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n. 1 GENNAIO-FEBBRAIO 2008 EDITORIALE SERVIZI
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DOSSIER
- LE RISPOSTE DEL VOLONTARIATO LA
SOLITUDINE DEGLI ANZIANI
L’INVECCHIAMENTO
TRA LE SFIDE DEL XXI SECOLO Nelle prime due parti di questo Dossier abbiamo riportato il panorama della condizione anziana secondo i più recenti dati Istat e i risultati di una ricerca commissionata dall’Auser relativa al servizio di telefonia sociale Filo - d’Argento, finanziato dalla Regione Lombardia. Il tutto è stato presentato al convegno "Il costo della solitudine", organizzato dall’associazione di volontariato Auser - RisorsAnziani, a Milano lo scorso 29 ottobre. Tra gli interventi dei numerosi esperti riportiamo quello conclusivo di Michele Mangano presidente dell’Auser nazionale che sottolinea il bisogno di rivalutare il ruolo delle persone anziane nella nostra società. Il tema dell’invecchiamento è una delle sfide del XXI secolo. Il 20% della popolazione attuale, cioè circa 11 milioni, è formato da over 65enni di cui il 10% sono ultraottantenni e in prevalenza donne. Per loro l’attesa di vita è di circa 77,6 anni per gli uomini; 83,2 anni per le donne. Un’attesa di vita che crea opportunità, necessità e bisogni. Un’attesa di vita che oggi permette di programmare il futuro di questa parte di popolazione. Luoghi comuni da sfatare Vi sono tanti luoghi comuni che occorre sfatare. In primo luogo l’idea che gli over 65, anche quando godono di ottima salute, vengono percepiti e descritti, comunque, come persone portatrici di "bisogni", "dipendenti", "fragili" tanto che spesso gli stessi anziani, pur stando bene, si tendono a considerarsi in questo modo. Eppure sappiamo che non è così perché se da un lato è vero che le persone anziane sono soggetti, più degli altri, a malattie croniche e/o a patologie invalidanti (in questo caso 1.700.000 su 11 milioni non sono autosufficienti), è però altrettanto vero che la stragrande maggioranza delle persone anziane:
Questo aspetto si traduce in termini di "opportunità" e di "risorse". Certo il contesto in cui vive oggi la persona anziana è in continuo cambiamento. Vediamo, per esempio, la trasformazione del lavoro:
Si tratta di una solitudine che rappresenta uno dei punti centrali della condizione anziana e che riguarda in modo diverso uomini e donne.
La solitudine investe più gli uomini (fino a 45 anni) mentre, nell’età successiva, prevale maggiormente tra le donne (sopra i 65 anni: uomini soli 13,5%, donne sole 38,4%). Dunque, la solitudine investe più le donne anziane piuttosto che gli uomini della stessa fascia d’età anche se entrambi, ma per motivazioni diverse, evidenziano complessi problemi che vanno affrontati. Credo che bisogni riflettere anche sul significato da dare al concetto di "solitudine" se si vuole intervenire per contrastare in modo serio e adeguato il fenomeno. Vivere da soli è spesso un sinonimo di solitudine ma spesso ci si può sentire soli e/o essere soli pur vivendo in un contesto familiare numeroso nella sua composizione. Infatti il concetto di "solitudine" fa riferimento ad uno stato d’animo soggettivo che affonda le sue radici all’interno della stessa persona ed è legato spesso ad alcuni precisi fenomeni (precarietà di salute, malattie sopraggiunte, perdita di persone care...). Tale concetto non è da confondere con l’"isolamento" che è, invece, uno stato oggettivo ricavabile sulla base della frequenza e del tipo di scambi intrattenuti da una persona con altri. Su queste condizioni agiscono diversi fattori:
