Famiglia Oggi.

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n. 11 NOVEMBRE 2007

Sommario

EDITORIALE
Uno sguardo rinnovato e riconoscente
la DIREZIONE

SERVIZI
Le scienze umane chiamate a raccolta
FRANCESCO BELLETTI

Le sette tesi del Rapporto Cisf
PIERPAOLO DONATI

La famiglia che il diritto riconosce
GIUSEPPE ANZANI

Al primo posto i beni relazionali
VERA ZAMAGNI

Come una zattera nella tempesta
MARIATERESA ZATTONI E GILBERTO GILLINI

Quale ostacolo tra desideri e scelte
GIAN CARLO BLANGIARDO

DOSSIER
Quando la famiglia è atipica
LORENZA REBUZZINI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
L’"inverno demografico"
BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
I grandi temi del nostro tempo
CHIARA MACCONI

Gesti e parole che possono ferire
ORSOLA VETRI (a cura di)

MATERIALI & APPUNTI
Solidarietà tra le generazioni
LORENZA REBUZZINI

CONSULENZA GENITORIALE
Partire dal vissuto quotidiano
PAOLA DAL TOSO

POLITICHE FAMILIARI
La finanziaria dalle promesse mancate
FRANCESCO BELLETTI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Anoressia e bulimia, piaghe al femminile
SIMONE BRUNO e ORSOLA VETRI

IL CISF INFORMA
E adesso... più concretezza!

LIBRI & RIVISTE

 

 I NUOVI GENITORI

Come una zattera nella tempesta

di Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
(consulenti formatori e docenti presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II
per studi su matrimonio e famiglia)
 

I genitori si sentono in mezzo ai pericoli e impegnati a trovare l’ancora di salvezza. Possiamo capire che il frutto di tale tentativo di autosalvataggio sia una sorta di "buonismo coatto" che ha più facce. In un contesto di catastrofi risuona l’invito dell’evangelista Luca: «...alzatevi e levate il capo».
  

La zattera si mantiene a galla anche se non sa fino a quando. Ci sono all’orizzonte altre zattere, ma ciascuna è impegnata nella autostabilizzazione, non ce la fa a mettere in atto quel legame che renderebbe possibile un "territorio" più sicuro.
   

Iniziamo con una metafora tutt’altro che consolante, per dire la situazione della famiglia oggi e per intravedere – come fa Franco Poterzio nel saggio all’interno del Decimo rapporto Cisf – i legami tra il clima familiare e l’emergere di certe patologie, in particolare nelle nuove generazioni.

Immaginiamo una zattera in un mare in tempesta, infido, insicuro, che non offra né stabilità né sbocchi verso porti sicuri: la zattera si mantiene a galla, disperatamente, anche se non sa fino a quando ce la farà. Ci sono all’orizzonte altre zattere, è vero: ma ciascuna è impegnata nella propria autostabilizzazione, non ce la fa a mettere in atto quel legame tra zattere, che renderebbe possibile un "territorio" più sicuro. Chi abita la zattera? Genitori onnipotenti e disperati, obbligati a pensarsi come unica zattera per il figlio, perché nel mare intorno alla zattera non c’è sicurezza, da nessuna parte. La zattera tenta di autogarantirsi, di vincolarsi al suo interno solo grazie alla «relazione pura»(1),la nuova utopia societaria, che proclama possibile incontrarsi in pura libertà (senza costrizioni, senza legami normativi) e pura affettività (possibilmente spontanea). Diciamo subito che una zattera abitata da più figli avrebbe altre chance esplorative, perché magari uno dei figli tenterebbe l’esplorazione e l’aggancio con altre zattere.

