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n. 4 LUGLIO-AGOSTO 2008

Sommario

EDITORIALE
Un ascolto che testimoni la verità nella carità
la DIREZIONE

SERVIZI
Una Chiesa che sa accogliere
SERGIO NICOLLI

Separazioni e divorzi in cifre
GIAN CARLO BLANGIARDO

Famiglie separate in cerca di Dio
ERNESTO EMANUELE

Accompagnamento e consulenza canonica
EUGENIO ZANETTI

La gioia di imparare a "ritrovarsi"
AA.VV.

Separati... anche dalla Chiesa?
LUIGI LORENZETTI

DOSSIER
Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito
DIONIGI TETTAMANZI

RUBRICHE
SOCIETÀ
"Un cattolico a modo suo"
BEPPE DEL COLLE

RICERCA
I nuovi bisogni delle donne
RENATA MICHELI

RICERCA
La famiglia si scopre unita
FUTURE CONCEPT LAB (a cura di)

CONSULENZA
La clinica transculturale
IDA FINZI

POLITICHE
Un settore da sviluppare
FRANCO PESARESI

EDUCAZIONE
Alle soglie della consapevolezza
MICHELA GELATI

MINORI
Handicap: applicare i diritti
LAURA BALDASSARRE

BIOETICA
Se l’assistenza è dignitosa
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Dare tutto senza contraccambio
MARIAPIA CAMPANELLA, ANGELA E PASQUALE CHIANCONE

COMUNICAZIONE
Dalla rivolta al dialogo
BENEDETTO XVI

NARRATIVA / SAGGISTICA / RIVISTE

CISF / MONDO

 

 SITUAZIONI IRREGOLARI

Una Chiesa che sa accogliere

di don Sergio Nicolli
(direttore dell’Ufficio Cei per la pastorale familiare)
 

È necessario cercare le cause della paura dei giovani di fronte al "per sempre" del matrimonio cristiano, come pure accompagnare in modo efficace le coppie in difficoltà, ma è altrettanto importante accogliere le persone sposate che, pur avendo fatto un serio progetto di vita, si ritrovano soli dopo il fallimento.
  

Il tema della Chiesa di fronte alle famiglie in situazione difficile o irregolare è urgente e ineludibile perché avvertiamo un fenomeno preoccupante che si sta sempre più diffondendo e sta cambiando la mentalità: la fragilità della famiglia e le molteplici situazioni che si vengono a creare nella comunità cristiana e nella società civile dopo il fallimento del matrimonio.

Il rischio è che il diffondersi delle situazioni familiari irregolari, soprattutto della convivenza al di fuori del matrimonio e di un nuovo matrimonio dopo il fallimento del primo, produca, anche negli ambienti cristiani, una sorta di assuefazione al fenomeno, che tende a farlo accettare come una evoluzione sociale ineluttabile e che può indurre ad abbassare l’obiettivo, ad annacquare il progetto cristiano sul matrimonio e sulla famiglia.

L’obiettivo va mantenuto alto: anche oggi l’amore, fin dal suo nascere, domanda istintivamente stabilità, anche oggi gli sposi sono chiamati alla santità, come un obiettivo possibile e accessibile a tutti. È necessario, d’altra parte, incontrare le persone lì dove si trovano, in quel punto del loro cammino. 

È necessario cercare le cause della paura dei giovani di fronte al "per sempre" del matrimonio cristiano, come pure prevenire le situazioni di crisi o accompagnare in modo efficace le coppie in difficoltà di relazione, ma è altrettanto importante accogliere le persone che, dopo aver fatto un progetto anche serio di vita matrimoniale, si ritrovano soli dopo il suo fallimento.

Dio continua ad avere su queste persone un progetto di salvezza, che segue spesso strade diverse dai propositi iniziali, e la Chiesa deve porsi a servizio di questo progetto: la presenza di tante persone separate, divorziate o risposate domanda un’attenzione pastorale non minore di quanto richieda l’accompagnamento dei fidanzati o dei giovani sposi.

Per inquadrare in modo corretto queste tematiche, vorrei però fare alcune premesse.