In questo contesto assumono un’evidente rilevanza le reti sociali primarie (famiglia, amici, vicinato) ma è necessario, al tempo stesso, chiedere alle istituzioni pubbliche e alle forze sociali di affrontare il tema della solitudine dentro il contesto più generale della condizione anziana. Sulle reti sociali primarie va sottolineata la necessità di riscoprire e valorizzare il ruolo della famiglia in quanto essa rappresenta per la persona anziana la principale forma di sostegno sia sul piano materiale, sia sotto il profilo emotivo e psicologico. Il vincolo di appartenenza alla famiglia fa sentire l’anziano meno solo, lo fa sentire più sicuro e più accudito (pur vivendo da solo si sente tranquillo se sa di poter contare sui familiari). Bisogna evitare, tuttavia, forme di assoluta dipendenza e creare condizioni di reciprocità (l’anziano si sente meglio se all’aiuto che riceve può ricambiare con un intervento utile per la famiglia). La rete di amici e vicini Altra rete primaria sono amici e vicini. Lungo tutto l’arco della vita di ogni persona, gli amici (molti o pochi che siano) sono presenti e accompagnano condividendo con lei diverse tappe della vita. L’allungamento della vita aiuta a rinnovare queste relazioni e amicizie, a intraprendere gli incontri e aumentare i legami amicali che sono un elemento importante per contrastare la solitudine. Tutto questo non è, di per sé, sufficiente per contrastare il fenomeno della solitudine. Occorre, infatti, affiancare a queste forme di intervento una serie di iniziative mirate al conseguimento del "ben-essere" delle persone anziane (sicurezza economica, sicurezza sanitaria, sicurezza sociale, tempo libero). Tutto ciò si deve tradurre nella capacità dei soggetti pubblici a definire e praticare una politica sulle condizioni delle persone anziane, che porti, per l’appunto, al conseguimento del "ben-essere". Che cosa significa promuovere una politica sulla condizione anziana? Significa come ripete spesso il professor Marco Trabucchi (del Gruppo ricerca geriatrica presso l’Università Tor Vergata), considerare l’"invecchiamento attivo" come un diritto di tutti. Questo equivale, per esempio, all’assoluta necessità, oltre che moralità, di fare studi e ricerche che mirino a prevenire e curare le malattie delle persone anziane. Anche perché il valore della vita non si può "pesare" in relazione all’età (il giovane è più importante dell’anziano). Ma equivale anche a rivedere l’idea generale che si ha della condizione anziana, tornando così alla necessità di sfatare il luogo comune che richiamavo all’inizio di questo intervento. Leggere, oggi, la condizione anziana come un fenomeno che evoca bisogni, costi, emergenza sociale ed economica, è politicamente e socialmente corretto? Credo di no. Anche perché questo aspetto che si ricordava essere alquanto minoritario di tale condizione, richiede un’attenta analisi e verifica (che avremo modo di fare come associazione), ci porta ad affermare, invece, che l’obiettivo che bisogna darsi è quello di fare assumere alle istituzioni pubbliche e alla politica, l’importanza di restituire appropriatezza e dignità a tutti i periodi della vita (anche quello che va oltre il lavoro). Vi è, dunque, l’esigenza di progettare il futuro non lavorativo delle persone. Posto che ogni persona, ancora oggi, non è messa nelle condizioni di scegliere percorsi e progetti di vita anche quando sta per uscire o esce dalla fase attiva del lavoro.
