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n. 2 MARZO - APRILE 2008

Sommario

EDITORIALE
La tentazione di dare i voti alla vita
la DIREZIONE

SERVIZI
Sulla "disponibilità" della vita umana
CARLO CASINI

Modelli di relazione medico-paziente
MARIA LUISA DI PIETRO

Dall’intuizione di un’infermiera
MARCO MALTONI

Un misterioso modo di vivere
GIOVANNI BATTISTA GUIZZETTI

Quali mezzi terapeutici fornire
MAURIZIO CALIPARI

DOSSIER
La disciplina del testamento biologico
MARINA CASINI

RUBRICHE
SOCIETÀ
In un abisso inatteso
BEPPE DEL COLLE

RICERCA
L’affidamento familiare
ROSALINDA CASSIBBA E LUCIA ELIA

RICERCA
L’ammalato e la cura in famiglia
MARCO TRABUCCHI

CONSULENZA
Accompagnare è la risposta
ROBERTO MARCHESINI

POLITICHE
Una buona legge regionale
FRANCO TREVISAN

EDUCAZIONE
Il volto dell’integrazione
GIUSEPPE ELIA

MINORI
Un viaggio fantastico
CECILIA MARIA GRECI

BIOETICA
La dignità del malato
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Parole semplici per celebrare
A CURA DEL CISF

COMUNICAZIONE
Le nuove sfide di Topolino
STEFANO GORLA

NARRATIVA / SAGGISTICA / RIVISTE

CISF

MONDO

 

 LIBERTÀ E FIDUCIA

Modelli di relazione medico-paziente

di Maria Luisa Di Pietro
(professore associato di Bioetica, Università Cattolica S. Cuore, Roma,
presidente nazionale Associazione scienza & vita
)
 

Se è essenziale il coinvolgimento del paziente e il rispetto delle sue scelte, è altrettanto essenziale il rispetto della libertà del medico di agire in scienza e coscienza e nella tutela di quel bene che gli è stato affidato: la vita del paziente.
  

Il "testamento di vita" (dall’inglese living will) è un documento con il quale si propone di raccogliere le volontà anticipate in merito al proprio morire, affinché esse possano essere applicate in caso dell’insorgenza di incapacità di intendere e di volere. Altrimenti indicato come "direttive anticipate" o "dichiarazioni anticipate" , l’intento in quest’ultimo caso è di evidenziarne la non vincolatività per il medico, il testamento di vita viene considerato una sorta di prolungamento della relazione medico-paziente. In tal senso si è pronunciato il Comitato nazionale per la bioetica che nel documento "Dichiarazioni anticipate di trattamento" così scrive: «È come se, grazie alle dichiarazioni anticipate, il dialogo tra medico e paziente continuasse anche quando il paziente non possa più prendervi consapevolmente parte». Una relazione medico-paziente che, però, non esiste al momento della redazione del testamento di vita per almeno due motivi: 1) quando il potenziale paziente redige il testamento di vita non è ancora malato ma in buona salute ed è, quindi, ignaro di quale malattia lo colpirà in futuro e delle terapie alle quali dovrà sottoporsi; 2) il medico, che è presente alla firma del testamento di vita e dà le informazioni per la sua compilazione, non è lo stesso che dovrà applicare, qualora il soggetto si ammalasse e divenisse incompetente, i contenuti di un documento che per sua natura è generico, ambiguo e pertanto inaffidabile.

Ben diversa è, invece, l’ipotesi della programmazione anticipata delle terapie: il soggetto è già malato, le opzioni terapeutiche sono note e le decisioni vengono prese nell’ambito della relazione medico-paziente. Si tratta, dunque, di un percorso condiviso che ha lo scopo di mettere a fuoco il "bene" del paziente e proprio per la definizione di questo bene divengono indispensabili sia il dialogo sia la comunicazione. Trattandosi di una programmazione, la scelta del trattamento può essere effettuata anche in anticipo rispetto al momento critico, fermo restando che ogni scelta può essere modificata in base all’evoluzione della malattia, agli adattamenti psicologici e alla disponibilità di nuove opportunità terapeutiche.

