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n. 11 NOVEMBRE 2007 EDITORIALE SERVIZI
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UN METODO
SEMPRE VALIDO Le scienze umane chiamate a raccolta di
Francesco Belletti La pubblicazione del
Decimo rapporto Cisf costituisce la conferma della validità di un’intuizione
e di un percorso avviato nel 1989: uno strumento che dopo vent’anni
continua a essere un punto di riferimento per la politica, i servizi, la
ricerca, la pastorale familiare, le famiglie e le associazioni.
La pubblicazione del Decimo rapporto Cisf sulla famiglia in Italia costituisce un traguardo importante, la conferma della validità di un’intuizione e di un percorso avviato ben prima del 1989, data di pubblicazione del Primo rapporto: uno strumento che dopo vent’anni continua a essere un punto di riferimento per la politica, per i servizi, per la ricerca, per la pastorale familiare, per le famiglie e le associazioni. Due elementi hanno caratterizzato l’identità del Rapporto Cisf (grazie anche alla continua collaborazione con Pierpaolo Donati, curatore di tutti i volumi fin dall’inizio, e con le Edizioni San Paolo): la natura multidisciplinare dell’approccio e la scelta di parole chiave innovative per interpretare la realtà. Il primo aspetto deriva dalla scelta metodologica, che il Cisf ha adottato fin dalla sua nascita: leggere la famiglia attraverso molteplici prospettive, rifuggendo da facili semplificazioni o da grossolane interpretazioni. In altre parole, per capire la famiglia non basta un unico punto di vista, ma occorre chiamare a raccolta tutte le scienze umane, dalla psicologia alla sociologia, dalla demografia al diritto, dall’economia alla storia; solo il confronto interdisciplinare consente di rispettare la multidimensionalità dell’esperienza familiare, che vive di affetti e di economia, di regole giuridiche e di valori. L’elenco degli oltre sessanta autori che hanno contribuito a scrivere le quasi 5.000 pagine dei Rapporti finora pubblicati (vedi box a pag.12) documenta la qualità degli esperti e la diversità dei saperi, che hanno utilizzato fonti informative di grande eterogeneità: dalle indagini demoscopiche fino al materiale della psicologia clinica, dal dato giuridico-normativo fino all’analisi dei costi della protezione sociale nei vari Paesi europei. Il secondo aspetto, la scelta di una questione forte, di un tema emergente attorno a cui orientare le riflessioni e i percorsi di indagine, corrisponde a sua volta al tentativo di individuare i nervi scoperti della famiglia nel nostro Paese, anticipando altresì questioni che nel corso del tempo si sarebbero rivelate centrali nel dibattito sociale e politico, come per il tema dell’equità tra le generazioni (1991) o, più recentemente, il rapporto tra famiglia e capitale sociale (2003). Conviene quindi seguire le varie parole chiave (vedi box a pag 10), a conferma che quanto trattato nei vari rapporti è oggi tuttora un punto qualificante della famiglia e della società italiana. Il Primo rapporto (L’emergere della famiglia autopoietica, 1989) ha descritto una famiglia costretta a fare da sé e a contare soprattutto sulle proprie risorse, perché leggeva l’ambiente esterno come ostile o al massimo indifferente. In questa lettura emerge, in positivo, una famiglia responsabile e disponibile a prendersi carico dei propri bisogni ma anche, in negativo, una famiglia in difficoltà a pensare, di fronte a bisogni eccedenti, di poter trovare degli aiuti o dei supporti al proprio esterno. La deriva estrema consiste in un atteggiamento familista, alla ricerca solo del proprio interesse particolare, indifferente a tutto ciò che è considerato "esterno". Siamo alla fine degli anni Ottanta e parlare di politiche familiari, anche nel dibattito politico o attraverso i mezzi di comunicazione, è praticamente impossibile. Tuttavia non è difficile affermare che ancora adesso, dopo venti anni di storia della famiglia e della società, è difficile aiutare le famiglie a pensare all’ambiente esterno come amichevole. D’altra parte, se guardiamo a come sono organizzati i tempi nelle città, il mondo del lavoro e dei media, tanto per citare alcune aree di interesse, non troviamo atteggiamenti favorevoli alla famiglia; questa chiave interpretativa, quasi ventennale, rimane quindi ancora molto attuale. Il Terzo rapporto (Mediazioni e nuova cittadinanza della famiglia, 1993) ha messo a tema la questione della cittadinanza della famiglia, considerando la famiglia non solo come spazio privato degli affetti e dei sentimenti ma come un luogo socialmente rilevante, uno spazio nel quale si genera un’alleanza tra persone e società (e una responsabilità di cittadinanza attiva, per le famiglie). Questa tesi ha una serie di ripercussioni, anche in termini giuridici, che ci sembrava importante mettere a fuoco in quegli anni, e che è stata poi ripresa nell’Ottavo rapporto (Famiglia come capitale sociale nella società italiana). Questo tema rimanda anche al nodo della identità più profonda del famigliare, oggi in grande discussione, e affrontato nel Settimo rapporto (Identità e varietà dell’essere famiglia: il fenomeno della "pluralizzazione"). Assieme alla rilevanza sociale della famiglia, un altro nodo tuttora centrale è l’equità tra le generazioni. In due Rapporti Cisf (Secondo rapporto, L’equità tra le generazioni: un nuovo confronto sulla qualità familiare, 1991, e Quarto rapporto, La famiglia come reticolo inter-generazionale: un nuovo scenario, 1995) è stato ampiamente documentato che la famiglia svolge una