Famiglia Oggi.

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n. 11 NOVEMBRE 2007

Sommario

EDITORIALE
Uno sguardo rinnovato e riconoscente
la DIREZIONE

SERVIZI
Le scienze umane chiamate a raccolta
FRANCESCO BELLETTI

Le sette tesi del Rapporto Cisf
PIERPAOLO DONATI

La famiglia che il diritto riconosce
GIUSEPPE ANZANI

Al primo posto i beni relazionali
VERA ZAMAGNI

Come una zattera nella tempesta
MARIATERESA ZATTONI E GILBERTO GILLINI

Quale ostacolo tra desideri e scelte
GIAN CARLO BLANGIARDO

DOSSIER
Quando la famiglia è atipica
LORENZA REBUZZINI

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
L’"inverno demografico"
BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
I grandi temi del nostro tempo
CHIARA MACCONI

Gesti e parole che possono ferire
ORSOLA VETRI (a cura di)

MATERIALI & APPUNTI
Solidarietà tra le generazioni
LORENZA REBUZZINI

CONSULENZA GENITORIALE
Partire dal vissuto quotidiano
PAOLA DAL TOSO

POLITICHE FAMILIARI
La finanziaria dalle promesse mancate
FRANCESCO BELLETTI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Anoressia e bulimia, piaghe al femminile
SIMONE BRUNO e ORSOLA VETRI

IL CISF INFORMA
E adesso... più concretezza!

LIBRI & RIVISTE

 

 DOSSIER - RISCOPRIRE IL "GENOMA FAMILIARE" QUANDO

QUANDO LA FAMIGLIA È ATIPICA
  

Il ri-conoscimento della famiglia passa anche attraverso il ri-conoscimento del "genoma familiare", quel tratto caratteristico dell’essere e del fare famiglia riscontrabile anche in situazioni e contesti che esulano dallo standard di "famiglia tradizionale". Due capitoli del Decimo rapporto Cisf sono interamente dedicati alle "famiglie atipiche", cioè a quei particolari nuclei affettivi che vivono in comunità allargate o che hanno scelto uno stile di vita "migrante" a diretto contatto con le molteplici forme di espressione culturale. Cosa hanno in comune queste due realtà e come si inseriscono nel quadro della famiglia contemporanea?
  

OLTRE I CONFINI DELLA TRADIZIONE
FAMIGLIE IN COMUNITÀ
E FAMIGLIE MIGRANTI

  
di Lorenza Rebuzzini
(ricercatrice Cisf)
  

Da numerosi suoi detrattori la famiglia viene descritta come un’istituzione monolitica, ingessata, classicamente borghese e rinchiusa nel proprio particulare: tali aspetti sarebbero, secondo il loro punto di vista, quelli che meglio riescono a definire il complesso sistema "familiare". Ma la famiglia di oggi, pur con tutte le sue contraddizioni, non corrisponde certo a questo identikit: essa è un organismo vivente che si modifica con il mutare della società, della storia e della cultura di riferimento. Eppure, il cambiamento non dissolve l’"entità" famiglia, che continua a esistere come soggetto attivo.

In un percorso che conduce gradualmente al ri-conoscimento della famiglia non si può prescindere dall’analisi approfondita di tali cambiamenti e del tipo di influenza che possono esercitare su di essa, né tanto meno dall’individuazione delle principali caratteristiche legate al "fare famiglia" considerando le diverse modalità e luoghi di vita. È possibile rintracciare, in esperienze, situazioni e contesti differenti e distanti tra loro, elementi comuni che permettono alla famiglia di rimanere tale? Ed è possibile rinvenire il cosiddetto "genoma familiare", cioè tutto ciò che consente di stabilire cosa sia la "famiglia" e cosa, invece, sia altro rispetto ad essa?

