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n. 6 NOVEMBRE-DICEMBRE 2008

Sommario

EDITORIALE
Un buon "investimento": educare all’uso dei soldi
la DIREZIONE

SERVIZI
Quando l’economia era domestica
VERA ZAMAGNI

Tra moglie e marito non mettere il potere
GILBERTO GILLINI

La relazione educativa e la "piccola" finanza
MARIATERESA ZATTONI

L’eredità destabilizza la famiglia?
STEFANO GUARINELLI

Italiani, popolo di (ex) risparmiatori
ROBERTO GROSSI E ATTILIO DE PASCALIS

Operazione "Bilanci di Giustizia"
ANTONELLA VALER

DOSSIER
Come spendono le famiglie italiane
LORENZA REBUZZINI

RUBRICHE
SOCIETÀ
Il vuoto di una generazione
BEPPE DEL COLLE

RICERCA
Fino a quando si può apprendere?
EMILIA CABRAS, DOLORES ROLLO

CONSULENZA
Due persone in una stanza
ELISABETTA BASCELLI

POLITICHE
Verso il quoziente familiare?
CARLO GIOVANARDI

EDUCAZIONE
Per educare al consumo
MICHELE AGLIERI, MONICA PARRICCHI

MINORI
Più politiche per l’infanzia
ARIANNA SAULINI

BIOETICA
Una risposta all’Helicobacter
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Un’enciclica profetica
CARLO CAFFARRA

COMUNICAZIONE
iPhone: non solo cellulare
MASSIMILIANO ANDREOLETTI

COMUNICAZIONE
Dal Festival di Locarno
CHIARA MACCONI

NARRATIVA / SAGGISTICA / RIVISTE

CISF / MONDO

 

DOSSIER - I PIÙ RECENTI DATI ISTAT

COME SPENDONO
LE FAMIGLIE ITALIANE
   

  UN BILANCIO DIFFICILE
GLI STILI DI CONSUMO DEGLI ITALIANI
 
di Lorenza Rebuzzini
(ricercatrice Cisf)
  

I dati Istat mostrano che le famiglie italiane hanno speso in media, nel 2007, 2.480 euro al mese, 19 euro in più dell’anno precedente, con un aumento dello 0,8%. Considerando però l’inflazione, a fronte di un lieve incremento della spesa mensile, in realtà i consumi sono calati. Il panorama è, tuttavia, complesso poiché l’aumento del costo della vita ha toccato in maniera diversa le famiglie a seconda del reddito disponibile e del livello abituale dei consumi: solo i nuclei più benestanti non hanno dovuto operare modifiche sostanziali alle proprie abitudini. Ma l’attuale crisi economica mostra l’avvicinarsi di una fase nella quale tutte le famiglie dovranno, loro malgrado, tornare a riflettere su come declinare i propri capitoli di spesa e rivedere le proprie aspirazioni al benessere.
  

Un bilancio difficile da far quadrare, quello delle famiglia italiane. Nel 2008 si sono succeduti, a piè sospinto, dati allarmanti sul drastico calo dei consumi nel nostro Paese. Non si tratta propriamente di una "notizia" ma piuttosto di un dato congiunturale, registrato costantemente a partire dal 2000 e già ampiamente analizzato in svariate indagini(1).Il calo dei consumi è legato a una serie estremamente complessa di cause, micro (il sistema Italia, la questione lavorativa e salariale, le abitudini di consumo degli italiani) e macro (la grande crisi finanziaria, l’aumento del prezzo delle materie prime...).

È possibile capire quanto, e come, le famiglie impiegano i loro soldi utilizzando dati relativi all’anno 2007 raccolti e ampiamente elaborati dall’Istat. La spesa media mensile delle famiglie italiane(2) indica quanto, mediamente, spendono per soddisfare i loro bisogni ed è calcolata dividendo la spesa totale per il numero di famiglie residenti in Italia. Due sono le macrovoci che la compongono:

  • spese per alimentari e bevande, inclusi gli alcolici;

  • spese non alimentari, che comprendono tutti gli altri tipi di spese: tabacchi, abbigliamento e calzature, abitazione, combustibili ed energia elettrica, arredamenti e oggetti per la casa, servizi sanitari, trasporti, comunicazioni, istruzione, tempo libero e cultura, altri beni e servizi (tecnologie, consulenze professionali eccetera).

