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n. 12 DICEMBRE 2007

Sommario

EDITORIALE
Un bisogno nel cuore dell’uomo da secoli
la DIREZIONE

SERVIZI
La lode come riconoscimento
CARMELO VIGNA

Portare l’amato nella «cella del vino»
MARIATERESA ZATTONI E GILBERTO GILLINI

Per osservare gli aspetti positivi della vita
ROSA ANGELA FABIO

A che punto siamo con la motivazione?
OLGA LIVERTA SEMPIO

Essere capaci di vedere le potenzialità
MARIA CRISTINA BOMBELLI

Nel racconto della Bibbia
P. GIULIO MICHELINI

DOSSIER
Una nuova dipendenza: il "workaholism"
GIOACCHINO LAVANCO E ANNA MILIO

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Apprezzare con autenticità
BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
C’era una volta... l’incanto della fiaba
MICHELA GELATI

Pudore e rispetto per le donne afghane
ORSOLA VETRI (a cura di)

MATERIALI & APPUNTI
Lavoro: le donne più felici degli uomini
ACCOR SERVICES (a cura di)

CONSULENZA GENITORIALE
Magna cum laude
ARISTIDE TRONCONI

POLITICHE FAMILIARI
La riforma dei consultori
DANIELE NARDI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
La minaccia dell’obesità infantile
SIMONE BRUNO

IL CISF INFORMA
Ancora sul "Decimo rapporto Cisf"

LIBRI & RIVISTE

 

 DOSSIER - ECCESSI DI DEDIZIONE

UNA NUOVA DIPENDENZA:
IL "WORKAHOLISM"
  

Nel tempo della mediocrità e dell’incompetenza guardare ai talenti come a una risorsa sembra essere la cosa più opportuna. Il contributo di questo dossier non vuole mettere in dubbio la valorizzazione della qualità e delle risorse, piuttosto lanciare l’allarme su quegli eccessi di "dedizione" al lavoro e agli impegni. Una dipendenza senza sostanza, socialmente promossa e incentivata, che spesso nasconde malesseri profondi, non aiuta le aziende, distrugge la famiglia. Il lavoro come un valore non può essere contrapposto al valore della famiglia, delle persone e delle relazioni. In queste pagine una descrizione del problema e alcune indicazioni su come prevenirlo.
  

I TALENTI PERDUTI
FUGA NELLA DIPENDENZA DA LAVORO
  
di Gioacchino Lavanco e Anna Milio

(docente di Psicologia di comunità, Università di Palermo; psicologa,
dottore di ricerca in Psicologia di comunità, Università del Salento)
  

Il dibattito più recente sull’importanza di promuovere la qualità, i talenti, le eccellenze, muove – consapevolmente – dall’osservazione di come molto spesso siano proprio i soggetti potenzialmente creativi e ricchi di stimoli a venir mortificati da modelli di perdita dell’identità e di conformismo.

«L’ho chiesto al professor De Gente quando faremo la metrica, lui mi ha guardato dritto e mi ha detto: "Ma pensi solo a studiare?"», inizia così l’ennesima notte amara di un talento sprecato, un giovane studente di un liceo che scopre come muore la scuola e come lui stesso è meglio che nasconda le sue qualità. «Adesso per esempio mi si è attaccata in testa una certa poesia di Orazio e non se ne va più via. È quella che comincia: Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi finem di dederint, Leuconoe... Mi sono messo a tradurla come pare a me, perché la traduzione che mi dà il libro non mi piace niente. Ma non è facile. Per esempio quel nefas»(1), la vicenda si fa inquietante, come tutte le vicende in cui c’è di mezzo il latino, un professore rinunciatario, un terribile nefas. Una traduzione forse nota: «Tu non ricercare, è illecito saperlo, quale sorte gli dei abbiano dato a me, quale a te, Leuconoe». Ma potrebbe anche non essere una traduzione soddisfacente per un talento: «È mezzanotte passata. Di dormire neanche a pensarci. Forse mi sta venendo. Sì, forse metterei: "Non cercare di sapere, o Leuconoe. Sapere è ingiusto". Però quel nefas... Va bene tradurlo "ingiusto"? Non sarebbe meglio "impossibile"?».

Una storia come tante sull’ingiustizia ma anche sull’impossibilità di sapere, di conoscere. Una storia di eccellenze che diventa storia di solitudine in una scuola che non ama i talenti, ma anche in una società che premia l’esteriorità e la capacità di essere visibili per come si appare non per come si è.

Nasce così il dubbio che fa da stimolo a questo scritto: i talenti, le eccellenze, la qualità nel lavoro, devono fare i conti con una possibile griglia di lettura, una griglia che tenga conto e si fondi sui valori e non sul valore-lavoro. Non il lavoro come sola fonte di ricchezza ma un lavoro che rappresenti il nostro poter essere per il bene, talenti per i valori. Questo ci spinge a riflettere su quelle forme di lavoro che finiscono con l’allontanare dai valori, quella dipendenza da lavoro che copre altri problemi e che finisce con il distruggere relazioni, famiglie, affetti. Un lavoro nel nome della qualità e della perfezione che non riesce a cancellare il dubbio sulla centralità della persona e della relazione con gli altri nella nostra vita.

