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n. 6 NOVEMBRE-DICEMBRE 2008

Sommario

EDITORIALE
Un buon "investimento": educare all’uso dei soldi
la DIREZIONE

SERVIZI
Quando l’economia era domestica
VERA ZAMAGNI

Tra moglie e marito non mettere il potere
GILBERTO GILLINI

La relazione educativa e la "piccola" finanza
MARIATERESA ZATTONI

L’eredità destabilizza la famiglia?
STEFANO GUARINELLI

Italiani, popolo di (ex) risparmiatori
ROBERTO GROSSI E ATTILIO DE PASCALIS

Operazione "Bilanci di Giustizia"
ANTONELLA VALER

DOSSIER
Come spendono le famiglie italiane
LORENZA REBUZZINI

RUBRICHE
SOCIETÀ
Il vuoto di una generazione
BEPPE DEL COLLE

RICERCA
Fino a quando si può apprendere?
EMILIA CABRAS, DOLORES ROLLO

CONSULENZA
Due persone in una stanza
ELISABETTA BASCELLI

POLITICHE
Verso il quoziente familiare?
CARLO GIOVANARDI

EDUCAZIONE
Per educare al consumo
MICHELE AGLIERI, MONICA PARRICCHI

MINORI
Più politiche per l’infanzia
ARIANNA SAULINI

BIOETICA
Una risposta all’Helicobacter
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Un’enciclica profetica
CARLO CAFFARRA

COMUNICAZIONE
iPhone: non solo cellulare
MASSIMILIANO ANDREOLETTI

COMUNICAZIONE
Dal Festival di Locarno
CHIARA MACCONI

NARRATIVA / SAGGISTICA / RIVISTE

CISF / MONDO

 

SCENARI DI CRISI

Italiani, popolo di (ex) risparmiatori

di Roberto Grossi e Attilio De Pascalis
(Ufficio stampa di Bipiemme Gestioni, direttore Comunicazione e relazioni esterne di Bipiemme Gestioni)
 

Le famiglie italiane hanno sempre avuto una propensione a mettere da parte il denaro, ma negli ultimi tempi tutto si è fatto più difficoltoso ed è cresciuto il ricorso a prestiti e debiti. In questo scenario diventa sempre più importante saper valutare rischi e opportunità.
  

«Un dollaro risparmiato è un dollaro guadagnato», era solito dire Paperon de’ Paperoni, il celebre personaggio multimiliardario creato da Walt Disney. Un motto che per lungo tempo è stato un principio ispiratore per le famiglie italiane, note per essere tra le più "risparmiose" nel mondo. Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato. Il tradizionale meccanismo sembra essersi rotto: le famiglie in grado di accumulare denaro sono sempre meno mentre crescono quelle indebitate.

Secondo l’ultima relazione annuale della Banca d’Italia, per esempio, la propensione media al risparmio delle famiglie (quota del reddito risparmiata) è passata dal 12,7% del 2004 all’11,2% del 2007. Ciò vuol dire che per ogni 100 euro guadagnati, una famiglia italiana media riesce a metterne da parte 11, contro i 13 di appena 4 anni fa.

Nel frattempo è cresciuto l’indebitamento: dal 2000 il tasso di crescita dei prestiti alle famiglie italiane è stato dell’11,5% in media all’anno e di oltre il 15% per prestiti relativi all’acquisto di abitazioni. Nonostante questo boom restiamo lontani dalle abitudini europee. Nel 2006 il 12% dei nuclei familiari italiani aveva un mutuo per la casa e il 13% un prestito per finanziare consumi (come auto ed elettrodomestici). Percentuali assai più elevate si trovano negli altri Paesi sviluppati: circa il 20% in Spagna, il 30% in Francia e addirittura il 50% negli Stati Uniti.

La ricchezza degli italiani

Non essere avido di ricchezze, è una ricchezza; non avere la smania di spendere, è una rendita (Cicerone).