È la riflessione teorica (sociologica e psicologica) che, a partire dai risultati conseguiti da accurate ricerche empiriche, tenta di fornire una serie di risposte alla questione. Si tratta di linee argomentative "calate nel vivo", nell’attuale tessuto della nostra società. Due capitoli del Decimo rapporto Cisf (Famiglie al confine tra familiare e comunitario di Giovanna Rossi e Donatella Bramanti; Identità della famiglia migrante e diversità culturale di Eugenia Scabini e Vittorio Cigoli) sono intenzionalmente dedicati a quelle che si potrebbero definire "famiglie atipiche" (una definizione contenuta nel capitolo di Rossi e Bramanti): famiglie che scelgono di vivere in comunità e famiglie migranti. Si è in presenza di due realtà profondamente distanti tra loro, eppure segnate, nella storia che le accomuna, da un evento cardine: l’apertura all’altro intesa come radicale accoglienza della sua diversità e come totale riformulazione dell’equilibrio relazionale (vedi box 1).

Nei vissuti quotidiani di queste comunità si sperimenta quella particolare forma di pro-socialità alla quale è chiamata ogni famiglia, in quanto «struttura originaria del legame sociale» che «ha intrinsecamente a che fare con l’incontro con l’estraneo» (Scabini e Cigoli).

Tale apertura può configurarsi come scelta (per quanto riguarda le famiglie che vivono in comunità) o come "costrizione scelta" (per quanto riguarda le famiglie migranti); come apertura verso un altro che entra in famiglia e che, come ogni incontro, modifica assetti relazionali e "fa problema": questo altro può essere una persona (nel caso dell’accoglienza familiare) o una cultura (nel caso delle famiglie migranti); e infine come capacità di fare famiglia in un contesto diverso, sia esso quello comunitario o quello di una differente cultura.

La questione da porsi, in merito alla radicale apertura all’altro e alla globale riformulazione delle relazioni intime, è se la famiglia sia in grado di reggere o meno l’onda d’urto. È ancora capace di essere famiglia e di trasmettere alla società intera e alle generazioni future la propria singolarità e ricchezza, il proprio genoma (vedi box 2)?

Definire la propria identità

Vita in comunità e vita da migrante costituiscono due situazioni limite nelle quali si pensa comunemente che la famiglia sia in qualche modo obbligata ad allentare i propri confini, ad adattarsi e quindi a perdere il proprium che la contraddistingue come nucleo formato da una coppia e dei figli, per confondersi in una società o in una comunità nelle quali prevalgono l’indistinzione dei ruoli, dei riferimenti e dei generi.

Al contrario, la ricerca e la definizione del famigliare è necessaria per non cadere in quel relativismo culturale che, soprattutto quando si parla di immigrazione, ha il suo esito nello scivolamento nell’omologazione, per cui le tradizioni familiari di origine vengono in qualche modo "cancellate" e vanno perse, alla ricerca di un’uniformità "senza anima", oppure nella barbarie, l’estraneità totale rispetto al Paese e alla cultura ospitante. La ricerca del famigliare si intreccia dunque, soprattutto per le famiglie migranti ma non solo, come ricerca della propria identità, ricerca che si snoda sui due assi principali, quello della cultura (cultura di appartenenza/cultura ospitante) e quello dei valori (valori e assetti familiari della cultura di origine, valori e assetti familiari della cultura ospitante). Il nesso tra cultura e valori si svela proprio nella mediazione che la famiglia migrante è in grado di mettere in atto, come vedremo anche oltre.

Il problema dell’identità si pone, in termini diversi, anche per le famiglie che vanno a costruire una comunità familiare. Le comunità di famiglie hanno il loro antenato storico nelle comuni degli anni Sessanta, caratterizzate peraltro da ideologie che miravano alla dissoluzione della famiglia: era il singolo che si relazionava con il resto della comunità.

Lo svelamento della soggettività

All’origine di una comunità familiare esiste, al contrario, una chiara coscienza di famiglia: la coscienza che la relazione familiare non è una «una struttura arcaica destinata a un progressivo indebolimento» (Rossi, Bramanti), ma è invece matrice del sociale, cellula viva e pulsante della società che determina, in qualche modo, il fare e l’essere società. Una coscienza del famigliare, dunque, profondamente diversa da quella posseduta dalle famiglie migranti, che molto spesso non hanno gli strumenti (sociali e culturali) per elaborare, prima della migrazione, un punto di vista sulla questione. Vedremo però, a proposito delle famiglie migranti, quanto il confronto con una cultura diversa sia da stimolo per una riflessione, più o meno compiuta a seconda dei casi, sulla propria idea e sul proprio progetto di famiglia.

