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n. 3 MAGGIO-GIUGNO 2008

Sommario

EDITORIALE
Fisco a misura di famiglia: una questione di giustizia
la DIREZIONE

SERVIZI
Perché e come realizzare l’equità
PIERPAOLO DONATI

Sussidiarietà e politiche familiari
FRANCESCO BELLETTI

Calcolare il costo dei figli
MARTINA MENON e FEDERICO PERALI

Un confronto europeo
PIETRO BOFFI

L’iniquità a livello locale
ROBERTO BOLZONARO

DOSSIER
Il futuro demografico dell’Europa
LORENZA REBUZZINI

RUBRICHE
SOCIETÀ
Se il fisco non pensa al futuro
BEPPE DEL COLLE

RICERCA
A servizio della genitorialità
FABIO DEGANI

RICERCA
Depressione e pensieri automatici
GABRIELLE COPPOLA e ALESSANDRO FORTE

CONSULENZA
Una coppia squilibrata
MAURIZIO STUPIGGIA

POLITICHE
Uno sguardo oltre l’Italia
DANIELE NARDI

EDUCAZIONE
La cultura del fare condiviso
ROSSANA OTTOLENGHI

MINORI
Interventi per ridurre il disagio
MICHELA GELATI

BIOETICA
Un commovente dialogo "cellulare"
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Accendi la tua Mensa!
PIETRO BOFFI

COMUNICAZIONE
Cercare la verità per condividerla
BENEDETTO XVI

COMUNICAZIONE
Chi ci educa ai media?
LUCIO D’ABBICCO, MICHELE AGLIERI, GIULIO TOSONE, MARCO DERIU

NARRATIVA / SAGGISTICA / RIVISTE

CISF / MONDO

 

 APPLICAZIONI A FINI FISCALI E DI WELFARE

Calcolare il costo dei figli

di Martina Menon e Federico Perali
(ricercatrice e professore ordinario di Politica economica presso il Dipartimento di Scienze economiche dell’Università degli Studi di Verona)
 

Le famiglie chiedono maggiore equità nel trattamento fiscale e nella modalità di accesso al welfare. Bisogna chiarire qual è l’appropriato costo dei figli. Per farlo bisogna distinguere tra il semplice mantenimento e il costo del tempo che i genitori dedicano alla cura e all’educazione.
  

La misura del malessere delle famiglie italiane e delle carenze dello Stato sociale è rivelata dal calo delle nascite. Nel 2002 l’Italia presenta uno dei più bassi tassi di fecondità in Europa: 1,21 figli nel Nord e 1,34 nel Sud per ogni donna in età feconda. Questo fenomeno demografico è accompagnato da una elevata età media alla prima nascita della donna di circa 28 anni e sta determinando un modello familiare sempre più rappresentato dal "figlio unico" (Righi 2003). L’indice di fertilità delle donne in Italia è di molto inferiore non soltanto alla Francia (2 figli per donna), Paese in cui le politiche per la famiglia sono state sviluppate con continuità nel corso degli anni, ma anche rispetto al minimo necessario a mantenere l’equilibrio demografico di 2,1 figli per donna.

La scelta procreativa dipende soprattutto dalla condivisione di un progetto familiare e dalla stabilità della relazione di coppia, ma anche da aspetti economici. Il costo dei figli, dunque, aiuta a spiegare quali sono le circostanze più favorevoli per una scelta di procreazione libera. È anche importante per valutare quali possano essere le politiche più efficaci affinché lo Stato possa garantire a tutte le famiglie uguali opportunità di avere un numero di bambini, in conformità a una preferenza collettiva della società in merito alla dimensione familiare, ai quali sia possibile offrire uno standard di vita adeguato.

Ciò che più stupisce è rilevare che il numero di figli desiderati dalla donna italiana nel 2003, pari a 2,1 (Istat 2003), è più alto di quello di fatto realizzato e che il desiderio di maternità sembra essere simile per le casalinghe, dirigenti e imprenditrici e le donne con diverso grado di istruzione. Questo limite alla capacità di realizzazione della donna come madre sembra essere in netto contrasto con quanto affermato nell’art. 3 della Costituzione italiana che, nel secondo comma, chiarisce: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana...». Il numero dei figli oggi non è più una libera scelta in quanto i figli oggi sono un lusso che non tutte le famiglie si possono permettere. I figli non sono automobili. Queste sono investimenti reversibili che peraltro non sorridono.