L’ultimo "Rapporto sul risparmio e sui risparmiatori" edito ogni anno da BNL/Einaudi evidenzia che una famiglia su due (il 51%) non riesce a mettere soldi da parte e «non per scelta». Il "non risparmio" tuttavia dipende anche da un progressivo estendersi dei bisogni ritenuti indispensabili.

Chi risparmia, invece, secondo il Rapporto, lo fa per meno del 10% delle risorse disponibili e per «motivi precauzionali». Il 41% del campione per far fronte a futuri "eventi imprevisti". Cresce, inoltre, l’esigenza di integrare la pensione (dall’11 al 15%). Cala (26% contro il 29% della precedente indagine) l’acquisto o la ristrutturazione della casa come motivazione principale di risparmio.

Nonostante le crescenti difficoltà, la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane si mantiene su livelli elevati. Secondo la Banca d’Italia, infatti, nel 2007 la ricchezza netta delle famiglie italiane, costituita dall’insieme delle attività finanziarie e reali (immobili, aziende...) al netto delle passività, era pari a circa 150 mila euro per abitante, ovvero 8 volte il reddito disponibile.

Si tratta di un valore sostanzialmente invariato rispetto all’anno precedente. In base a questi dati si può affermare che nel nostro Paese il rapporto tra ricchezza netta e reddito è più elevato di quello osservato in Stati come la Germania, gli Stati Uniti o il Giappone, mentre è in linea con quello della Francia e del Regno Unito.

Un valore elevato che si spiega soprattutto con due motivazioni. In primo luogo, come detto in precedenza, il ricorso all’indebitamento delle famiglie italiane è ancora basso se raffrontato agli altri Paesi. In secondo luogo, in Italia vi è una maggiore incidenza della ricchezza immobiliare, in prevalenza connessa con l’elevata percentuale di famiglie proprietarie della propria abitazione.

Questo dato non deve, però, trarre in inganno. Va, infatti, considerato che la ricchezza presenta una elevata concentrazione. In base all’indagine sui bilanci delle famiglie italiane della Banca d’Italia, il 10% delle famiglie possiede quasi il 45% della ricchezza netta totale.

Tabella 1.

Le attività finanziarie

Comprate terreni, non ne fabbricano più (Mark Twain).

Dall’inizio dell’ultimo decennio i risparmiatori italiani hanno mostrato un minore interesse nei confronti dei prodotti del risparmio gestito. Dall’indagine sui bilanci delle famiglie della Banca d’Italia emerge che la percentuale di famiglie che detiene fondi comuni italiani è diminuita tra il 2000 e il 2006 dal 12 all’8 per cento. La riduzione degli investimenti in fondi comuni è stata percentualmente più ampia per le famiglie con redditi inferiori alla media. Per le famiglie con reddito più elevato, l’allontanamento dai fondi comuni si è associato a una riduzione del ricorso alle gestioni patrimoniali, detenute prevalentemente da questi nuclei familiari.

Nello stesso periodo sono aumentati sia la percentuale di famiglie con depositi bancari e postali (dall’80% del 2000 all’84% del 2006), sia il peso di questi strumenti sul totale delle attività finanziarie. Un fenomeno che ha riguardato soprattutto i risparmiatori con un reddito inferiore alla media, rivelando un’accresciuta avversione al rischio. Tra le famiglie con reddito e ricchezza superiori alla media si è, invece, registrato un significativo aumento degli acquisti di obbligazioni private (emesse cioè da banche o imprese). Confrontando, poi, l’Italia con i principali Paesi sviluppati si scopre che la quota delle obbligazioni e dei titoli di Stato sul complesso delle attività finanziarie delle famiglie è molto più elevata.

In passato questo fenomeno era dovuto soprattutto al largo acquisto dei titoli di Stato come i Bot (Buoni ordinari del tesoro) da parte dei piccoli risparmiatori. Poi si è assistito a una progressiva sostituzione di questi titoli con obbligazioni bancarie, che nel 2007 rappresentavano il 48% delle obbligazioni sottoscritte dagli italiani.