In entrambi i percorsi di ricerca viene messa al centro la coppia genitoriale, mentre in precedenza ricerche di questo tipo, soprattutto quelle riguardanti il fenomeno migratorio, si sono focalizzate sulla trasmissione intergenerazionale dei valori di riferimento. Sia Scabini e Cigoli, sia Rossi e Bramanti hanno scelto di mettere al centro la coppia, considerandola come la matrice originaria e come il soggetto che reca con sé la responsabilità di costruzione e di trasmissione dell’identità familiare. La questione dell’identità familiare è quindi strettamente legata alla questione dell’identità di coppia, a come la coppia riesce a gestire la trasformazione, rimanendo fedele alla costruzione di un progetto realistico, mediato, "valoriale", su di sé e sui propri figli.

Indubbiamente, la questione si pone in modo pressante per le coppie migranti che si devono confrontare con una cultura profondamente diversa da quella d’origine. Si tratta di coppie che si vedono davvero "catapultate" al centro, senza più la protezione e la rete di sostegno delle famiglie di origine. Nella società e nella cultura occidentale la coppia viene formalmente messa al centro, ma sostanzialmente abbandonata a sé stessa: vediamo dunque come per queste coppie la ricostruzione di una propria identità, di un proprio assetto familiare, diventi una necessità impellente alla quale non è possibile in alcun modo sottrarsi. Vediamo anche come spesso la migrazione sia più difficile per la donna, poiché è quella che maggiormente soffre del venir meno della rete familiare di appoggio, senza la quale si sente privata dei propri legami sociali primari e fondamentali, soprattutto se si tratta di donne orientali di religione musulmana. È anche interessante notare come i mariti acquistino nuova titolarità nelle vicende domestiche, dovendo per forza di cose dividere il carico di lavoro domestico con la propria coniuge, che a volte deve lavorare ma molto più spesso non fa più parte di quel gruppo di mutuo aiuto costituito dalla famiglia allargata.

L’adattamento della coppia

Le coppie dunque "si aggiustano", in modo più o meno consapevole, e la riuscita o meno di questo ri-aggiustamento costituisce il più importante fattore di salute relazionale. Dalla capacità della coppia di re-inventarsi ruoli e riferimenti valoriali e sociali dipende la capacità di farsi mediatori tra la cultura e il set valoriale d’origine e quello di acquisizione, farsi "laboratorio di traghettamento" della cultura e della memoria familiare e, nello stesso tempo, di incontro e di apertura nei confronti della nuova cultura, di trasmissione della propria identità e di accettazione di identità familiari differenti dalla propria.

Dalla qualità del ricordo (accettazione e superamento del passato o, al contrario, nostalgia per un luogo e per un tempo mitici, che non ci sono più) e dalla capacità di accogliere il presente dipende anche la possibilità di attuare questa mediazione nei confronti dei propri figli e del progetto sul loro futuro: vivranno in Italia o nel Paese di origine? Sposeranno una ragazza secondo la tradizione della cultura di origine o secondo le usanze occidentali? Due quesiti, emersi durante le interviste, nei quali si palesano i numerosi problemi di ri-conoscimento intergenerazionale "caratteristici", in qualche modo, delle famiglie migranti.

Emerge infine in modo estremamente chiaro anche il mandato famigliare della migrazione: si emigra per offrire ai propri figli un futuro che si spera migliore, e si emigra per sostenere la propria famiglia di origine, in un legame differente, non più basato sulla vicinanza e la comunione di vita, ma su una responsabilità e un supporto di tipo economico.

Dalla possibilità e dalla fattività di questa faticosa mediazione si svelano la specificità e insieme l’eccedenza di ciascuna famiglia, che ha saputo salvaguardare e trasmettere il proprio genoma familiare, dato da quell’intreccio di generazioni, generi e tradizioni che è (appunto) tipico di ogni tòpos familiare: esemplare, a questo proposito, è la storia di Mohammed e Nafisa (vedi box 3).

La famiglia "potenziata"

Situazione forse meno complessa ma ugualmente interessante è quella vissuta dalle famiglie che scelgono di dare origine a comunità familiari, che si aprono spesso all’accoglienza e alla cura di minori o di persone in difficoltà. In queste comunità accade dunque di vivere una "doppia appartenenza", nella quale si combinano, non sempre con un’attenta opera di mediazione, l’appartenenza familiare e l’appartenenza comunitaria. È necessario dunque domandarsi in che modo tale combinazione possa o meno influire sull’assetto familiare e quanto la famiglia venga valorizzata in sé per riuscire a emergere come una «soggettività relazionale altamente complessa, in grado di assumere, e sviluppare nel tempo, forme diverse» (Rossi, Bramanti).