Tale distinzione è interessante poiché è ormai un dato acquisito che quanto maggiore è la percentuale di spesa relativa agli alimentari, tanto più povera risulta la famiglia, poiché impossibilitata a far fronte ad altre spese "non basilari", quali le spese per il tempo libero, le vacanze, l’istruzione e la cultura.

L’indagine Istat ha lo scopo di rilevare il livello dei consumi a seconda delle diverse caratteristiche geografiche, sociali e culturali delle famiglie e anche noi seguiremo questo approccio, analizzando la loro spesa in base a tre filtri: la collocazione geografica, il numero di componenti e la professione del principale percettore di reddito.

Nel 2007 le famiglie italiane hanno speso in media 2.480 euro al mese, 19 euro in più dell’anno precedente, con un aumento dello 0,8%. Se consideriamo però che l’inflazione nel 2007 ha registrato un aumento medio dell’1,8%, con differenze non trascurabili tra i diversi capitoli di spesa, possiamo concludere che, a fronte di un lieve aumento della spesa mensile, in realtà i consumi sono effettivamente calati. Pur spendendo leggermente di più, cioè, le famiglie italiane hanno acquistato in realtà meno prodotti dell’anno prima.

Un’indagine del Censis del 2004 registrava un certo "attendismo", cioè una contrazione nei consumi legata anche a previsioni pessimistiche rispetto al futuro: dobbiamo dire che queste previsioni si sono puntualmente avverate, e quella fase di ripresa auspicata e intravista negli anni successivi è stata abbondantemente smentita nell’ultimissimo periodo.

La capacità di spesa delle famiglie italiane, così come il reddito, registra un ampio divario tra le famiglie che vivono nelle zone settentrionali e quelle che invece abitano le zone meridionali del Paese: al Nord una famiglia spende mediamente 2.800 euro, al Centro 2.500 euro, al Sud 1.900, con una differenza significativa di quasi 1.000 euro tra Nord e Sud.

Mentre la spesa alimentare risulta distribuita in modo sostanzialmente uniforme, esiste un profondo divario tra Nord e Mezzogiorno riguardo alle spese non alimentari, quasi 1.000 euro di differenza (in realtà si registra anche un divario superiore a tale cifra tra la Sicilia, la regione che spende meno in beni non alimentari, e il Veneto, la regione che spende di più: 1.317 euro contro 2.591 euro). A pesare, in questa differenza, sono le spese per l’abitazione, per il tempo libero e la cultura, per i trasporti e per altri beni tecnologici e servizi: al di là delle differenze nel costo della vita, molto più contenuto in Meridione, sembra rimanere lo storico divario tra un Nord "ricco", nel quale mediamente le famiglie possono permettersi una vita più agiata e chi, invece, dispone di meno risorse per sé e per i propri familiari.

Tabella 1.

Le spese alimentari

Nel 2007 è aumentata ancora la percentuale di persone che dichiara di aver limitato l’acquisto di alcuni beni alimentari o di aver scelto prodotti di qualità inferiore: si tratta ormai di oltre il 30% degli italiani, una percentuale non trascurabile, soprattutto considerando il fatto che tali beni sono necessari, e non voluttuari.

La spesa media mensile per alimentari e bevande è stata, come possiamo vedere nella tabella 1, di 466 euro, pari al 18,8% del totale della spesa media mensile(3).

Dobbiamo in primo luogo sottolineare che, mentre al Nord si è verificata una contrazione anche nominale nei consumi alimentari (non solo i consumi alimentari sono diminuiti, è diminuita anche la quota di spesa a essi dedicata), al Cento e al Sud la spesa per i beni alimentari è aumentata. Se infatti al Nord la spesa media per famiglia relativa a cibi e bevande è passata da 454 euro nel 2004 a 449 euro nel 2007, al Centro è passata da 467 euro (2004) a 485 euro (2007) e al Sud è passata da 452 euro a 480 euro.

All’interno delle spese alimentari, la voce più onerosa è quella che riguarda l’acquisto di carne, spesa che copre dal 3,6% (al Nord) al 5,5% (al Sud) della spesa mensile, con un esborso mensile medio pari a circa 105 euro per famiglia. Al secondo posto si collocano patate, frutta e ortaggi e pane e cereali, con una spesa media mensile di 84 euro per frutta e verdura e di 79 euro per pane e cereali. Seguono latte, formaggi e uova (62 euro circa). Secondo dati Eurostat, la spesa per alimentari e bevande, escluse le bevande alcoliche, nel 2006 è pari al 14,7% del totale della spesa, contro una media europea (Europa a 25) del 12,5%. Ancora secondo dati Eurostat, la percentuale di spesa alimentare è costantemente diminuita a partire dal 1996, quando era pari al 16,6%.