Credere nella famiglia

Nella Esortazione apostolica Familiaris consortio il papa Giovanni Paolo II aveva esortato con forza la famiglia con l’espressione famosa «Famiglia, diventa ciò che sei!»(1); vent’anni più tardi, alla vigilia della beatificazione di Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, ha sentito il bisogno di andare ancora di più alla radice e ha esortato: «Famiglia, credi in ciò che sei!»(2). Dicendo questo, il Papa intendeva orientare anche l’attenzione della comunità cristiana sulla famiglia: Chiesa, credi in ciò che è la famiglia, sacerdoti, credete nel dono che la famiglia rappresenta per la Chiesa! La famiglia è «la via della Chiesa»(3).

Perché la famiglia merita questo atto di fede? Non certo perché è perfetta, ma perché c’è un mistero grande che essa racchiude, un mistero che rinvia al mistero stesso di Dio Trinità. La famiglia cristiana è chiamata ad essere per la sua stessa identità segno sacramentale dell’amore di Dio.

Don Tonino Bello definisce la famiglia «icona della Trinità»(4): l’icona non è un dipinto qualsiasi, è il risultato della contemplazione del mistero che l’iconografo compie in un clima di digiuno e di preghiera; il dipinto che ne risulta, anche se le sue linee a volte sono essenziali e perfino grezze, è uno strumento per aiutare il credente che la contempla a mettersi in comunione con il mistero che essa descrive. Guardando alla famiglia cristiana, anche se presenta un amore a volte impoverito da egoismo e da fragilità, è possibile leggere il mistero di Dio Trinità.

Credere nella famiglia significa ancora comprendere il significato del matrimonio cristiano come un dono che Dio fa non soltanto agli sposi ma alla comunità. Così afferma il Catechismo della Chiesa cattolica(5): «Due altri Sacramenti l’Ordine e il Matrimonio sono ordinati alla salvezza altrui... Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa, servono all’edificazione del popolo di Dio».

Dunque il sacramento del Matrimonio, come quello dell’Ordine, sono ambedue necessari per costruire la Chiesa in modo armonico ed efficace, perché la Chiesa sia in grado di compiere la sua missione. Si va sperimentando con frutti sorprendenti che nasce un nuovo modo di vivere la comunione ecclesiale lì dove preti e sposi lavorano in sinergia, dove i diversi carismi della coniugalità e della verginità si pongono insieme nella testimonianza e nel servizio dell’amore in mezzo al popolo di Dio.

Credere nelle famiglie

Ma perché l’attenzione alla famiglia non diventi una ideologia, un mito che ignora la realtà, è indispensabile che la fede nella famiglia sia concretizzata nella stima e nella fiducia rivolta a ogni famiglia concreta. Quando diciamo che la famiglia è "icona della Trinità", una ricchezza per la società e per la Chiesa, non parliamo delle famiglie "perfette", che non esistono. Parliamo di tutte le vostre famiglie, parliamo anche delle tante famiglie che faticano a vivere l’amore, che presentano tanti segni di povertà, che hanno continuamente bisogno di rinnovarsi nel perdono...

Possiamo "credere nella famiglia" perché ogni storia di vero amore è una storia abitata da Dio, una "storia sacra": Dio si è compromesso con gli sposi nel sacramento e, dal momento che egli è un Dio fedele, non li abbandona più, nemmeno quando la loro vicenda diventa difficile o si impoverisce, nemmeno quando incontra il fallimento umano di un progetto. La povertà e gli errori umani non sono mai così gravi da essere irreparabili perché l’amore di Dio è capace di trasformare persino la valle di Acor, che è la valle della maledizione, in "porta di speranza"(6).

"In punta di piedi"

Dietro ogni matrimonio che è in crisi o che fallisce c’è sempre un percorso di grande sofferenza; quando una persona arriva alla separazione e al divorzio vi arriva sempre logorata da dolore e da tentativi falliti. E di fronte alla sofferenza non dobbiamo mai metterci in una posizione di giudizio ma anzitutto di ascolto e di condivisione. Ogni situazione è complessa e non può essere capita "al volo": chi ci sta davanti ha bisogno di ascolto e di comprensione prima ancora che di consigli.