Due sono le caratteristiche sociologiche caratterizzanti le famiglie che scelgono di vivere in comunità: come abbiamo già accennato, tali famiglie sono connotate da una profonda riflessività riguardo alle motivazioni delle proprie scelte e da una serie complessa di obiettivi. Alla coppia genitoriale appare ben chiaro che il proprio progetto di famiglia è basato su valori quali condivisione, sobrietà, fraternità, solidarietà, e considera la propria esperienza strettamente legata a un cammino di fede. Emerge infatti, nella maggioranza delle coppie intervistate, un deciso orientamento al trascendente e un orientamento valoriale che mette al centro la famiglia, l’amicizia, la fedeltà, il rispetto degli altri, la solidarietà e la responsabilità, insieme a un generale impegno per il bene comune, declinato poi in modi e con orientamenti politici differenti.

In questo senso, la vita in comunità è vista come strumentale alla realizzazione del proprio progetto di vita e di famiglia nonché come il luogo in cui poter mettere in pratica i valori secondo i quali si desidera vivere.

Utilizzando una serie di indicatori (orientamento alla comunità/orientamento al sé, neutralità affettiva/affettività, universalismo/particolarismo, diffusività/specificità, realizzazione/iscrizione), Rossi e Bramanti notano come nelle comunità familiari si riesca a combinare insieme elementi di universalismo e di particolarismo, e come tale capacità nasca dalla relazione tra codici familiari e codici societari, in un mix che supera la pura logica donativa in direzione di una solidarietà sussidiaria. Anche la vita di coppia, all’interno delle comunità, risulta giocata più sulla logica donativa che su quella edonistico-affettiva: tra i tre indici utilizzati per esplorare i punti di forza del legame coniugale (indice di intesa, d’affidabilità e di cura del legame), emerge come centrale l’indice di affidabilità, e cioè la ragionevole certezza di poter contare sull’altro sia a livello affettivo che a livello concreto. Dall’analisi condotta risulta che la vita di coppia, pur incontrando difficoltà (soprattutto nella cura del legame quando si hanno figli e nel contempo si accoglie) non risulta "sminuita" dalla vita in comunità ma anzi, sembra uscirne rafforzata: «Il fenomeno delle comunità di famiglie, pertanto, è di particolare interesse, in quanto si caratterizza come un’esperienza di confine che volutamente propone il superamento della dimensione eccessivamente privatistica in cui è stata costretta a rifugiarsi la famiglia nella nostra società», senza per questo dissolverla ma, anzi, inverandone capacità e possibilità e rispondendo nello stesso tempo ai molteplici bisogni della famiglia.

Vignetta

Famiglia e società: un riconoscimento difficile

Vediamo dunque, sia nelle esperienze delle famiglie migranti sia in quelle delle famiglie che vivono in comunità, che la "famiglia mutante" si configura come una soggettività capace di incontrare il mondo circostante, di interagire con esso e di misurarsi con tutto quello che offre. Dal confronto con il diverso e dalla capacità di cambiare mentalità, organizzazione familiare e atteggiamenti personali, la famiglia cambia, rimanendo sé stessa. Ma la società è in grado di riconoscere la verità e la bontà di queste esperienze?

