Famiglia Oggi.

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n. 4 LUGLIO-AGOSTO 2008

Sommario

EDITORIALE
Un ascolto che testimoni la verità nella carità
la DIREZIONE

SERVIZI
Una Chiesa che sa accogliere
SERGIO NICOLLI

Separazioni e divorzi in cifre
GIAN CARLO BLANGIARDO

Famiglie separate in cerca di Dio
ERNESTO EMANUELE

Accompagnamento e consulenza canonica
EUGENIO ZANETTI

La gioia di imparare a "ritrovarsi"
AA.VV.

Separati... anche dalla Chiesa?
LUIGI LORENZETTI

DOSSIER
Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito
DIONIGI TETTAMANZI

RUBRICHE
SOCIETÀ
"Un cattolico a modo suo"
BEPPE DEL COLLE

RICERCA
I nuovi bisogni delle donne
RENATA MICHELI

RICERCA
La famiglia si scopre unita
FUTURE CONCEPT LAB (a cura di)

CONSULENZA
La clinica transculturale
IDA FINZI

POLITICHE
Un settore da sviluppare
FRANCO PESARESI

EDUCAZIONE
Alle soglie della consapevolezza
MICHELA GELATI

MINORI
Handicap: applicare i diritti
LAURA BALDASSARRE

BIOETICA
Se l’assistenza è dignitosa
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Dare tutto senza contraccambio
MARIAPIA CAMPANELLA, ANGELA E PASQUALE CHIANCONE

COMUNICAZIONE
Dalla rivolta al dialogo
BENEDETTO XVI

NARRATIVA / SAGGISTICA / RIVISTE

CISF / MONDO

 

 FERITI NELL’AMORE

Separati... anche dalla Chiesa?
  

di Luigi Lorenzetti
(direttore della rivista Teologia morale)
  

La pastorale comunitaria deve prendersi cura dei figli e delle figlie che, per propria colpa o di altri, sono in situazioni di sofferenza spirituale e morale. L’ascolto è il primo atteggiamento ed è anche l’indicazione di un metodo che viene spesso trascurato. Ogni caso, infatti, è unico e non inquadrabile in categorie generiche.

Se l’amore tra uomo e donna è la forma più alta dell’amore umano ed «emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono» (enciclica Deus caritas est, 2); se questo amore è stato reciprocamente e sinceramente promesso, si possono comprendere la sofferenza e lo smarrimento quando si arriva alla decisione di mettere la parola fine, forse irreparabilmente, a una storia iniziata nel segno del per sempre.

L’indice in aumento delle separazioni (e dei divorzi) induce a ripensare le condizioni di validità del matrimonio, specie in ordine alle condizioni di libertà, maturità e impegno alla fedeltà. E ripensare le condizioni, che fondano il patto coniugale, conduce sovente alla dichiarazione di nullità, vale a dire alla constatazione che quel patto in realtà non c’è mai stato.

Comprendere prima di giudicare

Occorre, però, evitare superficiali generalizzazioni del linguaggio corrente: «Non c’è da meravigliarsi, oggi ci si sposa in fretta e in fretta anche ci si separa». Una simile lettura induce all’accettazione passiva e, ancora peggio, a una qualche giustificazione di quanto succede. Ma soprattutto non rende ragione a quanti, e sono la stragrande maggioranza, si sono sposati per davvero e, all’altare o in municipio, hanno detto con sincerità le parole più belle e impegnative che un uomo e una donna si possono reciprocamente scambiare in questo mondo: «Amo te e per sempre».

In questa prospettiva appare il dramma della separazione, che sconvolge il presente e rende oscuro il futuro delle persone coinvolte, compresi i figli che sono una componente vitale della relazione che si è interrotta. È particolarmente significativa una testimonianza che, sebbene non sia generalizzabile, obbliga a uscire dalla superficialità nel considerare l’evento della separazione.

Si chiede una persona che ha fatto questa esperienza:«Si deve aver vissuto e sofferto in prima persona il disgusto, l’odio, la colpa, l’umiliazione, le ristrettezze economiche, l’ansia per il futuro, il muro di silenzio, la perdita della maggior parte degli amici, per poter comprendere che cos’è successo e cosa succede alle migliaia di coppie che ogni anno divorziano?».