Chi vive una situazione di difficoltà o di fallimento matrimoniale ha diritto di vedere in colui a cui si confida (sacerdote o laico) non tanto il difensore di un ordine morale costituito, ma un padre o un fratello che cerca di capire la situazione e perciò si sforza di leggere dall’interno il problema perché desidera il vero bene della persona.

È necessario pertanto accostarsi a tutte le situazioni di sofferenza coniugale o familiare "in punta di piedi": con una grande disponibilità ad ascoltare, con il desiderio di capire e con il desiderio di essere solidali. Ogni situazione non va presa genericamente come "un caso" ma va letta come "la storia di una persona". Nessuno può essere dispensato dalla fatica del discernimento, dalla responsabilità verso la verità del Vangelo e verso le singole persone.

Carità nella verità

Il principio ispiratore generale affermato dal Direttorio è quello della "carità nella verità": come Gesù «ha sempre difeso e proposto, senza alcun compromesso, la verità e la perfezione morale, mostrandosi nello stesso tempo accogliente e misericordioso verso i peccatori»(7), così la Chiesa deve possedere e sviluppare un unico e indivisibile amore alla verità e all’uomo.

"Carità" dice attenzione alla persona: "verità" dice attenzione al valore e al significato di una scelta fondamentale che quella persona ha compiuto consapevolmente.

L’indissolubilità

Cosa comporta la fedeltà alla "verità"? La Chiesa sa che il matrimonio è un sacramento che ha ricevuto per amministrarlo per il bene degli sposi e della comunità, e sa che «non è lecito all’uomo dividere ciò che Dio ha unito»(8).

L’indissolubilità è una prerogativa fondamentale ed essenziale dell’amore umano a prescindere da una sua comprensione di fede; due innamorati non tollerano che la loro condizione possa essere temporanea e corra il rischio di finire. Il vero amore contiene in sé stesso l’anelito e l’esigenza della definitività. Anche oggi quando i giovani si innamorano, sentono dentro di loro che l’amore deve essere "per sempre".

Mi ha fatto pensare l’episodio, affiorato alla cronaca più volte alcuni mesi fa, dei lucchetti del Ponte Milvio a Roma. La tradizione dei romani suggerisce agli innamorati di acquistare un lucchetto con due piccole chiavi e di andare sul Ponte Milvio, dove attorno a un lampadario è avvolta una lunga catena; aprono il lucchetto, lo agganciano a un anello della catena e lo chiudono, poi, girando le spalle al Tevere, si baciano affettuosamente e gettano dietro di sé le due chiavi nel fiume. È un gesto altamente simbolico che esprime la convinzione che quell’amore sarà eterno, che nulla e nessuno potrà comprometterlo o spezzarlo.

Ma è anche esperienza comune e diffusa che l’amore umano, che nasce con l’esigenza e l’impegno di essere "per sempre", finisce spesso con l’attenuarsi fino al punto di morire. È frequente cioè che un amore umano, che vorrebbe essere indissolubile, in realtà sia soggetto di fatto al fallimento.

L’indissolubilità oggi è comprensibile pienamente solo alla luce della fede e di una interpretazione sacramentale della propria vicenda di amore. Diventare segno sacramentale dell’amore di Dio significa accettare la logica di Dio, che non si ferma nemmeno di fronte all’infedeltà dell’uomo: «Dio rimane fedele, perché non può rinnegare sé stesso»(9).

Anche quando, dopo aver conosciuto l’amore di Dio, l’uomo si allontana da lui per cercare altrove la realizzazione della propria felicità, Dio non gli volta le spalle ma continua a volergli bene: la sua fedeltà è la roccia sulla quale è possibile in qualunque momento ricostruire l’amore.

Sposarsi "in Cristo e nella Chiesa" non significa semplicemente scambiarsi davanti a Dio una promessa umana di amore per chiedere il suo aiuto e la sua protezione; significa lasciarsi insieme avvolgere dall’amore e dalla fedeltà di Dio fino al punto da impegnarsi a vivere l’amore, con l’aiuto della Grazia perché non è possibile con le sole risorse umane, con la logica della fedeltà di Dio.

Vivere l’amore "in Cristo e nella Chiesa" significa impegnarsi a essere segno sacramentale dell’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa, anche quando essa diventa una sposa infedele. Il matrimonio cristiano comporta perciò l’impegno a rimanere fedeli anche di fronte all’infedeltà.

