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n. 11 NOVEMBRE 2007

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Come una zattera nella tempesta
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Quale ostacolo tra desideri e scelte
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Quando la famiglia è atipica
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Solidarietà tra le generazioni
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Quale ostacolo tra desideri e scelte

di Gian Carlo Blangiardo
(professore ordinario di demografia nella Facoltà di Scienze statistiche dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca)

Anche se gli italiani attribuiscono valore al matrimonio e desiderano mediamente poco più di due figli, rispetto agli anni ’70, emerge una forte diminuzione, in termini di cifre, di nozze e nascite. Le scelte familiari si scontrano con il contesto politico, sociale, economico e culturale.
  

Se il livello di vitalità delle famiglie italiane si misurasse attraverso il dato sulla loro consistenza numerica, dovremmo senz’altro complimentarci per la buona salute dimostrata negli ultimi cinquanta anni da un’istituzione che – conviene ricordarlo – è stata ripetutamente indicata da alcuni come "prossima alla fine". Le statistiche anagrafiche conteggiavano infatti meno di 14 milioni di famiglie impegnate a completare il "miracolo economico" nel corso dei primi anni ’60 mentre oggi, alle prese con le trasformazioni di una società sempre più immersa nei rischi e nelle opportunità della "globalizzazione", ne collocano quasi il doppio.

Tra il 1961 e il 2006 la popolazione si è accresciuta del 16%, acquisendo nove milioni di abitanti, là dove l’universo delle famiglie è salito, nello stesso arco temporale, del 74% e non solo per effetto della ben nota frammentazione che ha portato la dimensione media da 3,7 a 2,5 componenti e che ha nell’esplosione delle famiglie unipersonali (+375%) il fenomeno più di spicco. Di fatto, anche il complesso delle famiglie con almeno due componenti si è accresciuto in modo considerevole (+39%), conciliando l’espansione numerica con un ridimensionamento della loro dimensione media (da 4 a 3 membri) (vedi tab. 1).

Tabella 1.

Ma non è unicamente dai numeri sullo sviluppo nel tempo che affiora la persistente rilevanza della famiglia nella società italiana; è lo stesso giudizio della gente che ne accredita la collocazione ai posti alti della scala dei valori, se è vero che – come documentato dai dati di indagine più recenti – sono ancora quasi novanta italiani su cento ad attribuire "molta importanza" all’istituzione familiare, a fronte dei circa sessanta che riservano la stessa considerazione per il lavoro, ai quasi quaranta che vedono in tal modo gli amici e ai meno di dieci (sempre su cento) che danno la stessa "molta importanza" alla politica. La valutazione di fondo è dunque che, nonostante il cambiamento sul fronte delle scelte e dei comportamenti che determinano gli eventi e i tempi delle fasi del ciclo di vita familiare – dalla formazione dell’unione di coppia, allo sviluppo del nucleo sino al suo ridimensionamento e/o alla eventuale dissoluzione del rapporto – si ha l’impressione che la famiglia italiana sappia "tenere" le posizioni e i ruoli che le derivano dalla tradizione. Benché il suo profilo possa essersi modificato con il passare del tempo, mettendo in luce nuovi orientamenti rispetto alla struttura e all’organizzazione dei rapporti interni, sembra lecito affermare che, in ultima analisi, gli aspetti di sostanza hanno prevalso sul mutamento formale. La famiglia del XXI secolo resta dunque ancora tradizionale (almeno in Italia), ma lo è in una forma diversa dal passato. Forse l’enfasi sulle così dette "nuove famiglie" e sull’ineluttabilità dell’assimilazione di modelli importati da altre realtà sociali e culturali, hanno indotto a sottovalutare il profondo radicamento del valore della famiglia tra gli italiani e la consapevolezza della sua irrinunciabile funzionalità nel garantire – comunque e a prescindere dalla carenza di significative forme di riconoscimento e di supporto a livello istituzionale – il benessere dei soggetti che ne fanno parte (vedi tab. 2).