Modelli di relazione

Quale modello di relazione medico-paziente può favorire la programmazione anticipata delle terapie? Quale degenerazione ha subito la relazione medico-paziente sì da creare una tale perdita di fiducia che si vuole colmare con un testamento di vita? La relazione medico-paziente è andata incontro, lungo gli anni, a un profondo cambiamento, segnato da elementi di evoluzione e da elementi di involuzione.

Da un punto di vista cronologico il primo modello di relazione medico-paziente, a cui si fa riferimento, è quello improntato sul principio di beneficialità. Questa modalità di relazione si basa sui noti insegnamenti ippocratici, che possono essere schematizzati così: a) la medicina deve farsi carico del paziente nella sua globalità e non limitarsi a eliminare le singole manifestazioni patologiche; b) il dovere del medico è sollevare il paziente dalla malattia, dalla sofferenza e dall’ingiustizia. Questa dottrina, rimasta immutata fino alla prima metà del XX secolo e fonte di ispirazione per la maggior parte dei codici deontologici, impegna il medico a essere ministro di speranza e conforto e giustifica, in difesa del miglior interesse del paziente, anche che in alcune circostanze si taccia la verità, con l’inevitabile rischio di cadere in quello che in modo negativo viene definito "paternalismo medico". E, infatti, nei primi codici deontologici non viene previsto il dovere del medico di chiedere il consenso al paziente e l’informazione avrebbe il solo scopo di convincere o, se del caso, di costringere il paziente a fare "il proprio bene", anche a costo di sacrifici.

L’autonomia del paziente

Alcune vicende medico-legali e giuridiche e un diverso orientamento verso l’affermazione dei diritti civili (diritto alla salute e all’informazione, diritto di non essere sottoposti a sperimentazioni senza consenso, ecc.) portano, nella seconda metà del XX secolo, alla trasformazione della relazione medico-paziente. Si viene, così, ad affermare un modello centrato sulla autonomia del paziente: l’atto medico è giustificato non tanto dalla volontà di realizzare il bene del paziente quanto piuttosto dalla libera scelta di quest’ultimo. Ne consegue che l’informazione ha il solo ruolo di mettere il paziente nelle condizioni di fare delle scelte anche qualora questa scelta non fosse ragionevole in base alla sua condizione clinica. Se l’esercizio dell’autonomia ha ragione d’essere nella gestione della malattia e nella personalizzazione delle terapie, esso non può però essere utilizzato per giustificare scelte in conflitto con il miglior interesse del paziente e con il dovere di garanzia del medico. Ad esempio, sostenere, in nome dell’autodeterminazione, un "diritto a morire" non solo altererebbe il compito della società, che è quello di tutelare la vita di ogni cittadino, ma si tradurrebbe anche in obbligazione da parte di altri a uccidere o ad aiutare a morire. E, poiché i soggetti a cui questo verrebbe richiesto sono i medici, si arriverebbe alla distruzione sia dell’intima essenza della professione medica (assistere e curare) sia del rapporto fiduciale medico-paziente. La richiesta di accedere a un presunto diritto personale metterebbe, così, in atto una vera e propria dissoluzione del bene comune.

Nel contempo si delinea un terzo modello di relazione medico-paziente in cui tale rapporto si prospetta come meramente contrattuale: da una parte il prestatore d’opera qualificato (il medico), dall’altra il richiedente (il paziente). L’atto medico diviene così una prestazione d’opera, che deve rispondere alle richieste del paziente e deve essere adeguata sul piano tecnico-scientifico: la relazione medico-paziente viene così a perdere il carattere di fiducia. Con un duplice rischio: che il paziente possa pretendere informazioni dal medico non per decidere sulla propria salute ma solo per stipulare contratti assicurativi sicuri; che il medico dia informazioni anche ridondanti con l’unico scopo di mettersi al sicuro da eventuali conseguenze legali. Fino alla degenerazione ultima: la cosiddetta "medicina difensiva", in nome della quale alcuni medici sostengono la necessità di un testamento di vita.