La famiglia ha dunque il diritto di reclamare misure economiche che agevolano la formazione della stessa con particolare riguardo alle famiglie numerose, impegno che la Repubblica ha assunto nell’art. 31 della Costituzione, attraverso maggiore equità orizzontale nel trattamento fiscale che dovrebbe garantire che, a parità di reddito, chi ha figli da mantenere non dovrebbe pagare la stessa entità di tasse di chi non ha figli, un accesso al welfare meno discriminatorio e maggiore sensibilità verso una ripartizione più equa delle opportunità di avere figli tra le generazioni di ieri, oggi e domani, tra regioni diverse e famiglie di differente stato sociale. Se è giustificato da parte delle famiglie domandare maggiore giustizia sociale, è importante chiarire qual è la base di informazione corretta su cui dimensionare l’intervento e illustrare come tale informazione può essere utilizzata per fini fiscali o di erogazione di servizi pubblici. Questo è l’obiettivo principale del presente lavoro. L’esposizione volge l’attenzione alla definizione di scala di equivalenza, cioè del costo di mantenimento del figlio, quale strumento che consente di compiere confronti tra famiglie diverse in termini di necessità e di rendere operativo il criterio di equità orizzontale. La sezione successiva analizza le possibili applicazioni a fini fiscali e di welfare.

Il concetto di costo di mantenimento del figlio corrisponde a quello di scala di equivalenza. Questo indice del costo della vita risponde al quesito: «Qual è il livello di reddito aggiuntivo di cui una famiglia composta da due adulti e un bambino ha bisogno rispetto a una famiglia senza bambini, al fine di godere dello stesso livello di benessere economico?». In generale, la scala di equivalenza è un indice del costo della vita che converte le famiglie di diversa composizione in individui identici, consentendo di effettuare confronti di benessere tra individui e famiglie. Se il profilo demografico della famiglia varia solo in relazione al numero dei bambini, la scala di equivalenza corrisponde al costo della vita associato alla presenza di un bambino in famiglia. Per analogia, se il profilo varia in relazione al numero di persone anziane la scala rappresenta il costo di un anziano.

Vignetta.

La scala di equivalenza

Il "costo del bambino", misurato dalle scale di equivalenza, si riferisce al solo costo di mantenimento deducibile dalle spese per beni necessari, quali le spese per l’alimentazione, la casa, i vestiti e altri beni di prima necessità. Gli indici di costo delle caratteristiche familiari sono informazioni fondamentali per la corretta misurazione della povertà e dell’ineguaglianza e per la costruzione di indicatori socio-economici basati su redditi familiari aggiustati per le differenze tra famiglie e per mettere in atto schemi di imposizione fiscale che incorporino criteri di equità orizzontale, cioè che tengano conto in modo appropriato delle differenze tra famiglie.

Per spiegare il concetto di scala di equivalenza usato per considerare il "costo di mantenimento dei figli" introduciamo il seguente esempio. Si pensi a due famiglie che hanno lo stesso reddito e patrimonio familiare e uguale composizione a parità di altre situazioni quali, per esempio, le condizioni lavorative o di salute. In questo caso, non è irragionevole pensare che entrambe le famiglie godono della stessa situazione economica. Supponiamo ora che una delle due famiglie cui ci riferiamo sia composta da due componenti e l’altra da quattro componenti. È intuitivo che la famiglia più numerosa si trova in una situazione economica relativamente meno favorevole. È possibile dedurre la situazione economica di ogni componente dividendo per la dimensione familiare, supponendo che la distribuzione tra i membri sia equa, che ogni membro della famiglia abbia le stesse necessità, e che non vi siano economie di scala all’interno della famiglia.

Così facendo, la situazione economica del membro della famiglia con due componenti è due volte quella del membro della famiglia con quattro componenti. L’ammontare di reddito necessario alla famiglia più numerosa per godere dello stesso livello di benessere della famiglia meno numerosa verrebbe stimato in eccesso in quanto non si terrebbe conto di eventuali differenze nei bisogni dei membri della famiglia e delle economie di scala. Viene spontaneo chiedersi se è corretto trattare allo stesso modo due famiglie con quattro componenti sebbene, per esempio, una famiglia sia composta da una coppia e due bambini al di sotto di sei anni e l’altra famiglia da una coppia e due figli maggiorenni (adulti) o due anziani. Intuitivamente sarebbe iniquo non tenere conto della diversa struttura dei bisogni di un bambino rispetto a quella di un adulto o di un anziano a carico.