insostituibile funzione di "mediatore solidaristico" tra le generazioni, funzione che la società non svolge in modo altrettanto efficace, generando al contrario una sorta di "conflitto inespresso tra le generazioni". Un esempio di queste dinamiche può essere trovato proprio nel mondo del lavoro, nel quale la generazione adulta occupa con forza la scena, sfrutta le tutele e scarica debiti e problemi sulle generazioni future. È invece soprattutto grazie alla capacità di redistribuzione familiare che i giovani possono realizzare i propri progetti di vita, come mettere su casa e famiglia, scelte di vita ben poco sostenute e supportate dal sociale. All’interno dei sistemi familiari assistiamo dunque a un’alleanza che cerca di ribilanciare le ineguaglianze societarie. Un altro esempio può essere individuato nel fatto che i nonni aiutino i figli e accudiscano i nipoti, mentre spesso i figli adulti si fanno carico dei nonni quando non sono più autosufficienti. Nel 2003 il 74% di anziani non autosufficienti erano curati soprattutto in famiglia; in altre parole, se 3 anziani su 4 non avessero una famiglia di riferimento che li cura, sarebbero privi di un’adeguata protezione. Altri temi rilevanti sono stati affrontati nel Sesto rapporto su welfare e famiglia (Famiglia e società del benessere, 1999), e soprattutto nell’Ottavo (Famiglia e capitale sociale nella società italiana, 2003), che individua la "famiglia come capitale sociale" (ipotesi confermata poi dalle analisi) poiché, più che "consumare" prestazioni solidaristiche societarie, prima di tutto genera cittadinanza attiva, atteggiamenti di fiducia e cooperativi. La scommessa giocata con l’Ottavo rapporto consiste quindi nel riuscire a spostare il criterio e la logica generale dall’assunto: "Le famiglie costano alla società" all’assunto: "Le famiglie sono un capitale sociale per la società", generano cura, beneficio sociale, sono un valore aggiunto. Se si dimostra che la famiglia risulta il luogo educativo alla socialità, allora si può concludere che le spese sostenute per essa vanno inserite nella colonna "investimenti" piuttosto che nella colonna "costi". In fondo, la sfida radicale al nostro sistema è quella di pensare che se si attua una politica a sostegno della natalità, per esempio, non si sta solo sostenendo un carico assistenziale per quella specifica famiglia, ma si stanno predisponendo migliori condizioni future per tutta la società. Lo stesso professor Luigi Campiglio, economista e pro-rettore dell’Università Cattolica di Milano, si chiedeva: «Ma quale azienda investe per un così ampio numero di anni come fa una famiglia su un figlio?». La famiglia, infatti, investe su un bene, il figlio, che per 25-30 anni è a carico e può costare fino a 100-150.000 euro, a seconda del tipo di scelte scolastiche, universitarie, di stile di vita familiare che vengono attuate. È comunque un "investimento" dai tempi ben lunghi! Le famiglie hanno quindi una visione progettuale molto più ampia di qualunque altro attore sociale nel nostro Paese. Un’altra breve riflessione a proposito di famiglia come capitale sociale può riguardare il volontariato. Troppo si dice: «Le famiglie ricevono aiuti dal volontariato». Le indagini riportate nel Rapporto segnalano invece che i giovani volontari provengono da famiglie con un forte patrimonio pro-sociale, da famiglie con una "cultura volontaria". Dunque, non si può fare a meno di un ambito educativo così fondamentale come la famiglia, anche per generare azione sociale, cittadinanza attiva. Certo, rimangono le famiglie che hanno bisogno, che sono un "buco nero", abusanti, maltrattanti eccetera, ma questo non significa che nel complesso la famiglia non sia un patrimonio fondamentale della nostra collettività, un patrimonio che ormai deve essere "salvaguardato". Esiste dunque un problema forte di rilevanza culturale e sociale, legato al tema della famiglia come "grande malato" della società italiana, oppure come "risorsa strategica del sistema Italia", anche perché molto spesso la scelta tra questi due orientamenti non è basata sui dati reali, ma su pregiudizi, che poco hanno a che fare con la realtà delle famiglie concrete. Questa polarizzazione in effetti è rintracciabile anche nel Nono rapporto (Famiglia e lavoro: dal conflitto a nuove sinergie), dedicato alla difficile conciliazione tra famiglia e lavoro. Anche in questo ambito, in effetti, non si può prescindere dalle riflessioni sulla famiglia come capitale sociale, tematizzate nell’Ottavo rapporto, e in particolare dal fatto che l’organizzazione sociale ed economica sembra presupporre una famiglia totalmente subordinata, disponibile ad adattarsi a ogni esigenza produttiva, e non meritevole di particolari attenzioni (con uno slogan, siamo in una società che pretende "una famiglia a misura di lavoro", anziché organizzare "un lavoro a misura di famiglia"). La relazione famiglia-lavoro ripropone inoltre un altro nodo essenziale del famigliare, di cui il Quinto rapporto (Uomo e donna nella famiglia, 1997) si era già occupato, vale a dire la questione del rapporto tra i sessi in famiglia e nella società. Questa volta il Decimo rapporto, come vedremo in questo numero monografico, riflette sul "valore aggiunto" della famiglia, sollecitando a una "nuova conoscenza" della famiglia (quel "ri-conoscere" con il trattino che caratterizza in modo originale il titolo), adottando comunque il criterio di fondo del metodo che abbiamo voluto qui brevemente ripercorrere. Francesco
Belletti
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