Molteplici i limiti e gli elementi di conflitto in questi tre modelli di relazione medico-paziente. Da qui la proposta di un modello di relazione medico-paziente basato sull’alleanza terapeutica al fine di superare sia il modello dell’autonomia (non pone sufficiente attenzione all’impatto che la malattia determina sull’autonomia del paziente), sia il paternalismo (ha un carattere eccessivamente autoritario), sia il modello contrattualistico (è inadeguato alla disparità di condizioni fra medico e paziente). Nell’alleanza terapeutica il comune obiettivo è agire l’uno nel migliore interesse dell’altro: il migliore interesse del paziente si raggiunge anche cercando di ripristinare la sua autonomia minacciata dalla malattia. È in questo contesto che il paziente esercita la sua capacità decisionale e che assume un significato anche la programmazione delle terapie e la ricerca condivisa del bene del paziente. È, allora, fondamentale che il paziente esprima le proprie aspettative in relazione alla malattia e, nel caso in cui sia in condizioni irreversibili, alla dignità del proprio morire. Anzi, il coinvolgimento del paziente nella gestione della malattia e la personalizzazione (laddove possibile) degli schemi di trattamento e dei protocolli assistenziali divengono gli obiettivi da perseguire. Se è, però, essenziale il coinvolgimento del paziente e il rispetto delle sue scelte, è altrettanto essenziale il rispetto della libertà del medico di agire in scienza e coscienza e nella tutela di quel bene che gli è stato affidato: la vita del paziente.

Negare legittimità al testamento di vita non significa, allora, negare il ruolo del paziente nel prendere decisioni relative alla propria malattia e al piano di cura, ma evidenziare il "non senso" di decisioni prese al di fuori di una relazione costitutivamente interpersonale con il rischio di gravi derive.

Accanimento ed eutanasia

L’espressione di volontà nel testamento di vita avviene, come già detto, al di fuori della relazione medico-paziente dal momento che chi redige il documento non è ancora malato. Inoltre, la maggior parte dei documenti, quando parla di "malattia", fa riferimento a un generico "stato terminale" senza chiarirne il significato. Eppure le interpretazioni non sono sempre univoche: accanto a chi indica come "terminale" il momento agonico che precede di qualche ora o di qualche giorno la morte, vi sono altri che considerano "terminale" qualsiasi situazione di malattia a prognosi infausta a più o meno breve scadenza. Questo diverso significato del termine non è indifferente per distinguere tra gli interventi doverosi, la cui sospensione può anticipare la morte di diversi mesi, e gli interventi sproporzionati per la condizione clinica del paziente. Si pensi, ad esempio, ai pazienti affetti da tumori maligni in fase avanzata e non suscettibili di remissione, il che può comportare una prognosi anche di parecchi mesi con un’assistenza adeguata: in caso contrario si accelererebbe rapidamente la morte.

L’assenza di uno stato di malattia e di una relazione medico-paziente al momento della redazione del testamento di vita rende, inoltre, difficilmente comprensibili e attuabili le volontà in esso contenute. Per chiarire questo punto analizziamo quali sono gli aspetti espressione di volontà: si tratta, solitamente, non solo dell’assistenza a domicilio o in ospedale, della donazione di organi ai fini del trapianto (e/o del cadavere per la ricerca) e dell’assistenza religiosa, ma anche e soprattutto dell’accanimento terapeutico e delle cure palliative.

Le sempre più ampie possibilità di intervento rendono, oggi, possibili condizioni di vita non immaginabili nel passato con la cronicizzazione di alcune malattie: è in questo ambito che si pone la questione dell’accanimento terapeutico, sospeso tra la richiesta di fare tutto il possibile e la necessità di accettare il limite oltre il quale non si può andare. Emergono, così, nuovi dilemmi per la pratica medica e assistenziale: per quanto tempo applicare determinate terapie perché non si configuri un accanimento terapeutico? In base a quali criteri decidere eventualmente di interromperle?