La passione per il mattone

Proprietà: più sacra della religione (Gustave Flaubert).

La vera passione degli italiani è da sempre il mattone. Lo conferma anche l’ultimo "Rapporto sul risparmio e sui risparmiatori" edito da BNL/Einaudi, secondo il quale la soddisfazione degli italiani nei confronti dell’investimento in immobili si mantiene elevata: il 52% afferma di essere addirittura "molto soddisfatto".

Il mutuo continua a rappresentare la quota più rilevante dell’indebitamento delle famiglie. Secondo la Banca d’Italia i finanziamenti per l’acquisto di abitazioni rappresentano circa il 60% dei prestiti totali alle famiglie italiane. Ma non è sempre stato così. Se si torna a dieci anni fa (1997), dopo un periodo caratterizzato dal calo dei prezzi, la percentuale di italiani che considerava il mattone il miglior investimento era addirittura soltanto il 18,6 per cento. La percezione così positiva degli ultimi rilevamenti è dunque influenzata dal lungo periodo di boom di prezzi e compravendite dell’ultimo decennio. Ma adesso il clima è decisamente cambiato con uno stop degli acquisti e quotazioni in discesa del 10%. Da circa un anno si è, infatti, assistito a una vera e propria inversione di tendenza: diminuiscono i mutui accesi, si riduce il numero degli immobili acquistati, aumentano i tempi di vendita e i prezzi delle case restano più o meno stabili.

Secondo l’ultimo Rapporto sul mercato immobiliare pubblicato da Nomisma, nel 2007 le compravendite di abitazioni sono diminuite in Italia del 4,6%, addirittura del 9,3% se si considerano le grandi aree urbane. Una situazione che si conferma anche nel primo semestre di quest’anno, tanto che per il 2008 Nomisma prevede una riduzione di compravendite di 80 mila unità (-10%). Non solo. Pochissime le famiglie italiane che hanno intenzione di comprare un’abitazione nei prossimi dodici mesi: appena il 2% contro il 7% all’inizio del nuovo millennio.

Tabella 2.

Il dilemma delle pensioni

I giovani s’immaginano che il denaro sia tutto, e quando invecchiano ne hanno la certezza (Oscar Wilde).

Nei maggiori Paesi industrializzati, il progressivo invecchiamento della popolazione e l’allungamento delle prospettive di vita hanno portato alla ribalta il problema delle pensioni.

Un problema particolarmente sentito in Italia, dove alla diminuzione della natalità, compensata solo in parte dai flussi migratori, si accompagna un deciso aumento della speranza di vita. Basti pensare che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) gli abitanti del Bel Paese si piazzano al 6° posto tra i più longevi al mondo, con una prospettiva di vita media di 80 anni e nove mesi (78 anni per gli uomini, 84 per le donne). Ma queste vette sono destinate a salire ancora. Grazie al miglioramento della qualità della vita e ai progressi della medicina, le stime per il 2030 parlano già di una vita media di 93 anni per le donne e di 89 per gli uomini!

Fantastico? Fino a un certo punto. Tutto ciò si tradurrà, infatti, in un allungamento dell’attività lavorativa. Andremo tutti in pensione più tardi e con trattamenti più "magri".

Il numero dei futuri pensionati, infatti, cresce a un ritmo superiore rispetto agli occupati. Un dato questo che porterà a ridimensionare progressivamente il valore delle pensioni pubbliche.

Una volta la pensione rappresentava circa l’80% dello stipendio. Ora, secondo le proiezioni un lavoratore dipendente del settore privato, con 60 anni di età e 35 anni di contribuzione, potrà contare nel 2040 su una pensione pari al 48% circa dell’ultima retribuzione percepita.