Questa domanda è un forte richiamo a saper discernere, a comprendere prima che a giudicare. I separati non pretendono facili giustificazioni, non se le danno nemmeno loro; nemmeno si attendono consolazioni di circostanza. Prima che giudizi (o pregiudizi), però, si aspettano partecipazione e ascolto nella prova. Questa attesa spesso rimane delusa.

Vignetta.

Si può riconoscere che, fino a quando permane la speranza di salvare un matrimonio, la comunità cristiana impegna molte risorse, ma se questa speranza viene meno, restano solo il commento fuorviante o il silenzio. Si può anche aggiungere che la comunità cristiana impegna molte risorse finché permane la speranza che i separati non passano a un nuovo matrimonio civile ma, se questa speranza viene meno, subentrano estraneità e allontanamento. In altre parole, la comunità cristiana segue con varie e appropriate iniziative le coppie sposate, si trova invece in difficoltà a raggiungere le diverse situazioni cosiddette irregolari: chi da separato (o divorziato) si avventura in altre storie; chi si risposa; chi si sposa solo civilmente; chi convive.

In riferimento alla parabola evangelica, si può dire che la pastorale della Chiesa segue bene le pecore che sono dentro il recinto; fatica invece a raggiungere quelle che sono fuori, ma che pure le appartengono in forza del battesimo. Ci sono certamente, in controtendenza, lodevoli iniziative, ma ancora rare ed elitarie, nel senso che non fanno parte di una pastorale d’insieme e comunitaria.

La Chiesa, che è madre, non può non prendersi cura di questi suoi figli e figlie che, per propria colpa o di altri, sono in situazioni di sofferenza spirituale e morale. Il card. R. Etchegaray, in un intervento al Sinodo dei vescovi dedicato al matrimonio e alla famiglia (1980), ha ricordato che la Chiesa deve saper raggiungere le famiglie che falliscono e comunicare loro una parola di speranza.

L’importanza dell’ascolto

«Il sinodo deve sottolineare la missione profetica della Chiesa. Il profeta», chiariva, «è colui che offre una lettura inattesa, diversa, trasfigurante di ciò che passa al crogiolo della vita quotidiana; è colui che offre un cammino di luce e di speranza, là dove il sentire comune non vede che ombra e impasse». E aggiungeva: «La Buona Novella deve raggiungere le famiglie che falliscono. Molte di esse attendono una parola di speranza. Noi attendiamo che il Sinodo si preoccupi di inventariare le risorse di cui dispone la Chiesa per aiutare questi feriti nell’amore».

Se in nome della verità, la Chiesa annuncia, difende, promuove il valore (bene) indissolubile dell’unione coniugale, non può non manifestare e rendere presente la misericordia e il perdono del suo Signore a quanti, per cause diverse, hanno mancato al disegno di amore. Proprio per questo, si sente toccata nel profondo, quando è tacciata di intransigenza, di incapacità a comprendere la complessità delle situazioni. Ma come uscirne?

L’ascolto è il primo atteggiamento ed è anche l’indicazione di un metodo che viene spesso trascurato. Ogni caso, infatti, è unico e non inquadrabile adeguatamente in categorie generiche. Il termine separati include situazioni diverse le une dalle altre; come quello di divorziati risposati; e così di altre categorie ancora, come i cattolici sposati solo civilmente.

Situazioni diverse

Il Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia (1993) evidenzia con chiarezza la necessità di considerare la singolarità e la particolarità di ogni situazione, quale condizione imprescindibile di un dialogo salvifico. Al n. 200 si legge: «Sarà cura dei pastori e della comunità ecclesiale conoscere tali situazioni e le loro cause concrete, caso per caso». Soltanto la conoscenza oggettiva, o il più oggettivamente possibile, permette di elaborare una valutazione morale e di indicare proposte pertinenti nella prospettiva della verità e della carità: mai l’una senza l’altra.

L’ascolto abilita la Chiesa anche a farsi ascoltare e a farsi capire. Una domanda è inevitabile: perché il suo messaggio, di fatto, continua a essere sperimentato come esclusivo e quasi punitivo?

Le risposte sono molteplici e, tra queste, il fatto che si trascura sovente il cosiddetto messaggio di ritorno (feedback), cioè la verifica della comprensione effettiva da parte del destinatario. Un’altra spiegazione merita attenzione: dopo una tradizionale pastorale sacramentalista, cioè del "tutto o niente" a seconda dei sacramenti ricevuti o non ricevuti, forse è pretendere troppo quando si esorta (come nel caso dei divorziati risposati e di altri in situazioni irregolari) a ricevere il perdono di Dio anche fuori del sacramento del perdono; a vivere l’eucaristia anche fuori dalla Comunione eucaristica.