A questo punto è necessario chiedersi: quante persone che si sposano in chiesa sono consapevoli di questo impegno e hanno capito lo spirito della indissolubilità? Spesso infatti l’indissolubilità viene accettata come legge della Chiesa, ma senza comprenderne la motivazione profonda.

Da una parte viene da pensare che forse molti matrimoni nascono già nulli in sé stessi perché non c’è la comprensione e la scelta di questo connotato fondamentale dell’amore cristiano. Dall’altra dobbiamo sentirci impegnati a una catechesi più esplicita e più motivante verso i fidanzati che si preparano a celebrare il matrimonio cristiano.

L’appartenenza alla Chiesa

Essere fedeli alla "verità" significa anche riconoscere che ogni cristiano in forza del Battesimo, quale che sia il livello della sua fede e la qualità della sua testimonianza cristiana, fa parte della Chiesa, è nella comunione sostanziale di coloro che Dio ha chiamato alla salvezza attraverso la Chiesa. Solo la scomunica interrompe, anche solo temporaneamente, questa comunione sostanziale.

È necessario perciò ribadire che anche chi vive una situazione di non totale comunione con la Chiesa perché contraddice a un impegno assunto con il matrimonio cristiano, parliamo qui dei divorziati risposati, appartiene ancora alla Chiesa, non ne è escluso. Di conseguenza la comunità cristiana deve prendersi cura di questi suoi membri e deve accompagnarli nel cammino spirituale perché possano realizzare pienamente la loro comunione con Cristo.

In terzo luogo, essere fedeli alla verità significa anche interrogarsi sul significato e sul valore della Comunione sacramentale, che sta al cuore dell’esperienza cristiana: «Chiunque indegnamente mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini sé stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna»(10)

Vignetta.

Il sacramento

L’invito alla mensa del Signore non è un invito rivolto a persone perfette, ma a peccatori che riconoscono la propria indegnità e povertà («non sono degno di partecipare alla tua mensa...») e si sforzano di rispondere all’amore di Dio.

Il peccato grave, che impedisce la piena partecipazione al gesto sacramentale della Comunione eucaristica, non impedisce la sostanziale comunione di appartenenza alla Chiesa e la possibilità di essere ancora un membro, anche se malato, del Corpo di Cristo.

È vero che la partecipazione sacramentale alla Comunione eucaristica è uno dei mezzi importanti della Grazia in ordine alla salvezza. Resta vero però anche che le vie della Grazia vanno al di là dei mezzi "normali" con i quali la Chiesa accompagna incontro al Signore.

Spesso la richiesta di molti risposati di accedere ai Sacramenti deriva dalla convinzione che l’unico modo che la Chiesa ha di accogliere è quello di ammettere tutti indistintamente alla Comunione. Forse in certe situazioni è un gesto più efficace di comunione con Dio stare in fondo al tempio, come il pubblicano, e chiedere umilmente: «O Dio, abbi pietà di me peccatore»(11)?

Vediamo ora le diverse situazioni cominciando dai separati. La separazione non deve esser mai considerata come una situazione irreversibile, ma piuttosto come un tempo di ripensamento e di riflessione. Qualche volta sarebbe meglio suggerire a una coppia in una grave crisi di relazione, quando non riesce nemmeno più a parlarsi senza offendersi e farsi del male, la separazione temporanea prima che il conflitto diventi talmente logorante ed esasperante da portare al risentimento e perfino all’odio vicendevole.

Le diverse situazioni

Spesso una ragionevole distanza porta a vedere in maniera più obiettiva, e più benevola, il coniuge e a rendersi conto con sofferenza della sua mancanza. La Chiesa, in certi casi di grave difficoltà a vivere insieme, dopo aver fatto tutto quanto si poteva fare per ricuperare la relazione, ammette la separazione fisica degli sposi e la fine della coabitazione.

I separati sono persone che, avendo attraversato un periodo di intensa sofferenza e spesso portandosi dietro conseguenze di onerose responsabilità, hanno bisogno di attenzione, di affetto, di solidarietà e di aiuto.