Questa costante diminuzione si spiega, oltre che con una contrazione reale dei consumi, anche con le mutate abitudini di consumo delle famiglie italiane. La pubblicità influisce di meno sulle scelte di spesa e i prodotti di marca sembrano avere perso molto del loro appeal. Sempre più spesso gli italiani scelgono da soli cosa mettere nel carrello, sono diventati molto più attenti nel confrontare i prezzi e scelgono quei prodotti che paiono coniugare meglio il rapporto qualità/prezzo. Aumenta inoltre la percentuale di famiglie che fanno la spesa all’hard discount (in Italia si tocca quasi quota 10%, con un aumento di un punto percentuale in un anno, dall’8,6% del 2006 al 9,7% del 2007). Al Nord soprattutto rimane largamente maggioritaria la percentuale di famiglie che fanno la spesa al supermercato (73%), mentre una percentuale sempre più ampia va a fare la spesa al mercato, il 25% circa (al Sud il 31%), dove è possibile risparmiare su frutta e verdura.

Purtroppo non disponiamo ancora di dati sintetici riguardanti il 2008, ma facendo riferimento a quelli del primo semestre possiamo notare che la spesa nei discount, negli ipermercati e soprattutto nei negozi al dettaglio è diminuita ulteriormente, mentre è leggermente aumentata quella al supermercato(4): ci chiediamo se questo dato stia a indicare un ulteriore slittamento verso il basso, cioè un ulteriore contrazione della spesa nelle categorie più disagiate, e nello stesso tempo una contrazione della spesa nelle categorie agiate che abbandonano loro malgrado il negozio al dettaglio sotto casa per una maggiore convenienza, o sia invece merito della costante "limatura" di prezzi nei supermercati (pare infatti che l’unico materiale pubblicitario che faccia presa siano i dépliant con le offerte dei prodotti).

Un capitolo a parte e del tutto inesplorato dalle statistiche ufficiali, è quello della diffusione di modi alternativi di fare la spesa: acquisto di alimenti direttamente dal produttore, Farmers market, gruppi di acquisto solidale. Questi risultano particolarmente interessanti per due motivi. In primo luogo, perché testimoniano che comunque i consumatori italiani aspirano ad avere prodotti di qualità, in modo assolutamente svincolato alla marca, e sono attenti a quello che mangiano. In secondo luogo, soprattutto per quanto riguarda i gruppi di acquisto solidale, notiamo come anche "fare la spesa" possa essere, e di fatto sia diventato, un’azione nella quale il singolo soggetto si pone in qualche modo in relazione comunicativa con gli altri(5).

Come abbiamo già visto, le spese non alimentari superano i 2.000 euro al mese e risultano estremamente diversificate nelle tre macroregioni italiane. Il dato che comunque unisce l’Italia è la quota di denaro sempre più consistente spesa per la propria abitazione: il 26,7% del totale delle uscite mensili, pari a 662 euro al mese. Anche in questo caso, si registrano differenze tra le famiglie del Nord, che "patiscono" maggiormente le spese per l’abitazione (tali spese coprono infatti il 27,7% del bilancio familiare) e quelle del Sud, che invece spendono molto meno (22,9% del bilancio familiare).

Oltre il 73% degli italiani vive in una casa di proprietà, sempre più spesso acquistata, in questi ultimi anni, facendo ricorso a un mutuo, la cui rata mensile si aggira mediamente intorno ai 471 euro al mese: 490 euro al Nord e 396 euro al Sud. Chi vive in affitto spende mediamente 351 euro al mese, 377 al Nord e 278 al Sud. Le spese per l’abitazione sono aumentate di 1 punto percentuale nel giro di tre anni, principalmente a causa del costante rialzo dei tassi di interesse sui mutui e all’impennata delle spese di manutenzione.

Alle spese per l’abitazione dobbiamo poi aggiungere le cosiddette "bollette": la spesa per riscaldamento, gas ed energia elettrica è ormai pari al 4,7% della spesa mensile, ovverosia più di 116 euro al mese. Dunque, solo per abitazione e utenze (escluse quelle telefoniche), le famiglie italiane spendono mediamente 782 euro al mese.