Nel panorama delle dipendenze patologiche, crescente attenzione ricevono oggi quelle che sono denominate "nuove dipendenze", modalità di comportamento abusante in cui non è implicato l’uso di alcuna sostanza chimica. Shopping compulsivo, dipendenza dal sesso, da Internet o dal gioco d’azzardo sono forme di dipendenza legate a oggetti o attività presenti nella vita di tutti i giorni. L’"oggetto" di cui non si può fare a meno è, in questo caso, un comportamento o un’attività lecita e socialmente accettata, che però smette di svolgere il suo ruolo sociale per schiavizzare l’essere umano.

Workaholism e work addiction sono i neologismi con cui oggi viene indicata una delle più attuali, e tuttavia ancora poco studiate, forme di dipendenza: la dipendenza da lavoro appunto, quella che ha per oggetto un’attività che è parte integrante del normale svolgimento della vita quotidiana di una persona.

Dalla sfera semantica che ci si apre recuperando il termine inglese, da cui traiamo le espressioni sopra citate, e il corrispettivo italiano, possiamo intraprendere una riflessione più articolata su un argomento tanto ovvio quanto complesso. Mentre work fa riferimento al lavoro in generale, alla fatica, ma anche a una occupazione, col termine italiano lavoro da un lato si intende un «impegno fisico o intellettuale rivolto a un fine determinato» o una «occupazione retribuita», dall’altro si definisce l’oggetto, risultato dell’attività, il tempo a essa dedicato, e lo spazio in cui si svolge. Come risultato delle vicende politiche ed economiche che coinvolgono da sempre l’organizzazione della società, la concezione del lavoro è cambiata nel tempo e di conseguenza la sua collocazione nella vita delle persone: l’idea di lavoro che si è venuta a creare ha superato quella di un’attività necessaria per vivere, in quanto garante dell’indipendenza economica, ed è diventata quella di mezzo di affermazione nel sociale. Da un punto di vista evolutivo, trovare un lavoro era una sorta di rituale di passaggio all’età adulta: il giovane che iniziava a lavorare, infatti, andava a occupare un suo posto all’interno della società. Il lavoro, quindi, come canale principale di emancipazione e riconoscimento sociale.

Oggi, nonostante i mutamenti dei pattern lavorativi, l’incertezza dell’impiego e l’aumento delle possibilità di svago, si può affermare la presenza di una forte rappresentazione del lavoro. In quanto strumento per integrarsi ed essere apprezzati nella comunità, il lavoro viene ad assumere sempre più un significato sociale (laddove con sociale intendiamo anche ciò che riguarda lo sviluppo dell’individuo, le relazioni, i valori): il senso dell’individualità si lega all’occupazione fattiva di un posto nella società.

Il fenomeno della dipendenza da lavoro è stato inizialmente identificato in ambito americano. In alcuni Paesi, tuttavia, l’abitudine a eccedere nel lavoro non è un fatto nuovo (in Giappone, il termine karoshi indica il fenomeno per cui milioni di persone, arrivando a lavorare anche sessanta-settanta ore settimanali, hanno sviluppato malattie ischemiche anche letali), mentre in altri (come l’Europa) si va diffondendo un nuovo modello di gestione del lavoro che non riguarda tanto il numero di ore lavorative, quanto la responsabilità del lavoratore (Heide, 2001).

Alcune tendenze generali, che interessano trasversalmente Paesi molto lontani, si vanno a inserire in contesti storico-culturali anche profondamente diversi, determinando atteggiamenti e comportamenti nelle persone che in essi vivono. Così per esempio oggi, nel panorama italiano, sotto la spinta della continua innovazione di prodotti e processi, l’azienda moderna si mantiene competitiva solo se si rinnova continuamente anticipando le tendenze del mercato. Inoltre, con l’avvento delle tecnologie informatiche, l’azienda fonda una duplice politica del personale: da un lato riserva grande attenzione alla fascia alta del lavoro, dall’altro tende a ridurre le altre fasce o a renderle sempre più precarizzate. In entrambi i casi, esercita una grande pressione sul loro lavoro. Il boom economico e la crisi della società laborista, hanno costruito un meccanismo sociale assai evidente: la fine delle certezze del lavoro stabile e garantito (soprattutto al Nord), la scomparsa del sistema clientelare di reclutamento nell’assistenzialismo diffuso (al Sud e nelle Isole). Dal punto di vista psicologico, si assiste a un meccanismo di trasformazione degli atteggiamenti sociali e alla modifica della percezione di sé e dell’altro, determinati dalla diffusione di una cultura del lavoro creativo e della flessibilità – potremmo meglio chiamarla "incertezza" – di un lavoro sempre più da inventare.

"Workaholism": sviluppo e sintomi

Se tra i fattori contestuali che incidono sulla dipendenza da lavoro, rientrano quelli legati al sistema familiare, non devono essere trascurate le influenze sociali. La dipendenza non chimica, infatti, viene considerata uno dei massimi rappresentanti della psicopatologia moderna e postmoderna. Elemento facilitante è sicuramente la tecnologia che, pur nell’intento di agevolare le condizioni di lavoro delle persone, di fatto ha contribuito a cancellare i confini tra area professionale e area personale, determinando una sorta di "invasione" degli spazi e tempi a essa legati. L’innovazione tecnologica inoltre, che da una parte genera stress, vuoto e noia, dall’altra stimola all’immediata gratificazione, poiché fornisce sempre gli strumenti appropriati. L’attuale progresso industriale e tecnologico infine, ha contributo a determinare una generale situazione di insicurezza nel mondo lavorativo che di certo favorisce il sorgere della dipendenza da lavoro: gli individui oggi sono spinti a eccedere nel proprio lavoro, arrivando a sostenere ritmi frenetici e a competere per paura di essere licenziati.

