Famiglia Oggi.

Logo San Paolo.
Sommario.

Numeri precedenti.        

Cerca nel sito.       

n. 5 SETTEMBRE-OTTOBRE 2008

Sommario

EDITORIALE
Genitori e insegnanti dalla parte dei bambini
la DIREZIONE

SERVIZI
Difficoltà e disturbi di apprendimento
DOLORES ROLLO

Dislessia e nuove tecnologie
LUCA GRANDI

La discalculia evolutiva
DANIELA LUCANGELI

Ragazzi troppo distratti e irrequieti
GIAN MARCO MARZOCCHI, ELENA TIRONI

Scuola, famiglia e diagnosi di DSA
FABIO CELI, STEFANIA NIZZOLI, DANIELA SARTORI

Verso il possibile: l’"insegnante-tutor"
NORINA VITALI

DOSSIER
Caratteristiche del bullismo a scuola
GIANLUCA GINI

RUBRICHE
SOCIETÀ
Lontani dal libro "Cuore"
BEPPE DEL COLLE

RICERCA
Studiare con metodo
ALESSIA ROSA

RICERCA
Un approccio di cura originale
MARIA TERESA SINDELAR

CONSULENZA
Sfidare il limite e affermarsi
MARIA GRAZIA FOSCHINO BARBARO

POLITICHE
Famiglia: un bene per tutti
CARLO PANTALEO

EDUCAZIONE
Insegnare agli alunni stranieri
GIORGIA CONCARI

MINORI
Una speranza per il futuro
CRISTINA MONDADORI

BIOETICA
Nuovi orizzonti terapeutici
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Un dialogo tra due realtà
SERGIO NICOLLI, MIMMO FALCO, ENRICA E MICHELANGELO TORTALLA

COMUNICAZIONE
I media per l’intercultura
MICHELE AGLIERI

NARRATIVA / SAGGISTICA / RIVISTE

CISF / MONDO

 

UNA COMPLESSITÀ GESTIBILE

Ragazzi troppo distratti e irrequieti

di Gian Marco Marzocchi e Elena Tironi
(Dipartimento di Psicologia - Università di Milano Bicocca
Centro per l’età evolutiva - Bergamo)

 

Matteo, un bambino con Disturbo da deficit di attenzione e iperattività, si presenta come irritabile, irrequieto e con grandi difficoltà di adattamento a ritmi di vita regolari. Un attento iter diagnostico e la costruzione di un adeguato clima di fiducia e collaborazione tra scuola e famiglia consentiranno al piccolo di non restare mai "isolato".
  

Raccontiamo la storia di Matteo, un ragazzo di 15 anni che frequenta un istituto professionale di grafica, ben inserito nel suo gruppo di amici, che nei primi anni della scuola primaria ha ricevuto una diagnosi di Disturbo da deficit di attenzione/iperattività - DDAI (trad. della sigla inglese Attention Deficit Hyperactivity Disorder - ADHD).

È un caso prototipico (anche se esiste un’ampia variabilità nelle manifestazioni cliniche del disturbo), ma il suo percorso di vita potrebbe essere simile a quello di altri bambini con ADHD. Matteo fin dalla nascita appare un bambino "difficile": è spesso irritabile, ha difficoltà nell’adattarsi ai ritmi normali del sonno e dell’alimentazione, manifesta un’irrequietezza esagerata che sembra andare ben al di là del normale impulso motorio infantile. Non riesce a stare fermo, neppure quando si tenta di motivarlo mostrandogli giocattoli o promettendogli caramelle: la sua attenzione è limitata e il suo bisogno di muoversi è continuo.

I primi segnali

Crescendo Matteo acquisisce, leggermente in ritardo rispetto ai coetanei, un’adeguata coordinazione motoria e da quel momento diventa un piccolo "vulcano" in attività: si arrampica su ogni mobiletto che incontra lungo il suo cammino, specialmente se ricco di oggetti nuovi e colorati che "incidentalmente" cadono frantumandosi in mille pezzi, corre e salta continuamente sia dentro che fuori casa come se fosse attivato da un "motorino" sempre acceso.

