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n. 6 NOVEMBRE-DICEMBRE 2008 EDITORIALE SERVIZI
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UNO SGUARDO STORICO
Quando l’economia era domestica di
Vera Zamagni Le
trasformazioni della società hanno comportato un grave depotenziamento
dell’economia domestica, ridotta a somministrare ai suoi membri un
potere d’acquisto ritenuto quasi sempre insufficiente, e quindi fonte
di gravi litigi, per consumi sempre più individuali, effettuati
largamente fuori dalla casa.
L'economia nasce domestica. Ormai sfugge ai più che il significato etimologico della parola "economia" è quello di "governo della casa" e dunque non si dovrebbe parlare di "economia domestica", in quanto l’economia è intrinsecamente domestica. Se è oggi necessario accostare al sostantivo l’aggettivo, è perché la parola "economia" ha assunto un significato diverso da quello originario. È utile dunque ripercorrere brevemente il processo storico che ha portato a questo esito, in quanto attraverso questa riflessione sarà possibile recuperare alcuni elementi importanti per le conclusioni che intendo offrire. Con la rivoluzione agricola del settimo millennio prima di Cristo, il grosso della popolazione divenne stanziale: chi lavorava i campi, ed era la stragrande maggioranza, viveva in modeste abitazioni disseminate nelle campagne e la sua economia era fatta del lavoro della famiglia sostanzialmente per l’autoconsumo; chi viveva nelle poche città, esercitava un lavoro artigianale o commerciale, di nuovo a misura di famiglia (il laboratorio o il negozio era incorporato nell’abitazione). I membri della famiglia erano tutti attivi e, come si direbbe oggi, "multitasking", ossia provvedevano autonomamente a quasi tutte le necessità di produzione e di consumo di beni e servizi, con un basso livello di specializzazione dei compiti. L’economia era dunque domestica, in quanto era a livello della singola famiglia, che doveva mantenere in equilibrio produzione e consumi, con qualche occasionale "risparmio" per i tempi peggiori, ma non una vera e propria accumulazione, che i bassi livelli di produttività non permettevano. A questo destino si sottraeva solo una piccola quota di popolazione, formata dai governanti e dalle loro corti, dai militari e dai politici, dai filosofi e dai custodi dei templi, i quali ricevevano e consumavano il modesto sovrappiù che l’economia domestica riusciva a produrre in cambio dei loro servizi "specializzati". La dimensione del mercato era piccola, perché la stragrande maggioranza della produzione non passava per il mercato. Eppure, nessuno si sognerebbe di dire che la gente dell’epoca "non lavorava", perché praticava rari scambi di mercato e non riceveva un reddito monetario. Con la rivoluzione commerciale dei secoli XII-XVII e ancor più con la rivoluzione industriale dei secoli XVIII-XX, la produzione dei beni venne progressivamente esternalizzata dalla casa, e quindi dalla famiglia: l’agricoltura, che resta ancora oggi l’unica attività tipicamente "stanziale", occupa nei Paesi sviluppati non più del 5% della forza lavoro, mentre il lavoro industriale si fa in larghissima prevalenza nelle fabbriche, lontane e completamente separate dalle case, e anche i servizi si producono in strutture comode per i clienti (si pensi al supermercato, agli aerei, alle palestre, agli alberghi, ai treni), ma certo non per chi ci lavora. Le eccezioni esistono e sono le imprese "familiari" in agricoltura come nell’industria e nei servizi, che mantengono ancora molti degli aspetti di "casa e bottega" esistenti nel passato. La mobilità del lavoro si è notevolmente accentuata, in particolare in quelle attività che hanno assunto una dimensione globalizzata e che richiedono un continuo monitoraggio degli affari in più località, anche molto distanti fra di loro. Quali sono state le implicazioni di questa "esternalizzazione" della produzione di beni e servizi? La prima conseguenza è stata quella di aumentare molto la specializzazione produttiva, con conseguente aumento delle dimensioni del mercato degli scambi, dicotomizzando il lavoro: il lavoro erogato per produrre beni e servizi che passavano per il mercato è diventato "il" lavoro, mentre il lavoro erogato per produrre beni e servizi in casa, che non passavano per il mercato e dunque non ricevevano un compenso in moneta, è stato progressivamente concentrato in una figura di "angelo della casa", che è toccato alla donna di assumere. Il motivo è molto semplice: la donna per le sue caratteristiche fisiche ha dovuto sempre privilegiare il suo ruolo di generatrice, tanto più in un ambiente in cui la mortalità infantile era elevata (e dunque il tasso di natalità doveva restare particolarmente alto) e la mobilità bassa (e dunque la società dipendeva dalla sopravvivenza endogena della popolazione). Questa priorità sociale non aveva impedito alla donna la partecipazione attiva al versante produttivo dell’economia fino a quando l’economia si mantenne "domestica", ma quando la produzione venne esternalizzata il "multitasking" subì una grossa battuta d’arresto: l’uomo si identificò progressivamente con il lavoro fuori casa remunerato in denaro e la donna con il lavoro in casa di amministrazione della famiglia. Nacquero così le "casalinghe".