Inoltre, attribuire a un bambino peso uguale a quello di un maggiorenne potrebbe costituire un incentivo, tanto più forte quanto più elevato è il peso, a trattenere i figli maggiorenni più a lungo in famiglia per accedere ai servizi sociali. Rappresenterebbe anche un trasferimento implicito a favore di una tipologia familiare situata a uno stadio del ciclo di vita che giustifica attenzioni di politica sociale molto diverse da quelle di una famiglia appena formatasi.

Individuare "cesti" simili

Le scale di equivalenza, dunque, consentono di operare confronti tra persone diverse in situazioni diverse (Harsanyi 1994). Pensiamo, per esempio, a confrontare il costo di mantenimento di un figlio che vive in una famiglia povera e in una ricca.

Certamente la composizione del cesto dei giochi del bambino che vive in una famiglia povera non è altrettanto grande quanto quello di un bambino che vive in una famiglia ricca. Inoltre, il contenuto dei due cestini è probabilmente molto diverso. Nel cesto della famiglia meno abbiente non ci sono giochi elettronici costosi o giochi che richiedono speciali abilità. Il bambino povero non prende lezioni di piano. Anche il cesto dei vestiti è molto diverso sia per la dimensione che per la qualità dei vestiti.

Questa considerazione si può estendere anche per altri beni necessari quali la qualità dell’alimentazione e delle caratteristiche dell’abitazione in cui vivono. La famiglia ricca e il bambino consumano più tempo libero. Ne segue che, per operare un confronto tra bambini che vivono in famiglie povere e ricche, è necessario confinare l’attenzione a "cesti" di simili dimensioni che contengono beni necessari, cioè basare i confronti solo sulle necessità. In questo modo, si cerca di porre in atto nel modo migliore possibile l’esercizio di empatia immaginativa basato sulla nostra capacità di "metterci nelle scarpe" altrui, secondo il quale, quando cerchiamo di confrontare due bambini diversi in situazioni diverse, perlomeno cerchiamo di fare in modo che i bambini si possano "scambiare il paio di scarpe".

Le scale di equivalenza, basate sui consumi di beni necessari, sono indici che servono per operare confronti interfamiliari, mentre non sono una misura del costo dei figli appropriata per spiegare le scelte procreative. In questo caso, il costo dei figli deve includere anche le spese non necessarie e, possibilmente, gli investimenti di tempo per i figli.

Tabella 1.

Deflettori del reddito

Le scale di equivalenza dunque agiscono come un deflettore del reddito familiare per dare luogo al reddito equivalente che misura lo standard di vita delle famiglie e consentono di mettere in atto il criterio di equità orizzontale. Il calcolo del numero delle persone, e dei bambini poveri, quindi dipende in modo critico dalla scelta della scala di equivalenza.

Le scale di equivalenza relative tratte da uno studio di Perali (2006) sono presentate nella tabella 1. La presenza di un bambino con meno di sei anni rispetto al costo della coppia senza figli comporta un aumento dei costi del 19,4%. Rispetto a un adulto equivalente, cioè il membro della coppia, il bambino con meno di cinque anni costa il 38,7%. Il costo di mantenimento del bambino di età compresa tra i 6 e i 13 anni accresce i costi di una coppia senza figli del 16,3% e rappresenta il 32,6% del costo di un adulto equivalente. Un figlio adolescente costa il 35,8% rispetto al costo di un adulto equivalente. L’adulto aggiuntivo, che potrebbe essere anche un figlio non minorenne a carico, costa il 13,3% rispetto a un adulto equivalente.

Per esempio, rispetto a una famiglia di 6 membri composta da una coppia sposata, tre figli distribuiti in modo uniforme nelle tre classi di età e un adulto aggiuntivo, genererebbe una scala di equivalenza familiare pari a 3,2 adulti equivalenti. La dimensione familiare effettiva è quasi dimezzata. La differenza tra la dimensione reale e quella effettiva misura le economie di scala che la famiglia presa per esempio ottiene rispetto a una famiglia composta da 6 adulti equivalenti. Se supponiamo che la famiglia in questione abbia un livello di reddito di 32 unità, allora ogni membro della famiglia gode dello stesso livello di benessere di una famiglia di riferimento composta da un solo adulto pari a 10 unità (32/3,2) che è superiore a quanto avremmo attribuito se avessimo dato a ogni membro uguale peso (circa 5 unità di benessere economico).