Proviamo allora a "sentirci" su simile zattera in funzione genitoriale, proviamo a sospettare di essere, oggi, l’unico ombrello protettivo per questo figlio che non ha più nulla di sicuro, salvo che noi; proviamo a sentirci succubi di un diktat societario che suona: «Soltanto voi conoscete i vostri figli, soltanto voi potete provvedere a essi, siete la loro unica sicurezza»; e, nel contempo, il mare-società è sempre più infido, non dà regole certe a sostegno dei genitori, ributta sempre tutto sulle loro spalle. Un flash recentissimo. Una madre voleva sporgere denuncia contro ignoti perché la figlia diciassettenne nottetempo inviava ossessivamente foto delle sue parti intime, su richiesta di un "innamorato" quarantenne conosciuto al mare. Il maresciallo, invece di prendere la denuncia, diede alla madre i seguenti "amichevoli" (secondo lui) avvertimenti: «Lei non vada a spiare sul telefonino della figlia, che fra due mesi compie 18 anni e potrebbe denunciarla; se proprio vuole, si faccia dare dalla figlia nome e cognome del tizio, ma probabilmente non servirà a niente perché tra "fidanzati" oggi è di moda scambiarsi simili messaggi; anch’io ho una figlia di questa età e la rispetto, perché oggi i giovani fanno tutti così e mia figlia non deve essere da meno degli altri». Sic. Desolante.

Oggi i genitori si sentono nella situazione della zattera: possiamo capire che il frutto di tale (sempre più disperato) tentativo di autosalvataggio sia una sorta di "buonismo coatto" che ha più facce. Se la zattera è l’unico luogo (si fa per dire) sicuro, non è più possibile reggere una norma al di là di sé stessi, non è possibile mantenersi fedeli al ruolo educativo che presuppone valori non autofondati, capaci di dire "alzando il capo": non devo risarcirti per essere nato, «Non devo chiederti scusa di averti messo al mondo, non mi identifico con la protezione che tendo a offrirti, costi quel che costi, compreso il mio lasciarmi schiavizzare».

Ancora un flash di vita vissuta. Luca, quindicenne, arrogante, (in)sicuro di sé, detta legge su quale salotto nuovo comprare, denigra i genitori per i loro gusti, li insulta (oggi è sempre più frequente questo stillicidio di insulti familiari): «Siete dei "poverini", deficienti, incapaci...». A questo punto il padre osa dire: «Questa è casa nostra! In fondo possiamo essere noi a scegliere come ci pare... quando avrai casa tua, sarà tua e non nostra e noi non verremo a sceglierti i mobili!»; ma, prima ancora che Luca possa ribattere, interviene la madre, ansiosa: «Ma, papi, non dire così! E se dopo non sta più bene con noi?». La risposta della madre apparirebbe semplicemente carica di insipienza educativa ed etica, se non avessimo presente la situazione della "zattera". Questa madre, nel suo buonismo coatto, agisce come un genitore del suo tempo, non "solleva il capo", si lascia strumentalizzare; salvo poi lamentarsi perché il figlio/a non fa niente, anzi le ordina: «Fammi la spremuta, che ne ho voglia».

Schiacciati nella dimensione emozionale

La relazione dentro la zattera è schiacciata sulla dimensione emozionale, lo "star bene tra noi" è l’unica pagella che i genitori si fanno dare dai figli, al punto che sono orgogliosi quando si sentono dare la paga: «Con i miei genitori vado d’accordo». Anzi pare loro che l’investimento sulla famiglia, che spesso emerge nelle inchieste sul mondo giovanile, sia la prova che tutto va bene: e non si accorgono che la famiglia cui pensano i nostri giovani non è segnale di futuro, ma regressione sul sicuro, su ciò che la famiglia mi deve («E ringrazia il cielo che non ti chiedo l’auto nuova!», diceva una figlia ventisettenne – ufficialmente studentessa universitaria – alla madre che aveva osato farle osservare che la benzina costa). Per avere simile paga nella relazione con i figli, è inevitabile tendere al ribasso della relazione stessa e mettere sul legame meno oneri che si può, anzi, possibilmente nessuno. E ciò vale – nella situazione della zattera – non solo per i figli, ma per tutti i membri del sistema familiare.