Così si esprime la Familiaris consortio(12): «La solitudine e altre difficoltà sono spesso retaggio del coniuge separato, specialmente se innocente. In tal caso la comunità ecclesiale deve più che mai sostenerlo; prodigargli stima, solidarietà, comprensione ed aiuto concreto in modo che gli sia possibile conservare la fedeltà anche nella difficile situazione in cui si trova; aiutarlo a coltivare l’esigenza del perdono propria dell’amore cristiano e la disponibilità all’eventuale ripresa della vita coniugale anteriore».«La loro situazione di vita non li preclude dall’ammissione ai sacramenti: a modo suo la condizione di separati è ancora proclamazione del valore dell’indissolubilità matrimoniale»(13).

Non è raro trovare persone, laici e anche preti, convinti che i separati siano esclusi dai sacramenti: si tratta di una intransigenza immotivata e ingiusta. Esistono anzi molte persone separate che, avendo subìto la separazione, continuano a dare una testimonianza eroica di fedeltà al proprio coniuge: a queste persone potrebbe esser proposto di esercitare, insieme con qualche coppia, il ministero della preparazione dei fidanzati al matrimonio!

L’esperienza del fallimento e della sofferenza talvolta li rende idonei a essere nella Chiesa una grande risorsa che va valorizzata e che può ridare pienezza alla loro vita. Perché questo avvenga, i separati che intendono restare fedeli al coniuge anche quando non c’è più speranza di un rifiorire della vita familiare, hanno bisogno di un forte sostegno e di un accompagnamento spirituale.

Consideriamo ora i divorziati non risposati. Nella maggior parte dei casi la separazione, dopo un certo tempo, si trasforma in divorzio: le attuali legislazioni in Europa agevolano sempre più questo passo. In questo caso è necessario distinguere (per quanto possibile) tra chi ha voluto il divorzio avendolo colpevolmente provocato e chi invece lo ha subito oppure vi ha fatto ricorso costretto da gravi motivi connessi con il bene proprio o dei figli. In ogni caso il credente è consapevole che il divorzio legale non rompe il vincolo coniugale: cercherà pertanto di non chiudere mai definitivamente, per quanto lo riguarda, la possibilità di una riconciliazione.

Vediamo un primo caso: «Nei confronti di chi ha subìto il divorzio, l’ha accettato o vi ha fatto ricorso costretto da gravi motivi, ma non si lascia coinvolgere in una nuova unione e si impegna nell’adempimento dei propri doveri familiari [...] la comunità cristiana esprima piena stima [...] viva uno stile di concreta solidarietà, attraverso una vicinanza e un sostegno, se necessario, anche di tipo economico, specialmente in presenza di figli piccoli o comunque minorenni»(14). Per quanto riguarda l’ammissione ai sacramenti, vale per chi ha subito il divorzio quanto detto sopra per i separati.

Nel secondo caso il coniuge che è moralmente responsabile del divorzio, ma non si è risposato o non vive di fatto una nuova unione, «deve pentirsi sinceramente e riparare concretamente il male compiuto»(15) per poter accedere alla Riconciliazione e alla Comunione sacramentale.

Passiamo ora ai divorziati risposati, la situazione più problematica che riguarda coloro che, dopo il fallimento del primo matrimonio e dopo aver ottenuto il divorzio, passano a nuove nozze. Molte persone che si trovano in questa condizione, non la ritengono in contrasto con il Vangelo perché, con un ragionamento di "buon senso" umano che non va molto per il sottile, affermano che, dopo la sofferenza che ha accompagnato la fine di un matrimonio, nessuno può impedire di rifarsi una nuova vita affettiva; suppongono che Dio stesso, buono e misericordioso, che perdona ogni genere di peccati, anche i più gravi, possa essere d’accordo.

Altre persone invece dopo il divorzio ritrovano la possibilità di una vita serena e passano a una nuova unione civile (non potendo risposarsi in chiesa). Queste persone, «pur sapendo di essere in contrasto con il Vangelo, continuano a loro modo la vita cristiana, a volte manifestando il desiderio di una maggior partecipazione alla vita della Chiesa e ai suoi mezzi di grazia. Sono situazioni che pongono un problema grave e indilazionabile alla pastorale della Chiesa»(16).