Durante l’età della scuola materna Matteo è allegro e affettuoso, partecipa a qualsiasi attività proposta, ma non riesce a fermarsi su uno stesso gioco un tempo sufficiente per apprenderne le regole: vuol fare sempre di testa sua, così le relazioni con i coetanei diventano spesso problematiche. Matteo non è quasi mai aggressivo con loro e quando viene allontanato dal gioco, concentra la sua attenzione verso stimoli nuovi che gli appaiono più interessanti, finché si accorge che quegli oggetti inizialmente attraenti ed eccitanti perdono improvvisamente il loro fascino e si mette così alla ricerca di qualcos’altro allo scopo di ritrovare quell’interesse.

In famiglia e a scuola

Ma la scuola materna ha le sue regole e i suoi tempi da rispettare: la fila per andare in mensa o al bagno, l’attesa nell’aspettare il proprio turno per parlare, giocare e mangiare, diventano difficili perché Matteo vorrebbe tutto e subito. Le insegnanti sono consapevoli delle difficoltà nel gestire quei comportamenti così imprevedibili e poco controllati, ma non sembrano allarmate e identificano la causa di quell’eccessiva vivacità in una immaturità transitoria comune a molti bambini. Intanto i genitori si sentono sempre più impotenti di fronte ai comportamenti del piccolo Matteo, il quale risponde negativamente alle loro richieste e non accetta facilmente le regole che cercano di trasmettergli. Vorrebbero che al ristorante, al parco-giochi, al bar o alla festa di compleanno del cuginetto, gli altri adulti non li incolpassero della scarsa educazione del figlio, vorrebbero avere maggiori competenze educative, ma credono che a volte servirebbe proprio la bacchetta magica per poter fermare quella "piccola peste".

Di fronte alla scarsa incisività delle loro azioni educative, alternano punizioni severe a eccessivo permissivismo spesso solamente a seconda del grado di stress percepito, determinando così uno stile educativo poco coerente e soprattutto poco efficace.

Ogni bambino nasce con un patrimonio genetico che indubbiamente influenza e condiziona il suo sviluppo futuro e allo stesso modo alcuni fattori ereditari costituiscono una base di partenza da cui non si può prescindere. Tuttavia, il comportamento umano è il risultato di un insieme di fattori che interagiscono tra loro in modo non deterministico, ma secondo dinamiche decisamente complesse e variabili. I fattori biologici, il patrimonio di esperienze dei primi anni di vita (periodo in cui l’encefalo è estremamente plastico e le esperienze assumono una rilevanza indiscutibile) e l’ambiente familiare e sociale in cui il bambino è inserito, interagiscono nella costruzione della sua personalità.

Le cause dell’ADHD

Recentemente anche la ricerca eziologica sull’ADHD si è mossa nella direzione dell’individuazione di fattori di rischio, genetici e ambientali, responsabili della predisposizione alla manifestazione comportamentale tipica del disturbo. Gli studi condotti sui gemelli, forniscono la prova più significativa dell’ereditarietà dell’ADHD. Un bambino con ADHD ha circa l’80% di probabilità di avere un gemello omozigote (identico) con lo stesso problema; se due gemelli sono dizigoti (diversi) la probabilità scende a circa il 30-35%. Negli ultimi decenni sono stati indagati come possibili responsabili della trasmissione del disturbo i geni legati al sistema dopaminergico e noradrenergico che determinano la codifica dei recettori e dei trasportatori del neurotrasmettitore dopamina e della noradrenalina.

È stato rintracciato in alcuni soggetti con ADHD un allele mutante del gene per la codifica del trasportatore della dopamina chiamato DAT1 e un allele mutante del gene per la codifica del recettore della dopamina chiamato DRD4: il rischio di sviluppare il disturbo sarebbe accresciuto del 20-40% nei soggetti portatori delle modificazioni di questi due geni. Le ricerche di genetica molecolare stanno proseguendo poiché non si è ancora giunti a una risoluzione finale. Si suppone infatti che l’ADHD sia un disturbo multigenico, nel quale sono coinvolti decine di geni, capaci di diverse manifestazioni fenotipiche in base all’interazione reciproca.