La famiglia composta da una sola persona ha un costo di quasi l’80% rispetto al costo di una coppia senza figli a causa soprattutto della impossibilità di suddividere i costi fissi associati alle spese per la casa compresi gli affitti e ad altri beni pubblici familiari. Rispetto a un adulto equivalente, il single sopporta un costo maggiore di quasi il 60%. Se si pensa alla situazione di persone che vivono da sole a causa di separazioni familiari, tale aumento dei costi può generare nuove povertà, in cui i figli sono più poveri di un genitore rispetto all’altro e relativamente più poveri con un genitore e più ricchi con l’altro, e può indurre un forte indebolimento della capacità contrattuale ed educativa di chi contribuisce al mantenimento dei figli.

Costi di adulti e bambini?

È opportuno rilevare che queste stime non sono estese al costo di mantenimento di una persona con disabilità, le cui necessità sono molto diverse se confrontate rispetto a quelle di una persona normale, per mancanza di informazioni adeguate.

Non conoscere il costo della disabilità sia diretto, in termini di qualità della vita e di costo opportunità per il reddito perduto a causa della riduzione delle proprie capacità, sia indiretto, sulla qualità della vita della famiglia che si prende cura del disabile, rende difficile identificare correttamente chi è disabile e quanto è giusto dare sulla base dei bisogni reali. Questo aspetto assume particolare rilievo se si considera che nei Paesi dell’Ocse, la metà delle persone con disabilità severe non riceve benefici e circa un terzo che riceve benefici rivela, quando intervistato, che non è disabile.

Il costo del bambino può essere espresso in termini monetari utilizzando il concetto di scala di equivalenza assoluta che corrisponde alla differenza tra il costo della vita della famiglia di confronto, per esempio la coppia con un bambino, e il costo della vita della coppia senza alcun figlio di riferimento.

Se si considera la spesa media mensile per beni necessari compresi gli affitti delle coppie senza figli con due percettori di reddito, dai dati campionari Istat del 2003, questa risulta di circa 1.500 euro. Capitalizzata al 2008 con un interesse composto pari a un tasso di inflazione medio del 2,5 per cento, si ottiene un livello di spesa di 1.740 euro. Il costo mensile di mantenimento del bambino in termini assoluti per le classi di età considerate nello studio corrisponde a í0-5,6-14,15-18ý = í340 euro, 285 euro, 310 euroý che corrispondono, a titolo esemplificativo per la prima classe di età, a 4.080 euro annui (tabella 2). Si noti che le differenze tra classi di età sono sostanziali.

Tabella 2.

La scala di equivalenza attualmente in vigore (Carbonaro, 1985) non incorpora la distinzione fra adulti e bambini e non distingue tra classi di età dei figli o di altri adulti che fanno parte del nucleo familiare.

Questo limite può avere importanti conseguenze non solo per una corretta misurazione della povertà, ma anche per l’applicazione socialmente giusta del sistema fiscale e del welfare in quanto influenza:

  • la determinazione dei trasferimenti alle famiglie sotto forma di detrazioni o deduzioni;

  • il calcolo del quoziente familiare,

  • l’identificazione di chi è in stato di effettivo bisogno con strumenti di verifica dei mezzi di sostentamento quale l’Indicatore della situazione economica equivalente (Isee);

  • il computo di tariffe appropriate che tengono conto sia della numerosità che della composizione delle famiglie.

L’informazione relativa al costo d’accrescimento dei figli è molto diversa dall’informazione contenuta nella scala di equivalenza che stabilisce che il costo di mantenimento del figlio è, per esempio se ci riferiamo alla prima classe di età, il 39% del costo di un adulto equivalente per tutte le famiglie indipendentemente dal loro livello di reddito. Il costo di accrescimento varia per ogni famiglia e descrive quanto ogni genitore è disposto a ridistribuire ai figli secondo modalità di condivisione delle risorse familiari, sia monetarie sia in termini di allocazione del tempo libero di ogni familiare, specifiche a ogni famiglia.

Conoscendo la propensione a distribuire le risorse ai figli di ogni famiglia, si riesce a identificare le famiglie che sono unfair verso i figli e che pertanto sono relativamente più "egoiste". Di nuovo, il costo di accrescimento non è indipendente dal reddito ed è legato alla presenza dei figli da una relazione inversa, come lo sono le scale di equivalenza, e non descrive le differenze tra famiglie in termini di necessità. Per riassumere, per fini fiscali o di attuazione delle politiche del welfare, che incorporano necessariamente confronti interpersonali, è appropriato usare una misura indipendente dal reddito che consente di comparare i figli di famiglie ricche e povere sulla base di ciò che hanno in comune, cioè le spese per le necessità. Se si usassero informazioni che variano rispetto al reddito, come il costo di accrescimento, si premierebbero le famiglie ricche che si possono permettere un maggiore consumo di beni e servizi per bambini non necessari.