La Familiaris consortio(17) afferma chiaramente che i divorziati risposati non possono essere ammessi alla Riconciliazione sacramentale e alla Comunione, «dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio».

Il discernimento

È interessante però quanto affermano i vescovi italiani nel Direttorio di pastorale familiare a proposito di queste situazioni. Pur riaffermando l’impossibilità di accedere ai sacramenti, invitano gli operatori pastorali a un "ponderato discernimento" delle diverse situazioni e affermano: «Ogni comunità cristiana eviti qualsiasi forma di disinteresse o di abbandono e non riduca la sua azione pastorale verso i divorziati risposati alla sola questione della loro ammissione o meno ai sacramenti [...] i divorziati risposati sono e rimangono cristiani e membri del popolo di Dio e come tali non sono del tutto esclusi dalla comunione con la Chiesa [...] si mettano in atto forme di attenzione e di vicinanza pastorale. Ogni comunità ecclesiale, di conseguenza, li consideri ancora come suoi figli e li tratti con amore di madre; preghi per loro, li incoraggi e li sostenga nella fede e nella speranza [...] ci si astenga dal giudicare l’intimo delle coscienze, dove solo Dio vede e giudica»(18).

E ancora la Familiaris consortio esorta i divorziati risposati(19): «Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza».

Non raramente succede però che la sofferenza connessa con il fallimento del matrimonio porta le persone a riscoprire in modo più profondo e convinto la propria fede e il legame con il Signore, così che nella nuova vita coniugale alcuni risposati vivono una vita cristiana molto più impegnata di quanto lo fosse quella precedente. Molti in questa situazione chiedono con insistenza che la Chiesa ammorbidisca la sua intransigenza e li riammetta ai sacramenti. Sono vive in molti settori della Chiesa, anche tra gli operatori di pastorale familiare, le attese che essa adotti, per esempio, la prassi in atto nella Chiesa d’Oriente, dove, dopo un adeguato itinerario penitenziale, i risposati sono riammessi alla Comunione sacramentale(20). Nell’ultimo Sinodo dei vescovi si erano create delle fondate speranze di qualche maggiore apertura della Chiesa in questo campo, limitatamente ad alcune precise situazioni, ma alla fine ha prevalso la decisione di non cambiare la prassi tradizionale.

Si può comprendere tuttavia l’esitazione della Chiesa ad assumere posizioni più aperte su questo punto; ci potrebbe essere il rischio che una riammissione di alcuni divorziati risposati ai sacramenti suoni in pratica come una attenuazione del principio della indissolubilità e la possibilità di un secondo matrimonio.

Il dialogo

Alla indissolubilità del matrimonio cristiano la Chiesa non potrà mai rinunciare, perché in tal caso essa tradirebbe il cuore stesso della sacramentalità coniugale, cioè la possibilità di essere, con la grazia di Dio, segno e strumento della fedeltà di Dio. Tuttavia la complessa problematicità delle particolari condizioni sopra accennate merita ulteriori approfondimenti e domanda che sul tema dell’accessibilità ai sacramenti non si diano risposte fredde e che il dialogo non sia definitivamente cassato.

Bisogna prendere atto che la Chiesa in questi ultimi decenni ha fatto passi da gigante rispetto al passato. In molti interventi del papa Benedetto XVI come anche di singoli vescovi, si esprime una maggiore attenzione alla sofferenza dei risposati che non possono accedere ai sacramenti e una sollecitudine pastorale che li incoraggia a sentirsi ancora parte viva della Chiesa.

Degna di nota, a questo proposito, la Lettera del cardinale Dionigi Tettamanzi «agli sposi in situazione di separazione, divorzio e nuova unione»(21), ai quali l’arcivescovo di Milano si rivolge direttamente dichiarando: «Vorrei con tutti voi aprire un dialogo per condividere un poco le gioie e le fatiche del nostro comune cammino; per provare ad ascoltare qualcosa del vostro vissuto quotidiano; per lasciarmi interpellare da qualcuna delle vostre domande; per confidare i sentimenti e i desideri che nutro nel mio cuore nei vostri confronti».