Sebbene l’acquisto di un’abitazione attraverso un mutuo sia da considerare più un investimento che un consumo, non possiamo fare a meno di sottolineare che l’aumento costante dei tassi di interesse, avvenuto in questi ultimi anni, abbia creato una situazione sostanzialmente più gravosa di quella che molti erano disposti a sostenere, quando nei primi anni del 2000 hanno acceso un mutuo. Accanto a questo, l’aumento dei prezzi delle materie prime, e una sostanziale condizione di arretratezza e dipendenza del nostro Paese in campo energetico, ha gravato direttamente sulle tasche delle famiglie. Non c’è dunque da stupirsi se, tra mutui e bollette, il 51% degli italiani ritenga "molto onerose" le spese per l’abitazione(6), una percentuale ben superiore a quella di altri Paesi dell’area euro.

Le spese alimentari e quelle per l’abitazione coprono quasi il 50% del totale della spesa delle famiglie italiane: c’è poco da dire (e da fare, soprattutto), perché con i restanti spiccioli bisogna pagare la macchina, la benzina, la scuola, l’abbigliamento, le spese sanitarie, e molto altro ancora.

L’altro costo importante, nell’ambito di quelle non alimentari riguarda i trasporti: anche in questo caso, la spesa è aumentata lievemente (mezzo punto percentuale), assestandosi nel 2007 al 14,7% della spesa mensile, ovverosia 364 euro per benzina, rate della macchina, assicurazione, bollo, trasporti pubblici. La spesa per i trasporti è decisamente più marcata al Nord (15,5%), rispetto al Sud (13,2%).

Ci sono poi le spese per l’abbigliamento e le calzature (6,3%), pari a 156 euro e quelle per arredamenti ed elettrodomestici, pari a 139 euro (5,7%): l’abbigliamento, soprattutto, è uno dei capitoli di spesa che ha registrato la contrazione più significativa. E così, mentre negli anni passati l’Italia era uno dei Paesi che più spendeva per vestiti e scarpe, ora è perfettamente in media con i suoi vicini europei. Infine, le spese per la salute hanno ovunque fatto registrare un lieve aumento, assestandosi intorno ai 100 euro circa al mese.

Tabella 2.

Una grande varietà

Al di là dei dati generici, è interessante analizzare una spesa davvero "familiare", ossia una spesa media mensile calcolata in base alla tipologia di famiglia, e principalmente in base a due fattori: il numero dei componenti del nucleo familiare e la condizione professionale del capofamiglia.

La spesa media mensile varia notevolmente, come è ovvio ma forse non palese, in base al numero dei componenti della famiglia: da 1.641 euro per una famiglia unipersonale a 3.205 euro per quella con cinque o più componenti. Differente è anche il reddito percepito da queste due tipologie di famiglie, dato che le famiglie unipersonali hanno un reddito proveniente dal lavoro o dalla pensione di una singola persona, spesso donna (e si sa che le donne hanno percorsi di carriera più "complessi" e stipendi o pensioni inferiori a quelli degli uomini), mentre le famiglie con cinque o più componenti hanno spesso un reddito composto da due stipendi, e quindi significativamente più elevato.

Anche le voci di spesa risultano assai differenti. Una famiglia composta da cinque o più persone spende più del doppio di un single in alimentari e bevande (680 euro al mese, contro 300 euro). Per quanto riguarda le spese non alimentari le famiglie "numerose" spendono molto di più in abbigliamento e calzature (247 euro al mese, contro 80 euro; da notare che spendono esattamente la stessa cifra delle famiglie composte da 4 persone, il che vuol dire che il riciclo degli abiti dei fratelli maggiori funziona sempre!) e per i trasporti (551 euro, contro i 165 euro spesi dai single). Le famiglie numerose, avendo molto spesso figli in età scolare, spendono infine molto di più per l’istruzione: mediamente 58 euro al mese, contro una spesa pressoché inesistente dei single (0,3% del totale della spesa media mensile). Al contrario, a pesare maggiormente nel bilancio dei single è la casa (34% della spesa media, contro il 20,1% delle famiglie numerose), i combustibili e l’energia e soprattutto i servizi sanitari e le spese per la salute (4% contro 3,2%) (tabella 2).

