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n. 1 GENNAIO-FEBBRAIO 2009

Sommario

EDITORIALE
Depressione e tristezza: attenti a generalizzare
la DIREZIONE

SERVIZI
Diverse strategie per diverse depressioni
EUGENIO BORGNA

Vivere nell’attesa di una perdita affettiva
ANTONIO ONOFRI, LUCIA TOMBOLINI

Eccesso di richieste e scarsa valorizzazione
JUAN LUIS LINARES

La malinconia e l’invenzione di Freud
ARISTIDE TRONCONI

Accettiamo la tristezza dei figli
MARIATERESA ZATTONI

Quando sono depressi bambini e adolescenti
FABRIZIO FANTONI

DOSSIER
I trent’anni della legge Basaglia
RENATA BRACCO

RUBRICHE
SOCIETÀ
Sentirsi in preda a pensieri tristi
BEPPE DEL COLLE

RICERCA
Famiglie a rischio sociale
ELISABETTA COSTANTINO

RICERCA
Pensare sulla carta
DANIELA MAZZA, MARIA ASSUNTA ZANETTI

CONSULENZA
Disabilità e qualità della vita
ALESSIA TOTA

POLITICHE
Nidi: la domanda e l’offerta
SIMONA TROVATI

EDUCAZIONE
Valorizzare i talenti
FEDERICA MORMANDO

MINORI
Per migliorare l’accoglienza
SAMANTHA TEDESCO

BIOETICA
Florian: 30 anni di attività
MARIA GALLELLI

PASTORALE
L’unione tra Cristo e la Chiesa
PIETRO BOFFI

COMUNICAZIONE
Interpretare i messaggi
ALBERTO SABATINI, SABRINA CONTU

NARRATIVA / SAGGISTICA / RIVISTE

CISF / MONDO

 

UN APPROCCIO COLLOQUIALE

Accettiamo la tristezza dei figli

di Mariateresa Zattoni
(consulente formatore e docente presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II 
per studi su matrimonio e famiglia)

 

Esiste un’area che oggi si restringe sempre di più, poiché confligge con due spontanei atteggiamenti educativi genitoriali: da una parte si "rifiuta" il bambino triste perché semplicemente non lo si vuole vedere; dall’altra l’ansia genitoriale legge come sintomi depressivi i legittimi momenti di infelicità, scontentezza, insofferenza e rabbia.
  

Il punto di vista da cui desidero pormi è eminentemente pedagogico-formativo e non certamente psico-diagnostico. Credo che questo angolo di osservazione legittimi una domanda (la cui risposta, come è ovvio, appare scontata) da cui prendere le mosse per la riflessione seguente: «È concesso non essere depressi in età infantile adolescenziale e giovanile?».

La risposta, scontatissima («certo che sì!») a sua volta smuove la sicurezza genitoriale educativa, poiché nasconde il dubbio: «E se...? Se il bambino-adolescente-giovane adulto fosse depresso e io genitore non me ne accorgo? Ma ci sono criteri (oh, fossero tranquillizzanti!) per cui la tristezza, il ritiro, talora il mutismo e la demotivazione a vivere non debbano essere intesi come sintomi depressivi, legittimamente decifrati da neuropsichiatri e psicologi?».

Mi sembra che l’area della "non-depressione" oggi si restringa sempre di più, poiché confligge con due spontanei atteggiamenti educativi genitoriali: da una parte si "rifiuta" il bambino triste perché semplicemente non lo si vuole vedere, in forza del mito di un’infanzia felice, che è duro a morire («L’infanzia è la più bella e spensierata età della vita») e di un’adolescenza ovattata e accessoriata («Hai tutto e non sei contento?»); dall’altra l’ansia genitoriale, spesso nutrita di sensi di colpa, legge come sintomi depressivi i legittimi momenti di infelicità, scontentezza, insofferenza e rabbia che attraversano le età propriamente evolutive, come del resto tutte le età della vita.

Abbiamo dunque bisogno di un criterio educativo che ci tenga ben aperti gli occhi e nel contempo non ci carichi (e carichi le persone in crescita) di intempestive ansie definitorie. Tale criterio, specie nell’età evolutiva, si presenta come la regola aurea che spinge ad allargare il campo di osservazione, includendo variabili contestuali che non vanno trascurate.