Strumenti per definire

Gli indici di costo delle caratteristiche, cioè le scale di equivalenza che trasformano bambini in adulti equivalenti sulla base del loro costo di mantenimento, sono uno strumento appropriato per incorporare le differenze tra famiglie nell’imposizione fiscale e per definire criteri di accesso ai servizi sociali e sanitari del sistema del welfare a chi ne ha effettivamente bisogno. L’informazione relativa al costo di mantenimento dei figli a fini fiscali e di attuazione delle politiche di welfare può essere utilizzato sia in termini assoluti, per determinare il livello delle detrazioni o deduzioni, sia in termini relativi per derivare il reddito equivalente alla base del calcolo del quoziente familiare, dell’Isee, e delle tariffe per le utenze basate sul consumo effettivo dei membri della famiglia.

Nel calcolo del reddito per adulto equivalente, dato dal rapporto tra reddito familiare e la scala di equivalenza, questa si può interpretare come un indice dei prezzi che deflaziona i redditi in termini di differenze tra famiglie come se fossero prezzi.

Detrazioni/deduzioni. Nel sistema di tassazione vigente su base individuale, l’imposta si applica separatamente al reddito di ciascun componente della famiglia. Della presenza di familiari a carico si tiene conto attraverso le detrazioni d’imposta o le deduzioni dall’imponibile. La correzione per la diversa composizione del nucleo familiare dovrebbe essere sotto forma di un unico istituto di sostegno al reddito che unifichi detrazioni o deduzioni e assegni al nucleo familiare. In teoria, il meccanismo di correzione del reddito individuale dovrebbe generare un reddito per adulto equivalente paragonabile a quello che si otterrebbe da un sistema di tassazione su base familiare quale il quoziente dato dal reddito familiare deflazionato dalle scale di equivalenza. In questo modo si otterrebbe una società di adulti equivalenti, fra loro comparabili, ai quali sarebbe possibile applicare un eguale trattamento fiscale che rispetta il criterio dell’equità orizzontale. Se questo è l’intento, allora la detrazione o deduzione dovrebbe corrispondere al costo di mantenimento dei figli espresso in termini assoluti.

Il livello di detrazione annua per un figlio con meno di tre anni, introdotto nella legge finanziaria del 2006, è di 900 euro a scalare fino a 95.000 euro. L’ammontare di questo trasferimento è circa 4,5 volte inferiore al trasferimento stimato di 4.080 euro.

Quoziente. La stima delle scale di equivalenza assume una particolare rilevanza nei sistemi fiscali in cui l’unità impositiva dell’imposta personale sul reddito è la famiglia e la tassazione del reddito familiare viene effettuata per parti attraverso il calcolo del quoziente. Questo metodo incorpora il criterio di equità orizzontale in quanto l’aliquota si applica sul reddito di un adulto equivalente ottenuto dividendo il reddito familiare complessivo per la scala di equivalenza familiare. Il quoziente riconosce che, a parità di reddito, la famiglia più numerosa è relativamente più povera e corregge la distorsione implicita nei regimi a tassazione separata che penalizza i contribuenti con familiari a carico e le famiglie monoreddito. Le famiglie con uno o due percettori di reddito sono trattate in modo eguale e il riequilibrio per carichi familiari dipende dalla scala di equivalenza, o peso, assegnato ai singoli componenti della famiglia. Nel caso della tassazione su base individuale, la detrazione o deduzione, se prossima al costo di mantenimento dei figli, non dovrebbe avere un effetto sulla natalità. Se però è inferiore, come è nel sistema italiano vigente, allora la scelta di avere figli può essere limitata. Questo problema è risolto in modo intrinseco dal quoziente familiare che incorpora per costruzione le scale di equivalenza.

Vignetta.