Tuttavia non sempre l’incontro con l’altro porta a un riaggiustamento "positivo" del proprio ambiente famigliare e a un opportuno riconoscimento tra famiglia e società. Più precisamente ci si riferisce al riconoscimento reciproco vero e proprio, un rispecchiarsi di entrambi gli attori in gioco (comunità familiari/famiglie di migranti e società), e non solo da parte di uno dei due (la società deve riconoscere le famiglie migranti e le comunità di famiglie). Tale riconoscimento si pone con modalità differenti (ma con complessità simile) per comunità familiari e per famiglie migranti. «I dont’ like italian culture» afferma Patience, la moglie di una delle coppie di migranti intervistate nel capitolo di Scabini e Cigoli. Una frase forte, nella quale emerge la totale estraneità rispetto alla nuova cultura. Questa frase viene pronunciata da una donna che ricorda la propria terra d’origine, il Ghana, come un luogo "full of beauty", pieno di bellezza, e che vede la sua permanenza in Italia legata esclusivamente alla possibilità di lavorare e di mantenere i propri familiari rimasti in patria. Patience e il marito Peter, di fatto, hanno costruito la coesione interna della propria coppia sulla chiusura e sulla sfiducia nei confronti di una società percepita come inospitale. A corollario di questo atteggiamento emerge il desiderio-sogno di tornare in Ghana, appena possibile. In questa coppia la mediazione intergenerazionale risulta essere fallita, e la figlia cresciuta in Italia è percepita come una sorta di "estranea" rispetto alla propria cultura di origine.

La testimonianza di Patience ci mostra il profondo e inevitabile nesso tra famiglia e società, tanto che il legame con le origini e l’incontro con la cultura ospitante possono essere considerati come i due maggiori indicatori del percorso di transizione. La mediazione attuata da ogni singola famiglia consiste quindi nella cura dell’eredità familiare, cura della memoria delle origini, ma nello stesso tempo nell’incontro con l’altro culturale, un incontro nel quale è necessaria sia l’apertura della coppia migrante, sia l’apertura della società. Qui si svela la specificità di ciascuna famiglia e, nel contempo, si misura la capacità di una società di saper vedere e riconoscere la famiglia nei suoi tratti peculiari. In questo processo si svela anche il vero problema della famiglia migrante: non si tratta di rilevare come e quanto le diverse generazioni si ricompongono nei confronti della cultura d’origine e della cultura ospitante, ma piuttosto dare spazio alla famiglia che si rinnova all’interno della società, riconoscerla come tale e fornirle gli strumenti necessari ad attuare il suo percorso morfogenetico.

Altrettanto problematico risulta il riconoscimento tra società e comunità familiari. Le coppie intervistate all’interno delle comunità familiari si definiscono "diverse", una "diversità" indubbiamente evidente, ma anche sottolineata dai diretti interessati, in una sorta di autoesclusione. Di fatto, il riconoscimento di queste forme familiari da parte della società risulta a tutt’oggi difficile e "opaco". Riguardo alle comunità familiari, il riconoscimento reciproco tra esse e la società passa in primo luogo attraverso la costruzione di capitale sociale (vedi box 4). A tal proposito è interessante notare che, mentre le comunità familiari si caratterizzano per una forte consapevolezza rispetto ai propri valori e obiettivi (come abbiamo già visto), esse mostrano una scarsa consapevolezza riguardo alla propria capacità di essere attori sociali in grado di trasformare la realtà della famiglia e della società. La percezione del riconoscimento rispetto al proprio ruolo e al lavoro sociale che si svolge rimane molto bassa in tutte le comunità, segno che tali comunità si sentono (appunto) in qualche modo "altre" rispetto alla società e non si percepiscono come produttrici di capitale sociale. Il rischio di un mancato riconoscimento tra società e comunità familiari è quello di riprodurre, a livello comunitario, l’atteggiamento di chiusura intimistica che caratterizza molte famiglie contemporanee.

Un luogo abitabile

Da questo articolato percorso di lettura emerge, dunque, come la famiglia, pur nella sua morfogenesi, rimanga sempre "sé stessa": un luogo privilegiato di trasmissione degli affetti e della "cultura"(intesa nella sua accezione più ampia) tra le varie generazioni. Emerge anche come, nell’imprescindibile nesso tra società e famiglia, la famiglia diventi un mediatore insostituibile: per permetterle di svolgere il suo ruolo di mediazione tra il singolo e la società intera, diventa allora indispensabile un riconoscimento. La famiglia deve essere riconosciuta dalla società come un soggetto reale, dotato di titolarità e cittadinanza, e d’altro canto la famiglia deve riconoscere la società come un luogo abitabile, che essa stessa contribuisce a rendere tale.

Lorenza Rebuzzini
    

Box 1
La famiglia e la sua morfogenesi

La famiglia va perciò ri-conosciuta sia identificandone i tratti peculiari (incontro tra le differenze di genere, di generazione e di stirpe) che dando spazio alla unicità della storia cui tali incontri danno luogo.