L’equilibrio familiare Per un lungo periodo di tempo, un qualche equilibrio venne mantenuto in presenza di questa compartimentalizzazione delle funzioni, perché l’economia domestica continuava a mantenere i suoi aspetti "produttivi". La famiglia aveva figli numerosi e la madre di famiglia svolgeva parecchi ruoli: cuoca, lavandaia, sarta, insegnante, infermiera, confidente e consolatrice. Il motivo principale per cui questo equilibrio resisteva, sia pur con qualche problema, era il seguente: la società continuava ad annettere un alto valore alla famiglia e alla prole, cosicché la donna, sia pur con il sacrificio dei suoi talenti individuali, ricavava soddisfazione dal ruolo sociale che svolgeva, che le veniva riconosciuto. Ma era un equilibrio che pian piano venne eroso da alcuni fattori che hanno finito per farlo interamente saltare. Il primo fattore da menzionare è la tecnologia. Proseguendo nella sua corsa incessante al miglioramento di prodotto e processo, la tecnologia ha offerto macchine e strumenti che hanno sollevato talmente il peso della produzione di servizi familiari da accorciare assai i tempi necessari per il lavoro domestico: frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, forni, detersivi, prodotti alimentari conservati e pronti per l’uso hanno "liberato" il tempo delle casalinghe. Per fare un solo esempio, chi di noi, come me, ha qualche anno sulle spalle, si ricorda come si cucinava la polenta: qualcuno, di solito la "massaia", io mi ricordo la nonna, doveva stare a lungo davanti al paiolo a mescolarla continuamente; e ogni volta che la si voleva mangiare, bisognava cucinarla exnovo. Oggi, una farina adeguatamente trattata permette di ottenere la polenta in una pentola qualunque nel giro di qualche minuto, ma il prodotto si può comperare anche già cotto, solo da riscaldare in un minuto al forno a microonde. Anche sul piano dei servizi, se ne possono comperare sul mercato di ogni genere: di baby-sitter e di badanti per gli anziani, di insegnanti di ginnastica o di nuoto o di pianoforte, e il solo limite a questo è dato dal reddito spendibile. Questa vasta disponibilità di beni e servizi spinge ad aumentare il reddito spendibile piuttosto che a produrre tali servizi domesticamente. Il secondo fattore ancora più devastante rispetto alla definizione di economia domestica così come era stata concepita tradizionalmente, riguarda il ruolo della donna. Gli sviluppi della tecnologia e dei mercati, insieme all’innalzamento dei livelli di istruzione e alla caduta dei tassi di natalità, hanno spinto la donna a riconsiderare il proprio ruolo sociale, che viene sempre più visto non dissimile a quello dell’uomo, in termini di attività lavorativa fuori dalla casa. Il ruolo della donna Il sacrificio dei propri talenti personali non è più necessario alla sopravvivenza e al buon funzionamento della società; al contrario, la società considera ora la "casalinga" un residuo del passato. Questo ha portato fuori dalla casa le residue attività di lavoro che in essa ancora si svolgevano sia pur senza una remunerazione monetaria, e ha confinato l’economia domestica alla sua mera componente di consumo, producendo aporie e vere e proprie aberrazioni, che vale la pena di approfondire. L’attività di consumo è assai diversa da quella di produzione, come qualsiasi libro di testo di economia chiarisce, nei suoi principi attuativi e nelle sue implicazioni comportamentali. Nel passato, è stata l’attività produttiva a dominare, a scapito di quella di consumo, tenuta per millenni compressa. Oggi, nelle società avanzate è invece l’attività di consumo a prevalere, mentre l’ideale, come dirò, è un equilibrio fra le due. Vale dunque la pena di approfondire le differenze fra produzione e consumo, con l’aiuto dello schema nella pagina accanto. Ora, a livello della società, un qualche equilibrio tra produzione e consumo deve essere mantenuto, anche se recentemente si è visto a quali crisi può condurre un eccesso di consumi, mentre