Il criterio educativo

«Mamma, non voglio essere nata!», diceva un essere umano di nove anni di nome Martina. La mamma, spaventatissima, mi porta i dubbi, le paure, perfino le pre-diagnosi che già avevano appesantito il suo cuore. Naturalmente lei, molto religiosa, aveva già risposto alla sua bambina che bisogna essere contenti del dono della vita, che, anzi, bisogna essere grati e non "bestemmiare" il Signore con simili stupide affermazioni.

La bambina, però, non si era arresa per niente e alla mamma era affiorato il dubbio: «E se la mia bambina non vuole vivere, se sta incamminandosi verso la depressione, se e se...».

Già, ma prima di lasciarci prendere da pensieri neri, serve porsi qualche domanda:

  • quando Martina fa il suo proclama?

  • quando l’ha fatto per la prima volta?

  • con che tono?

  • e chi è stato il destinatario del messaggio? E se non fosse uno solo, ma fossero più persone, in quale contesto comune accade questo proclama?

In altre parole, prima di concludere: «La mia bambina non ha voglia di vivere», bisogna imparare a guardare lei e non le proprie paure.

La madre di Martina si rivelò un’osservatrice attenta: la prima volta di quella frase angosciante fu giusto un anno dopo la nascita dell’ultima sorellina; la madre l’aveva collegata a quell’evento e non vi aveva dato peso; però l’affermazione era uscita ancora, specie negli ultimi tre mesi.

Il tono? La mamma dovette ammettere che il tono era assai variabile: perentorio oppure piagnucoloso oppure serio e determinato, oppure... corredato da un sorrisetto sotto i baffi.

E chi era il destinatario del messaggio? Proprio lei e nessun altro, specie la sera quando le dava la buona notte. Ed esattamente per questo la mamma si sentiva particolarmente "presa": «Lo confida proprio a me, come un segreto, una confidenza», era stata la sua interpretazione.

Ma qui allora occorre ancora allargare il campo ad altre variabili:

  • Martina dorme di notte?

  • Com’è il suo rapporto con il cibo?

  • E con la scuola? Ha interessi? Come sono i suoi scritti, i suoi disegni?

  • Com’è il rapporto con i fratelli? E con il padre?

  • Ha amici? Come gioca?

Martina dorme tutta la notte, è selettiva nel cibo, ma mangia con gusto, fa i compiti solo quando decide lei, i risultati scolastici sono buoni e dalle maestre non arriva nessun rilievo particolare.

Ma ciò che apre lo sguardo della madre è il suo rapporto con le amichette: Martina si rivela una bimba capace di iniziativa, ma impositiva: giochi e interessi li determina lei, le amichette sono soltanto "seguaci".

Già da questa analisi di contesto, la mamma cominciava a essere rassicurata per cui il «non voglio esser nata» si colorava di imperiosità e forse un tantino di "civetteria".

Il rapporto col padre, che venne invitato a riflettere su queste "stupidaggini da bambine", diede un nuovo colore all’affermazione che Martina regalava solo alla mamma: il padre camionista stava assente anche per giorni, a casa voleva esser servito e davanti a lui la bambina era muta, poco espressiva, quasi indifferente. I suoi fratellini correvano incontro a papà quando arrivava «come cagnolini», diceva, e lei no, se ne stava in disparte.

La sera, però, Martina aveva un trattamento speciale per la mamma, era tenera, piena di baci: e la frase incriminata suonava tanto più incongrua, quasi una freccia scoccata contro la madre. O a suo favore?

Le connessioni familiari

Nella nostra analisi abbiamo fin qui raggiunto angoli di osservazione che ci permettiamo di dire nei loro tratti più generali: le parole di un bambino sono di solito polisemantiche (come avviene per ogni essere umano, ma in particolare per un bambino che ha un vocabolario più ristretto) e occorre perciò cercare i vari significati. Un principio generale dell’indagine relazionale sistemica dice che il comportamento di un individuo è connesso con quello di tutti gli altri componenti del sistema (o dei sistemi) a cui il soggetto appartiene.

Ebbene, il valore significativo dell’affermazione che alla mamma era apparsa un annuncio depressivo può essere da una parte... filosofeggiante: «Perché sono nata?» («Possibile che io sia nato nell’unica famiglia al mondo in cui tocca sempre a me obbedire?», diceva un piccolo uomo di dieci anni).