Le identità familiari sono però soggette alla morfogenesi: essa riguarda tanto le sue forme esteriori (famiglia allargata, famiglia nucleare, ricostituita e così via) quanto le sue proprie dinamiche. Entro quest’ambito il rapporto con le origini e la relazione con l’altro (culturale e non) costituiscono due perni, o parametri fondamentali. Incontrare famiglie migranti ci è servito proprio per ribadirne il valore.

Da parte sua la coppia coniugale che riceve mandati e/o li attribuisce è al centro dell’azione morfogenetica che può prendere la via della salute generazionale o della sua malattia. La via, in realtà, è un contesto di crescita e non una trasmissione ineluttabile, poiché la variabile familiare, per quanto rilevante essa sia, non copre affatto la varianza della persona quale essere in relazione né il peso che il sociale comunitario con le sue dinamiche generative o degenerative ha nei confronti delle famiglie.

Le famiglie migranti ci riportano così al cuore del "famigliare" e cioè di ciò che lega tra loro le differenze cruciali dell’umano. La riuscita della loro difficile impresa (ma del resto anche le nostre coppie omogenee culturalmente sono profondamente segnate dai drammi del fallimento) sta ad indicare che – almeno in alcuni casi – la differenza è "trattabile" e dal suo seno può essere generato un futuro "abitabile". Si possono costruire ponti tra i generi e le generazioni, si possono costruire ponti tra famiglie e comunità, si può addomesticare l’estraneo.

(Scabini, Cigoli "Identità della famiglia migrante
e diversità culturale")

    

Box 2
Tra familiare e comunitario

Se il genoma familiare – così come viene denominato da Donati – cioè la relazione familiare in senso proprio, consiste nell’intreccio combinato di quattro elementi legati tra loro: il dono (L), la reciprocità (I), la generatività (G), l’amore coniugale (A), le relazioni comunitarie in senso generale possono essere lette come l’esito di elementi quali: la solidarietà (L), la condivisione (I), la generatività sociale (G), l’accoglienza (A).

Se questo è vero a livello generale, quanto la relazionalità tra queste due diverse forme di legame porta alla costruzione di nuove distinzioni all’interno del familiare e del comunitario? Osservare le comunità di famiglie esistenti ci consente di superare l’idea che la famiglia sia una struttura arcaica destinata a un progressivo indebolimento, e ci porta a riconoscerne il carattere di soggettività relazionale altamente complessa, in grado di assumere, e di sviluppare nel tempo, forme diverse.

Per provare a rispondere a questo interrogativo abbiamo provato a costruire una forma ideal-tipica di comunità familiare come l’esito della combinazione – in via ipotetica – di quattro dimensioni, contenenti, ognuna, due polarità:

(A)amore coniugale versus accoglienza (come risorse):

(G) generatività familiare versus generatività sociale

(I) reciprocità versus condivisione

(L) dono versus solidarietà Le quattro dimensioni sono a loro volta raggruppabili secondo un asse referenziale (G-L), attinente al livello simbolico, ed un asse strutturale (A-I), che esprime la cogenza dei legami.

(...) I valori concretamente vissuti diventano regole di vita che trovano un’esplicitazione specifica non solo a livello familiare, nell’attuazione di una reciprocità coniugale e intergenerazionale, ma anche nei contesti di vita comune, in un’esperienza di condivisione (meta regola) implicante l’accettazione di norme svolgenti, secondo lo stile monastico, una duplice funzione: organizzare la vita in comune ed attribuire il senso alle azioni da compiere.

(Rossi, Bramanti, "Famiglie al confine tra familiare e comunitario")

    

Box 3
Mohammed e Nafisa

Mohammed ha 39 anni e Nafisa 38. Sono sposati da 8 anni e sono in Italia da 7. Ambedue provengono dalla regione centrale del Pakistan, più precisamente dalla regione del Punjab.(...) Per entrambi il ricordo dei luoghi di origine è piacevole e la nostalgia è relativa soprattutto ai profumi dei cibi, all’allegria e alla confusione dei mercati. I ricordi sono legati ai colori della terra, della frutta e alle ricche colazioni come momento comunitario. È soprattutto Nafisa a esprimere il sentimento di mancanza per le molteplici occasioni di incontro e di socializzazione con le persone, mentre Mohammed comunica che ogni volta che torna in Pakistan ha bisogno di alcuni giorni prima di poter tornare ad "abitare" veramente casa sua.