Isee. La verifica dei mezzi attraverso il calcolo dell’Isee, dato dal rapporto tra il reddito familiare sommato al 20% del valore patrimoniale e la scala di equivalenza, ha lo scopo di identificare con precisione gli individui che sono in stato di effettivo bisogno e, pertanto, possono accedere ai programmi del welfare al fine di utilizzare in modo efficiente le risorse pubbliche. Lo strumento dell’Isee è di recente introduzione. Sin dai primi stadi di applicazione, l’Isee ha rivelato un grado significativo di errore nell’identificazione di chi è effettivamente eleggibile e una marcata distorsione a sfavore delle famiglie numerose e delle nuove generazioni che dispongono di una componente patrimoniale generalmente trascurabile. Infatti, l’efficacia del targeting dipende in modo critico da: 1 scelta delle scale di equivalenza, che dovrebbe tenere conto delle differenze nella composizione della famiglia, e 2 dalla correttezza con cui si accertano i redditi da lavoro, mobiliari e immobiliari e si attribuiscono il peso alla componente patrimoniale e il livello delle franchigie riguardanti la casa di abitazione. La revisione dell’Isee, anche snellendo la procedura amministrativa, è pertanto urgente. La nuova calibrazione dello strumento dovrebbe essere accompagnata da una attenta simulazione che valuti le implicazioni equitative derivanti dall’adozione di scale di equivalenza che distinguano tra adulti e bambini, del peso attualmente attribuito alla componente patrimoniale, e del livello delle franchigie.

Tariffe. Con l’introduzione delle tariffe si rende operativo il concetto del pagamento per il reale utilizzo delle utenze allo scopo di rendere più equo il prelievo. Per esempio, nel caso della tariffa sui rifiuti, le famiglie pagano non più solo in base ai metri quadri dell’abitazione, ma anche in base al numero e alla composizione dei componenti il nucleo familiare. L’efficacia equitativa della tariffa dipende dalla corretta attribuzione del peso dei singoli componenti determinato in base alla scala di equivalenza.

A tal fine è fondamentale non solo tenere conto della numerosità della famiglia, ma anche del fatto che adulti e bambini hanno consumi molto diversi attraverso la scelta di una scala che differenzi i componenti come quella proposta in tabella 1. Purtroppo, i comuni e le agenzie che erogano i servizi non sembrano uniformarsi a uno standard di utilizzo delle scale col rischio di creare paradossalmente maggiore sperequazione. Spesso, inoltre, le politiche tariffarie comunali hanno una natura di tipo assistenziale e riconoscono alla funzione sociale della famiglia un ruolo minore. Infatti, le tariffe locali tendono a favorire gli utenti che necessitano particolari attenzioni, quali anziani e portatori di disabilità, ma non la famiglia.

Cosa deve fare lo Stato

Il costo di mantenimento di un figlio serve per tenere conto delle differenze tra famiglie per una equa imposizione fiscale e per una corretta identificazione di chi è eleggibile per i programmi di welfare. La conoscenza del costo di mantenimento di un figlio non aiuta a spiegare di per sé perché una famiglia sceglie di avere un figlio in quanto non varia rispetto al reddito. A questo fine la misura appropriata è il costo di accrescimento di un bambino che corrisponde alla spesa totale destinata ai figli e dovrebbe tenere conto anche del valore del tempo investito dai genitori, dell’investimento qualitativo e di altri costi effettivi che variano al variare del reddito.

Nella presente congiuntura economica, caratterizzata da una rapida crescita del costo dei figli sia per la stagnazione dei redditi reali sia per la crescita generalizzata dei prezzi dei beni e dei servizi, le famiglie domandano più equità orizzontale. Lo Stato è pertanto chiamato ad adempiere per quanto riguarda la determinazione di detrazioni più vicine al costo di mantenimento del figlio, di un Isee più "giusto" nell’identificare chi è eleggibile e che non escluda le famiglie numerose e le coppie giovani, e tariffe proporzionate alla dimensione e composizione della famiglia. La realizzazione di questo programma richiede che venga data alla questione familiare alta priorità attraverso un’opera graduale di riallocazione della spesa pubblica, di qualificazione della stessa e una efficace redistribuzione intergenerazionale.

Martina Menon e Federico Perali
    

BIBLIOGRAFIA

  • Carbonaro G., "Nota sulla scala di equivalenza", Commissione di indagine sulla povertà. La povertà in Italia - Studi di base, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma 1985.

  • Harsanyi J., L’Utilitarismo, Il Saggiatore, Milano 1994.

  • Istat, La vita di coppia, Indagine multiscopo sulle famiglie - Famiglia e soggetti sociali, Roma 2003.

  • Perali F., "Stima del costo di mantenimento di un bambino" in Le dimensioni della povertà, ed. G. Rovati, Carocci Editore 2006.

  • Righi A., "Le tendenze di fecondità e partecipazione femminile al mercato del lavoro", Istat, Seminario Cnel-Istat, 2 dicembre 2003, Roma.








 

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