Diviene, allora, necessario fare distinzione tra "dovere terapeutico" e "accanimento terapeutico" e stabilire quando una terapia è proporzionata o sproporzionata. E ancora, bisogna individuare quando la sospensione delle terapie è eticamente e deontologicamente doverosa e quando, invece, potrebbe configurarsi come abbandono del malato e, quindi, come un vero e proprio atto eutanasico.

Le risposte appaiono difficili e fortemente condizionate dalla spinta di istanze sociali e culturali a favore dell’eutanasia e dell’abbandono del paziente. E ancora, una malintesa interpretazione della qualità di vita, non più coincidente con quel "bene" che il singolo paziente è in grado di esprimere quanto piuttosto con la presenza di qualità arbitrariamente fissate, spinge a privilegiare solo le "vite di qualità". Per questa ragione prima ancora che dare risposte, bisognerebbe interrogarsi a quale idea di uomo, di vita e di salute si vuole fare riferimento: la questione antropologica è, infatti, il punto di partenza. E, allora, cosa è la dignità umana? La dignità umana è valore intrinseco all’essere umano, che gli appartiene per natura e che non dipende né dalle circostanze esistenziali né dal riconoscimento o concessione altrui: è dal riconoscimento di questo valore intrinseco che nasce la preoccupazione per l’altro e l’esigenza di prendersene cura.

Il fatto che ci si interroghi sui limiti dell’uso delle terapie comporta, poi, di fare distinzione tra atti che salvano la vita, atti che impediscono la morte e atti che rallentano il processo del morire. Il giudizio non può, però, essere formulato a prescindere dal quadro concreto. È per questo motivo che il fatto che una persona debba richiedere, quando ancora non conosce né la situazione clinica né la sua eventuale evoluzione, che vengano sospesi i trattamenti perché si potrebbe configurare una sorta di "accanimento terapeutico", appare alquanto rischioso e oltremodo inutile. Ma cosa si intende per "accanimento terapeutico"?

Con questa locuzione, utilizzata soprattutto nel dibattito italiano e di per sé contraddittoria, si indica il "persistere" in terapie sproporzionate rispetto alle condizioni del malato o perché si tratta degli ultimi momenti della sua vita o perché queste terapie possono portare a una sopravvivenza dolorosa e gravosa, se non addirittura a una patologia provocata dalla terapia stessa. La maggior parte dei testamenti di vita elenca, invece, nella voce "trattamenti" una serie di terapie e mezzi, in cui tutto può essere ricompreso finanche, ad esempio, la rianimazione cardiopolmonare, la respirazione artificiale, la terapia antibiotica, le emotrasfusioni, l’emodialisi, l’alimentazione e l’idratazione artificiale. Un trattamento non può, però, essere considerato in sé sproporzionato se non valutandolo, come già detto, all’interno della situazione specifica e, quindi, non prima che si sia verificata.

Tra i criteri che vengono utilizzati per valutare se una terapia è o meno proporzionata, vi sono: il tipo di terapia; la proporzione tra mezzo e fine perseguito; il grado di difficoltà e il rischio; la possibilità di applicazione; le condizioni generali del malato (fisiche, psichiche, morali). Qualora un intervento si configurasse come un accanimento terapeutico è doveroso sospenderlo, mentre si continueranno le cure normali, la palliazione del dolore, l’alimentazione e l’idratazione, eccetera.