Possiamo effettuare un confronto sulle spese voluttuarie, e notare come le coppie senza figli spendano mediamente molto (387 euro circa al mese), mentre le famiglie con più figli e le famiglie monogenitoriali possono permettersi meno sfizi: in particolare, una famiglia monogenitoriale spende in media 275 euro al mese per i beni accessori. Se poi consideriamo le spese alimentari, una coppia senza figli spende quasi la stessa cifra di una famiglia monogenitoriale (482 euro per una coppia senza figli e 474 per una famiglia monogenitoriale, i cui membri possiamo ipotizzare siano una mamma e un figlio/a), ma ovviamente le due spese hanno un diverso peso sul bilancio familiare, risultano molto più pesanti per la famiglia monogenitoriale.

Un altro fattore determinante per definire la spesa familiare è la professione del capo famiglia, in genere uomo. Notiamo come le famiglie di imprenditori e liberi professionisti, di lavoratori in proprio e dei dirigenti abbiano una capacità di spesa nettamente superiore alle famiglie nelle quali il principale percettore di reddito è un operaio o un impiegato, con una differenza superiore ai 500 euro mensili, fino ad arrivare a una differenza di oltre 1.000 euro, se consideriamo la sola categoria degli imprenditori e dei liberi professionisti. Una differenza di consumi che rispecchia evidentemente una profonda differenza di reddito, e che ci è anche utile per riflettere su come la "stretta dei consumi", che ha sicuramente toccato tutti gli italiani, ha avuto effetti molto più pesanti e dirompenti sulle famiglie a reddito medio-basso, maggiormente esposte e maggiormente messe sotto pressione (tabella 3).

Facendo un confronto tra una famiglia di un imprenditore e quella di un operaio, notiamo una differenza di ben 3 punti percentuali sulle spese per l’abitazione, di quasi 1,5 punti percentuali per abbigliamento e calzature, di oltre 2 punti percentuali sui beni accessori.

Tabella 3.

Disuguaglianze di reddito

Ogni bilancio che si rispetti contiene due voci fondamentali: le entrate e le uscite. Abbiamo considerato le uscite, che aumentano ogni anno. Consideriamo ora le entrate, cioè i redditi delle famiglie italiane. Una delle cause che maggiormente le affatica è costituita proprio da un reddito, proveniente molto spesso da lavoro dipendente e considerato molto spesso insufficiente (non stiamo parlando solo di lavoratori non specializzati o precari, ma anche di veri e propri impiegati). Alcuni analisti hanno considerato il progressivo impoverimento della classe media, dei cosiddetti "colletti bianchi", come uno dei fattori più preoccupanti degli ultimi anni.

Di fatto, gli stipendi dei lavoratori italiani sono tra i più bassi in Europa e, nell’area euro, solo i portoghesi percepiscono uno stipendio netto inferiore a quello degli italiani (in Spagna il reddito da lavoro dipendente netto è identico a quello italiano). Secondo dati Ocse, in Italia nel 2006 la retribuzione media lorda annuale è stata di 23.383 euro, e la retribuzione media netta è di 16.824 euro(7).

Inoltre, se consideriamo l’ultimo decennio, scopriamo che tra il 1995 e il 2006 in Italia le retribuzioni sono aumentate molto meno rispetto ad altri Paesi Ue: la retribuzione oraria reale è aumentata in Italia del 4,7%, contro, per esempio, il 22% della Francia. Un aumento davvero contenuto, ma d’altronde bisogna dire che anche la produttività del lavoro, in Italia, è cresciuta molto poco(8).

Non siamo soli, in questa crescita a rilento degli stipendi: anche Spagna, Paesi Bassi e Germania hanno registrato un uguale andamento delle retribuzioni, ma Germania e Paesi Bassi partivano da un livello retributivo decisamente più alto (23.862 euro netti in Germania, 24.622 euro netti nei Paesi Bassi). Inoltre, in questi due Paesi sono attive politiche fiscali a sostegno delle famiglie, del tutto (o quasi) assenti in Italia.

Il vero problema, tutto italiano, è che a questa stagnazione delle retribuzioni si è accompagnato un costante e inarrestabile aumento dell’inflazione, per cui gli stipendi degli italiani hanno via via perso il loro potere di acquisto. Secondo dati Ocse nel 2006 il salario medio "reale", cioè considerato in relazione al costo della vita, ha un saldo negativo: -0,2%(9). Il che vuol dire che, anche se nominalmente le buste paga sono lievemente aumentate, di fatto gli italiani hanno una quantità di denaro inferiore da spendere.