Nell’ambito delle neuroscienze, gli studi di risonanza magnetica supportano l’ipotesi che le regioni cerebrali coinvolte siano la corteccia prefrontale destra, il nucleo caudato, gli emisferi cerebellari e il verme cerebellare, i quali risultano avere un volume lievemente inferiore alla norma e un funzionamento ridotto. È importante comunque sottolineare che con la strumentazione attualmente a disposizione, non è possibile fare diagnosi di ADHD tramite esami medici di laboratorio. In ambito neuropsicologico, l’indagine sugli endofenotipi rappresenta un recente filone di ricerca relativo alla eziologia dell’ADHD particolarmente promettente. Gli endofenotipi possono essere definiti come dei costrutti intermedi tra manifestazioni comportamentali e fattori eziologici cerebrali congeniti. Sono <<indici comportamentali quantitativi ereditabili che indicano il grado di predisposizione individuale a manifestare un disturbo>>, in grado cioè di predire in modo probabilistico lo sviluppo del disturbo stesso.

Castellanos e Tannock (2002) propongono diversi endofenotipi candidati come predittori della manifestazione dell’ADHD: l’iperattività motoria; l’incapacità di inibire i comportamenti inadeguati; la difficoltà ad attendere; la scarsa consapevolezza del trascorrere del tempo; il deficit nella memoria a breve termine. Il vantaggio costituito da questo tipo di approccio consiste nel fatto che, se confermati, essi consentirebbero sia di superare l’approccio descrittivo del disturbo attraverso lo sviluppo di opportuni test diagnostici e l’evitamento dei problemi derivati dall’uso dei questionari per la valutazione dei sintomi, sia di aprire la possibilità di indagine a diversi fattori che possono interagire tra loro nel determinare il quadro patologico e quindi avvicinarsi lentamente all’individuazione delle effettive cause del disturbo.

L’ambiente educativo

Sebbene sia plausibile l’ipotesi secondo la quale i bambini nascono con una predisposizione a sviluppare o meno tale disturbo, questo non significa che la forma e le sue manifestazioni siano predeterminate. È importante sottolineare come l’ambiente eserciti un’influenza significativa nella crescita del bambino: una famiglia ben equilibrata e strutturata è in grado di fornire al bambino quei punti fermi che risultano indispensabili per una crescita serena. Questa condizione, se è utile per tutti i bambini, lo è ancora di più per un bambino con ADHD, il cui comportamento, essendo poco autoregolato, è molto influenzabile dall’esterno.

Un’educazione coerente, ordinata e regolare, dove i genitori sanno cogliere e valorizzare gli aspetti positivi dei propri figli, dove si insegnano poche regole ma chiare e condivise, che insegna a saper aspettare, che stimola un atteggiamento riflessivo e calmo e dove l’accuratezza nell’esecuzione delle attività è premiata a scapito della frettolosità, rappresenta una condizione ambientale che conduce a un miglioramento del comportamento del bambino con ADHD. Al contrario, relazioni familiari disorganizzate, prive di regole, non aiutano lo sviluppo dell’autoregolazione del bambino. Inoltre, la presenza di familiari con lo stesso disturbo, un basso livello cognitivo del bambino, che di conseguenza avrà meno possibilità di sviluppare strategie di compensazione, così come la presenza di altri disturbi associati, contribuiscono ad aggravare la disattenzione e i comportamenti iperattivi e impulsivi del bambino con ADHD.

La crescita di Matteo

Dopo questo excursus sull’eziologia del Disturbo da deficit di attenzione/iperattività, riprendiamo il racconto della storia di Matteo e vediamo quale evoluzione ha avuto. Con l’ingresso alla scuola primaria la situazione si complica notevolmente: le regole sono aumentate, le richieste da parte degli insegnanti sono diventate costanti e sempre più impegnative.