Ciascuno tende a porsi sotto l’autoincantesimo del proprio godimento, o, meglio, di quel minimo cui non può rinunciare per sopravvivere, anche se "il minimo" è epocalmente diversificato: «Almeno chatto – diceva una casalinga madre di due figli – e chattando con il mio amico sconosciuto mi sento un’altra. Stiamo ore a chattare, lui mi capisce, finalmente. E del resto questo è tempo mio, nessuno me lo può togliere». Più in generale, ciascuno (individualmente!) tenta di far scorrere il meno male possibile il "tempo della zattera" e non è meraviglia che poi le nuove generazioni, in casa fino alla soglia dei quarant’anni, trovino del tutto naturale simile autoincantesimo.

E così, in questo quadro di incertezza, gli ambiti dello "star bene con" si restringono necessariamente sempre di più: chiusura in microcosmi conosciuti (la "compagnia", anche tra trentenni, diviene il nuovo utero) incontri in condizioni di sicurezza (per esempio i non-luoghi degli ipermercati, i villaggi turistici, perfino... gli oratori dove i genitori chiederebbero di tener fuori "quelli del muretto"). Il diverso, lo straniero fa paura, lo si distanzia o lo si accetta formalmente, con un sorriso stereotipo sulle labbra: «Che carino il tuo compagno di banco così nero!».

Alcune tipologie familiari

In questo contesto, riuscire nell’impresa educativa è sempre più difficile. Nel saggio citato, Franco Poterzio avanza alcune tipologie familiari che ci sembrano collocabili nella prospettiva della relazione genitori-figli. A ciascuna di esse, tratte dalla sua osservazione clinica, egli affianca alcuni disturbi nei figli, sulla base della seguente premessa: «Sono evidenti la coincidenza temporale e la contiguità di certi rapporti tra evento psicopatologico e configurazione familiare».

Nominiamo semplicemente tali "attuali" tipologie: gli iperprotettivi, i permissivi, i sacrificali, gli intermittenti, i deleganti, gli autoritari e la sua conclusione che «sono tutte configurazioni familiari ad alta tensione». Queste alte tensioni, per ciò che riguarda la famiglia dei permissivi, sono ben esemplificate in alcuni disturbi nei figli, come per esempio «figli privi di strumenti regolatori dell’emotività», «incapaci di tollerare la dilazione».

Le contiguità sottolineate sono generalmente assai interessanti. Ma, in fondo, non è neppure così semplice: siamo sicuri che anche Poterzio condivide l’affermazione – da noi tratta nei nostri incontri di formazione delle famiglie – che quasi mai in una famiglia ambedue i genitori sono permissivi, deleganti, iperprotettivi eccetera; ciò che veramente scatena l’alta tensione è il fatto che ciascun genitore, per propria inclinazione, per propria scelta pedagogica e, soprattutto, per la propria storia familiare tende a scegliere uno stile genitoriale in conflitto con quello dell’altro genitore (e ciò giunge a punte di esasperazione, specialmente quando si tratta di genitori separati!). Quando "va bene", i due stili genitoriali si controbilanciano (+1 e -1=0!) in un desolante buonismo coatto di cui si diceva poc’anzi o in una sorta di guerra di posizione. E quando "va male" in una lotta aperta senza quartiere (dal diario di una giovane donna: «Perché i nostri genitori si sono massacrati così per anni, per il bene di chi? Non certo di noi due sorelle – come dicevano – perché quando siamo diventate grandi non siamo nemmeno più scese a tavola con loro!»).

Visitiamo, sia pur brevemente, due di queste configurazioni sbilanciate; la prima: madre sacrificale e padre permissivo. La lingua della madre, in questo caso, suona: «Ti ho dato, dato e dato e tu?». La «viscerale e involontaria oblatività» – dice giustamente Potenzio – diventa un perenne ricatto, che tende, oltre tutto, a caricare di sensi di colpa il figlio.

La lingua del padre suona: «Fa’ un po’ quello che vuoi, basta che non mi dai grane; io mi ritiro da un impatto educativo, tendo a concederti bonariamente tutto, nella speranza – forse – che tu ti accorga che io sono amichevole, buono, che non ti ho mai messo il bastone tra le ruote».