l’economia domestica ha subito un forte sbilanciamento sui consumi, che sta portando a implicazioni devastanti per la famiglia e, in ultima istanza, per la società. In buona sostanza, sta minando il significato stesso di famiglia, mai messo in discussione invece quando prevaleva nell’economia domestica la componente produttiva su quella di consumo. Infatti, se il modello comportamentale è quello derivato dalla colonna di sinistra dello schema precedente, la famiglia era vista come il primo naturale luogo di cooperazione nella produzione e dunque la si apprezzava per la coesione che offriva (ancora oggi le piccole e medie imprese funzionano con questi principi), ma anche per la stabilità che garantiva, una stabilità necessaria al fiorire delle iniziative di produzione che richiedono il lungo periodo. L’investimento che veniva richiesto soprattutto nella generazione e nell’allevamento dei figli era visto come "naturale" e i sacrifici connessi erano ritenuti necessari e utili. Anche il principio di autorità veniva compreso, perché si era disposti ad ammettere che c’è qualcuno più esperto che deve guidare la famiglia, come la produzione. Ma se il modello comportamentale è quello della colonna di destra, allora si capisce come la famiglia perda il suo significato e diventi anzi un inciampo: si diventa indisponibili ai sacrifici, perché il consumo è tutto volto alla dimensione del presente; si diventa insofferenti verso l’autorità, perché le mie preferenze stanno sullo stesso piano delle tue e anche perché è più facile avere preferenze di consumo omogenee all’interno della medesima generazione che fra generazioni diverse; generare figli non è di alcuna utilità per il consumo, anzi al contrario li abbassa, impedendo di lavorare di più per ottenere più reddito e portando via tempo ai consumi; la stabilità offerta dalla famiglia non ha più senso, perché il bello dei consumi è quando si possono sempre variare. Si può consumare insieme, ma la scelta del gruppo di riferimento può essere variata a piacere e dunque è l’individualismo che impera nel consumo, mentre la "società", la "compagnia", la "corporation" che si costituisce per produrre non può essere continuamente variata e dunque prevale nella produzione l’elemento di coesione, di sinergia, di relazione stabile. È così che si è scivolati verso un rimodellamento della famiglia a misura di consumo: una famiglia à la carte, formata a piacere, come accade quando si ordina un pasto al ristorante, fatta di una sola persona o di due, con combinazioni di qualunque sesso e di qualunque età, affollata di estranei che prestano seme e/o utero, con bambini ordinati su misura quando si vuole (ma sempre più spesso esclusi perché troppo impegnativi), sciolta a piacere e riformata, oppure in perenne costruzione, con opzioni consumate in contemporanea e/o in sequenza, senza alcuna configurazione stabile. Ciò alla fine ha comportato un grave depotenziamento dell’economia domestica, ridotta a somministrare ai suoi membri un potere d’acquisto ritenuto quasi sempre insufficiente – e quindi fonte di gravi litigi – per consumi sempre più individuali, effettuati largamente fuori dalla casa. Se non si vedessero i danni gravi per la società di questo oscuramento dell’economia domestica, si potrebbe semplicemente prendere atto dei cambiamenti e adeguarvisi. Credo che i danni siano invece purtroppo sotto gli occhi di tutti. Un’economia domestica fatta di soli consumi abitua a un individualismo, che rende faticosa la vita associata; all’insofferenza della disciplina, che rifiuta la norma e non la interiorizza; al contrasto intergenerazionale. Ciò, a sua volta produce disadattamento dei giovani al lavoro (che comunque richiede una certa disciplina, una certa gerarchia e un po’ di applicazione); precarietà lavorativa e di vita; povertà della vita di relazione, perché non si capisce più che la vita di relazione necessita di costanza e applicazione; sballo. In questi giorni stiamo assistendo a una delle