Matteo ha difficoltà nel mantenere l’attenzione durante la lezione e il rendimento scolastico non è adeguato. I compiti che vengono assegnati sono eseguiti in modo disordinato e contengono molti errori, a volte sembra che Matteo non abbia compreso le indicazioni date dall’insegnante, così i rimproveri sono all’ordine del giorno e le note sul diario sono una presenza costante.

Se a scuola la situazione è complicata, a casa le "lotte" tra Matteo e i genitori per l’esecuzione dei compiti sono frequenti. Matteo oltre a dover svolgere i compiti assegnati a tutta la classe deve portare a termine i lavori non svolti in aula e così le ore pomeridiane trascorrono all’insegna della contrattazione infinita e spesso poco efficace e della fatica sia della madre che del bambino. Le maestre dicono che così proprio non va: Matteo, che frequenta ora la seconda elementare, disturba continuamente i compagni e le insegnanti, si alza spesso dal banco e quando è seduto giocherella insistentemente con pennarelli, fogli, gomme e tutto ciò che ha a portata di mano, dondola sulla sedia, partecipa alle attività ma non rispetta mai il suo turno per parlare. Nei momenti di gioco è condizionato dall’impulsività: si intromette nelle discussioni degli altri, magari per prendere le difese di qualche compagno ma senza valutare l’opportunità di aspettare, tacere, considerare le opinioni altrui, valutare se il proprio comportamento risulterà gradito agli altri.

Per questi motivi Matteo non viene quasi mai invitato alle feste di compleanno dei compagni e raramente viene invitato a trascorrere il pomeriggio a casa di qualche coetaneo.

Il percorso diagnostico

La maestra di italiano considera l’opportunità di una consultazione specialistica e Matteo, dopo essere stato valutato dal neuropsichiatra infantile dell’Asl del suo territorio riceve, ormai in terza elementare, una diagnosi clinica di Disturbo da deficit di attenzione/iperattività di tipo combinato. Secondo i criteri della versione più recente del Manuale statistico diagnostico DSM, il Disturbo di attenzione e iperattività è caratterizzato da un gruppo di sintomi cognitivi classificati come disattenzione e da un gruppo di sintomi comportamentali che rientrano nel quadro dell’iperattività/impulsività.

Il DSM-IV distingue inoltre tre sottotipi di ADHD in base alla prevalenza dei sintomi:

  • prevalentemente disattento qualora siano presenti almeno sei sintomi di disattenzione; 

  • prevalentemente iperattivo-impulsivo qualora siano presenti almeno sei sintomi di iperattività-impulsività; 

  • tipo combinato qualora siano presenti almeno sei sintomi di disattenzione e almeno sei sintomi di iperattività-impulsività. È fondamentale sapere che per formulare una diagnosi di ADHD il clinico deve riscontrare che i sintomi di disattenzione e/o iperattività-impulsività, siano comparsi prima dei 7 anni, si manifestino in più contesti di vita (a casa, a scuola, nelle attività sportive, nei luoghi pubblici...) e si presentino con frequenza e intensità più elevate rispetto all’età di sviluppo, tanto da compromettere significativamente il funzionamento sociale e/o scolastico. Vediamo ora quale potrebbe essere l’iter diagnostico di un bambino con ADHD. Spesso la prima segnalazione, come nel caso di Matteo, proviene dall’ambiente scolastico, dove le insegnanti o lo psicologo interno all’istituto, rilevando le difficoltà comportamentali del bambino, indirizzano la famiglia a un incontro con uno specialista. Prima di affrontare la visita, è opportuno sottoporre il bambino a un approfondito controllo medico da parte di un pediatra allo scopo di escludere altre patologie che potrebbero essere la causa del comportamento iperattivo.

Qualora anche il pediatra ravvisi l’importanza di una valutazione degli aspetti comportamentali da parte di uno specialista, è importante accertarsi che quest’ultimo abbia una specifica competenza sull’ADHD.