In altre parole, la madre sviluppa la relazione con il figlio/a dando sconsideratamente e pretendendo in modo subdolo e il padre sviluppa la relazione con il figlio/a ritirandosi, non venendo mai allo scoperto.

Che cosa potrà (o meglio, più realisticamente, potrebbe) ricevere il figlio da simile atmosfera familiare? Potrà essere del tutto instabile: da una parte sarà "egocentrico", nel senso di pensare che tutto gli è dovuto, dall’altra percepirà un impalpabile senso di colpa che gli fa sembrare difficile, se non impossibile, staccarsi. Del resto non sente argine, sponda; si ferma in casa magari oltre i trent’anni e nel contempo è pieno di rabbia, esplode in aggressività di cui nemmeno lui conosce bene la fonte. In fondo, si racconta, non c’è niente che non va: mantiene un lavoro (per quanto precario), ha amici, interessi epidermici; proprio non riesce a capire come mai sente un rumore di sottofondo spiacevole e incongruo; e per giunta, prima o poi, qualcuno gli dirà: «Ma come mai non sei contento?».

La seconda configurazione riguarda una madre autoritaria e un padre delegante. La madre nei suoi rapporti con il figlio è rigida, controllante, non gli permette autonomia; il figlio – per essere amato – deve fare quello che dice lei; e cioè il suo bene, pensa lei che, nel suo dirigismo, è ansiosa, insicura, sempre bisognosa di conferme che non arrivano (non possono arrivare) da un padre delegante, il quale prima lascia agire la madre in prima persona, poi – casomai – critica subdolamente il suo dirigismo. In fondo – pare dire questo padre – i figli bisogna "gestirli", metterli nella situazione giusta per essere sicuri che crescano, imparino e se ne vadano fuori dei piedi. Giustamente osserva Poterzio, quando l’autoritarismo è paterno «la prole non è particolarmente danneggiata», mentre l’autoritarismo materno è azzerante la figura paterna – come diciamo nel nostro Il grande libro dei genitori(2) – che appare squalificata anzitutto agli occhi della madre (flash: «Ho detto a mio marito che, dopo la seconda media, avrei messo la figlia in una scuola privata perché nella scuola dov’è le regalano le sufficienze e non sono per niente seri. Mio marito si è limitato a rispondermi: "Quanto costa la retta?". È incredibile, che me ne faccio di un marito così?!»).

Introduciamo una nuova variante: se la figlia è femmina, probabilmente da adolescente farà la lotta in proprio con la madre dirigista, ma si alleerà con lei nel condividere un’idea svilente del maschio; se il figlio è maschio, gli ci vorrà molta più forza interiore per staccarsi da una madre rigida, perché ne trae una percezione esasperata dei propri limiti e del resto un padre non supportivo non favorisce una sua buona autostima come maschio.

L’interdipendenza famiglia/società

L’analisi potrebbe proseguire, ma la nostra percezione è che sia sì giusto aprire gli occhi sulle "metamorfosi della famiglia contemporanea", ma che questo non basti. Stiamo correndo un rischio: entrare nella "zattera" famiglia e colpevolizzare tutti quanti.

Da più parti oggi si riconosce che occorre smetterla di colpevolizzare i genitori per i disagi dei figli, ma finché lasciamo la famiglia nella sua zattera, queste sono solo belle intenzioni. Di più, proprio questa zattera viene caricata (è un rischio) del "valore aggiunto": le diciamo come dovrebbe essere e poi la lasciamo sola! Purtroppo i genitori carichi di sensi di colpa e d’impotenza non guidano meglio la zattera e, men che meno, si accorgono della reale vicinanza di altre zattere.

Eppure siamo completamente d’accordo con il Decimo rapporto Cisf là dove sostiene che occorre ri-conoscere la famiglia e puntare sulla sua capacità di «aggiungere il valore e qualità di vita al bene-essere delle persone e al bene-essere della società tutta».

A partire da questo punto di vista, siamo sicuri che la famiglia sia proprio la zattera nel mare in tempesta?