Un altro valore significativo può essere implicito nel fatto che la comunicazione è rivolta solo alla mamma:

  • forse che Martina sta esplorando il diritto a nascere dei tre fratellini dopo di lei?

  • forse teme che «tutti questi figli» (come ebbe poi a dire) siano un peso per la mamma?

  • forse la sente lasciata sola dal padre assente ma che «le fa fare bambini»?

Ancora un’osservazione: prima di inforcare occhiali depressivi, dovremmo conoscere qual è il peculiare modo di quel bambino di reagire alla frustrazione.

La frustrazione può essere grave o minima, può apparire devastante, soprattutto grazie al nostro contributo: «Ma Gesù in cielo non ce l’ha già la sua mamma? E allora perché si è preso anche la mia?», osservava con legittima insofferenza, mista a lacrime inconsolabili, un piccolo di sei anni sulle cui spalle gravava una cattiva teologia, oltre che, naturalmente, un grave lutto: "scientificamente" inspiegabile avendo lui un papà chirurgo.

Reagire alla frustrazione

Conoscere qual è il filtro con cui solitamente il bambino reagisce a eventi negativi (se gli adulti che gli stanno accanto non commettono troppi errori) ci può aiutare a dare il giusto peso a reazioni che altrimenti potrebbero innescare letture genitoriali troppo apprensive.

Per esempio, come reagisce solitamente il bambino di fronte all’ostacolo che impedisce il soddisfacimento di un suo desiderio? Urla, si agita, esibisce scene teatrali, oppure si chiude in un mutismo temporaneo, si rifugia nella sua stanza, per poi uscirne rasserenato, se lasciato in pace; oppure ancora distrugge ciò che ha a portata di mano o chiede risarcimenti in modo querulo e insistente? Va da sé che simili "stili di reazione" non nascono dal nulla e, per buona parte, sono appresi; non abbiamo certo qui lo spazio per passare in rassegna simili sfide e simili stili: ci accontentiamo di dire che, conoscendo questi stili prevalenti, possiamo osservare se ne nasce uno del tutto incongruo, che man mano diventi pervasivo.

Un segnale depressivo, infatti, non sta tanto in che cosa il bambino dice, ma nel come lo dice, se insieme esprime gesti e costanti che man mano paiono assorbirlo.

  • Il bambino "spento" che estende questo comportamento a tanti aspetti della sua vita, che fa le cose al rallentatore, che ha forti disturbi del sonno e mangia saltuariamente, talora con rifiuto e talora con ingordigia;

  • il bambino che rinuncia ad attività che prima gli piacevano tanto; il bambino che scoppia in collere ben più grandi dei motivi che li hanno scatenati;

  • il bambino che manifesta attaccamenti ossessivi, per esempio non vuole staccarsi dalla mamma, mentre prima lo faceva disinvoltamente,

  • è un bambino che manda segnali su più fronti; in questo caso vale la pena di affidarsi al tecnico dell’infanzia (pediatra, psicologo e neuropsichiatra).

Tra tutti i segnali insistiamo su uno in particolare: le affermazioni e gli atteggiamenti autodistruttivi.

«Io porto sfortuna», diceva un ragazzino che «faceva perdere la partita» ogni volta che entrava in campo, oppure si attirava le colpe altrui, specie in classe, quando non si difendeva anche di fronte a una palese accusa sbagliata. Se simili comportamenti sono una costante, probabilmente non si tratta di un bambino timido o perfino "superstizioso", come troppo facilmente ci si immagina; si tratta di un bambino che ha di sé un’idea negativa prevalente, quasi "coltivata", in cui si rifugia come se non si "abilitasse" a vivere.

Va da sé che, in questi casi, oltre ad aiutare lui, occorre prendersi cura delle sue relazioni significative, di che cosa (involontariamente) gli passa un genitore particolarmente debilitato, stanco, demotivato; al solito, specie in questa fase, non si può trattare un bambino come un’isola: occorre lavorare per immetterlo in relazioni sane. Diciamo tra parentesi che anche certi atteggiamenti rifiutanti e oppressivi di qualche insegnante possono influire sulla formazione di un’idea di sé svilita e inconsistente.