È perciò evidente che lavoratori di oggi debbano programmare il proprio futuro con una pensione complementare. Il rischio è quello di trovarsi un domani a dover far fronte a un brusco "taglio" del proprio stile di vita. Senza voler guardare tanto lontano con le previsioni, anche l’ultimo "Rapporto sul risparmio e sui risparmiatori" edito da BNL/Einaudi illustra che già oggi la percentuale di quanti dichiarano di avere un reddito "insufficiente" o "del tutto insufficiente" al momento del pensionamento è quasi triplicato, salendo dal 7% del 2002 al 18%.

Proprio per questo motivo negli ultimi anni le istituzioni italiane hanno cercato di incentivare l’utilizzo di forme pensionistiche integrative, seguendo un modello che si è già affermato in molti Paesi europei. In particolare si è diffusa l’idea che, per garantire un livello adeguato di reddito al momento del ritiro dal lavoro, sia necessario sviluppare una forma previdenziale su tre pilastri. Il primo pilastro è quello costituito dal sistema pensionistico pubblico. Ha caratteristiche di obbligatorietà e ha per finalità l’offerta di una tutela di base.

Il secondo pilastro garantisce invece una tutela complementare, collettiva, mediante uno schema pensionistico collegato all’occupazione, con finanziamento per capitalizzazione. In genere l’adesione allo schema è volontaria, ma una volta che si è aderito al fondo è obbligatorio il versamento dei contributi. Il terzo pilastro, infine, fornisce dei benefici pensionistici integrativi, ma solo su adesione volontaria e individuale. Diversamente dal secondo pilastro, non è pertanto collegato a una particolare occupazione.

Una nuova società

I frutti degli alberi che tu innesti li coglieranno i nipoti
(Virgilio).

Oltre a questi cambiamenti economici, la società italiana è stata modificata da una vera e propria rivoluzione sociale negli ultimi 50 anni.

Nel dopoguerra, infatti, c’era il modello della famiglia integrata: nonni, genitori e figli vivevano insieme o vicini in cittadine e villaggi, spesso accomunati da una attività agricola o commerciale. Il "miracolo italiano" e lo sviluppo industriale hanno spinto milioni di persone verso le città (o all’estero), disgregando nuclei e comunità familiari.

Separazioni e divorzi hanno reso il quadro ancora più complesso, creando le cosiddette "famiglie allargate".

Il costo della vita è cresciuto e il risparmio non è più un obiettivo, ma un residuo ritagliato a fatica in bilanci familiari sempre sotto pressione.

Come orientarsi, allora nello scenario sin qui descritto? Gli strumenti a disposizione di chi risparmia sono oggi molti, ma presentano diversi livelli di rischio e un differente orizzonte temporale, in base ai propri obiettivi personali.

Gli investimenti azionari

Il successo è sempre stato figlio dell’audacia
(Francois Voltaire).

Le azioni sono documenti che rappresentano una quota di partecipazione al capitale di un’azienda. Chi acquista un’azione diventa pertanto socio di un’impresa, proprietario di un "pezzo" della società in proporzione alla quantità di azioni possedute.

In linea di massima se gli affari della società vanno bene, le azioni si apprezzano, se vanno male, il prezzo delle azioni scende. Quando le società guadagnano, inoltre, distribuiscono una parte degli utili sotto forma di dividenti (una certa cifra per ognuna delle azioni).

Le azioni delle aziende quotate in Borsa vengono acquistate e vendute ogni giorno in mercati regolamentati, come la Borsa valori di Milano.

Gli investimenti azionari sono, spesso, associati al concetto di rischio. Per esempio, per ricordare la rischiosità dell’investimento azionario, vengono menzionati casi di celebri crac finanziari, come quello della Parmalat o (questa estate) della banca americana Lehman Brothers. È sicuramente vero che con le azioni si può guadagnare o perdere molto velocemente, anche da un giorno all’altro.