Da quanto fin qui detto, risulta allora evidente che non è possibile stabilire una regola valida per tutti i casi clinici, senza conoscere le condizioni del paziente e il suo decorso clinico. Che si tratti o meno di accanimento terapeutico va valutato caso per caso, anche nell’ipotesi in cui i pazienti in esame fossero affetti dalla stessa patologia. Vi è, allora, il timore che un’indicazione generica e non contestualizzata apra la strada a forme non di evitamento dell’accanimento terapeutico bensì di sostegno ad azioni eutanasiche di tipo omissivo. È, infatti, opportuno ricordare che l’Associazione medica mondiale definisce l’eutanasia, prima di dichiararne l’illiceità,come l’atto «con cui si pone deliberatamente fine alla vita di un paziente, anche nel caso di richiesta del paziente stesso o di un suo parente stretto». La finalità è, quindi, la morte del paziente a prescindere dall’atto che lo genera. Si è di fronte a un’azione eutanasica sia nell’eutanasia attiva (ovvero somministrando un preparato che anticipa volutamente la morte) sia nell’eutanasia passiva (ovvero sottraendo le cure normali, l’alimentazione, l’idratazione).

La sospensione di interventi che si configurano in modo concreto come accanimento terapeutico non è, invece, di per sé eutanasia perché interrompere trattamenti realmente sproporzionati è diverso dal sospendere trattamenti o cure con l’intenzione di anticipare la morte. In altre parole, provocare la morte non è la stessa cosa di permettere che questa subentri per cause naturali che non si possono ostacolare; così come è diverso lasciare morire un malato per negligenza e sospendere terapie che non sono più in grado di fermare il processo che conduce alla morte.

L’accanimento terapeutico va evitato non perché lo richiede il paziente quanto piuttosto perché non è lecito accanirsi sul paziente. Non è, allora, il paziente che deve chiedere la sospensione dell’accanimento terapeutico, bensì il medico che deve decidere quando i trattamenti possono configurarsi come accanimento terapeutico. Il vero problema è che nella prassi clinica decidere cosa sia realmente "accanimento terapeutico" non è semplice e richiede grande competenza professionale e senso della misura. E allora, mettere i medici nelle condizioni di eseguire in modo acritico volontà generiche del paziente significa sottovalutare la loro professionalità.

E, anche nel caso in cui le terapie venissero sospese perché sproporzionate, bisogna evitare di privare il paziente delle cure normali tra cui l’idratazione e l’alimentazione per via parenterale o enterale. Alimentare e idratare un paziente, che non può più farlo in modo autonomo, non è una "terapia" né tanto meno una terapia sproporzionata ma una forma assistenziale di base. Si può anche definire come "alimentazione-idratazione per altra via" dal momento che non è praticabile per via orale. Se l’alimentazione e l’idratazione vengono sospese e il paziente muore, non sarà stata la particolare condizione patologica a farlo morire ma l’omissione delle cure e si configura un atto eutanasico per omissione.

Rientrano nell’assistenza anche le cure palliative, che hanno lo scopo di accompagnare il malato, sollevandolo dal dolore totale, fisico, psicologico, esistenziale e sociale, e di rendere meno penosa la fase finale della vita. Più che un intervento da richiedere con un testamento di vita, le cure palliative sono un atto dovuto proprio in nome del rispetto di quella dignità del morire a cui fa riferimento chi propone documenti contenenti volontà anticipate. Anche nel caso delle cure palliative, non ne viene mai data una chiara definizione esponendo così a un duplice rischio: da una parte, che possano essere ricomprese anche l’alimentazione e l’idratazione, per cui il loro rifiuto maschererebbe forme di eutanasia passiva; dall’altra che la stessa terapia antidolorifica venga utilizzata deliberatamente per finalità eutanasiche, celando così forme di eutanasia attiva.

