutare ad accettare tradizioni e modi di vita diversi da "quelli di casa"; attenzione però a non trasformare il semestre Erasmus in un semestre di vacanza, con conseguente crollo del rendimento universitario. Al momento di un’assunzione, certo, si guarda con favore a questo genere di esperienza... ma prima ancora si guarda il voto di laurea!

m.s.








 

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