Vignetta.

Per molti cristiani, infatti, i sacramenti sono intesi come le uniche ed esclusive mediazioni del rapporto con Dio e con la Chiesa. Di conseguenza, l’esclusione è vissuta come esclusione dalla Chiesa e dalla salvezza e, quindi, sperimentata come una forma di condanna senza appello.

In questi ultimi decenni, la Chiesa si è preoccupata di spiegare (in realtà senza riuscirci del tutto) l’autentico significato del divieto della Comunione eucaristica che non ha nulla di vendicativo o di punitivo. Soprattutto si è preoccupata di indicare le strade aperte che non sono, del resto, estranee e neppure lontane dalla grazia sacramentale: la partecipazione alla liturgia penitenziale ed eucaristica (pentimento interiore e comunione spirituale); la partecipazione alla vita della Chiesa e alle iniziative di carità e di giustizia nel mondo. Agendo in tale modo, la Chiesa è convinta di «comportarsi con animo materno verso questi suoi figli» (Familiaris consortio, 84).

A distanza di quasi trent’anni (il testo magisteriale è del 1980) si può riconoscere che la pastorale della Chiesa non è riuscita a visibilizzare questo "animo materno". Forse perché si è concentrata sul divieto ai sacramenti e non ha saputo, di conseguenza, presentare la norma nella sua globalità, specie nella parte positiva e propositiva. Detto più chiaramente, si è specializzata sulla strada chiusa e non invece sulle strade aperte. D’altra parte, una simile e quasi esclusiva concentrazione sul divieto si è verificata anche da parte dei diretti interessati. Resta l’obiettivo di pervenire a un reciproco avvicinamento.

Una pastorale comunitaria

La Chiesa, comunione-comunità, è chiamata ad accogliere ognuno per quello che è, e ad aiutarlo a diventare quello che ancora non è. Nella famiglia dei figli e figlie di Dio non c’è (almeno non dovrebbe esserci) il giudicante che si autogiustifica («ti ringrazio, Signore, che non sono come gli altri»), e il giudicato (i soliti pubblicani e samaritani). Per tutti, c’è il giudizio giusto e misericordioso di Dio.

Dai pastori ai semplici fedeli, la Chiesa è chiamata a incontrare e dialogare con tutti: con quelli che chiedono i sacramenti e, ancora di più, con quelli che hanno smesso di chiederli, persuasi che ormai sono fuori dalla comunità dei credenti. Sull’esempio di Gesù risorto, che si è accompagnato ai due discepoli di Emmaus senza speranza («speravamo»), spetta alla Chiesa prendere l’iniziativa di incontrare «i feriti dell’amore», condividere la loro sofferenza, porre domande pertinenti, rimproverare, chiarire i dubbi, condurre a leggere gli eventi fino a che, dopo la sosta con il divino Viandante, riprendono con speranza il loro cammino.

La Chiesa è maestra: non può minimizzare, ridurre o abbassare le esigenze etiche del Vangelo per il fatto che le scelte di vita non vi corrispondono. Ma è madre: comprende le persone e le raggiunge dove queste si trovano. A partire dalla situazione quale è, e non quale si vorrebbe, la pastorale sa individuare e indicare una strada di avanzamento per tutti, soprattutto per chi si è fermato o ha deciso di tornare indietro. Se alcune strade sono chiuse, almeno nella situazione presente, la sua preoccupazione la conduce a mostrare altre che restano aperte ed esorta a percorrerle, anzi desidera farsi loro compagna di viaggio. Anche là dove tutto fa sembrare che non c’è più nulla da fare, sa che può dire: «Alzati e cammina».

La pastorale della Chiesa non segue la via della giustificazione dello status quo: giustificare significa impedire di crescere; non segue nemmeno quella della mera disapprovazione, il cui risultato è quello del lasciare le cose come stanno, anzi di peggiorarle; segue, invece, la via della proposta che, a partire dalla situazione nella quale le persone si trovano per colpa o senza colpa, sa indicare una via di uscita che ridona fiducia e speranza. La pastorale della Chiesa ha risorse immense da spendere «per aiutare questi feriti nell’amore».

Luigi Lorenzetti
  








 

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