Famiglia Oggi.

Logo San Paolo.
Sommario.

Numeri precedenti.        

Cerca nel sito.       

n. 4 LUGLIO-AGOSTO 2008

Sommario

EDITORIALE
Un ascolto che testimoni la verità nella carità
la DIREZIONE

SERVIZI
Una Chiesa che sa accogliere
SERGIO NICOLLI

Separazioni e divorzi in cifre
GIAN CARLO BLANGIARDO

Famiglie separate in cerca di Dio
ERNESTO EMANUELE

Accompagnamento e consulenza canonica
EUGENIO ZANETTI

La gioia di imparare a "ritrovarsi"
AA.VV.

Separati... anche dalla Chiesa?
LUIGI LORENZETTI

DOSSIER
Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito
DIONIGI TETTAMANZI

RUBRICHE
SOCIETÀ
"Un cattolico a modo suo"
BEPPE DEL COLLE

RICERCA
I nuovi bisogni delle donne
RENATA MICHELI

RICERCA
La famiglia si scopre unita
FUTURE CONCEPT LAB (a cura di)

CONSULENZA
La clinica transculturale
IDA FINZI

POLITICHE
Un settore da sviluppare
FRANCO PESARESI

EDUCAZIONE
Alle soglie della consapevolezza
MICHELA GELATI

MINORI
Handicap: applicare i diritti
LAURA BALDASSARRE

BIOETICA
Se l’assistenza è dignitosa
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Dare tutto senza contraccambio
MARIAPIA CAMPANELLA, ANGELA E PASQUALE CHIANCONE

COMUNICAZIONE
Dalla rivolta al dialogo
BENEDETTO XVI

NARRATIVA / SAGGISTICA / RIVISTE

CISF / MONDO

 

 CONSULENZA/MIGRAZIONI

La clinica transculturale

di Ida Finzi
(psicologa, psicoterapeuta, Cooperativa Crinali Onlus)
  

Le difficoltà emotive e le ferite all’identità incontrate dalle famiglie e soprattutto dai bambini migranti sono sempre più oggetto di attenzione da parte dei professionisti nel campo delle relazioni di aiuto. Ecco un approccio terapeutico innovativo che si prefigge di sostenere quanti attraversano il delicato processo di adattamento alla cultura del Paese accogliente.
  

Il processo migratorio è in atto in Italia ormai da parecchi anni; intorno alla modalità di accoglienza di famiglie e di bambini migranti sono in corso numerose sperimentazioni. Tuttavia c’è una certa difficoltà a diffondere le buone pratiche o a rendere sistematiche alcune conoscenze. L’alterità non cessa di creare disagio. L’accoglienza di persone diverse e il doversi mettere in una relazione vera non è cosa semplice. Esige un processo difficile di immaginazione e di identificazione che mette in discussione le nostre certezze e i nostri punti di riferimento.

Per aprire una riflessione più approfondita sui processi in campo, è di grande interesse la clinica transculturale, i cui principi permettono di ordinare secondo logiche chiare quanto avviene sia nel processo migratorio sia nel mondo di accoglienza. Il modello al quale faccio riferimento è quello che si è sviluppato in Francia, a seguito delle ricerche di Georges Devereux e delle applicazioni cliniche di Tobie Nathan e di Marie Rose Moro.

L’involucro culturale

Una prima riflessione è aperta dal concetto di involucro culturale. Non esiste, secondo Devereux, l’uomo "nudo", ma ciascuno di noi appartiene a un mondo culturalmente determinato, ed è posseduto e possiede la cultura del suo gruppo di appartenenza. Questa cultura, condivisa con le persone con le quali si vive, famiglia, ambiente esterno, comunità, è relativamente omogenea e contribuisce alla costruzione delle identità sia psichiche che culturali delle persone. Costituisce appunto un involucro, che contiene e delimita il senso di sé e l’appartenenza, permette di condividere rappresentazioni, rituali, impliciti della comunicazione, attribuzione di senso agli eventi e ai comportamenti, pratiche della vita quotidiana, aspettative di ruolo; in sostanza impregna tutti i momenti della vita e tutte le rappresentazioni delle persone che appartengono a quella comunità.

La migrazione, in qualsiasi condizione avvenga, che sia cioè programmata o improvvisa, preparata nel tempo o avvenuta rapidamente a seguito di eventi pericolosi, con il benestare della famiglia o contro il suo parere, facile o avventurosa, sempre comporta una lacerazione dell’involucro culturale. Comporta cioè la perdita dei riferimenti abituali, dei punti di repère culturali condivisi, della sicurezza che proviene dalla possibilità di anticipare significati e comportamenti e dall’omogeneità dei riferimenti con le persone intorno. A volte c’è anche un profondo cambiamento di clima, di colori, di sapori; c’è il vissuto di essere diversi e identificabili attraverso il colore della pelle o il linguaggio, oppure la difficoltà a utilizzare bene la lingua del Paese d’accoglienza. C’è la difficoltà di comprendere comportamenti, burocrazia, risorse e regole di relazione. Insomma un’infinità di elementi che si intrecciano con la vita quotidiana e che provocano una profonda destabilizzazione.