I coniugi si sono conosciuti il giorno del matrimonio, come da tradizione, dopo che le famiglie di entrambi si sono impegnate a lungo nella ricerca del "giusto" consorte per il proprio/a figlio/a (...).

Mohammed e Nafisa ritengono che questa modalità garantisce di gestire al meglio eventuali conflitti di coppia. In tal caso infatti sono chiamate ad intervenire ambedue le famiglie che devono avere la medesima visione delle cose e delle situazioni, così da proporre soluzioni congiunte (...).

La vita coniugale in Pakistan per Mohammed e Nafisa si è svolta all’interno della casa della famiglia del marito secondo la tradizionale divisione dei compiti femminili (...).

E dopo la migrazione? Per Mohammed la vita in Italia è andata bene fino a quando Nafisa stava in casa a pulire e a preparare da mangiare, proprio come avveniva in Pakistan. I problemi sono iniziati quando lei ha dovuto cercare lavoro per aiutare economicamente il marito a pagare il mutuo della casa. Da allora anche lui ha dovuto sforzarsi di darle una mano, mettendo così in discussione la netta divisione di compiti vigente nella cultura pakistana.

Per Nafisa il principale cambiamento relativamente alla vita in Italia riguarda invece la solitudine relazionale in cui la donna immigrata si trova. Il marito ricorda a tale proposito i pianti e la disperazione della moglie durante i primi tempi di vita in Italia nonostante la sua presenza e i suoi sforzi per rimanerle vicino (...). I coniugi affermano che vivendo in Italia hanno beneficiato anche di qualcosa come coppia. Sottolineano innanzitutto l’aiuto reciproco che i partner si sono scambiati e che ha migliorato l’unione della coppia, anche se in Pakistan non sarebbe visto di buon grado un uomo che cucina, o che aiuta la moglie a pulire la casa.

Anche l’assenza di persone della famiglia d’origine che si intromettono nella vita della coppia è dai coniugi considerato come motivo di serenità e di orgoglio. Essa infatti consente ai coniugi di gestire le situazioni critiche internamente alla coppia sviluppando autonomia e saggezza.

Per quanto riguarda il contesto italiano, i fattori avvertiti come maggior ostacolo sono costituiti dalle difficoltà e dalle lungaggini burocratiche (...) [E]l’organizzazione familiare: per Mohammed è improponibile pensare di fare famiglia mettendo al mondo figli in Italia; i costi di vita di un nucleo famigliare risultano difficilmente sostenibili dal lavoro del solo maschio e, con l’arrivo dei figli la moglie non può che rimanere in casa ad occuparsi di loro.

Secondo Mohammed la principale differenza tra la loro coppia e quella dei loro genitori è relativa al fatto che oggigiorno è presente maggiore benessere. (...) I coniugi affermano inoltre che alla supremazia indiscussa del maschio si sostituisce oggigiorno una maggiore presenza e rilevanza della donna.

Il parere della donna conta di più soprattutto per quanto riguarda le questioni relative alla casa e alla famiglia; inoltre la donna è più libera di esprimere la propria opinione ed eventualmente anche il proprio disaccordo di fronte al marito.

Riguardo al futuro della coppia Mohammed e Nafisa affermano che sicuramente saranno insieme, anche se non è possibile dire a tutt’oggi se in Italia o in Pakistan. La scelta del luogo dipenderà dalle opportunità lavorative, ma anche dalla possibilità di rispettare le proprie leggi.

(Scabini, Cigoli, "Identità della famiglia migrante
e diversità culturale")

    

Box 4
Comunità familiari e capitale sociale

In relazione al grado di apertura/chiusura delle reti, Gittel e Vidal hanno introdotto una distinzione tra due differenti tipi di capitale sociale: CS bonding e CS bridging. Il primo (CS bonding) lega in maniera forte i soggetti al loro interno e tende ad essere esclusivo; esso funge, inoltre, da collante sociale all’interno di un gruppo limitato, con una forte identità, che sviluppa relazioni di reciprocità e di solidarietà al suo interno. Il secondo (CS bridging) invece, è inclusivo, ha la funzione di gettare ponti e connettere diverse persone e differenti ambiti. Questo tipo di CS tende, dunque, a svolgere una funzione positiva, consentendo, agli effetti benefici delle reti sociali, che si generano nelle reti sociali, di circolare nell’ambiente circostante.

