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n. 1 GENNAIO-FEBBRAIO 2008

Sommario

EDITORIALE
Una rivista tutta nuova, ma fedele a sé stessa
la DIREZIONE

SERVIZI
Sempre maledetta o anche benedetta?
LUIGI LORENZETTI

Quando sentirsi soli in due è fecondo
GIULIA PAOLA DI NICOLA

Un bisogno che aiuta a crescere
PAOLA CORSANO

Sottrarsi al confronto
MARIA CRISTINA KOCH

Quando regnano i fantasmi
ARISTIDE TRONCONI

La solitudine necessaria dei consacrati
AMEDEO CENCINI

DOSSIER
La solitudine degli anziani
AA.VV.

RUBRICHE
SOCIETÀ
Eremiti o infelici?
BEPPE DEL COLLE

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PARSHIP ITALIA (a cura di)

RICERCA
Voci amiche per i milanesi soli
GRUPPO COMUNICAZIONE ARAS (a cura di)

CONSULENZA
Non solo paura e sofferenza
LUISA PEROTTI

POLITICHE
Quale sostegno a chi ha bisogno
CARITAS ITALIANA E FONDAZIONE ZANCAN (a cura di)

EDUCAZIONE
Vivere tra i banchi di scuola
PAOLA SPOTORNO

MINORI
L’importanza dei primi legami
SIMONE BRUNO

BIOETICA
Cancelliamo il dolore?
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Una Chiesa in ascolto
ANTONELLA PENNATI

COMUNICAZIONE
Il dialogo "silenzioso"
PAOLO PEGORARO

NARRATIVA / SAGGISTICA / RIVISTE

CISF

MONDO

 

 EDUCAZIONE / SCUOLA

Vivere tra i banchi di scuola

di Paola Spotorno
  

Insegnare è più che un mestiere: è soprattutto una scelta di vita. Non sempre però le condizioni socio-istituzionali e ambientali aiutano a svolgere con serietà, motivazione e rigore questa difficile ma entusiasmante missione educativa.
  

Spesso si sente dire che chi insegna lo fa per "vocazione", quasi che questo più che a un mestiere corrisponda a una scelta di vita. Ma una vocazione, in quanto tale, presuppone una "chiamata", e così, nell’attesa che possa giungere, molti si domandano con inquietudine il perché siano diventati insegnanti e perché dopo un lungo percorso di scuola abbiano deciso di continuare a vivere tra i banchi. Entrare in classe, sia che accada per la prima volta o che coincida con ogni giorno della settimana, è un po’ affrontare una sfida; è come "la prima a teatro" con un copione sempre uguale ma sempre diverso. In fondo la classe non è altro che un palcoscenico con tanti occhi che ti guardano, nasi che ti annusano, orecchie che a volte ti ascoltano, e non sempre ci si sente preparati e all’altezza di "calcarlo".

Le ossa, la formazione al lavoro, la maggior parte degli insegnanti se l’è fatta da soli. I più giovani hanno avuto la fortuna (non da tutti considerata tale) di frequentare le famigerate Siss (Scuole di specializzazione post-laurea), attivate dalla maggior parte degli atenei che, in assenza di concorsi, sono le uniche a garantire l’abilitazione all’insegnamento, e, rispetto a questi, hanno il grande vantaggio di fornire qualche strumento operativo importante per chi vorrà o dovrà percorrere questa strada.

Ma chi insegna sa che la formazione dovrebbe diventare parte integrante della funzione docente, e di fatto la legge stessa lo prevede; una formazione continua che permetta di stare al passo con le nuove tecnologie e con le nuove proposte pedagogiche e didattiche.

I rischi dell’individualismo

Ma le buone intenzioni non sempre trovano risposte adeguate, e così l’aggiornamento professionale è quasi sempre lasciato alla buona volontà del singolo. E di impegno ce n’è tanto; la scuola spesso è una fucina, ci sono tantissimi progetti da realizzare che, però, molti tengono gelosamente per sé senza condividerli. Almeno questa è l’esperienza di Anna M., un’insegnante di scuola superiore che mi racconta della fatica di ricevere semplici informazioni, da quei docenti che magari stanno svolgendo un progetto di particolare interesse.