E prosegue: «Voi, per la Chiesa e per me Vescovo, siete sorelle e fratelli amati e desiderati. E questo mio desiderio di entrare in dialogo con voi scaturisce da un sincero affetto e dalla consapevolezza che in voi ci sono domande e sofferenze che vi appaiono spesso trascurate o ignorate dalla Chiesa [...] Certo, alcuni tra voi hanno fatto esperienza di qualche durezza nel rapporto con la realtà ecclesiale: non si sono sentiti compresi in una situazione già difficile e dolorosa [...] talvolta hanno sentito pronunciare parole che avevano il sapore di un giudizio senza misericordia[...] e hanno potuto nutrire il pensiero di essere stati abbandonati o rifiutati dalla Chiesa [...] Se avete trovato sul vostro cammino uomini o donne della comunità cristiana che vi hanno in qualche modo ferito con il loro atteggiamento o le loro parole, desidero dirvi il mio dispiacere e affidare tutti e ciascuno al giudizio e alla misericordia del Signore».

Queste parole dimostrano che sono notevolmente cambiati i toni rispetto al passato! Una ulteriore apertura riguardo ad alcune situazioni non va attesa semplicemente da un cambio delle regole fatto a tavolino, ma piuttosto da una maggiore vicinanza dei sacerdoti e delle comunità ai fratelli e sorelle che vivono in queste situazioni. In questo momento ci è richiesto di non essere troppo faciloni nel fare passi in avanti che potrebbero disorientare e creare divisioni, ma di impegnarci invece in una effettiva ricerca e accoglienza nelle comunità nei confronti delle persone che vivono queste situazioni e che si sentono ai margini della Chiesa. Dall’esperienza dell’accoglienza probabilmente matureranno i passi successivi.

Comunità accoglienti

È un dato di fatto che quando una persona fallisce nel matrimonio, spesso ritiene di non contare più nulla per la Chiesa, si sente come l’avanzo di un bel sogno fallito, come un coccio di un vaso prezioso rotto... e pensa di essere fuori dalla Chiesa. Bisogna assolutamente aiutare questi fratelli a non sentirsi esclusi dalla comunità ecclesiale, anzi è necessario che le comunità cristiane dimostrino un’attenzione privilegiata, abbiano tutto il riguardo e l’affetto che meritano persone che hanno sofferto e sono arrivate a decisioni difficili e dolorose. È questo atteggiamento di accoglienza e di misericordia che chiedono i vescovi ai sacerdoti e alle comunità cristiane. Al Magistero della Chiesa non sta a cuore soltanto la chiarezza dei principi, ma il bene vero delle persone: i principi sono a servizio delle persone, e il bene delle persone domanda sempre e prima di tutto attenzione, accoglienza, vicinanza, affetto.

Ma che cosa significa accoglienza? Sarebbe una semplificazione ingenua pensare che l’accoglienza si risolva con l’ammettere ai sacramenti: sarebbe una scorciatoia che favorisce il qualunquismo, la confusione e, alla fine, l’indifferenza. Tutto sommato è più facile dare una comunione in più che fermarsi ad ascoltare una persona, accoglierla con il cuore e affrontare con delicatezza qualche problema che deriva dalla sua situazione. Quali iniziative pastorali, allora, si potrebbero mettere in atto perché queste persone si sentano davvero accolte nella Chiesa? Anzitutto è necessario che nella Chiesa si maturi un animo accogliente e si formino delle comunità fatte di uomini e donne accoglienti, attenti alle persone: questo cammino potrebbe esser chiamato "conversione alla carità pastorale". Questa accoglienza domanda un cambio radicale di mentalità da parte dei sacerdoti ma anche da parte delle comunità. Potremmo allora formulare qualche proposta concreta.

Proposte concrete

L’atteggiamento fondamentale che dovrebbe caratterizzare tutti gli operatori pastorali, sacerdoti e laici, per crescere e far crescere nell’accoglienza, è quello dell’ascolto. L’accoglienza inizia sempre con l’ascolto: ascoltare con il cuore per mettersi in relazione con la persona e per capire cosa c’è nel suo cuore, dove ha radice la sua sofferenza, il suo bisogno di comprensione e di simpatia.