Quelli azionari sono, perciò, investimenti nell’economia reale. Sul lungo periodo, l’investimento in Borsa si è dimostrato solitamente più redditizio, proprio perché basato sulla creazione di ricchezza, che avviene nelle aziende.

L’investimento azionario può presentare nel breve periodo fasi di elevata volatilità (salita poi discesa del valore). Ma va ricordato che allargando l’orizzonte temporale le azioni offrono spesso maggiori opportunità di rendimento. Infatti, negli ultimi 15 anni l’indice delle Borse mondiali è cresciuto di circa il 120%, nonostante si siano verificati numerosi episodi negativi, come il crollo delle Borse asiatiche, le crisi finanziarie di Russia e Argentina, l’esplosione della bolla speculativa sulle tecnologie nel 2000, le guerre in Medio Oriente o la recente impennata del prezzo del petrolio.

Le obbligazioni

Aver successo negli affari è il più affascinante tipo di arte
(Andy Warhol).

Le obbligazioni sono titoli di credito, emessi da enti pubblici o da società private, che attribuiscono al possessore il diritto al rimborso del capitale più un interesse. Chi le emette, in sostanza, chiede un prestito, che si impegna a restituire con gli interessi. A chiedere il prestito può essere lo Stato, e in questo caso si parla di titoli di Stato, oppure un altro ente pubblico o anche un’azienda privata.

I titoli obbligazionari sono generalmente considerati titoli più sicuri di quelli azionari, perché la loro durata è prestabilita e il loro rendimento, se si aspetta fino alla scadenza, è certo. Vi sono, però, diversi aspetti che vanno considerati con attenzione prima di sottoscrivere un’obbligazione: il tasso d’interesse, la durata, la solidità dell’emittente, gli interessi pagati....

Fondi comuni

Una piccola quantità di danaro che cambia di mano rapidamente farà il lavoro di una grande quantità che si muove lentamente (Ezra Pound).

I fondi comuni di investimento sono strumenti finanziari che raccolgono il denaro di risparmiatori che affidano la gestione dei propri risparmi a un’apposita società, detta appunto società di gestione del risparmio. I fondi comuni investono il denaro raccolto presso i sottoscrittori in azioni e obbligazioni che costituiscono il patrimonio del fondo, di cui ogni risparmiatore detiene un certo numero di quote.

Tutti i partecipanti hanno gli stessi diritti: i guadagni o le perdite sono in proporzione a quanto investito. Un fondo investe il patrimonio affidatogli dai risparmiatori in decine o centinaia di titoli cercando di cogliere le migliori opportunità di investimento in tutto il mondo.

Chi sottoscrive un fondo acquista quindi un "pezzetto" di un portafoglio molto vario, con un livello di diversificazione difficilmente raggiungibile da un investitore singolo.

Sebbene siano giunti in Italia in tempi recenti (nel 1983), oggi esistono molte categorie diverse di fondi comuni, in grado di coprire i più disparati orizzonti temporali e profili di rischio. Si va dai fondi specializzati nei mercati azionari, a quelli obbligazionari, ai bilanciati, fino a una vasta serie di tipologie più recenti: fondi immobiliari, fondi speculativi, fondi flessibili e così via. Una volta scelto il fondo che si vuole sottoscrivere in base alle proprie esigenze, il risparmiatore delega le scelte di investimento a dei gestori professionali. Starà poi a loro investire il denaro nel rispetto della politica di investimento propria di ciascun fondo, cercando di perseguire il miglior rendimento possibile.

La propensione al rischio

Quando si elimina il rischio dalla propria vita, non resta molto
(Sigmund Freud).

Un fattore molto importante da considerare nelle proprie scelte di investimento è rappresentato dall’orizzonte temporale di riferimento. Avere un obiettivo di investimento molto lontano nel tempo, oppure a breve scadenza, fa una grossa differenza. È bene sapere che i rendimenti medi migliori si ottengono generalmente investendo il capitale per un periodo lungo. Se il periodo invece è breve, o ci si accontenta di rendimenti più bassi, o si devono correre dei rischi più elevati.