La società del consumo impone ritmi pressanti e spinge a lavorare molto per garantirsi la possibilità di un tenore di vita orientato al possesso di beni materiali, inoltre lo sviluppo del concetto di professione esprime fortemente un senso di realizzazione personale raggiunta tramite il lavoro (Del Miglio, Corbelli, 2003): risulta, dunque, chiaro come aumenti il peso dell’identità lavorativa sull’identità personale e lo spazio che si riserva al lavoro. Si giunge così a un primo preoccupante quadro. I dipendenti da lavoro nel 79,82% dei casi lavora dalle nove alle 11 ore al giorno; il 25% delle persone che lavorano a ritmi elevati hanno sintomi come mal di testa, ulcere, depressione, irritabilità e ansia.

In una società che, come dice Schaef (1986), non solo mantiene le dipendenze, ma le promuove attivamente, si dovrebbe iniziare a considerare la dipendenza da lavoro non tanto e non solo come una patologia individuale, ma come un processo diffuso nella società. Essa pone una sorta di cuscinetto tra le persone e i sentimenti di sofferenza, contraddizione e vuoto di cui la società è piena. In quest’ottica, il workaholism è la risposta ideale a una società additiva poiché è un’accettabile forma di adattamento a un mondo insano. Fassel (1990) ritiene principali fautori della dipendenza da lavoro le istituzioni della nostra società: il sistema educativo, non lasciando i bambini liberi di organizzare il proprio tempo e di seguire i propri ritmi e inclinazioni, li costringe a rispondere costantemente a pressioni esterne e a sottoporsi a paragoni che incidono fortemente sulla percezione della propria abilità e sull’autostima; il sistema politico, infine, con le sue dinamiche disfunzionali, il diniego e l’inganno, si fonda proprio su un processo abusante.

La dipendenza da lavoro rientra, dunque, in quelle che vengono definite "nuove dipendenze", in cui il comportamento abusante riguarda l’uso di oggetti o attività legali. In esse, come in quelle tradizionali, l’elemento di dipendenza e le esperienze a esso correlate, assorbono le personalità del soggetto divenendo il fulcro della sua vita. La dipendenza infatti è un fenomeno estremamente complesso che investe l’individuo sia a livello comportamentale (manifestandosi con la ricerca di una sostanza o con la reiterazione di un comportamento) che a livello psicologico. Le conseguenze di questa condizione si ripercuotono sull’intero funzionamento individuale, provocando una sofferenza che si estende al contesto di appartenenza del soggetto.

Il termine work addiction indica un vero e proprio disturbo, che si manifesta attraverso richieste autoimposte, incapacità di regolare le abitudini lavorative ed eccessiva indulgenza nel lavoro, con l’esclusione di ogni altra attività. In quanto comportamento additivo, presenta fenomeni quali il craving, l’assuefazione e l’astinenza: piuttosto che un’attività, il lavoro diventa uno stato d’animo, una via di fuga che libera la persona dall’esperire emozioni, responsabilità, intimità nei confronti degli altri. Il dipendente dal lavoro avverte la forte necessità di dedicare la sua vita e il suo tempo al lavoro a costo di ridurre o eliminare del tutto la sua vita familiare e personale.

Nella work addiction, come nelle dipendenze in generale, i fattori causali sono di ordine individuale e ambientale. Sebbene a oggi non ci sia consenso tra i clinici sul modo in cui si debba definire, ed eventualmente categorizzare la dipendenza da lavoro (non è accettata nella nomenclatura ufficiale psichiatrica e psicologica), in generale, si conviene sulla centralità di «un significativo investimento nel lavoro» (Harpaz e Snir, 2003). In alcuni casi, esso è visto come espressione di un’attitudine al lavoro o come mezzo per la ricerca di coinvolgimento e soddisfazione, e in altri, fa riferimento a un comportamento problematico: la dipendenza da lavoro, cioè, come esperienza caratterizzata dal bisogno di essere ripetuta con modalità compulsive. Dalla raccolta delle definizioni date dagli autori che si sono occupati dell’argomento, in base alle caratteristiche di volta in volta messe in evidenza, si possono individuare due grandi aree a cui la dipendenza da lavoro può essere ricondotta: la prima riguarda le caratteristiche individuali, talvolta con espliciti riferimenti agli effetti di questo comportamento sul contesto relazionale del soggetto; la seconda specifica quali sono le componenti o i comportamenti imprescindibili perché si possa parlare di workaholism.

Sostanzialmente, la conoscenza fin qui acquisita proviene da ricerche che hanno seguito due approcci: quello deduttivo (la maggior parte) e quello induttivo (in misura minore). Attualmente ci si interroga se il workaholism sia un costrutto unitario o se piuttosto non sia il caso centrarsi sullo studio delle componenti implicate (soddisfazione, compulsione, ore lavorative). Questi sono certamente costrutti collegati alla dipendenza da lavoro, ma se essi la descrivano soltanto o al contrario ne spieghino le origini e le cause, rimane ancora oscuro. È alquanto credibile che la compulsione e l’ossessività siano tratti antecedenti che interagiscono e sono rinforzati dalla soddisfazione nel generare un comportamento workaholic che si manifesta nella tendenza a lavorare e pensare al lavoro incessantemente. Questo comportamento produce delle conseguenze che includono il lavorare sempre e ovunque e fornisce nuovi stimoli all’ulteriore lavoro.