A partire da tali definizioni, l’intento da noi perseguito, quindi, è stato triplice: indagare se, come e secondo quale modalità (bonding o bridging) le comunità familiari producano capitale sociale nella famiglia, nella comunità familiare stessa e nella società, attraverso la valorizzazione, in una cluster, di singole dimensioni strettamente connesse tra loro e riconducibili a due assi: strutturale (legami o relazioni sociali) e valoriale (orientamenti e aspettative di tipo fiduciario, atteggiamento cooperativo, norme di reciprocità).

Tenendo conto di queste dimensioni, si è giunti a identificare tre gruppi distinti.

1 Dalla comunità alla società attraverso la reciprocità dei legami - capitale bridging

Nella prima classe, pari al 51,52% del campione, si concentrano i soggetti d’età compresa tra i 36 ed i 60 anni (82,8%) che vivono una relazione di piena reciprocità per quanto riguarda gli affetti e gli scambi concreti sia con gli amici sia con gli appartenenti alla comunità. A questa solidità ed equilibrio nel capitale sociale primario è associata una significativa apertura verso l’esterno: il 23,5% partecipa, infatti, ad altre realtà associative e una buona percentuale (64,7%) esprime un livello medio di fiducia generalizzata verso le istituzioni sociali; non compaiono, al contrario, orientamenti cooperativi nei confronti di estranei.

2 Tutto nella comunità - capitale bonding.

I soggetti della seconda classe, pari al 30% del campione, si qualificano per una condizione di relativo "squilibrio" nelle relazioni con gli amici e con gli appartenenti alla comunità: è dominante, infatti, la percezione di ricevere più di quanto non si dia, ovvero di trovarsi in una condizione di debito, sia negli affetti, sia negli scambi. Ciò porta ad esprimere un’elevata fiducia soprattutto nei confronti dei membri della comunità (54,2%), ed una diffidenza nei confronti degli amici in generale. Non si registrano aperture verso realtà associative operanti al di fuori della comunità.

3 La famiglia come rifugio

Il terzo gruppo raccoglie l’11,9% del campione ed è costituito, per circa un quarto, da giovani aventi meno di 35 anni, i quali indicano la relazione con gli amici e gli appartenenti alla comunità in termini di debito negativo: prevale, ovvero, in questo gruppo, un sentimento di squilibrio nella relazione, ambito nel quale si dà più di quanto non si riceva, sia in termini di affetto, sia in termini di scambi concreti. Questo sbilanciamento sfavorevole non consente un’apertura verso l’esterno: riscontriamo quindi, in questa classe, una bassa fiducia nelle istituzioni per un quarto dei casi, e la presenza di legami fiduciari solo all’interno della propria famiglia.

Rivedendo tale analisi alla luce dell’approccio relazionale del capitale sociale possiamo, in prima battuta, confermare la presenza di indubbie potenzialità generative di capitale sociale da parte delle comunità familiari qui studiate. Occorre tuttavia introdurre delle distinzioni relativamente alla tipologia di capitale sociale prodotto: mentre le comunità di primo tipo (Dalla comunità alla società attraverso la reciprocità dei legami - capitale bridging), per le caratteristiche menzionate, possono contribuire senza dubbio alla produzione di capitale sociale familiare, comunitario e societario, lo stesso non può essere affermato per le tipologie seguenti. La seconda tipologia (Tutto nella comunità - capitale bonding) infatti, determinando una creazione e rigenerazione di capitale sociale di tipo bonding, vede, quali unici ambiti di riferimento la famiglia e la comunità d’appartenenza; la terza tipologia (La famiglia come rifugio) poi, come il nome stesso sottolinea, concependo, nell’agire, la realtà familiare isolata ed "a sé stante", può giungere alla produzione di un capitale sociale familiare ma è, con buona probabilità, estranea alla generazione di un capitale sociale sia di tipo comunitario sia societario.

(Rossi, Bramanti, "Famiglie al confine tra familiare e comunitario")








 

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