Un aspetto da prendere in considerazione quando si sceglie dove investire i propri risparmi è quanto si è disposti a rischiare. Una regola sempre valida che occorre tenere presente è che maggiore è il rischio, maggiore è il potenziale guadagno, ma anche la potenziale perdita.

Gli investimenti il cui valore è più instabile, sono quelli in grado di produrre i più alti ritorni. Investimenti che permettono di garantire il capitale o con rischio molto contenuto, permettono in genere di perseguire rendimenti più bassi. In termini finanziari, questo è ciò che viene definito il "rapporto rischio/rendimento".

Pianificare correttamente i propri investimenti, vuol dire pertanto considerare attentamente non solo quanto si vuole guadagnare, ma anche quanto si è disposti a perdere. E in questo è di aiuto considerare proprio l’orizzonte temporale, che di fatto è strettamente correlato alla propensione al rischio.

Per esempio, il denaro che serve alle spese correnti, o di cui comunque si potrebbe aver bisogno nel breve periodo, andrebbe parcheggiato in investimenti cosiddetti "liquidi" e poco rischiosi, come per esempio i titoli di Stato a breve scadenza. I risparmi di cui si può fare a meno per tempi più lunghi, invece, potranno essere destinati a investimenti con un maggior grado di rischio.

Un’altra regola fondamentale, per investire con intelligenza, è quella di distribuire i propri risparmi in diversi titoli e strumenti. Se, per esempio, impiego tutti i miei soldi in un solo titolo azionario, rischio di incorrere in forti perdite del mio capitale iniziale. Se, invece, suddivido l’investimento, il risultato finale sarà una media tra i rendimenti migliori e quelli peggiori. La diversificazione diminuisce il livello di rischio e permette di cogliere le migliori opportunità di rendimento. Come in una dieta sana, si tratta di trovare un equilibrio tra le diverse componenti, tenendo sempre presente quali sono le proprie esigenze.

Lo stesso vale per gli immobili: concentrare tutto in una abitazione può offrire buoni ritorni (magari affittando la casa). Ma gli immobili sono poco "liquidi": se si decide di vendere in un momento in cui il mercato è fermo (come adesso) possono occorrere mesi per vendere e il prezzo può essere inferiore alle attese.

Investimento responsabile

L’etica non è esattamente la dottrina che ci insegna come essere felici, ma quella che ci insegna come possiamo fare per renderci degni della felicità (Immanuel Kant).

Finanza ed etica possono andare d’accordo. A prima vista può sembrare un paradosso, ma un fenomeno che sta prendendo sempre più piede tra i risparmiatori è quello di orientare le proprie scelte di investimento anche in base a principi di responsabilità sociale. Lo dimostra, per esempio, il crescente successo in Europa dei fondi d’investimento "etici", che impiegano il risparmio solo in titoli di società e Stati che rispettano rigorosi parametri di responsabilità sociale. Basti pensare che tra il 2004 e il 2006 a livello europeo il patrimonio dei fondi etici ha superato i 34 miliardi di euro, con un aumento di circa l’80 per cento.

I fondi etici sono nati negli anni ’20 negli Stati Uniti, per la forte domanda delle congregazioni religiose, che volevano gestire le loro tesorerie in accordo con i valori morali che esse esprimono. Questi fondi si basano tanto sul criterio di esclusione (di aziende che operano in alcuni settori), quanto su quello di ripartizione degli utili, per cui una parte del rendimento viene destinata a progetti di carità e sviluppo sociale. Gli ambiti entro i quali si muovono sono la giustizia sociale, lo sviluppo economico, la pace e la difesa dell’ambiente.