Nel trattare la dipendenza da lavoro, i diversi autori si sono riferiti fondamentalmente a due concetti: la dipendenza e i tratti; talvolta è stato indicato un meccanismo di condizionamento, mentre più recentemente sono stati attenzionati gli antecedenti cognitivi del comportamento workaholic e le dinamiche familiari (McMillan e al., 2003).

Volendo riassumere, i modelli teorici di riferimento possono essere dunque considerati:

1 Il paradigma della dipendenza. È uno dei modelli maggiormente accreditati, che riconduce la dipendenza da lavoro a un processo analogo, per esempio, a quello dell’alcolismo: il workaholism, quindi, come una vera e propria forma di dipendenza sia per gli effetti fisici e psicologici che comporta, che per l’esistenza di una sostanza (l’adrenalina) e di un processo (lavorare esageratamente) da cui si diventa dipendenti. Questo modello tuttavia presenta una difficoltà metodologica, legata alla misurabilità del concetto (laddove invece l’abuso di droga o di alcol può essere quantificato).

Da un punto di vista psicodinamico, il modello della dipendenza rimanda all’esistenza di un Io fragile, incapace di tollerare la frustrazione e che tende a negare le esperienze che gli palesano la sua separatezza e diversità rispetto all’ideale. Questa condizione non permette che si crei, a partire dalle prime assenze dell’oggetto, una sua rappresentazione interna che, in situazioni che causano angoscia, svolge per l’individuo una funzione calmante e consolatoria. Di fronte a questi casi, egli dovrà quindi ricorrere ad altre modalità, quali la ricerca compulsiva dell’oggetto o la modalità dissociativa. Così, il cibo e le droghe, ma anche Internet, il sesso o il gioco d’azzardo divengono uno strumento che può, se non altro temporaneamente, attenuare lo stress e svolgere una funzione materna che l’individuo non è in grado di fornire a sé stesso. Il ricorso continuo a oggetti esterni è tuttavia destinato a fallire nel suo scopo e a doversi necessariamente reiterare in maniera compulsiva. Si viene quindi a stabilire un processo per cui l’assunzione di una sostanza (nel nostro caso di un comportamento) ripristina la primitiva sensazione di onnipotenza; il malessere legato alla carenza della sostanza (nel nostro caso del processo del lavorare), smascherando la finzione che la separazione non sia mai avvenuta, la rende evidente: per ristabilire l’unità, l’unica soluzione diviene allora la ricerca compulsiva dell’oggetto della dipendenza.

2 Il modello dell’apprendimento operante rimanda a un processo di condizionamento per cui una risposta può essere attivata senza la necessità di uno stimolo; se cioè un comportamento determina una ricompensa, aumenterà la probabilità che quel comportamento in futuro si ripeta. In quest’ottica, un comportamento improntato all’eccessivo lavoro, espressione della dipendenza da lavoro, generando approvazione da parte dell’ambiente circostante, tenderà a essere reiterato. Il workaholism emerge quando aver lavorato per qualche ora in più determina l’approvazione dei pari e la conseguente aumentata possibilità di ripetere questo comportamento. I riconoscimenti funzionano da rinforzi positivi, e quindi da fattori di mantenimento; gli agenti rinforzanti, tuttavia, possono anche essere costituiti dall’evitamento di un evento spiacevole, quale una condizione di povertà o il conflitto familiare. Se da un lato tale modello non comporta le difficoltà metodologiche del precedente (dal momento che non fa riferimento a entità non osservabili, quali la personalità) e appare ottimistico (il workaholism può scomparire), dall’altro non prende in considerazione la dimensione temporale e altri fattori che possono intervenire nello sviluppo della dipendenza.

3 La teoria dei tratti fa riferimento, nel descrivere la personalità, a pattern comportamentali stabili legati alla natura dell’individuo: la dipendenza da lavoro sarebbe espressione di un tratto che emerge nella tarda adolescenza, immutabile e rafforzato dall’esposizione a condizioni contestuali quali lo stress. Da questo modello, che è ritenuto il più attendibile e il più supportato dai risultati delle ricerche, la dipendenza da lavoro emerge come risultato dell’interazione tra le caratteristiche individuali e l’ambiente; in particolare, se ci si focalizza sugli specifici tratti, quelli associati al workaholism sono i tratti ossessivo-compulsivi.

4 La teoria cognitiva è centrata sull’analisi delle credenze antecedenti al comportamento workaholic: gli individui, infatti, hanno degli schemi mentali (sistemi di credenze, cornici concettuali entro cui definiscono il mondo) basati su credenze centrali, assunti sulla causalità e pensieri automatici espressi in forma verbale. Secondo questa lettura, la dipendenza da lavoro emerge come credenza centrale (esempio: sono un fallito), assunzioni conseguenti (esempio: se lavoro duramente non fallirò) e pensieri automatici.