Tabella 2

D’altra parte, la conferma della centralità del modello di famiglia mononucleare – fondato sul rapporto di coppia e sul successivo passaggio alla genitorialità – si legge tuttora, pur nel segno di alcuni importanti riassestamenti interni, anche nella dinamica delle strutture familiari nel corso degli ultimi quindici anni. L’accresciuto peso relativo delle famiglie unipersonali (passate dal 19,3% nel 1988 al 25,8% nel 2003) si accompagna a una attenuazione in termini relativi delle famiglie con un nucleo (dal 78% al 71,4%) che tuttavia, lungi dal perdere rilievo, segnano il passaggio, nello stesso intervallo di tempo, da 15,5 milioni di unità a 16 milioni.

Ciò che è indubbio, e che sembra meritevole di specifica attenzione, è il sensibile cambiamento della tipologia all’interno delle famiglie mononucleari. In particolare, le coppie con figli perdono circa dieci punti percentuali – e in assoluto ben un milione di unità – mentre i nuclei monogenitore si accrescono di poco più di un punto percentuale, il che equivale a quasi mezzo milione di casi in più e a un incremento del 29% nel corso del quindicennio 1988-2003.

Tra il dire... e il fare

Il supporto dei dati statistici se, da un lato, depone a favore della tesi di persistente rilevanza del modello di famiglia tradizionale, dall’altro si rivela altrettanto determinante nel sollevare interrogativi sulle modalità con cui si manifestano i due fondamentali fenomeni che alimentano il percorso di formazione e di sviluppo di tali famiglie: la nuzialità e la fecondità.

Riguardo al primo, se è vero che dai dati delle indagini ufficiali più accreditate circa un uomo su cinque e una donna su sei affermano di «ritenere il matrimonio un’istituzione superata» è anche vero che più della metà degli italiani (il 50,1% degli uomini e il 57,7% delle donne) si dichiara esplicitamente in disaccordo con tale affermazione e un ulteriore quarto non si schiera né a favore né contro. Va altresì tenuto conto di un crescente favore nei riguardi del matrimonio al crescere dell’età degli intervistati. Il che potrebbe leggersi in negativo come segno di maggiore criticità da parte delle nuove generazioni (specie tra i 18-24enni), ma anche come un giudizio generalmente più positivo proprio alla luce dell’esperienza di vita coniugale maturata da chi è meno giovane (vedi tab. 3).

Tabella 3.

Resta il fatto che sul piano dei comportamenti nuziali gli italiani, che pur attribuiscono un alto valore al matrimonio (valore che è certamente superiore a quello che caratterizza numerosi altri Paesi europei), danno tuttavia minor seguito, rispetto al passato, alla concreta attuazione di tali progetti nuziali: oggi ci si sposa con minor intensità e lo si fa generalmente più tardi. Ancora una volta le statistiche consentono di sottolineare come dagli oltre 400 mila matrimoni dei primi anni ’70 si sia scesi progressivamente a 250 mila, mentre in parallelo l’età dei coniugi si è spinta mediamente da valori medi attorno ai venticinque anni a oltre i trenta (vedi tab. 4).

Nel contempo, ha preso consistenza – anche se con frequenze assolutamente lontane dai livelli riscontrabili in Paesi centro e nord europei – il fenomeno della convivenza extraconiugale, spesso semplicemente come anticipazione di una successiva unione formalizzata. L’incidenza delle unioni di fatto formate da celibi e nubili ha riguardato l’1,8% delle coppie nel 2003 per un totale di circa 260 mila casi (dieci anni fa erano poco meno di 70 mila) e con la caratterizzazione della presenza di figli – il che lascia più verosimilmente intendere un ipotetico modello alternativo alla tradizionale unione fondata sul matrimonio – in circa un terzo dei casi (35,9% nel 2003 a fronte del 30,2% nel 1993-94).

Tabella 4.