La fine dell’immobilismo Come si può "liberare", allora, l’anziano? Con quali strumenti? Quale deve essere l’approccio corretto a questo concetto di "libertà"? A questi interrogativi si può rispondere se si affronta in modo originale il tema dell’invecchiamento attivo a partire, come si ricordava prima, dal superamento della scansione "fordista" della vita per gestire la nuova fase che oggi, per mutuare Ulrich Bek, è rappresentata dalla "società del rischio". Il rischio cioè che nasce dai mutamenti profondi presenti nella società (dove non basta più governare il tradizionale conflitto tra capitale e lavoro); dai cambiamenti del lavoro (precarietà, flessibilità...); dal cambiamento del mondo tradizionale che c’era (ed in parte ancora c’è) per gli anziani di riconoscersi nel cosiddetto gruppo omogeneo dei "collocati a riposo". Tutto ciò viene evidenziato dai nuovi e inediti dinamismi presenti nella generazione delle persone anziane. Mi riferisco ai nuovi modi di pensare e di pensarsi che caratterizzano l’attuale popolazione anziana:
In altri termini appare evidente che si riducono sempre di più gli spazi di immobilismo e di rassegnazione in attesa della fine. Per questo riscontriamo un nuovo dinamismo, una contaminazione e mutazione che se da un lato arricchisce e rende più libero chi riesce ad acquisire gli strumenti necessari o è già, in parte, fornito di questi strumenti, dall’altro tende a lasciare indietro i più deboli (quelli, cioè, che non possiedono tali strumenti). L’obiettivo deve essere quello di non lasciare soli quelli che non hanno gli strumenti ma, nello stesso tempo, di gestire anche gli altri più fortunati. Dignità ed emancipazione Ma per non lasciare soli i più deboli, bisogna, intanto, avere una forte consapevolezza e sensibilità di non considerarli "scarti" e/o marginalizzati da assistere. Per questo occorre costruire "un percorso di emancipazione" che li aiuti ad un reinserimento dignitoso e qualitativamente accettabile nella vita quotidiana. Appare evidente che un percorso di questo tipo, che richiede impegno, elaborazione di strategie di intervento, conoscenza piena del fenomeno, risorse mirate da destinare alla realizzazione degli obiettivi, deve fare i conti con gli altri temi nuovi presenti nella società che richiedono analoga attenzione ed impegno (penso al fenomeno della denatalità e a quello dell’immigrazione, del precariato). La differenza di attenzione tra questi diversi fenomeni, tutti rilevanti per la società di oggi, sta nel fatto che, mentre, per esempio, gli immigrati sono un problema dell’oggi che, comunque può essere governato nell’ottica della produzione di ricchezza del Paese, gli anziani, invece, suscitano minore attenzione perché non stanno nella dinamica degli scambi e sono, per questo, erroneamente considerati forza improduttiva, pertanto invisibili e costosi. Se queste considerazioni sono corrette e implicano un allargamento del tema della solitudine degli anziani dentro lo scenario più complesso della loro condizione nel nostro Paese, si può dedurre che l’idea di liberare l’anziano è un concetto centrale di un nuovo e concreto impegno di un’associazione come la nostra. Perché un impegno che voglia realizzare un simile obiettivo si traduce nel puntare concretamente a restituire alle persone anziane di questo Paese una nuova cittadinanza ed una nuova collocazione in quello che potremmo definire lo "Statuto sociale" dell’anziano (che va ovviamente pensato e costruito sull’analisi dei bisogni e sulla valorizzazione di questa importante risorsa della società moderna). Realizzare il "ben-essere" Questo concetto impone, in tutta la sua evidenza, la necessità di costruire una nuova cultura che sappia affrontare tutte le mutazioni nel corpo sociale e non solo di una parte di esso. Ripartendo dai buoni propositi presenti nel "Documento di Lisbona" e riaffermando i valori della Carta dei diritti dell’uomo scritti dall’Onu 59 anni fa. Una politica per le persone anziane che punti a realizzare il loro "benessere" in un quadro di maggior giustizia sociale significa, inoltre, pensare che, al di là delle difficoltà economiche e sociali che sono presenti nella popolazione over 65, occorre mettere in evidenza alcuni aspetti che sembrano essere interessanti:
Tutto questo produce una dimensione nuova nella quale collocare la politica per le persone anziane e, per quanto ci riguarda, evidenzia un nuovo ruolo dell’associazione Auser che può dare un apporto importante alla definizione di questa politica e che può e deve migliorare sempre di più la sua azione di intervento su terreni quali:
Dunque, offrire più qualità nell’offerta, una migliore capacità di relazionarsi con gli altri soggetti dell’offerta per liberare la persona anziana. Tutto questo implica un’attenta riflessione sul:
Proprio dentro questi segmenti di riflessione rientrano numerosi altri argomenti per costruire in modo adeguato i mezzi di contrasto alla solitudine e restituire un ruolo di cittadinanza attiva alle persone anziane che sono una grande ricchezza di questa moderna società. Michele Mangano |
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