Esiste dunque una questione reale legata ai salari e alla produttività dei lavoratori dipendenti, questione non ancora affrontata con una riforma organica e realmente incisiva (in senso positivo, s’intende)[10]. Una questione peraltro sempre tralasciata dalle famiglie, ma sulla quale le famiglie stesse dovrebbero iniziare a interrogarsi seriamente e a rendersi competenti.

In Italia il divario tra le retribuzioni da lavoro dipendente, ma anche tra redditi più in generale, è leggermente superiore a quello registrato negli altri Paesi europei. Possiamo calcolare la disuguaglianza di redditi considerando il rapporto tra la quota di reddito totale percepito dal venti per cento più ricco della popolazione e quella del venti per cento più povero. In Italia, i redditi dei "ceti superiori" sono mediamente pari a 4,5/5,5 volte i redditi dei "ceti inferiori" (nei Paesi più virtuosi la differenza tra redditi superiori e redditi inferiori è pari a 3,5)[11]. Se, in una condizione di ipotetica perfetta uguaglianza, dividiamo il reddito totale delle famiglie italiane in cinque parti, dovremmo ottenere cinque quinti con un reddito identico. In Italia al contrario il primo quinto, quello con i redditi più bassi, percepisce l’8,1% del reddito totale, mentre il quinto più ricco percepisce il 37,7% del reddito. Detto in altre parole, il 20% più povero delle famiglie percepisce l’8% del reddito (figura 1).

La distribuzione delle famiglie nei diversi quinti di reddito varia in modo considerevole a seconda delle caratteristiche socio-demografiche. Nel primo quinto, quello più povero, troviamo nuclei con cinque o più componenti (36,5% delle famiglie), o comunque coppie o genitori soli con almeno un figlio minore, con un solo percettore di reddito e in prevalenza con un titolo di studio medio-basso, disoccupati o in cerca di occupazione. La probabilità di ritrovarsi nei quinti più poveri, inoltre, aumenta con l’aumentare del numero di minori a carico: il 48,5% delle famiglie con tre o più minori a carico appartiene al quinto più povero, solo l’8,7% appartiene al quinto più ricco(12).

Valutiamo, per semplicità, un dato statistico: in un calcolo puro e astratto, considerando che nel 2005 il reddito medio è di 27.736 euro, diciamo che il reddito medio per famiglia è di 2.311 euro. Di fatto, non è così. Al contrario, osservando le disuguaglianze di reddito, scopriamo che il 50% delle famiglie italiane ha guadagnato nel 2005 meno di 22.460 euro, cioè meno di 1.871 euro(13).

Figura 1.

Gli ultimi dieci anni

Analizziamo, a fronte di quanto appena detto, le dinamiche di spesa negli ultimi dieci anni (1997-2006). Una prima considerazione, riguarda il fatto che l’aumento del costo della vita ha toccato in maniera diversa le famiglie a seconda del reddito disponibile e del livello abituale dei consumi(14): solo le famiglie più benestanti, appartenenti agli ultimi due quinti della scala dei redditi, non hanno dovuto operare modifiche sostanziali alle proprie abitudini di spesa e al proprio stile di vita e di consumo. Sono le famiglie di imprenditori, liberi professionisti e dirigenti residenti al Centro-Nord che, come abbiamo visto, spendono mediamente oltre 3.000 euro al mese.

Consideriamo le due macrovoci che compongono il bilancio familiare, le spese alimentari e alcune tra le spese non alimentari. Notiamo come le famiglie appartenenti al primo e al terzo quinto (nel quale si colloca quella che una volta veniva indicata come "la classe media") abbiano attuato una contrazione delle spese alimentari per far fronte all’aumento di spese non alimentari, mentre nell’ultimo quinto i consumi sono rimasti perfettamente invariati (tabella 4).

Oltre alla spesa per i beni alimentari, consideriamo alcuni capitoli di spesa di "beni voluttuari", quali le spese per il tempo libero, o le spese classificate come "altri beni e servizi" (consulenze professionali, prodotti di bellezza, profumeria e cura della persona, informatica). Per quanto riguarda le spese per il tempo libero, la percentuale di spesa è scesa di 1 punto percentuale nel terzo quinto (la classe media più colta, da 5,4% a 4,4%) e solo della metà, 0,5%, nell’ultimo quinto (da 5,3% a 4,8%). Per quanto riguarda i cosiddetti altri beni e servizi, la spesa è scesa nel primo e nel terzo quinto, mentre al contrario è aumentata nell’ultimo quinto(15).