Nel quadro dei cambiamenti che hanno investito l’universo familiare italiano, una particolare posizione è occupata – a ben vedere più per la vivacità nella crescita che per la sua incidenza assoluta – dal fenomeno delle coppie non sposate in cui almeno uno dei due partner è separato, divorziato o vedovo. Questo tipo di unione viene chiamata "famiglia ricostituita", anche se in realtà con tale espressione si dovrebbe intendere semplicemente una coppia con o senza figli in cui uno dei due partner ha avuto un’unione precedente terminata o per separazione/divorzio o per morte dell’altro partner; una definizione, quest’ultima, che prescinde dall’istituzionalizzazione dell’unione e non discrimina tra coppie coniugate oppure libere unioni. In Europa questo modello è molto diffuso nelle regioni del Nord e negli Stati Uniti, dove il fenomeno è stato ampiamente analizzato e raggiunge intensità fino al 50% delle strutture familiari esistenti, mentre in Italia le famiglie ricostituite rappresentano solo da pochi anni un vero e proprio caso, quand’anche marginale, con il quale la società deve confrontarsi.

Secondo le valutazioni Istat del 2003, in Italia le famiglie ricostituite ammontano a 724 mila, pari al 5% delle coppie. Tra di esse, 292 mila erano convivenze more uxorio e 432 mila coppie coniugate. Rispetto ai primi anni ’90 la loro consistenza complessiva è aumentata (erano 603 mila nel 1993/94), soprattutto per quanto riguarda la componente non coniugata (+83%).

La dinamica che questa tipologia ha seguito nel tempo è quindi strettamente legata alla crescente instabilità coniugale e alla maggiore accettazione sociale della convivenza extraconiugale. Il 57% delle famiglie ricostituite è composto da coppie con figli, per un totale di 405 mila coppie: di queste, il 65% (263 mila) con solo figli dall’unione attuale, il 21% (87 mila) con figli di uno solo dei due partner e, infine, il 14% (57 mila) con figli della presente e della precedente unione.

Dall’analisi dello stato civile dei partner (informazione disponibile solo con riferimento all’indagine Istat del 1998) si rileva come il peso relativo dei separati/divorziati sia notevolmente superiore a quello dei vedovi, in particolare tra le coppie non coniugate. Nelle coppie coniugate una precedente esperienza matrimoniale ricorre con una frequenza del 38,1% fra i maschi e del 28,2% fra le femmine, mentre la vedovanza riguarda il 29,5% dei maschi e il 17,1% delle femmine. Tra le coppie non coniugate il divario si accentua: i separati/divorziati risultano il 57% dei maschi e il 51,3% delle femmine, mentre i vedovi sono il 12% dei maschi e il 18,3% delle femmine.

Il fallimento di un’esperienza matrimoniale precedente rappresenta per le donne un forte deterrente a risposarsi, e in generale ad avviare una nuova unione; ciò essenzialmente per due ragioni: la presenza di figli dal precedente matrimonio (che costituisce un ostacolo talvolta invalicabile alla costituzione di una nuova coppia) e le minori opportunità derivanti dall’età relativamente elevata in cui si divorzia, una caratteristica che sfavorisce soprattutto le donne. Inoltre, la maggiore incidenza dei vedovi maschi tra le coppie coniugate mette in luce la loro più alta propensione a risposarsi dopo una vedovanza, confermata dal rapporto inverso che si osserva tra le coppie non coniugate. A tale proposito, va anche segnalato che spesso le vedove preferiscono non legalizzare la nuova unione per non perdere il diritto alla pensione di reversibilità del coniuge defunto.

Così come il valore attribuito al matrimonio si scontra con la ridotta pratica nel dar vita a nuove unioni coniugali, con evidenza ancora maggiore si coglie la discrepanza tra i progetti e i desideri di fecondità degli italiani e l’intensità e i tempi della loro concreta realizzazione.

Tabella 5.