Mi racconta che avrebbe voluto partecipare alla commissione che si occupa dei problemi relativi al disagio scolastico ma più volte le sue richieste sono cadute nel vuoto: «L’ultima amarezza è arrivata ieri – mi dice – quando ho scoperto quasi casualmente che la mia scuola è sede di un convegno su queste tematiche... Lei pensa che qualcuno al di fuori di una stretta cerchia sia stato informato? Sul disagio non dovremmo essere tutti più informati?». «Qual è il motivo – chiedo – di questa mancanza di comunicazione, di solidarietà tra colleghi?». «L’insegnante è fondamentalmente un individualista, non ama dividere il suo lavoro sia dentro che fuori la classe, così siamo tutti un po’ più "poveri e soli" soprattutto nella scuola media e superiore... I maestri sono più abituati a lavorare e a progettare in équipe... e questo sarebbe utile per tutti i gradi di scuola, aiuterebbe molto anche il lavoro in classe». Anna mi parla di altre scuole dove ha insegnato e di colleghi con cui ha spesso diviso analoghe frustrazioni: «Molti – mi dice – hanno deciso di fare ciò che si richiede loro... senza prendersela troppo». In questa disillusione si cela la solitudine e la fatica di questo lavoro che oggi più che mai è messo sotto i riflettori dai mass media e dalle istituzioni. Tante legislature, tanti cambiamenti, che in realtà hanno scardinato più che cambiato e che forse hanno eliminato l’unico strumento che l’insegnante aveva: la sua autorevolezza.

Le nuove sfide dell’insegnante

Vittorino Andreoli nel suo libro Lettera ad un insegnante dice che «la rivoluzione che può e deve compiere l’insegnante» sta nel credere fino in fondo nella funzione educativa del suo lavoro. L’autore però parla di pagine non utopistiche che non vorrebbero ignorare la complessità delle relazioni anche con i limiti posti dal sistema attuale. Ma per non ignorarle bisognerebbe concretamente immergersi nella realtà scolastica: sarebbe interessante che come nella favola Il principe e il povero lo psicologo-psichiatra-giornalista ecc. diventasse insegnante e viceversa. Basterebbe un ciclo settimanale di lezioni (circa 18 ore) e tutti i "poveri" vorrebbero tornare immediatamente principi.

Anna continua e dice: «Vorrei ogni tanto che chi si occupa di scuola come studioso scendesse coi piedi nelle classi e toccasse con mano la realtà, ma sono anche contenta, sta per suonare la campana, devo andare in classe e in fondo ciò mi mette allegria. È il mio lavoro e mi piace». Prima di andare mi dà un foglio: «Leggila, è molto bella e racconta la fatica di fare l’insegnante tutti i giorni. Me l’ha passata un collega... uno di quelli che veramente riescono a lasciare un segno. Era il suo augurio di buone vacanze». La leggo, è una poesia di Giuseppe Conte ed è veramente molto bella: racconta le difficoltà legate al fare e al vivere ogni giorno questo mestiere e al trovare le parole giuste anche per l’alunno più distratto.

Ci sono giorni, scrive l’autore, in cui si è troppo stanchi, sfiduciati e nel percorso verso la scuola, pensando a ciò che si potrebbe dire si è disposti a invocare gli dei affinché entrino loro al nostro posto in aula, perché in quei momenti le uniche parole che si riescono a trovare sono quelle che appartengono al nostro vissuto, alla nostra quotidianità, che ci portano a essere ciò che siamo: «Il caruggio degli ebrei dove son nato/l’affresco della vergine su in cima... per ogni luce fioca a una finestra ogni sera pensavo a un dolore, non sapevo di chi, e perché sentivo pietà... eri un ragazzo non dimenticarlo il tuo sogno di allora e quanto di esso si è compiuto poi: potrai insegnare il sogno?».

Paola Spotorno

  








 

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