Il successo dei fondi etici è legato anche al buon andamento degli investimenti socialmente responsabili. Il concetto di base è molto semplice: un’azienda che agisce in maniera socialmente responsabile è premiata dal mercato perché gode di una reputazione positiva che si ripercuote sul corso del titolo in Borsa. Un numero sempre più ampio di risparmiatori si sta orientando verso queste scelte di investimento proprio nella convinzione che una selezione rigorosamente etica dei titoli da inserire in portafoglio potrà dare i suoi frutti anche in termini di performance.

Questa tipologia di fondi è oggi largamente diffusa anche nel Vecchio continente, dove riscuote un buon successo soprattutto in Gran Bretagna e Francia. Giunti in Italia in tempi relativamente più recenti, i fondi etici si sono creati una nicchia di successo, che lascia aperti buoni margini di miglioramento per il futuro.

Conclusioni

È più facile spendere due dollari che risparmiarne uno
(Woody Allen).

Nel nuovo scenario risparmiare è sempre più difficile, ma non è impossibile. Un utile accorgimento è quello di fare un "budget" a inizio anno e aggiornarlo periodicamente per tenere sotto controllo le spese. Ogni mese occorre segnare le spese correnti ma anche le uscite future già certe (come le spese condominiali o le rate del mutuo). Solo così si avrà una proiezione attendibile della propria situazione. E si potrà decidere se ci sono le risorse per nuovi impegni.

Il budget consente anche di pianificare, in qualche modo, i risparmi, mettendo da parte qualcosa specie se ci sono entrate straordinarie (un aumento di stipendio, la tredicesima, un lavoretto extra).

Nell’impiego dei risparmi, invece, ognuno deve seguire una propria strada, con obiettivi e progetti a breve, medio e lungo termine. Qualche esempio? Se voglio mandare i figli in una università all’estero devo cominciare a pensarci quando sono piccoli.

Se fra 5 anni dovrò cambiare la macchina, è bene iniziare a mettere qualche piccola somma da parte adesso.

Un discorso analogo vale per la pensione: poiché in prospettiva il trattamento sarà più "magro" è bene cercare di accumulare una certa cifra ogni anno per prepararsi a una terza età serena.

Roberto Grossi e Attilio De Pascalis
   

Come compriamo

Copertina del volume.Gli spazi della grande distribuzione sono divenuti ormai aree di socialità e di esperienza quotidiana. Questo saggio di Carlo Meo e Daniela Ostidich Come acquistano gli italiani (Il Sole 24 Ore 2008, pp. 200, € 22,00) vuole studiare il comportamento di chi compra per comprendere meglio la nostra società e per mostrare come realizzare luoghi d’acquisto rispettosi dei desideri delle persone. Un libro dai toni divulgativi ma utile anche a chi si occupa professionalmente di mercati di largo consumo.

 

Dono e denaro tra mercato e famiglia

Copertina del volumeCosa tiene uniti uomini e donne in una società, anche là dove non ce lo aspetteremmo: nella beneficenza, nella donazione degli organi, nella famiglia nell’arte, nella giustizia ecc.? La risposta di Jacques T. Godbout: non il denaro, ma è il dono (Quello che circola tra noi. Dare ricevere ricambiare, Vita e Pensiero 2008, pp. 391, € 22,00). Proprio attraverso il dono possiamo misurare i limiti del modello mercantile che domina la storia. Il dono spiazza, sorprende, scompagina un modello che sembrava scontato per capire la società: quello del capitalismo e dei mercati.

Copertina del volume.Sul fronte opposto, la studiosa Carla Facchini, compie un’altra paradossale e geniale ricerca (Denaro, asimmetrie di coppie e solidarietà tra generazioni, Il Mulino 2008, pp. 365, € 27,00) attraverso lo studio del denaro come veicolo in circolo della famiglia, ambito privilegiato degli affetti ma anche luogo dove vengono formulati impliciti contratti economici tra i suoi componenti. Il denaro si rivela così un’eccellente chiave di lettura per analizzare le dinamiche familiari. Insomma: il dono dove ti aspetti il denaro e il denaro dove ti aspetti il dono.

Francesco Anfossi








 

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