Non è che stiamo facendo una lettura lineare e semplicistica di una famiglia prodotto insicuro e sempre più depotenziato dello status del mare-società? Non è che proprio il sentirsi zattera da parte della famiglia rappresenti la determinante che rende fragile e insicura la società da cui si dovrebbe "salvare"? Fuor di metafora: il processo è circolare: più le famiglie non riconoscono il loro valore fondante le trame societarie, più la società smarrisce il suo riferimento alla famiglia e viceversa. Famiglia e società sono potentemente interconnesse e perciò, da qualunque parte prenda l’avvio questo "ri-conoscere la famiglia", occorre curare che il bene-essere si espanda. La sapienza e la tradizione cristiana userebbe forse altre immagini per dire tutto questo: famiglia come «città sul monte» o «lucerna sopra il moggio», per illuminare tutta la casa-società.

Iniziamo così un primo movimento, senza il quale tutti gli altri appaiono donchisciotteschi: e cioè il collegamento tra famiglie che costituisce il nucleo sociale primario sul territorio.

Diciamolo con un esempio: madre vedova, con figlia, Cristina, in terza media; la figlia proclama che ha diritto a uscire con le amiche, il sabato sera «almeno fino a mezzanotte», come fanno le altre. Di stare all’oratorio non se ne parla, primo perché è noioso, secondo perché il parroco non lo aprirebbe il sabato sera neanche se pregato in ginocchio. Bisogna stare in piazzetta, bere birra in paninoteca, sentire un po’ di musica in qualche locale, così come viene. Cristina vuol essere portata in piazza alle 21 e lì lasciata; si ripresenterà sulla stessa piazza alle 24, quando la mamma la verrà a riprendere.

La madre allora manda due righe ai genitori dei compagni di classe di sua figlia con appuntamento in oratorio e permesso del parroco: «Troviamoci per discutere i passaggi ai figli il sabato sera». Si presentano quasi tutti: ciascuno – per ritornare alla nostra metafora – con la sindrome della zattera: accetto i diktat del figlio perché non posso certo essere io a negargli quello che gli altri hanno. E così si ritrovano ad avere le stesse preoccupazioni, le stesse sollecitudini (salvo due genitori che esibivano la loro totale approvazione alla "libertà" della figlia). Il finale della discussione si orienta come segue: ciascun genitore dirà al figlio che lo porterà all’oratorio negli orari "richiesti" e che l’alternativa è rimanere semplicemente a casa.

"Naturalmente" (ma non troppo) i genitori si accorsero che questa presa di posizione comportava dei costi: darsi il turno per tener aperto l’oratorio, e conseguentemente il bar, dare incarico a un ragazzo di scegliere la musica, tenersi in disparte e lasciarli doverosamente liberi, ma a distanza ragionevole, perché i genitori di turno potevano bene farsi una partitina tra loro o inventare una loro attività. Alcune madri non nascosero la soddisfazione per avere "qualcosa da fare" il sabato sera. La spuntarono i genitori? Certamente, perché ai figli era stata tolta l’unica arma impropria che usavano a proposito e a sproposito: «Solo io non posso fare quello che fanno gli altri!». Queste famiglie hanno preso coscienza della loro forza di collegamento, di essere loro stessi "società" che dà risposte alle esigenze dei figli.

A guardar bene, c’è tutto un fiorire di collegamenti tra famiglie, oggi molto più di ieri: a partire da vacanze trascorse insieme («sono andata al mare con la mia comunità, eravamo quasi 100 tra genitori e figli», ci ha detto una madre che, sorprendentemente, si riferiva alla sua parrocchia!), da iniziative sostenute in modo sempre più globale come le feste di quartiere, le riunioni a vari livelli, fino a vere e proprie comunità di famiglie in senso residenziale.

Perché non vengono adeguatamente valorizzate? Forse perché appaiono, perfino ai loro attori, iniziative sporadiche, a partire dalla propria nicchia familiare chiusa a chiave a tre mandate. Non ci si accorge di quanto si è "società" (quanti si sono meravigliati del milione di famiglie radunate a Roma il 12 maggio scorso?) e di quanto, al contrario, si "produce" isolamento e tempesta nel "rannicchiarsi".