Notiamo inoltre come negli ultimi dieci anni la spesa sia aumentata in modo molto più elevato nell’ultimo quinto, circa il 50%, rispetto a quanto registrato nei quinti precedenti, il 30% circa nel primo quinto e il 20% circa nel terzo, a riconferma delle profonde differenze che caratterizzano i comportamenti di spesa delle famiglie italiane.

Tabella 4.

Conclusioni

A fronte di una situazione così complicata, gli italiani sono sempre più insoddisfatti della loro vita. A rilevarlo è, ancora una volta, l’Istat, che ha analizzato la componente soggettiva del benessere in cinque specifici ambiti di vita: la situazione economica, la salute, le relazioni con i familiari e gli amici e la fruizione del tempo libero. C’è da dire che la situazione economica è sempre stata il "punto dolente" degli italiani. Un dato interessante, tuttavia, è il drastico crollo del benessere economico percepito negli ultimi cinque anni: da un 64,0% di italiani che nel 2001 dichiarava di considerarsi soddisfatto della propria situazione economica, a un risicato 50,2% nel 2006.

Contemporaneamente, i dati Istat registrano una diminuzione costante anche nei livelli di soddisfazione relativi alla propria vita privata, ossia le relazioni con i familiari e con gli amici: non siamo qui in grado di stabilire se vi sia una correlazione diretta tra i due dati, ma in base anche ad alcuni recenti studi sulla stabilità matrimoniale, possiamo affermare che un reddito sufficiente facilita (e di molto) le relazioni familiari e amicali(16). Entriamo qui nel campo della soggettività e degli stili di vita, ambito non-monetario che non abbiamo finora trattato ma che deve essere ricordato come un fattore importante e determinante nell’ambito dei consumi. Alcune brevi considerazioni.

In primo luogo, dobbiamo considerare che le famiglie italiane hanno raggiunto uno standard di vita impensabile solo fino a 40 anni fa. L’Istat ha fatto un interessante paragone tra i capitoli di spesa di una famiglia italiana nel 1968 e nel 2006. Ne esce il quadro di una società fondamentalmente più ricca, che vive in case più nuove, più belle, più attrezzate: se nel 1968 la lavastoviglie era un superlusso, oggi è un oggetto che banalmente entra nelle case di tutti i novelli sposini. Per non parlare della Tv (o meglio delle Tv), dei lettori dvd, del forno a microonde, di lavatrici e asciugatrici, di aspirapolvere e impianti di condizionamento. Spendiamo di più in trasporti e comunicazioni, ma quante famiglie possedevano una macchina, nel 1968 (figure 2 e 3)?

Figura 2.

Le famiglie italiane spendono dunque di più, ma spendono anche in modo molto diverso rispetto alla generazione precedente, perché la società è profondamente mutata e diversi sono i bisogni, reali o percepiti. All’apice di questo sviluppo, siamo in una fase nella quale le famiglie dovranno, loro malgrado, tornare a riflettere su come declinare i propri capitoli di spesa e rivedere le proprie aspirazioni al "benessere". Intravediamo in questa fase molte possibilità positive di cambiamento nel comportamento di spesa: la possibilità che si facciano strada stili di vita maggiormente improntati alla sobrietà, l’attenzione a consumi consapevoli e autodiretti, meno eterodiretti dalla pubblicità o dalle marche, l’attenzione al risparmio energetico.

Intravediamo però anche grossi rischi: la marginalizzazione ulteriore delle famiglie più deboli, la paura e l’insicurezza riguardo al futuro (utilizzate spesso per fini elettorali o commerciali), un ulteriore accentuarsi dell’atteggiamento "familista" e corporativo tipico della società italiana, l’edonismo e l’ostentazione della ricchezza "a tutti i costi", ricorrendo anche al credito al consumo e a un ulteriore indebitamento.

Figura 3.

Indubbiamente le famiglie italiane non sono state aiutate, in questa fase decisamente critica: dovranno quindi trovare al proprio interno nuovi assetti valoriali, oltre che motivazioni, risorse e capacità per affrontare i cambiamenti.

Lorenza Rebuzzini








 

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