5 Il modello sistemico-familiare, andando oltre le caratteristiche e i processi individuali, si focalizza sul sistema e non su un individuo: un comportamento infatti si manifesta in un contesto di reti e dinamiche interpersonali. La dipendenza da lavoro dunque si configurerebbe come disturbo del sistema familiare che emerge e viene mantenuto da dinamiche disfunzionali.

Vediamo adesso chi sono i dipendenti dal lavoro, quali le metodologie più appropriate per l’analisi di questo fenomeno e i tipi di interventi che possono essere realizzati.

Una distorta percezione del sé

Pur nella varietà di dimensioni chiamate in causa e di tipologie individuate, il dipendente dal lavoro si presenta come una persona che, per colmare il senso di incompletezza, si immerge nel lavoro: esso diviene il rifugio che lo protegge dall’esperire emozioni e il mezzo attraverso cui definisce e costruisce una positiva immagine di sé.

L’individuazione delle caratteristiche del workaholic deriva principalmente dallo studio dei casi e dal lavoro clinico fatto con questi soggetti (Killinger, 1991; Robinson, 1989), dalle loro stesse parole e in alcuni casi, dal materiale generato dal primo gruppo dei Workaholics Anonymous negli Usa. Queste caratteristiche non sono sempre tutte presenti e si possono manifestare in modi diversi nei diversi soggetti.

Benché fattori familiari da un lato, e storico-culturali dall’altro la alimentino, le cause si devono rintracciare nei bisogni insoddisfatti e rimossi, nell’impulso profondo che porta la persona a dover raggiungere un certo standard per essere accettata. La ragione del far troppo, risulta chiaro, non è la passione per il proprio lavoro, né il dovere o il desiderio di provvedere alle esigenze della propria famiglia, ma un bisogno ossessivo di eccellere e ottenere approvazione, le cui radici risiedono in un vuoto interiore.

Il workaholic soffre di un disturbo compulsivo che lo porta a mascherare una serie di stati emotivi (dalla rabbia alla depressione) e a un’incapacità di adattamento che si manifesta con sentimenti di scarsa stima di sé, paura di perdere il controllo e difficoltà relazionali. Il comportamento di tipo compulsivo, messo in atto dal workaholic, nell’eseguire ogni attività e nel raggiungere gli obiettivi è espressione del suo particolare funzionamento psicologico. Egli è mosso da una forte spinta a impegnarsi nel lavoro e a ottenere tramite esso dei risultati oggettivi, o nei termini della realizzazione dei suoi progetti, o di tipo economico. Ha bisogno di prove tangibili, di segni osservabili che dimostrino il suo operato; tende a quantificare le cose che fa, considerandole unità di misura del valore personale. Riflette poco su quali sono gli obiettivi che può realisticamente raggiungere, e si concentra di più su quei risultati che sarebbe importante conseguire perché tutti, compreso sé stesso, possano aver chiari i suoi meriti. Il lavoro dunque, diventa l’unico modo per attestare il proprio valore.

Alla base di questo atteggiamento c’è un vissuto di vergogna e un forte senso di inadeguatezza, che viene mascherato attraverso il bisogno di controllo, il perfezionismo, l’iperattività: fare sempre di più lo fa stare meglio. Risulta evidente allora, il motivo per cui la work addiction è denominata "la dipendenza d’elezione degli indegni" (Fassel, 1990). Il workaholic infatti, sente di dover guadagnare il diritto di esistere e ha necessità di giustificare la sua presenza nel mondo: la legittimazione a stare con gli altri gli proviene dalla sua grande dedizione al lavoro. Esso, quindi, conferisce dignità al workaholic e dà significato alla sua vita. Il riconoscimento di sé, il rispetto da parte degli altri e la propria autostima dipendono unicamente dal lavoro. I traguardi e i successi professionali che il soggetto raggiunge creano un senso del sé positivo e riempiono, anche se temporaneamente, il vuoto interiore. I profondi problemi identitari e i bisogni insoddisfatti però, trovano solo un sollievo provvisorio e un effimero soddisfacimento: quando i vissuti positivi svaniscono, il workaholic deve lavorare ancora di più per recuperare il proprio senso di adeguatezza. L’insicurezza e la scarsa autostima del workaholic quindi, guidano ogni suo comportamento.

Secondo Fassel, il workaholic ha una percezione di sé distorta ed estrema: ipertrofica o ipotrofica. Ha cioè una evidente difficoltà a vedersi e ad accettarsi per come è realmente. Oscilla tra un sentimento di superiorità e uno di inadeguatezza, tra una percezione di sé come competente e una come mediocre. Di conseguenza, si trova spesso a promettere qualcosa che non potrà adempiere e che quindi lo farà sentire in imbarazzo e umiliato o, al contrario, a sottrarsi a compiti che potrebbe facilmente affrontare. Il deficit dell’autostima comporta inoltre, secondo l’autrice, un alto grado di falsità: convinti che le persone non li accetterebbero così come sono, tendono ad amplificare i successi e a tacere i fallimenti.