Questa condizione costituisce il trauma migratorio, dal quale nessun migrante, sia esso di modeste condizioni economiche o di alto livello sociale, può considerarsi immune proprio perché il cambiamento di contesto comporta una profonda riorganizzazione di tutta la rappresentazione di sé e delle relazioni con il mondo esterno, oltre che con quello che ci si lascia alle spalle. Naturalmente ognuno utilizza risorse e modalità soggettive per far fronte a questa fase di destabilizzazione. Spesso le difficoltà non sono immaginate in anticipo, sia perché dall’interno del proprio involucro culturale, del quale si è poco consapevoli, non possono essere rappresentate, sia perché chi ha già affrontato la migrazione tende a non raccontare le fatiche che incontra, sia perché il mondo d’accoglienza è fortemente idealizzato.

Il trauma migratorio

Il trauma migratorio riguarda tutti i membri delle famiglie, ciascuno a seconda della propria età, delle aspettative, delle condizioni che deve affrontare, delle risorse di cui dispone e, soprattutto, del contesto che trova nel Paese d’accoglienza.

Si può far fronte al trauma utilizzando le proprie forze positive in una direzione di conoscenza, di arricchimento, di ricerca di nuove soluzioni, ma si può anche far fronte al trauma cercando di rimuovere gli elementi difficili e dolorosi, non pensando al Paese d’origine, sospendendo la fantasia per non soffrire, impegnandosi nelle cose pratiche senza considerare il tempo e il luogo nel quale si vive e quello che si è lasciato. Fra questi estremi ci sono infiniti modi di far fronte alla sofferenza e alla difficoltà. Parliamo qui solo delle difficoltà di tipo emotivo e cognitivo, legate all’identità e alla sofferenza della distanza e della perdita dei legami, non parliamo delle sofferenze concrete legate alla pratica della vita quotidiana: lavoro, casa, denaro, permessi di soggiorno, emarginazione....

Ma bisogna sapere che fra i meccanismi difensivi meno utili e più rischiosi per gli equilibri psichici delle famiglie, dobbiamo annoverare tutti quelli dell’area della scissione, cioè la sospensione, il dimenticare, il non parlare della storia passata, del Paese, della famiglia, il non trasmettere la lingua, le abitudini, la cultura di appartenenza. Infatti questo tipo di meccanismo, se apparentemente allontana la sofferenza, in realtà priva le persone del contatto con parti significative di sé e della propria identità. Inoltre, va sottolineato che fra i fattori cosiddetti di resilienza, cioè di possibilità di sviluppare modalità sane e creative di adattamento nel nuovo ambiente, c’è la qualità dell’accoglienza e la possibilità di incontrare persone che facciano da guida nel mondo nuovo.

A proposito del concetto di involucro culturale è importante riflettere sul fatto che anche tutti noi siamo all’interno del nostro involucro, del quale normalmente non ci rendiamo conto. Possiamo intravederlo se abbiamo noi stessi vissuto un’esperienza migratoria, anche di modeste dimensioni. Possiamo rendercene conto in occasione di viaggi, o di situazioni estranee nelle quali ci siamo sentiti privi di parametri sicuri di riferimento. Normalmente però siamo inconsapevoli di utilizzare riferimenti non condivisi da tutti, a meno che ci troviamo di fronte a persone veramente diverse da noi che ci obbligano a vivere, appunto, un senso di inadeguatezza.

In queste situazioni, però, anche noi utilizziamo meccanismi difensivi, alcune volte banali, dei quali è opportuno imparare a rendersi conto: possiamo diventare irritati, spaventati, disarmati e con un senso di impotenza o incompetenza, dubbiosi, critici, a volte aggressivi, oppure molto affascinati e troppo curiosi, iperprotettivi, paternalistici, o assumere altre modalità di reazione che ciascuno può riconoscere in sé e negli altri.

Infatti l’alterità ci inquieta; ciò che non conosciamo sfida le nostre certezze e a volte viene assimilato al pericolo, alla minaccia; evoca per noi il bisogno di controllare, di utilizzare parametri noti per diminuire la percezione di estraneità. Tutto questo avviene in modo inconsapevole, senza che ce ne rendiamo conto, involontariamente, anche se, in apparenza, abbiamo le migliori intenzioni coscienti e siamo orientati razionalmente in modo positivo.