Al fine di avere indicazioni utili a tal proposito, genitori, insegnanti, pediatri, educatori possono visitare i seguenti siti internet: 

che, oltre a mettere a disposizione materiali e documenti relativi al disturbo di attenzione e iperattività per promuoverne una maggiore conoscenza, hanno reso consultabile l’elenco aggiornato dei centri regionali di riferimento per la diagnosi e cura dei soggetti affetti da ADHD. Inoltre l’Aidai (Associazione italiana disturbi di attenzione e iperattività) ha attivato un servizio di consulenza telefonica curato dalla dottoressa Eleonora Maj al quale possono rivolgersi tutti coloro che necessitano di informazioni a riguardo (tel. 035/22.30.12). Fare diagnosi di ADHD è una procedura molto complessa che deve tenere in considerazione numerose variabili.

Molti bambini vivaci possono manifestare saltuariamente iperattività motoria, impulsività e distrazione, ma se queste caratteristiche non sono presenti in forma cronica e non creano interferenza con le loro abilità di adattamento, non si può parlare di disturbo. Per la valutazione sono necessarie circa 6 o 7 ore durante le quali il neuropsichiatria o lo psicologo effettua inizialmente colloqui o interviste strutturate con i genitori e gli insegnanti e chiede loro di compilare dei questionari specifici di osservazione (i più utilizzati sono il Child Behaviour Checklist di Achenbach, il Conners Rating Scale, le scale SDAI e SDAG di Cornoldi, i questionari SCOD-I e SCODG di Marzocchi).

Vignetta.

Sebbene i punteggi ottenuti dalla somministrazione dei questionari non corrispondano totalmente alla fotografia del disturbo, essi permettono di raccogliere numerose informazioni in un tempo ridotto. Sottolineiamo che gli insegnanti hanno un ruolo molto importante nell’inquadramento diagnostico poiché vedono il bambino in situazioni in cui si evidenziano maggiormente le sue difficoltà: capacità di mantenere l’attenzione e star fermo a lungo, pianificazione e organizzazione del proprio lavoro, compiti in cui si richiede un protratto sforzo cognitivo. Diventa così comprensibile il fatto che i livelli di disattenzione e iperattività riportati dagli insegnanti siano più elevati rispetto a quelli riportati dagli stessi genitori. Allo scopo di delineare un profilo funzionale e programmare un eventuale trattamento riabilitativo, è necessario somministrare al bambino alcuni test cognitivi e neuropsicologici. Oltre alla valutazione del livello intellettivo generale, è opportuno valutare le abilità di apprendimento scolastico (in particolare la lettura, l’ortografia, la comprensione del testo e il calcolo aritmetico), la memoria, le abilità prassiche e visuospaziali, le funzioni esecutive.

In particolare, i test che valutano queste ultime abilità, le funzioni esecutive, sono risultati essere i più discriminativi per i bambini con ADHD: essi richiedono al bambino coordinazione, programmazione e controllo delle azioni finalizzate al raggiungimento dello scopo. Utili in questo caso sono il test della Torre di Londra e il test Junior Hayling di Tim Shallice.

È utile valutare inoltre la capacità del bambino di sostenere lo sforzo attentivo, cioè la capacità di fornire risposte coerenti per un periodo di tempo prolungato senza rinforzi e a un ritmo rallentato, specialmente utilizzando stimoli uditivi in quanto più discriminativi di quelli visivi. Infine, dal momento che non si dispone di alcun test neuropsicologico in grado di identificare correttamente la presenza del disturbo, assume particolare rilevanza l’osservazione comportamentale del bambino in contesti diversi, tenendo in considerazione che la manifestazione del disturbo peggiora notevolmente in situazioni non strutturate, durante attività ripetitive o noiose, in presenza di distrazioni e quando si richiede uno sforzo cognitivo e un’attenzione protratta, mentre l’ADHD può non essere osservabile in situazioni nuove, interessanti o molto strutturate, quando il bambino è seguito individualmente o quando vengono elargite frequenti ricompense. Nel processo diagnostico è inoltre necessario distinguere tra ciò che è definita "diagnosi differenziale" (distinguere l’ADHD da un disturbo diverso) e ciò che è "comorbilità" (evidenziare l’associazione di un altro disturbo, oltre all’ADHD).