Il quadro statistico è ben noto: il numero medio di figli per donna compie proprio nel 2007 il trentesimo anno di permanenza sotto quella soglia di due figli che garantisce il ricambio generazionale, mentre il numero assoluto di nascite è ormai sceso da qualche anno a poco più di mezzo milione di unità e sembra capace di resistere su tale ordine di grandezza sostanzialmente solo grazie al contributo di un’immigrazione straniera sempre più consistente e di tipo familiare. Non a caso, a fronte degli 1,26 figli per donna segnalati come indicatore di bassa fecondità per la popolazione di cittadinanza italiana dalle statistiche più recenti, si rilevano i 2,61 figli per donna attribuiti alla corrispondente componente straniera: un valore che ricorda l’epoca del baby boom nell’Italia degli anni ’60 (vedi tab. 5).

Ma quanta parte della significativa riduzione della fecondità che ha portato le donne italiane a non avere figli o ad averne assai meno che in passato è il prodotto di una loro libera scelta e quanta è invece il frutto di un adattamento a condizionamenti esterni alle decisioni della coppia?

Un chiarimento in tal senso viene offerto dall’esame del numero desiderato o "atteso" di figli, il cui valore medio, stando ai dati dell’ultima valutazione ufficiale, risulta essere 2,1: si tratta di un terzo in più di quanto si riscontra nei fatti!

Gli stessi dati mostrano altresì come nelle aspettative e nei desideri delle donne ancora senza esperienza di maternità il modello ideale dei due figli (in media) resti valido fino a circa i trenta anni di età, così come lo stesso modello regga fino ai trentacinque tra chi ha già un primo figlio.

Quali sono dunque gli ostacoli che si frappongono tra desideri e scelte? Come spiegare la progressiva caduta che interviene sulla media del numero di figli desiderati al crescere dell’età della donna anche nel caso di assenza o di un unico figlio? Risposte eloquenti si ottengono dalle indagini che l’Istat ha avviato da qualche anno su un ampio campione di neomadri. Tra le donne contattate nel 2005 coloro che hanno dichiarato di non volere altri figli rappresentano il 40% delle intervistate (che erano per il 51% al primo figlio, per il 38% al secondo e per l’11% ad almeno il terzo) e se è vero che molte riferiscono come motivazione più frequente la soddisfazione per aver raggiunto la dimensione desiderata (lo fanno il 25% delle donne al loro primo figlio, il 44% di quelle al secondo e il 59% quelle al terzo o oltre), è anche vero che i motivi economici sono indicati come il principale fattore di condizionamento da circa una donna su cinque e soprattutto ricorrono in corrispondenza di madri con uno o al più due figli.

Tabella 6.

Anche il lavoro extradomestico, e in primo luogo le difficoltà nel conciliarlo con gli impegni legati alla maternità, rappresenta per le donne un forte condizionamento nel rinviare e spesso rinunciare definitivamente ad avere un altro figlio. Ciò è stato esplicitamente segnalato come il più importante motivo per non avere figli dal 10% delle neomadri primipare, ma resta uno dei fattori determinanti nel condizionare le scelte anche per il passaggio al secondogenito – per altro da parte di chi ha già toccato con mano le difficoltà, i costi e le carenze delle strutture di aiuto extrafamiliari – e per arrivare a quel terzo figlio la cui quasi scomparsa determina il cronico deficit di natalità che sembra destinato a introdurre profondi cambiamenti e grandi problematiche nel futuro del nostro Paese (vedi tab. 6).

Gian Carlo Blangiardo
   

BIBLIOGRAFIA

  • Blangiardo G.C., Rimoldi S., "Morfogenesi della famiglia italiana: la prospettiva socio-demografica", in Scabini E., Rossi G. (a cura di), Le parole della famiglia, Studi interdisciplinari sulla famiglia, 21, Vita e Pensiero, 2006.

  • Istat, Strutture familiari e opinioni su famiglia e figli, Indagine Multiscopo sulle famiglie, 2003, Informazioni n. 18, 2006.

  • Istat, Essere madri in Italia, Famiglie e società, 17 gennaio 2007, www.istat.it.

  








 

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