Genitori e migrazione

Diventare genitori nella migrazione costituisce un ulteriore passaggio nel percorso particolare che le persone migranti devono affrontare. La genitorialità infatti modifica non solo l’organizzazione della vita, ma anche la rappresentazione di sé e la propria collocazione nella genealogia familiare. I figli si collocano all’interno delle famiglie d’origine, secondo aspettative affettive e culturali che riguardano più generazioni. Intorno al concepimento, alla gravidanza, alla nascita e all’allevamento dei bambini in tutte le culture esistono pratiche di protezione che coinvolgono i singoli genitori, la famiglia allargata e la comunità di appartenenza. In molti Paesi d’origine le donne sono accompagnate nel loro percorso verso la maternità dal gruppo delle co-madri, che comprende più generazioni e che costituisce al tempo stesso un contenitore e un sostegno nel processo di cambiamento e di assunzione di responsabilità. L’arrivo dei bambini non un è fatto solo privato, ma è un evento che riguarda la famiglia allargata e il gruppo di appartenenza che mettono a disposizione competenze e risorse per la nuova madre e il suo bambino e lo accolgono dando senso agli avvenimenti, attivando protezione e affiliazione.

Tutto questo, però, non può avvenire nella migrazione. L’accuratezza dei controlli medici, se garantisce la cura fisica della gravidanza e del parto, cosa in genere molto apprezzata dalle donne straniere, non è ovviamente sufficiente a creare intorno alla nuova nascita la "culla" culturale necessaria ad affiliare il bambino e sostenere la madre. Molte donne ci descrivono la tristezza, la solitudine e la depressione che accompagnano la nascita soprattutto del primo bambino nella migrazione e le difficoltà impreviste nell’assunzione della propria competenza in un compito molto atteso e desiderato ma sorprendentemente difficile. Ai genitori e ai bambini manca la presenza del paese, dei nonni e della famiglia allargata anche nel percorso di crescita, nell’utilizzo della madrelingua, nella costruzione di una coerenza culturale fra le cose trasmesse e la loro condivisione nel gruppo. Alcuni hanno la possibilità di mantenere contatti attraverso viaggi frequenti, telefono, mail, per altri questo è più difficile per la distanza o le condizioni di realtà, oltre che per le enormi difficoltà burocratiche nella gestione di permessi, rinnovi e ferie. Nel percorso di crescita facilmente i bambini nati qui diventano più esperti dei loro genitori nella lingua e nell’essere a proprio agio nel mondo di accoglienza. Questo, se è bene per loro, può comportare una perdita di autorità dei genitori, che spesso utilizzano i figli come accompagnatori e interpreti e non si rendono conto che, se non mantengono una posizione autorevole in altro modo, rischiano di rendere fragile il proprio ruolo.

Viceversa, alcuni bambini possono vivere una sorta di conflitto di fedeltà nel loro accostarsi al mondo di accoglienza con competenza e desiderio di integrazione, come se facendo questo potessero abbandonare i genitori e distanziarsi da loro culturalmente e affettivamente. La situazione conflittuale può generare problemi di inibizione all’apprendimento o di insuccessi scolastici.

Costruire nuove appartenenze

La questione dell’identità si ripropone in modo a volte drammatico in età adolescenziale, quando oltre al problema della costruzione di sé e del legame con il gruppo dei pari, si pone il bisogno di autonomia dalla famiglia. I genitori hanno spesso molto timore di perdere il controllo sui figli in un mondo di accoglienza diverso dal loro e percepito come pericoloso e trasgressivo, mentre i ragazzi rischiano di mettere in atto, attraverso comportamenti impulsivi, il conflitto fra le culture che vivono dentro di sé. I bambini e gli adolescenti che nascono nella migrazione sono dei pionieri, devono esplorare il mondo di accoglienza e le sue regole senza poter essere accompagnati dai genitori, che sono cresciuti altrove, hanno frequentato scuole organizzate diversamente, hanno avuto amici e regole in contesti diversi. La seconda generazione deve inventare modalità innovative di integrazione, riuscendo a mantenere un equilibrio fra i due mondi, componendo i conflitti e costruendo nuove appartenenze. È un compito affascinante e creativo, ma molto difficile e doloroso o fallimentare se le condizioni nelle quali si svolge non sono favorevoli, sia per motivi di sofferenza psichica che per difficoltà oggettive troppo pesanti.