Esistono condizioni cliniche, tra cui i disturbi dell’area psicotica e l’autismo, alcuni disturbi depressivi o di natura ansiosa, che consentono di escludere l’ADHD, mentre la sovrapposizione con i disturbi dell’area cognitiva o linguistica, come il ritardo mentale, i disturbi specifici dell’apprendimento o del linguaggio complicano notevolmente la diagnosi e per stabilire correttamente se il disturbo si presenta in associazione o lo si può escludere, è necessaria la ricostruzione precisa delle tappe evolutive del bambino e il monitoraggio costante dell’evolversi delle problematiche evidenziate.

Il piano terapeutico

Giunti alla formulazione della diagnosi, il clinico predispone un piano terapeutico. Qualora venga ritenuto opportuno anche un temporaneo trattamento farmacologico (solamente nei casi che presentano i sintomi più severi, se si constata che non esistono risorse educative per applicare efficacemente una terapia psicologica o se è necessario sbloccare presto una situazione "cristallizzata"), il paziente viene inviato al centro regionale di riferimento. La valutazione della somministrabilità del farmaco, previa conferma della diagnosi, viene effettuata dal neuropsichiatra del centro e periodicamente monitorata.

Sottolineiamo inoltre l’importanza dell’avvio di un intervento psicoeducativo e a tal proposito, riportiamo i risultati di uno studio americano (MTA Cooperative Group, 1999), dove inizialmente venne enfatizzato il ruolo cruciale del trattamento farmacologico per la riduzione dei sintomi dell’ADHD, ma a un’analisi più approfondita emerse che per i bambini che usufruivano di una terapia combinata (farmacologica e psicologica), era sufficiente una dose minore del farmaco. Considerando non solo la sintomatologia, ma anche le relazioni con i pari e con i familiari e il mantenimento a lungo termine dei benefici, i bambini che avevano usufruito della terapia psicologica dimostravano maggiori vantaggi rispetto a quelli trattati solo farmacologicamente. A Matteo e alla sua famiglia, dopo la diagnosi, viene proposto un intervento basato su un approccio multimodale che prevede il coinvolgimento del bambino, dei genitori e degli insegnanti; ma occorre sottolineare che ogni scelta terapeutica deve essere adattata alla singola situazione, tenendo in considerazione diversi fattori, quali la presenza di comorbilità o l’ambito familiare e sociale nel quale il bambino è inserito. Descriviamo ora più dettagliatamente gli interventi che possono essere proposti in un caso di disturbo di attenzione e iperattività.

Il lavoro che coinvolge direttamente il bambino con ADHD potrebbe prevedere un intervento cognitivocomportamentale individuale, con il quale il bambino acquisisce un pensiero più riflessivo e strategico attraverso l’insegnamento di tecniche metacognitive (autoistruzioni verbali, auto-monitoraggio e problem solving) che permettono lo sviluppo di un dialogo interiore necessario ad affrontare le situazioni difficili che si presentano quotidianamente e contribuiscono a rendere il bambino più consapevole dei suoi comportamenti al fine di aumentare l’autocontrollo. Si sono rivelati di grande utilità anche i training di gruppo sulle abilità sociali che migliorano la capacità del bambino di relazionarsi positivamente agli altri e contribuiscono al raggiungimento del suo benessere personale.

Il "parent training"

Parallelamente all’intervento sul bambino, è auspicabile l’avvio di un progetto di parent training semistrutturato (incontri strutturati ma con una certa flessibilità per riuscire ad affrontare i problemi quotidiani dei figli) con i genitori che possa essere in primo luogo di supporto psicologico alla coppia. Durante gli incontri vengono fornite informazioni corrette sul disturbo del figlio, si raccolgono le preoccupazioni e interpretazioni del problema e si insegna loro un metodo per analizzare le situazioni, allo scopo di identificare i fattori che favoriscono l’instabilità comportamentale del bambino. Viene inoltre fornito un sostegno ai genitori per strutturare la loro vita familiare introducendo abitudini, routine e regole che aiutino il bambino a prevedere ciò che succederà in famiglia. I genitori diventeranno così consapevoli dell’importanza delle loro modalità educative che, se improntate alla coerenza, alla costanza e alla valorizzazione degli aspetti positivi del figlio, avrà ripercussioni positive sull’evoluzione del bambino e sull’intero clima familiare.