Quali limiti

I limiti del testamento di vita vanno, però, ben oltre i suoi contenuti e riguardano anche il loro utilizzo. L’espressione di volontà al di fuori di un contesto clinico espone, infatti, al rischio di fare riferimento a una situazione non reale ma astratta. È, anzi, possibile che il verificarsi della situazione concreta possa far variare o sviluppare sentimenti e desideri diversi da quelli espressi in precedenza dal paziente. Questa osservazione emerge dall’esperienza dei medici e del personale sanitario che hanno potuto constatare i profondi cambiamenti che la malattia provoca nell’uomo. Inoltre, la mancanza di un’adeguata cultura medica nella maggioranza dei pazienti può essere alla base di una non completa comprensione delle volontà contenute nel testamento di vita. In altre parole, dal momento che questi documenti vengono redatti in situazioni distanti da un punto di vista cronologico e psicologico rispetto a quelle reali, essi non sarebbero attuali e quindi né affidabili né vincolanti per il medico. Tale condizione di astrattezza non verrebbe superata neanche da alcuni correttivi che si vorrebbero introdurre tra cui la revoca o la modifica delle precedenti volontà e la revisione/redazione ex-novo del documento all’inizio di patologie a lenta evoluzione (Aids, morbo di Alzheimer, malattie tumorali) a decorso sufficientemente noto e passibili di diverse opzioni diagnostico-terapeutiche.

La deontologia

L’eventuale vincolatività di un testamento di vita entra, poi, in conflitto con l’autonomia del medico ridotto a mero esecutore della volontà del paziente e mortificato profondamente nella sua coscienza professionale. La deontologia professionale prescrive al medico che, per intraprendere una attività diagnostico-terapeutica, deve chiedere il consenso al paziente. Ma la stessa deontologia professionale ribadisce che, se richiesto dal paziente, il medico non può porre in essere trattamenti diretti a menomarne l’integrità psichica e fisica e, a maggior ragione, azioni capaci di abbreviarne la vita. Di conseguenza, ogni atto che provochi deliberatamente la morte di un paziente è contrario non solo all’etica medica ma anche alla deontologia. Si aggiunga, inoltre, la difficoltà, a fronte di una volontà non attuale, di comprendere cosa il paziente vuole realmente dopo che l’evento critico, prima considerato solo in modo teorico, si è verificato e di conciliare questa volontà con la consapevolezza del medico che l’evento critico può essere superato.

La questione centrale non è, allora, l’autonomia del paziente, ma i limiti di questa autonomia e l’inevitabilità di un conflitto tra autonomia del paziente e autonomia del medico nel momento in cui l’esercizio di essa venga portato alle sue estreme conseguenze. Chi è chiamato ad aver cura della vita/salute è chiamato a servire la vita stessa: il medico deve rispettare l’autonomia del paziente nel momento decisionale di intraprendere o meno un certo trattamento e nel riferirgli la verità sul suo stato, ma non potrà seguire le indicazioni del paziente quando queste contrastano con il dovere di promuovere la salute stessa o ne anticipino la morte. A questo si aggiunga la difficoltà, evidenziata presso i Paesi in cui esistono leggi in materia di testamenti di vita, di interpretare le volontà espresse in precedenza dal paziente, soprattutto quando viene orientato da altri medici nella stesura di tale documento e la possibilità che, dopo aver steso il documento contenente le proprie volontà, possano rendersi disponibili nuovi trattamenti alternativi non presi quindi in considerazione.

Il bene del paziente

A fronte di queste difficoltà interpretative, è stata proposta la figura del "fiduciario", che dovrebbe farsi interprete delle volontà anticipate del paziente. È, dunque, compito del fiduciario guardare le cose attraverso gli occhi dell’ammalato. Questo è reso, però, difficile dal concorrere di diversi elementi soggettivi: da qui il legittimo dubbio che il fiduciario possa prendere la migliore decisione per l’assistito da lui rappresentato.

Emerge sempre di più l’esigenza di definire un bene più "oggettivo" per il paziente non competente da perseguire con l’intervento medico-sanitario e che non va lasciato in balia delle interpretazioni del fiduciario. Ed è proprio il bene del malato a non essere preso in considerazione in un documento contenente volontà anticipate.

