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n. 2 MARZO - APRILE 2008 EDITORIALE SERVIZI
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SOMMARIO Libertà e dignità umana sono i valori su cui si basa questa riflessione che dichiara di partire dalla vicinanza ai sofferenti e ai morenti, avendo presente che due sono gli ambiti nei quali forti lobby sostengono la disponibilità della vita altrui: il nascere e il morire. A ben guardare, del resto, aborto ed eutanasia hanno due stesse identiche caratteristiche: da un lato la ridotta visibilità di colui al quale si pretende di togliere la vita, dall’altro la riduzione dell’essere umano a mezzo per il perseguimento di fini a lui estranei. Questa riflessione filosofica prima ancora che giuridica rammenta prepotentemente che tutti gli esseri umani sono egualmente degni di vivere. Figlia della dignità è l’eguaglianza, in una logica altamente moderna che è il frutto di una lunga fatica storica che ha portato al rispetto di tanti esseri umani. L’affermazione dell’uguale dignità umana contrasta alla radice ogni forma di utilitarismo che pretenda di giudicare il valore della vita umana in base alla sua efficienza. Ogni vita umana vale semplicemente in quanto esiste. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Il dibattito sul "testamento di vita" e sulla programmazione anticipata delle terapie chiama in causa la relazione medico-paziente. Quale modello di relazione può favorire la programmazione anticipata delle terapie? E, di contro, quale degenerazione ha subito tale relazione sì da creare quella perdita di fiducia che si vuole colmare con il testamento di vita? Diversi i modelli di relazione medico-paziente, da quello paternalista a quello centrato sull’autonomia del paziente a quello contrattualista, e molteplici i loro limiti ed elementi di conflitto. Da qui la proposta di un modello di relazione medico-paziente basato sull’alleanza terapeutica, quale luogo che possa garantire anche quella dignità del morire che è anche dignità della persona. Per realizzare l’alleanza terapeutica è, però, necessario, da una parte, ricostruire una fiducia erosa dal tempo e dalla malpractice e, dall’altra, creare le condizioni per un migliore esercizio della medicina. Il tutto inserito in un contesto culturale in grado di "fare spazio" alla malattia, alla sofferenza e alla morte. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Le cure palliative rappresentano un approccio globale di cura ai pazienti affetti da patologia inguaribile in fase avanzata di malattia. Il bivio nel quale si trovano le moderne cure palliative è se ispirarsi a una ipotetica e teorica autodeterminazione del malato (nella quale troverebbe eventualmente spazio anche uno strumento come il testamento biologico) o se mantenersi fedeli alla intuizione originaria della fondatrice e basarsi su una reale e significativa relazione di cura, che offra competenza tecnico-professionale in una condivisione della ineludibile domanda di senso dell’uomo, specie se in condizione di estrema sofferenza. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Partendo dalla triste vicenda umana di Terri Schiavo, una giovane donna in stato vegetativo che una giustizia senza volto e senza cuore ha condannato a morte per disidratazione, nonostante ci fosse ancora chi desiderava prendersi cura di lei, ci si chiede: che cosa è lo stato vegetativo? Quale domanda di cura e di assistenza pone? Chi sono gli uomini e le donne che si trovano a vivere in questa condizione? Per prendersi cura dello stato vegetativo occorre aver prima riconosciuto che ogni vita umana possiede in sé un valore e una dignità che non sono alla mercé delle circostanze, che nessuna malattia o disabilità può scalfire, né sono funzionali a progetti culturali o economici. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Le cronache riportano drammaticamente il problema della gestione degli interventi terapeutici e di sostegno vitale, in relazione alla dignità del paziente e al rispetto dei valori umani. Le nuove e crescenti possibilità tecniche d’intervento medico, infatti, oltre che assicurare maggiori chance di vita e migliori condizioni di salute, talvolta, possono comportare per il paziente stesso un ulteriore aggravio della sua sofferenza personale, senza che vi sia un beneficio. Che fare in questi casi? Quali criteri adottare per poter esprimere un giudizio etico e operativo, fondato e giustificabile? L’autore tenta di offrire una risposta concreta a questi interrogativi, attraverso la proposta di un percorso valutativo, in tre fasi, in grado di aiutare la prassi medica, tanto dalla parte degli operatori sanitari come da quella del paziente. |
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