Il terzo ambito di intervento riguarda sicuramente la scuola e prevede una consulenza sistematica agli insegnanti che ha lo scopo principale di ridefinire le attribuzioni sull’alunno, agevolare una riflessione costruttiva sul proprio stile di insegnamento, acquisire quelle tecniche di gestione della classe che potrebbero essere utili per migliorare il comportamento del singolo bambino e dei compagni, ricevere suggerimenti su particolari strategie didattiche che possono facilitare e potenziare l’apprendimento del bambino con ADHD.

Vogliamo infine sottolineare l’importanza che riveste una proficua collaborazione tra scuola e famiglia e che, nel caso specifico di Matteo, ha contribuito in maniera essenziale alla buona evoluzione della storia.

Il ruolo della scuola

Utilizzare modalità comunicative colpevolizzanti da entrambe le parti (insegnanti che accusano i genitori di scarse capacità educative, genitori che credono, a loro volta, che gli insegnanti siano incapaci di fare il loro lavoro), instaura un circolo vizioso che certamente ostacola il dialogo e non favorisce un sereno e appropriato clima di sviluppo per il bambino.

Diviene così indispensabile costruire un clima di fiducia e collaborazione e favorire la condivisione e una certa omogeneità di modalità educative tra casa e scuola: se è utile assumere atteggiamenti educativi omogenei, coerenti e condivisi nei vari contesti per tutti i bambini, lo è ancora di più per i bambini con ADHD che hanno bisogno di essere regolati dall’esterno a causa delle loro difficoltà di auto-controllo. Ecco alcuni accorgimenti che insegnanti e genitori potrebbero mettere in atto: definire e mantenere regole semplici e chiare, utilizzare commenti positivi e tempestivi come rinforzi, comunicare i comportamenti desiderati in modo positivo, non punire il bambino togliendo l’intervallo o altre attività motorie, evitare le minacce e applicare le conseguenze concordate, concedere pause brevi ma frequenti durante i compiti più faticosi e definire con chiarezza i tempi per svolgere le attività giornaliere.

Potrebbe essere inoltre costruita una scheda di comunicazione scuolafamiglia dove vengono definiti in maniera condivisa tra insegnanti, genitori e bambino, alcuni obiettivi relativi a comportamenti da modificare, stabilendo punti e riconoscimenti. Gli obiettivi devono essere inizialmente molto accessibili in modo da permettere al bambino di raggiungerli facilmente e consentire così a insegnanti e genitori di ricompensare anche piccoli cambiamenti. Ogni giorno sia genitori che insegnanti controllano la scheda dove sono annotate le comunicazioni e i comportamenti e provvedono ad assegnare le ricompense previste. Anche i compiti a casa, che solitamente generano contrasti e scontri su tutti i fronti, potrebbero diventare un terreno utile su cui lavorare insieme.

Riflessioni conclusive

Per concludere, abbiamo potuto capire come l’ADHD sia un disturbo molto complesso, che richiede tempo, impegno e necessita di un lavoro attento, chiaro e costante soprattutto da parte degli adulti.

La storia di Matteo ha avuto un’evoluzione positiva grazie al suo lavoro individuale, grazie alla partecipazione attiva dei genitori che si sono dimostrati disponibili a ristrutturare l’immagine che si erano costruiti di Matteo, prima visto solamente come "una piccola peste che si comporta male apposta per renderci nervosi" e soprattutto grazie al coinvolgimento degli insegnanti che hanno saputo modificare l’atteggiamento negativo nei confronti del bambino e hanno posto le basi per una collaborazione proficua tra scuola e famiglia.