Connessioni da ritrovare

Proviamo allora a esaminare la seguente affermazione di Eugenia Scabini: «È il legame che cura e la sua latitanza o la sua malignità sono la causa di vero dolore». Anzi, «il legame familiare è prototipo del legame sociale»(3).

Perché e, soprattutto, come il legame cura? Perché dà stabilità e sviluppa senso di appartenenza; stabilità significa che qualcosa all’interno del legame dichiara di non venir meno alla relazione, che essa non è condizionata dalle "prestazioni" dell’altro; appartenenza ha che fare con il "sentirsi di", con il percepire che qualcuno è coinvolto con me, che a qualcuno interesso, non sono indifferente.

Il legame perciò sboccia dalle connessioni che si sviluppano all’interno del micro e del macrouniverso: «Siamo programmati per connetterci», dicono oggi gli studi sull’intelligenza sociale. La struttura stessa del nostro cervello lo rende socievole, l’esistenza di neuroni specchio scoperti grazie alle tecniche di brain imaging sta a significare che siamo in grado, con i nostri stessi neuroni cerebrali, di percepire ciò che accade nell’altro; ci plasmiamo a vicenda, le relazioni appaganti hanno un effetto benefico sulla salute e quelle nocive possono agire come veleno.

Eppure oggi si assiste nel macrosistema a una «disconnessione crescente», a una sorta di «autismo sociale», fulminante espressione di Daniel Goleman(4), per dire che siamo sempre più calati del nostro scafandro tecnologico, che ci permette di isolarci sempre di più, di esporsi a comunicazioni "virtuali", anestetizzate e anestetizzanti. Sempre Goleman, per fare un esempio, osserva che nel 2003 i nuclei monocomponenti (un ossimoro incredibile: famiglie di uno solo!) erano la maggioranza negli Usa.

Ebbene, la famiglia è in prima linea per combattere la disconnessione crescente: sia – come detto – nel legame tra famiglie, sia nel legame intrafamiliare che stiamo per esplorare. Le neuroscienze oggi ci dicono che i neuroni specchio deputati alla primaria sincronia con gli altri sono tanto più sviluppati e collocati in varie zone del cervello, quanto più l’individuo ha ricevuto empatia e contatti nei primi anni di vita; e non solo, i geni (circa 30.000 nel corpo umano) attivano la loro espressione grazie all’influenza delle esperienze: «Le esperienze sociali influiscono sui processi di attivazione o meno del nostro patrimonio genetico»(5).

In altre parole, oggi siamo sempre più consapevoli, anche grazie all’apporto delle neuroscienze, che l’individuo – il bambino – è letteralmente nelle mani dei suoi genitori: quanto più essi lo toccano, lo baciano, provano empatia, si mettono in sintonia con lui, tanto più egli svilupperà la sua capacità di connettersi, la sua intelligenza sociale, necessaria non solo per il suo benessere privato, ma anche per il benessere di tutta la società. I genitori, e i fratelli, e i nonni e la parentela allargata detengono un capitale sociale su cui la società deve far conto, se non vuole avere a che fare con individui autocentrati, isolati, incapaci di darsi una mano e di fare rete, individui non solo sempre più manipolabili, ma anche su cui non si può contare.

È vero, il legame cura, non solo nel senso che ripara le reti sconnesse, ma che ancor prima produce quel bene-essere per il quale ci esponiamo reciprocamente, per il quale siamo in grado di "lavorare" gli uni per gli altri. Passare tempo insieme in famiglia tenendoci in contatto è molto più e molto meglio che riempirci di cose, avere bisogno di oggetti di consumo per colmare i nostri vuoti. Una piccola annotazione personale di uno di noi, da nonna: ho due nipotini che abitano vicino, di sette e nove anni; sono loro molto grata perché, ogni volta che li incontro, perfino per strada – è successo stamattina – mi abbracciano, come se non ci vedessimo da secoli; è un abbraccio semplice, naturale, è un sentirmi "presa" che ricambio ogni volta con un tantino di stupore, un abbraccio che dice che sono contenti di incontrarmi, che tra umani ci si incontra molto al di là delle parole. Immagino, alla Goleman, che il loro cervello sia dotatissimo di neuroni specchio.

