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n. 1 GENNAIO-FEBBRAIO 2008 EDITORIALE SERVIZI
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SOMMARIO La solitudine ha più facce: è voluta e cercata, ma anche temuta e fuggita. È maledetta da tanti ma benedetta da altri. È un bene, ma anche un male. In questo contributo si riflette su queste diverse prospettive e su un nesso fondamentale: il legame tra solitudine e relazione, perché gli individui sono solitudini nate fatte per incontrarsi. Infatti è benedetta la solitudine che si apre alla relazione, ma d’altro canto è benedetta la relazione che rispetta la solitudine, aspirazione incessante ad andare oltre, perché quando si è conquistato ciò che si desidera, si continua a desiderare ancora. Però l’essere umano non è nato per la solitudine anche se è consapevole di non poterla eliminare mai definitivamente. Quanto può fare è uscire dalla solitudine maledetta e vivere la solitudine benedetta. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . La solitudine sembra definitivamente sconfitta quando ci si innamora: basta stare insieme per colmare il vuoto d’affetto, uscire dai malinconici ripiegamenti adolescenziali e sentirsi padroni del mondo. Non tarda però a riaffiorare, quando l’altro è troppo assente o quando ci si accorge che anche essendo in due si può essere soli e si provano sentimenti di angoscia. L’articolo prende in considerazione la distinzione tra "sentirsi soli" , che attiene alla delusione di fronte all’eccesso di investimenti fatti sull’innamorato\a, quando si sogna la fusione dei corpi e delle menti e l’"essere soli" dal punto di vista antropologico. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . La condizione di solitudine appare innaturale nell’uomo, in particolare nel bambino, la cui rappresentazione in termini di spensieratezza e apertura verso gli altri stride con la presenza di comportamenti solitari. Questa prospettiva ha attribuito alla solitudine una connotazione negativa, che non tiene conto della multidimensionalità dell’esperienza. A seconda infatti di come si articolano tra loro, nelle diverse fasi evolutive, i differenti significati dello stare soli, è possibile individuare sia elementi di criticità, sia di risorsa per lo sviluppo. Accanto a situazioni di isolamento e di ritiro sociale si osservano nell’infanzia e nella fanciullezza anche esperienze solitarie che sono espressione della capacità di stare soli e che favoriscono l’autonomia personale e le relazioni. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Intendiamo, qui, per solitudine, la situazione di non convivenza con un partner. Parlandone come "solitudine", dunque come privazione di compagnia, si dà come presupposto automatico che la scelta naturale e giusta sia la convivenza, la situazione di coppia; ma forse anche questa deve essere sottolineata e posta come una scelta, autonoma, da soppesare, non solo un’adesione. Con un’attenzione particolare rivolta ai giovani, cerchiamo, poi, di cogliere alcuni elementi della loro situazione attuale in campo sociale, psicologico ed emotivo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Le argomentazioni di B. Spinoza e le poesie di T.S. Eliot ci aiutano a capire quanto l’esperienza di solitudine sia un’esperienza drammatica nel vissuto interiore e poco utile nei rapporti con l’altro e con l’ambiente. Nel presente articolo il problema della solitudine viene affrontato soprattutto in riferimento allo stato di malattia, di natura fisica o psichica. Vengono presentati dei casi clinici declinati sulla sofferenza psichica grave, quale è la schizofrenia, sul disturbo della condotta, come nei casi di dipendenza da sostanze tossiche e sulla malattia fisica, come l’insufficienza renale cronica in trattamento dialitico. Il peggioramento della sintomatologia e dell’adattamento ambientale avviene se i momenti di solitudine si estendono oltre misura e caratterizzano la giornata del malato. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . L’articolo intende sfatare un luogo comune che è all’origine d’un modo distorto di vedere la vita del prete o del consacrato, "condannato" a esser solo, ma al tempo stesso vuole chiarire il senso vero della solitudine "religiosa", osservandone l’evoluzione nel recente passato, in cui da una solitudine un po’ obbligata e penitenziale si è passati a una solitudine aperta alla relazione e feconda, pur con la sua dose di rinuncia. Fondamentale, allora, diventa la lucidità con cui il soggetto celibe interpreta la sua solitudine e discerne tra solitudine buona e cattiva, frustrante e ricca di vita, tra solitudine che apre all’altro e quella che chiude in sé stessi. Ma tutto ciò richiede formazione continua o l’umiltà d’imparare a esser soli, a viver la solitudine come luogo e mezzo di cui Dio si serve per insegnarci la comunione. |
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