crisi economiche più gravi della storia moderna, che si basa proprio sul fallimento dell’economia domestica. La crisi è scoppiata negli Stati Uniti, dove ormai da molti anni si era diffusa la prassi di vivere al di sopra dei propri mezzi, per non rinunciare a consumi in cui veniva riposta l’essenza stessa della vita. Le famiglie si indebitavano per il mutuo della casa e per l’uso smodato delle carte di credito, ma anche lo Stato si indebitava, perché non c’era più risparmio interno a cui ricorrere per l’indispensabile investimento e per la spesa pubblica (in particolare, per la guerra in Iraq) e venivano effettuate più importazioni di quante esportazioni si potessero realizzare. I prestiti che affluivano dall’estero non erano sufficienti a far fronte a questo indebitamento montante e dunque le banche, spinte ad assumersi rischi sempre più pesanti, cercavano di scaricarli su altri soggetti, in uno "scaricabarile" in cui tutti sono rimasti impigliati, con l’ulteriore aggravante di dover pagare stipendi da capogiro ai manager che inventavano nuovi strumenti per tenere a galla un sistema economico bacato alla base. Occorre essere consapevoli che rincorrere i consumi equivale a rincorrere i desideri: è una slippery slope, una strada estremamente scivolosa, perché senza fine. Spinge a lavorare di più per avere più reddito e dunque a drogarsi per lavorare di più; spinge ad accettare qualsiasi occasione per fare soldi, anche quelle eticamente dubbie o del tutto immorali. Tanta prostituzione oggi non viene fatta per bisogno, ma per aumentare i consumi; la mafia ha facilità nel reclutare giovani con la promessa di guadagni, e quindi di consumi, che non si potrebbero mai ottenere con lavori normali. Inoltre, i consumi occupano tempo (basta pensare al tempo perso a guardare la televisione o ad andare in discoteca o alla PlayStation), che viene sottratto allo studio, al pensiero, alle relazioni, alla preghiera, alla partecipazione civile. La dimensione produttiva Sarà impossibile contrastare questi effetti, se non si agisce sulle cause: l’impoverimento della vita di famiglia, che si manifesta prioritariamente nell’eclissi dell’economia domestica. Occorre recuperare la dimensione produttiva dell’economia domestica e ricondurre i consumi verso forme più riflessive. Si badi, non penso che si possa ritornare ai sistemi produttivi o ai bassi consumi del passato, anche se è vero che società dove le piccole medie-imprese sono diffuse possono proporsi anche questo e le famiglie con molti figli hanno una naturale capacità di riprodurre un’economia domestica sana. In realtà, penso che occorra proporre soluzioni costruttive anche per le situazioni più "standard", che prendono atto dei cambiamenti avvenuti. Proverò a fare qualche esempio.
E allora? Dando tempo alle attività dell’economia domestica, molte delle quali non finalizzate all’uso del denaro, ci si abitua a praticare una vita in cui il tempo, il nostro bene più prezioso, è amministrato oculatamente su varie dimensioni, cercando di trovare un equilibrio sostenibile fra i vari impieghi. È sicuramente più facile per chi si rifà all’etica cristiana capire il messaggio sopra delineato, perché il cristianesimo richiama sempre le persone ai fini ultimi e al primato dei valori della persona sui beni materiali. Misuriamo anche in questo contesto come il Vangelo abbia veramente «parole di vita eterna», perché valide sempre e capaci di condurci al nostro vero destino. È per questo che i cristiani hanno oggi, come sempre, la responsabilità di testimoniare meglio nella loro condotta di vita tale messaggio, sottraendosi alle sirene della pubblicità e dell’acquiescenza alle prassi correnti. Ciò è indispensabile non solo per "salvare la propria anima", ma perché il messaggio passi alle generazioni successive: infatti, giovani allevati in un’economia domestica squilibrata non potranno formarsi una personalità resistente e creativa. Vera Zamagni |
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