Ecco il punto: il ricambiare, che pur si fa avanti come debito, «può essere vissuto come attraversato da aspetti desideranti»(6); il legame – i bambini lo sanno – non è un freddo dovere d’ufficio, può essere riscaldato ogni volta dal fatto che ci teniamo gli uni agli altri. E ciò, prima di tutto, si impara in famiglia. Anzi, se non s’impara lì, è artificioso impararlo poi.

Legami da curare

Ma c’è di più: il legame non solo cura, ma può e deve essere curato. Il legame non è qualcosa di magico che sempre dà, in maniera unidirezionale, non è la botte a cui attingere sempre vino, senza mettercene mai; sarebbe una fantasia onnipotente quella di una persona che si attestasse sempre e solo sul ricevere. Lo stesso primo sorriso del neonato, "vecchio" di 40 giorni, sta a dire che egli si dà da fare per curare il legame; dobbiamo sfatare il principio pervasivo del genitore sacrificale che crede di poter dare sempre e comunque senza ricevere; poiché egli non solo risucchia nel suo dare l’altro e lo rende parte di sé, ma prima o poi tira fuori una nefanda bolletta, come abbiamo accennato all’inizio della nostra analisi.

«Che cosa fai per la tua famiglia?», diviene allora la domanda istituente il legame familiare, a partire da qualsiasi età e da qualsiasi ruolo: anche l’anziano che si lascia accudire deve porsi in questa prospettiva, per non deprivare il legame e farlo diventare puro sfruttamento. E forse sarà ancora nel sorriso la sua risposta, come all’alba della vita, per non essere ladro della gratitudine al figlio/a che lo accudisce, nei cento modi che oggi sono possibili, stante le urgenze e le necessità di tutto il sistema familiare.

E dunque stabilità e appartenenza sono le modalità del legame: ma ciò che ora urge considerare è che esse – che costituiscono il familiare – non si danno senza gerarchia. Chi "mette al mondo" istituisce un venir prima, una responsabilità. La domanda istitutiva della famiglia ("che cosa fai per la tua famiglia?") ha da essere pronunciata da chi ha il "potere" di farlo, cioè dalla coppia genitoriale che ha fondato la famiglia; e non solo perché essa per prima vi mette la propria cura, ma perché ha il diritto di aspettarsi il contraccambio e il dovere di trattare il figlio come un tu e non semplicemente una bocca da riempire. Livellarsi in modo orizzontale, servire il figlio (in modo permissivo o repressivo, qui poco importa) elevandolo a «divinità da non scocciare» (come si espresse un genitore, riflettendo sul proprio agire), cercare soltanto (ed è un soltanto tremendamente impoverito) di «farlo star bene con noi»... non sono che alcuni modi per dirgli – dietro l’apparente cura – un disperante «tu non esisti» e deprivarlo delle sue capacità di connettersi, di mettersi in rete.

Ritorniamo alla panoramica iniziale, quando ci siamo detti che dalla zattera i genitori non «alzano più il capo». Se ce lo lasciamo dire dall’evangelista Luca, forse la metafora diviene più chiara. In un contesto di catastrofi cosmiche (e non appare necessario aspettare la fine del mondo per vederne le orme dovunque) risuona l’invito lucano: «Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (Lc 21,28). È proprio ora: le famiglie non devono essere più succubi, ma possono alzarsi e levare il capo, in segno di consapevolezza e di dignità. Possono collegarsi, contro ogni disfattismo e subalternità culturale. Allora la liberazione è vicina e cioè, nel contesto in cui abbiamo posto questa Parola, la funzione sociale della famiglia si rivela come un bene comune, un’orma del Regno che, sia pure in modo sommesso e nascosto, è già tra noi.

Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini








 

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