A questo proposito, Robinson parla di "sindrome dell’impostore" per descrivere un vissuto tipico del workaholic. Aver "ingannato" gli altri circa le proprie competenze provoca nel soggetto la paura che, col tempo, egli venga scoperto per quello che realmente è. Teme il fallimento tanto da impegnarsi nel raggiungimento di risultati che diano prova della sua abilità e, nello stesso tempo, lo causa imponendosi standard elevati. In molti comportamenti di dipendenza patologica si assiste, infatti, da un lato, al disperato sforzo per evitare di essere scoperti e all’assenza di ogni forma di colpa o rimorso per le proprie azioni, dall’altro al tentativo di evitare la vergogna conseguente alla rivelazione della falsità di un’immagine di sé ideale.

Sebbene gli altri ne riconoscano i meriti, egli non incontra mai le sue aspettative e giudica molto duramente ogni suo più piccolo errore. Il deficit dell’autostima indebolisce sensibilmente l’Io del workaholic, che deve in qualche modo essere protetto: prendere più impegni degli altri lo fa sentire più importante, e rifiuta di delegare qualcuno perché è lui il solo in grado di risolvere i problemi e di agire nel modo migliore. Il senso di superiorità fa da supporto all’autostima, ma ciò comporta la centratura sul proprio benessere più che sull’interazione con gli altri. Attribuire all’esterno gli errori, rilevare i difetti degli altri lo rende più sicuro di sé; in realtà però, denigrare l’altro per affermare la propria competenza non fa che accentuare il vissuto di inferiorità. Lavorare eccessivamente dà a chi crede di non essere all’altezza valide ragioni di sentirsi importante (Jones e Wells, 1996). L’etica professionale del workaholic, molto apprezzata dalla società, viene deplorata da chi gli sta vicino, quando si trasforma in atteggiamento di superiorità.

Quotidianamente, nel rapporto con gli altri e col mondo si è guidati da convinzioni che permettono di leggere la realtà e di orientare il comportamento nelle diverse situazioni; la mente di ognuno tende a focalizzarsi su ciò che ci si aspetta e, molto spesso, le proprie rappresentazioni determinano ciò che realmente si verifica. Così, le credenze del workaholic su di sé contribuiscono alla sua dipendenza poiché, ancorando a esse i suoi pensieri, lo mantengono in un ciclo disfunzionale. Il modo in cui il workaholic si percepisce è conforme all’esperienza che ha fatto di sé nel passato. Il concetto di sé si è formato nell’infanzia, in conseguenza delle esperienze quotidiane e delle norme culturali che lo hanno accompagnato nella crescita. Il mancato raggiungimento degli standard indicati, più volte sperimentato, ha prodotto una visione di sé come individuo poco capace. Se da bambino ha creduto di non valere abbastanza, si rafforza in lui tale convincimento che, crescendo, viene mantenuto. Questa credenza guida il workaholic nella sua vita e lo porta a raccogliere ogni prova che la confermi. Infatti, sebbene rivolga ogni sforzo, cognitivo e comportamentale, a invalidare il senso di inadeguatezza e a mostrare il proprio valore, l’effetto è tuttavia opposto: riceve l’ennesima testimonianza della propria incapacità, perché di essa è profondamente convinto. Il workaholic cioè, fa in modo che le esperienze attuali avvalorino la sua credenza: ogni situazione attesterà la sua incompetenza, poiché egli inconsciamente farà di tutto per dimostrare quanto sia mediocre. Così per esempio, se prende ventotto a un esame, si condanna per non aver avuto trenta, se conquista un bronzo si dice che avrebbe dovuto vincere l’oro, o se riceve una promozione, non è mai una posizione abbastanza prestigiosa. Inoltre, un altro meccanismo che gli consente di confermare la sua autopercezione è l’attribuzione dei propri successi alla casualità e dei fallimenti alla sua incapacità.

I feedback positivi, da parte delle persone vicine, su di lui e sul suo lavoro entrano in conflitto con la percezione che ha di sé, e il workaholic li deve adattare al suo sistema di credenze. Ogni situazione che contraddice la convinzione sulla propria inadeguatezza, viene ignorata, disconfermata o minimizzata: non viene cioè inclusa nell’esperienza personale. Qualsiasi giudizio positivo gli venga dato, sarà ignorato o riorganizzato in un pensiero negativo.

La dipendenza da lavoro ha parecchie conseguenze negative: ansia, depressione, irritabilità, stress, burnout e problemi di salute. Come è facilmente comprensibile rispetto alle relazioni più intime e familiari, anche in quelle lavorative vivere accanto a un workaholic non è semplice: la certezza che il suo stile è il migliore e l’impossibilità di delegare comportano una forte pressione che si estrinseca in scoppi d’ira e insofferenza. Tutto ciò causa disarmonia e contrasti nel gruppo di lavoro.

Benché lo studio della dipendenza da lavoro si sia basato, in origine, soprattutto su resoconti di storie e casi clinici, alcuni autori hanno avviato delle ricerche empiriche per comprendere meglio il fenomeno, anche se un limite evidente è l’insufficienza e la contraddittorietà dei dati empirici.

Le ricerche sull’argomento sinora realizzate hanno indagato le variabili correlate alla dipendenza da lavoro: sono state considerate variabili socio-demografiche, quelle relative alla situazione lavorativa, allo stress fino alle componenti del burnout, variabili attitudinali (indici del significato attribuito al lavoro: centralità del lavoro, orientamento espressivo, orientamento economico, relazioni interpersonali), demografiche (genere, stato civile) e situazionali (professione, settore d’impiego). Alcune ricerche si sono centrate in maniera più specifica sul genere, altre sulle categorie professionali (dai manager agli impiegati del settore pubblico, ai liberi professionisti come avvocati e psicologi, agli studenti universitari, ai giornalisti, agli insegnanti di scuola elementare).