È necessario lavorare per una conversione di mentalità nei confronti della crisi di coppia, per arrivare a considerarla non necessariamente un evento fallimentare, ma piuttosto un passaggio naturale del cammino di coppia e un’occasione di crescita(22).

È importante formare persone (anzitutto laici e sposi) e mettere in atto strutture capaci di accogliere e accompagnare le coppie in difficoltà; un intervento tempestivo quando la crisi è in atto può avere il risultato di consolidare la relazione di coppia.

È indispensabile assicurare una formazione adeguata dei sacerdoti, sia nella fase della preparazione in seminario che lungo il cammino della vita sacerdotale: una formazione umana che li renda capaci di relazioni autentiche e di amicizia, in grado di capire i bisogni; è importante però anche una formazione specifica che li prepari a capire i problemi della relazione di coppia e della vita familiare.

Una attenzione maggiore va posta su molte situazioni coniugali per capire dove ci possono essere le condizioni per un riconoscimento di nullità del matrimonio. Spesso infatti la fragilità della relazione ha le sue radici nella mancanza, fin dall’inizio, di uno dei requisiti essenziali del matrimonio (ad esempio la libertà, la maturità necessaria, la disponibilità alla procreazione, ecc.). Gli operatori pastorali devono conoscere quali sono le condizioni più comuni che possono aver reso nullo alla radice il matrimonio.

Più a monte, va operata, sul piano pastorale generale, una "conversione alla comunione". In un contesto fortemente improntato al pragmatismo e all’efficienza, non bisogna trascurare che la vocazione fondamentale del cristiano è una chiamata a entrare in comunione con Dio e a riversare questa comunione nelle relazioni fraterne che creano comunità. In una comunità che vive relazioni intense, le difficoltà di coppia o le situazioni particolari possono meglio venire assorbite e trovare risposte di solidarietà, di sostegno e di aiuto.

Si possono poi creare dei gruppi specifici a sostegno delle persone separate o divorziate, soprattutto di quelle che hanno subìto dolorosamente tale condizione: c’è bisogno di una spiritualità specifica che li motivi e li sostenga alla fedeltà, perché sentano che il loro sacramento rimane efficace per la comunità (a cominciare dai loro figli) nella testimonianza di una fedeltà "a oltranza". Questa fedeltà è possibile soltanto se sostenuta da una robusta vita spirituale e se trova strade di realizzazione dell’amore in tante forme di servizio alla comunità.

Le coppie di divorziati che sono passati a un nuovo matrimonio, se desiderano vivere l’impegno cristiano personale e comunitario vanno invitate a far parte dei gruppi operativi della comunità: Caritas, Giustizia e pace, commissione economica, gruppi di preghiera, di animazione del tempo libero e altre iniziative. Esse vanno aiutate a capire che la loro esclusione dalla Comunione sacramentale, anche se può essere vissuta dolorosamente specialmente dalle persone più sensibili, non è motivo per escludersi dalla ricchezza delle relazioni e delle attività comunitarie.

Sono convinto però che, dopo un primo percorso in un gruppo specifico, i separati, i divorziati, i divorziati risposati, dovrebbero trovare spazio per la loro formazione nei normali gruppi famiglie della parrocchia o nelle altre iniziative per sposi e genitori (gruppi di preparazione al battesimo, percorsi di genitori in parallelo alla catechesi dei figli, gruppi di spiritualità familiare, associazioni e movimenti che curano la formazione di adulti: Azione cattolica, Famiglie nuove, Incontro matrimoniale, Cursillos...).

Conclusione

In conclusione emerge un principio fondamentale: le situazioni familiari di difficoltà o di "irregolarità" non si possono affrontare solo in senso strettamente giuridico; e non si possono chiedere ad altri, nemmeno alla Chiesa, risposte e soluzioni standard che valgano per ogni caso. Anche quando esistono orientamenti e criteri precisi, ogni persona e ogni situazione merita una attenzione diretta.

Una adeguata risposta pastorale e una eventuale soluzione del problema non potranno mai prescindere dalla fatica dell’ascolto, del discernimento, dell’accompagnamento personale: solo attraverso questa fatica le persone potranno ritrovare la comunione con Dio e sentirsi avvolti dall’affetto e dalla premura della comunità.

Don Sergio Nicolli








 

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