Quando i pazienti hanno la capacità di esercitare la propria autodeterminazione, il rispetto di questa libertà fa parte integrante con il rispetto per il loro bene come persone. È in vista di questo bene che essi, nella scelta e attraverso la scelta, hanno la possibilità di delineare i caratteri di ciò che è bene (e male) per loro. Naturalmente, perché questa scelta sia una vera scelta, occorre che il medico abbia fatto tutto per conferirgli la piena consapevolezza non solo sul piano medico-pratico ma anche su quello dei valori implicati. Con un limite: che in nome della libertà non si vada contro il suo fondamento, la vita. Quando, però, una persona non possiede più la capacità di esercitare la propria autodeterminazione, questa non può rappresentare l’elemento essenziale e decisivo su cui ci si basa quando si valuta il bene di un altro. Ogni esercizio di autodeterminazione che miri a definire cosa dovrebbe o non dovrebbe essere fatto nei propri confronti se e quando egli stesso sarà nella condizione di incompetenza, dovrebbe essere attuato soltanto per quella parte che è coerente e concorda col rispetto del bene del soggetto ora incompetente.

Nel dibattito sul testamento di vita la questione centrale non è, allora, avere un "buon" documento, quanto piuttosto trovare altre modalità che possano realmente garantire quella dignità del morire, che è anche la dignità della persona.

Una rinnovata relazione

Gli interessi del paziente sarebbero, infatti, meglio tutelati attraverso una buona relazione medico-paziente: questo richiede di ricostruire una fiducia erosa dal tempo e dalla malpractice e di aiutare i medici a rispettare nelle scelte la dignità dei pazienti, assicurando loro un reale beneficio medico. Ed anche qualora il paziente non sia più in grado di vivere in prima persona la relazione con il suo medico, è compito di quest’ultimo individuare quali interventi sono sproporzionati in ragione della condizione clinica e possono, quindi, essere legittimamente sospesi e impegnarsi a continuare quelle cure che non solo rendono meno penose le ultime fasi della vita, ma sono anche la più alta manifestazione dell’intima essenza della professione medica: curare laddove non si può più guarire.

Dal punto di vista sociale è necessario creare le condizioni per un migliore esercizio della medicina: attraverso una adeguata organizzazione dell’assistenza sanitaria anche a domicilio, la previsione di sostegno per le famiglie, la creazione di un numero sufficiente di hospice e di strutture per la lungodegenza su tutto il territorio nazionale, il miglioramento dell’accesso alle cure palliative. Il tutto inserito in un contesto culturale in grado di fare realmente spazio alla malattia, alla sofferenza e alla morte: tre "spettri" che fanno indubbiamente paura, ma che non si combattono lasciando che – in nome di un finto esercizio di libertà – scompaiono il malato, il sofferente, il morente.

Maria Luisa Di Pietro    

Questione etica

Copertina del volume.Maria Luisa Di Pietro è l’autrice, insieme con Carlo Casini e Marina Casini, del testo intitolato Testamento biologico: quale auto-determinazione? (Società Editrice Fiorentina, € 12,00) che fa chiarezza senza pregiudizi e con dovizia di documentazione sulla questione che, prima ancora di essere politica, è soprattutto una questione etica, che chiama in causa la visione antropologica. Gli autori illustrano e commentano documenti, progetti di legge, fatti di cronaca e i "luoghi" della sfida determinante per il futuro dell’uomo.

   

BIBLIOGRAFIA

  • Casini C., Casini M., Di Pietro M.L., Testamento biologico: quale auto-determinazione?, Sef, Firenze 2007.

  • Di Pietro M.L., Pennacchini M., La comparsa della Bioetica nei Codici di deontologia medica italiani: profilo storico ed analisi dei contenuti, Medicina e morale 2002, 1 pp. 29-62.

  • Emanuel E.J., Emanuel L.L., Four models of the physician-patient relationship, Journal of American Medical Association 1992, 267(16) pp. 2.221-2.226.

  • Pellegrino E.D., Thomasma D.C., For the patient’s good, Oxford University Press, New York 1988.

  • Spagnolo A.G., "Testamenti di vita e decisori surrogati", in: J. Noriega, Di Pietro M.L. (a cura di), Né eutanasia né accanimento terapeutico. La cura del malato in stato vegetativo permanente, Lateran University Press, Roma 2003, pp. 75-103.








 

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