Oltre al numero di ore lavorative, sia per ciò che riguarda la professione del workaholic, che per ciò che attiene alla questione del genere, i risultati sono piuttosto controversi. Sebbene sia molto diffusa l’idea che i workaholics siano soprattutto alti dirigenti, manager e uomini d’affari o liberi professionisti, in realtà, si può abusare di qualsiasi professione, se si entra nell’ottica di considerare che il nodo problematico sta nel diventare dipendenti da un’attività (sia nella compulsione a esercitarla che nel pensiero costante a essa). Altrettanto complesso il discorso sul genere: se alcuni ricercatori rilevano una maggiore presenza di uomini workaholics, la maggior parte non riscontra differenze di genere. Con l’avvento delle donne nel mondo del lavoro, al contrario, esse diventano maggiormente soggette al rischio di sviluppare una dipendenza da lavoro.

Oggetto di interesse scientifico è stata anche la famiglia a cui può essere ricondotto il primo (e uno dei pochi) studio sui figli adulti di workaholics e alcune ricerche centrate sul funzionamento di una famiglia in cui c’è un componente workaholic. Dal momento che si viene a instaurare una dinamica conflittuale tra polo professionale e polo familiare, la dipendenza da lavoro risulta essere predittiva del conflitto lavoro-famiglia. Alla base di un rapporto equilibrato tra sfera professionale e familiare sta, per O’Driscoll e al. (2004), la soddisfazione e il coinvolgimento dell’individuo in entrambi i contesti.

Modalità d’intervento

Di fronte a un fenomeno così complesso quale è quello della dipendenza da lavoro, le strategie di intervento assumono diverse forme e riguardano diversi aspetti. Pur nella specificità dell’ambito scelto per realizzarlo e nella peculiarità dell’inquadramento teorico di riferimento di chi interviene, varie sono le possibilità che si offrono al workaholic: la psicoterapia individuale, quella familiare, la partecipazione a gruppi di self-help (Workaholics Anonymous) sono alcuni degli interventi attuati con i workaholics.

Un principio che si deve avere ben chiaro e che deve guidare la realizzazione degli interventi è quello per cui sospendere il lavoro non garantisce il superamento del problema: il processo workaholic può riguardare infatti qualsiasi altra attività. È per questo che occorre aver sempre ben presente la distinzione tra due concetti: dry che indica la cessazione dell’uso di una sostanza o di un processo e sober che rimanda all’inizio del confronto con il diniego, il pensiero distorto, il controllo, il perfezionismo, l’isolamento e l’ossessività.

A livello individuale, la psicoterapia attuabile può essere di orientamento psicodinamico, che si configura come un’opportunità di scoperta di sé e di crescita, possibilità per il workaholic di abbattere la difesa del diniego e sviluppare la repressa funzione emotiva e di esplorare e validare il proprio autentico sé, o di orientamento cognitivo, volta a modificare le credenze erronee su se stesso. La Rational Emotive Behavioural Therapy (Rebt), per esempio, è un approccio psicoterapeutico di tipo cognitivo-comportamentale, fondato sulla concezione che le emozioni e i comportamenti derivano dai processi cognitivi; modificando questi processi si possono realizzare modi diversi di sentire e comportarsi: gli individui hanno un sistema irrazionale di credenze, da cui derivano i comportamenti nevrotici; ristrutturando le proprie credenze su di sé, le emozioni e i comportamenti iniziano automaticamente a cambiare; in particolare, il cambiamento è rappresentato dal passaggio da un focus esterno a uno interno.

Complementare a un percorso terapeutico individuale è la partecipazione ai gruppi di autoaiuto. Workaholics Anonymous è un gruppo di individui che condividono la loro esperienza, le loro forze e le loro aspettative, nel tentativo di risolvere il loro comune problema e di aiutare gli altri a superare la dipendenza da lavoro. L’unica condizione richiesta per entrare a far parte dei Workaholics Anonymous è il desiderio di smettere di lavorare compulsivamente.

Fattori terapeutici dei gruppi di Workaholics Anonymous sono: la presenza di sponsor (individui che hanno superato il problema, che hanno la funzione di guidare il soggetto nel programma di trattamento, assistono il workaholic nel programma di lavoro e lo accompagnano nei "Dodici passi", evitando che si isoli. Inoltre, avendo da tempo superato la dipendenza, possono raccontare la propria esperienza e dare testimonianza e speranza di guarigione); gli incontri (appuntamenti settimanali in cui vengono condivise le esperienze personali attraverso le storie individuali; danno l’opportunità di identificare e riconoscere i propri comportamenti nelle proprie storie e in quelle degli altri); un setting accogliente, protetto, in cui è garantito l’anonimato; l’elaborazione di programmi di lavoro (una guida al lavoro quotidiano che stabilisce dei confini e conduce il workaholic verso una vita più equilibrata: rappresenta infatti, un modo concreto di dedicarsi a un nuovo stile di vita).