Matteo ha ottenuto risultati positivi a scuola dove ha potuto far crescere quel talento presente fin dall’infanzia che si chiama "fantasia" applicandolo ai suoi lavori di grafica ed è accettato nel gruppo-classe anche per quella sua personalità estrosa e a volte un po’ confusionaria. Certo, alcune difficoltà permangono: Matteo è un adolescente ancora poco autonomo che necessita di un supporto esterno che lo aiuti a pianificare e organizzare i compiti scolastici e i suoi molteplici interessi. Inoltre la sua impulsività lo porta a compiere azioni e a dire frasi di cui poi si pente, per cui i rapporti con i coetanei spesso sono caratterizzati da tensioni. Il suo bisogno di ricercare nuovi stimoli e provare nuove sensazioni hanno aumentato il rischio che Matteo cominciasse a frequentare "cattive compagnie", ma in questo caso l’aiuto dei genitori, degli insegnanti e degli amici è stato fondamentale poiché gli hanno dato modo di capire l’importanza di valorizzare l’esistente e apprezzare il presente.

Purtroppo non tutti i casi hanno questa evoluzione. La fortuna di Matteo è stata quella di aver vissuto in un ambiente accogliente, capace di tollerare certi atteggiamenti poco coerenti e impulsivi, capace di strutturare certe situazioni e regolare alcuni suoi comportamenti. La sua fortuna è stata quella di aver incontrato insegnanti curiosi e capaci di comprendere e sintonizzarsi sulle sue difficoltà, che hanno saputo mantenere un rapporto di ascolto e fiducia nei confronti della sua famiglia.

Forse, se non ci fosse stata l’interazione positiva di queste variabili, la vita di Matteo sarebbe stata molto più difficile e più elevato sarebbe stato il rischio per lui di presentare altre problematiche comportamentali o di natura emotiva. Se un bambino durante la sua vita ha fatto esperienza di numerosi fallimenti di cui è stato colpevolizzato, probabilmente non svilupperà un’adeguata autostima e potrà più facilmente essere pervaso da un senso di frustrazione e impotenza che accentuerà la sua fragilità psicologica. Ma questa è un’altra storia.

Gian Marco Marzocchi
e Elena Tironi
   

BIBLIOGRAFIA

  • Castellanos F.X., Tannock R., "Neuro-science of Attention Deficit/Hyperactivity Disorder: the search for endophenotypes", Nature Review Neuroscience, 3/2002, pp. 617-628. 
  • Corbo S., Marolla F., Sarno V., Torrioli M.G., Vernacotola S., Il bambino iperattivo e disattento. Come riconoscerlo ed intervenire per aiutarlo, Edizione Franco Angeli 2002. 
  • Cornoldi C., De Meo T., Offredi F., Vio C., Iperattività e autoregolazione cognitiva, Edizioni Erickson 2001.
  • Di Pietro M., Bassi E., Filoramo G., L’alunno iperattivo in classe, Edizioni Erickson 2001.
  • Fedeli D., La sindrome di Pierino. Il controllo dell’iperattività, Giunti Editore 2006.
  • Marzocchi G.M., Bambini disattenti e iperattivi, Edizioni Il Mulino 2003.
  • MTA Cooperative Group, "I. A 14-month randomized clinical trial of treatment strategies for attention-deficit/hyperactivity disorder. II. Moderators and mediators of treatment response for children with attention-deficit/hyperactivity disorder" Archives of General Psychiatry 56/1999, pp. 1073-1096.
  • Perticone G., Deficit dell’attenzione iperattività e impulsività: linee guida per la conoscenza e l’intervento, Armando Editore 2005.
  • Vio C., Marzocchi G.M., Offredi F., Il bambino con deficit di attenzione / iperattività. Edizioni Erickson 1999.

 








 

Your browser doesn't support java1.1 or java is not enabled!

 

Famiglia Oggi n. 5 settembre-ottobre 2008 - Home Page