Un discorso a parte deve essere fatto sui percorsi di ricongiungimento familiare. Spesso l’arrivo di membri della famiglia a lungo separati costituisce l’obiettivo sognato e perseguito per anni con fatiche e difficoltà da molti migranti. Nella separazione il sogno di riabbracciare i propri figli è per molte donne ciò che dà l’energia quotidiana per una vita di grandi sacrifici. E tuttavia il pericolo è che, quando questo finalmente si realizza, comincino altre grandi difficoltà. La situazione migratoria infatti tiene le famiglie che vivono separate in due mondi lontani in una sorta di sospensione del tempo. Chi parte e non riesce a visitare il paese per anni, mantiene una rappresentazione statica di ciò che ha lasciato; i bambini, affidati piccoli alla famiglia d’origine, non possono essere seguiti nella loro crescita e sono immaginati in un mondo e in un contesto fisso e sospeso; i genitori partiti da anni diventano per i bambini figure irreali e mitizzate, che vivono in luoghi lontani e inimmaginabili. Gli anni che trascorrono, tutti protesi verso un ricongiungimento che spesso deve essere rimandato, non permettono di conoscersi realmente.

Quando il ricongiungimento finalmente diventa possibile non si tratta più di quei bambini e di quei genitori, ma di ragazzi preadolescenti o adolescenti, che non hanno chiesto di venire, che sono cresciuti altrove e che devono lasciare i legami affettivi e le amicizie che costituiscono il loro mondo. Si tratta di genitori sconosciuti, che si sono trasformati negli anni, a volte con famiglie ricostituite con partner nuovi o altri fratelli. L’incontro rischia a volte di essere estremamente faticoso e deludente per tutti, se manca un aiuto a rappresentarsi i cambiamenti avvenuti, i desideri reciproci, gli eventi trascorsi, le attese che ciascuno ha per gli altri. Ma soprattutto se non si riesce a rappresentarsi le trasformazioni che tutti hanno subito nel tempo che è trascorso.

Mediazione culturale

La pratica dell’utilizzo della mediazione linguistico-culturale da parte degli operatori sociali e sanitari, si colloca all’interno del quadro che stiamo delineando e assume, in riferimento a questi concetti, il proprio significato più ricco e completo. Non si tratta infatti di ricorrere a competenze di traduzione, ma di utilizzare la presenza di professionisti specificamente preparati, per poter costruire una comunicazione significativa fra persone che fanno riferimento a modelli culturali, sociali, organizzativi diversi e che necessitano di potersi avvicinare per capirsi in maniera non superficiale. Una buona traduzione, di per sé operazione non semplice, non è sufficiente a stabilire una reale comprensione, e questo tanto più se ci si trova in situazioni di difficoltà o di malattia. Occorre che gli interlocutori siano messi in grado di comunicare e di capirsi su un piano più complesso e profondo e cioè che chi conosce i due mondi aiuti a decodificare gli elementi culturali presenti negli impliciti comunicativi o nelle rappresentazioni, sia da parte degli operatori che degli utenti. I mediatori linguistico-culturali, figure importanti e diffuse in molte realtà, non hanno ancora un riconoscimento istituzionale della loro professione; sono però, nella pratica di molte sperimentazioni, essenziali alla costruzione dell’alleanza, del buon esito degli interventi, dell’efficacia delle indicazioni, dell’assunzione di comportamenti di prevenzione e di tutela della salute, di facilitazione nell’orientarsi nelle risorse dei territori.

Un buon mediatore è bene che sia a sua volta una persona che abbia vissuto la migrazione, che abbia elaborato il trauma migratorio, che conosca bene le due lingue, che abbia seguito un corso approfondito di formazione professionale e che venga aggiornato specificamente a seconda dei luoghi nei quali lavora e regolarmente supervisionato a causa del carico emotivo presente nel lavoro stesso di mediazione.

Come si vede da questi brevi accenni l’accoglienza di famiglie straniere rende necessaria una trasformazione degli operatori e dei servizi, se si desidera mantenere e sviluppare interventi efficaci. Nello stesso tempo le riflessioni che nascono da un approccio transculturale costituiscono un arricchimento per tutti.

Ida Finzi
   

BIBLIOGRAFIA

  • Cattaneo M.L./Dal Verme S., Donne e madri nella migrazione. Prospettive transculturali e di genere, Unicopli, Milano 2005.

  • Devereux G., Dall’angoscia al metodo nelle scienze del comportamento, Biblioteca biografica, 1967.

  • Grinberg L. & Grinberg R., Psicanalisi della migrazione e dell’esilio, Franco Angeli, Milano 1990.

  • Moro M.R., Bambini immigrati in cerca di aiuto - I consultori di psicoterapia transculturale, Utet, Torino 2001.

  • Moro M.R., Genitori in esilio, Raffaello Cortina, Milano 2002.

  • Nathan T., Principi di etnopsicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino 1996.








 

Your browser doesn't support java1.1 or java is not enabled!

 

Famiglia Oggi n. 4 luglio-agosto 2008 - Home Page