Considerare la dipendenza da lavoro come un disturbo familiare implica guardare alla famiglia nel suo insieme e ai singoli componenti come fruitori di un intervento. Bisogna innanzitutto identificare la struttura della famiglia workaholic: c’è un tacito contratto tra i membri della famiglia che autorizza una modalità di lavoro compulsiva? Ci sono aspettative implicite che portano i figli ad assumere ruoli genitoriali? Portare alla luce aspetti inconsci della dinamica familiare può aiutare le famiglie a riorganizzare i propri comportamenti. La famiglia deve essere preparata al cambiamento del workaholic, deve sostenerlo, ma non fornirgli alibi per i suoi ritardi o le sue assenze e non assumersi i suoi doveri, lasciandolo libero da ogni responsabilità; particolarmente importante, infine, risulta il lavoro con la coppia e con i figli. Ma la famiglia può e deve diventare la struttura di maggior sostegno, non solo la vittima sacrificale di un processo di dipendenza.

La dipendenza da lavoro, è un problema che riguarda non solo l’individuo, ma il sistema e la cultura. I workaholics e la dipendenza da lavoro non potrebbero sopravvivere senza il luogo di lavoro: diviene dunque fondamentale prestare attenzione alle abitudini lavorative dei dipendenti, progettare e realizzare interventi con i workaholics (gli Employee Assistance Program, per esempio, sono programmi volti a sostenere chi ha bisogno di aiuto e a migliorare il clima nell’ambiente lavorativo) e incoraggiare una cultura organizzativa che rinforzi la moderazione, non stabilendo aspettative irrealistiche o richiedendo prestazioni professionali impossibili.

C’è bisogno di una capacità di relazionarsi che vada oltre le fughe, oltre le impossibilità. Proviamo a chiudere con la stessa storia con la quale abbiamo iniziato.

«Dovrei smettere di andare bene in latino. (...) Dovrei smettere di barricarmi nel mio retrobottega-studio e starmene per ore come uno scemo a tradurre Orazio. (...) Solo che non riesco a smettere» (p. 101). Lo studio compulsivo ha colpito il nostro adolescente, o la sua è solo la ricerca di un nome, di una qualsiasi Leuconoe, colei che ha la mente bianca, alla quale poter scrivere di non cercare di scoprire quale destino gli dei ci hanno dato? In mezzo c’è quel tremendo e bellissimo scire nefas. Il nostro bisogno di eccellere non è fine a sé stesso, non può essere fine a sé stesso. Attiene al bisogno di donare agli altri, non è una sfida agli dei, né una droga, è uno scopo che dobbiamo imparare a condividere con gli altri, con i nostri affetti. Altrimenti rischieremo la più terribile delle strategie per eccellere, per essere visibili: «Mamma, posso andare male almeno in una materia?».

Gioacchino Lavanco e Anna Milio
    

Come diagnosticare la dipendenza da lavoro

Oggi esistono tre strumenti di misura del fenomeno che sono stati empiricamente validati.

1 Il Work Addiction Risk Test (Wart) è il più antico; il suo paradigma teorico di riferimento è quello della dipendenza. È costituito da 25 items che riguardano principalmente i comportamenti di tipo A, messi in atto quotidianamente (ad esempio mangiare, parlare e muoversi velocemente), e specifici del contesto lavorativo. B.E. Robinson ha approfondito le proprietà del suo strumento che sembra avere una buona attendibilità. In uno studio recente, B.E. Robinson e C.P. Flowers hanno indagato le dimensioni sottostanti il Wart. Emerge che il workaholism include cinque dimensioni: tendenze compulsive, controllo, comunicazione disfunzionale/arroganza, incapacità di delegare e autostima.

2 La Schedule for Nonadaptive Personality Workaholism Scale (Snap-Work) è costituita da 18 items a risposta chiusa (vero/falso) e si basa sull’idea che ci sia una certa corrispondenza tra la dipendenza da lavoro e il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità. Somministrata a diversi campioni, studenti e lavoratori, la scala presenta un’elevata consistenza interna e una buona attendibilità, e converge con altre misure del workaholism.

3 La Workaholism Battery (Work-Bat) è lo strumento più utilizzato nelle ricerche sul workaholism. È un questionario self-report che consta di 23 items e utilizza un formato di risposta su una scala a 5 punti. Il Work-Bat comprende tre scale: spinta a lavorare, soddisfazione lavorativa e dedizione al lavoro, che corrispondono alle tre componenti individuate dalle autrici. J.T Spence e A.S. Robbins inoltre, per misurare eventuali comportamenti di tipo workaholic hanno costruito altre 5 scale: il coinvolgimento nel lavoro, il tempo dedicato al lavoro, lo stress legato al lavoro, il perfezionismo e la difficoltà a delegare.

Infine, recentemente P.E Mudrack e T.J. Naughton (2001) hanno sviluppato due nuove scale basate sulla tendenza del lavoratore a eseguire attività non obbligatorie e a interferire e a tentare di controllare il lavoro altrui. Per evitare possibili razionalizzazioni e il diniego da parte di eventuali intervistati workaholic, e per essere valide in diversi contesti lavorativi, queste misure si propongono di diagnosticare pattern comportamentali più che abitudini lavorative.

 

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NOTA

1 L’intera vicenda è descritta nel romanzo di Paola Mastrocola, Una barca nel bosco (Guanda, Parma 2004), p. 56. É la storia di un talento sprecato.








 

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