La felicità dei figli

Se i segnali cui abbiamo accennato non diventano pervasivi e su più fronti, è il caso, vivaddio, di dare ai nostri figli il permesso di non essere felici, qualche volta. Talora mi sento costretta a enunciare a genitori assillanti e ansiosi una banale verità: «Non tocca ai genitori far felici i figli». La felicità del figlio non è la "certificazione di qualità" del genitore, poiché è (fortunatamente) una variabile della vita che è appunto il dono non controllabile e "a perdere" che i genitori hanno fatto al figlio: sarà lui che troverà i suoi sentieri per la felicità. Altrimenti ci infiliamo in invischiamenti da cui è difficile uscire. «Io sono felice solo se sei felice tu» è un peso messo sulle spalle di un figlio; di solito questa affermazione pseudoaltruistica poggia i piedi sulle sabbie mobili dell’autoreferenzialità: sono io genitore che voglio "rifornirmi" dalla tua felicità!

Proprio come è successo a un giovane figlio unico, ventotto anni, laureato, con un discreto posto di lavoro, chitarra e coro all’oratorio; da un po’ di tempo si permetteva "lune" (parole sue) che dipendevano dalle domande indilazionabili: «Che cosa voglio dalla vita? Perché non trovo la ragazza giusta?» eccetera. Ma un mattino si trovò davanti gli occhi lunghi e lacrimosi e rimproveranti della madre: «Ma come, non dovevi essere tu la nostra gioia?». Ecco svelato il volto "consumatore" (al di là delle belle intenzioni) della felicità altrui.

Di più: come diciamo in Proteggere il bambino(1), che ha una intensa prefazione di Eugenio Borgna, occorre eliminare, perlomeno diminuire, il "dolore evitabile" che mettiamo sulle spalle dei nostri figli, ma accettare il "dolore inevitabile". Che è come dire: dare il permesso di soffrire ai figli, affermazione di questi tempi quasi blasfema, ma così sana e liberante! Rimandiamo a un altro nostro testo(2) in cui ne abbiamo specificato, in chiave educativa, i motivi, che del resto si possono ricondurre "all’onnipotenza genitoriale" oggi così indotta anche dai media e dal linguaggio del consumismo.

Per sorridere (il che non fa male) diamo voce a due genitori (in particolare il padre, come succede in questi tempi) stralunati, perplessi e preoccupatissimi: «A una sgridata, nostro figlio è uscito di casa piangente, è corso fuori, è andato come un razzo fino... dalla nonna! Pensi lei, ben cinque chilometri a piedi!». «E quanti anni ha questo corridore?». «Sedici!», rispondono, senza nemmeno accorgersi dell’ironia. «Ma se un figlio è momentaneamente disperato o arrabbiato, non può farsi una bella corsa? E magari trovare una carezza della nonna?». «A dire il vero la nonna non gli dà mai ragione contro di noi», dicono onestamente i due.

Allora?! Allora oggi un figlio non può nemmeno smaltirsi il suo dolore in proprio...

Genitori e adolescenza

E siamo al figlio adolescente o giovane adulto: di solito qui appare una metamorfosi genitoriale. Quanto i genitori sono sensibili al malessere del bambino, tanto diventano impermeabili a quello del figlio adolescente.

Ecco Jacopo, quindici anni, gracile, biondo (e indifeso): tutto bardato in un look nero, teschi à gogo, catene e metal rock martellante nelle orecchie. Quando mi regala, con fare cospiratore, i contenuti di alcune canzoni della brutal death music (La "musica della morte brutale" tradotta puntigliosamente e lucidamente per me che non so l’inglese) in cui si dichiara di essere «nati per uccidere», mi si spalanca tutto il suo dolore, la tristezza del vivere tamponata alla bell’e meglio con un eccesso di aggressività e di inno alla violenza.

Jacopo deve essere proprio disperato, terribilmente solo, anche se giura che tale musica la sente in gruppo «con i miei amici», ma sa bene (e lo ammette) che il gruppo non è che un collage di fruitori, tra loro sconosciuti e irraggiungibili, come sono irraggiungibili e a portata di mano certi siti e certi appuntamenti su Messenger. E che succede se spegne l’iPod? Che succede se cessa questo martellamento ossessivo?. «Mi accorgo di star male», mi dice.

Per il padre, noto professionista, il figlio non ha nessuna ragione di star male: «Ma che c... di dolore dovrebbe avere?! Ha tutto, lo si accontenta sempre, anche quando non chiede: i mezzi non mancano. E poi siamo una famiglia normale; che dovrebbero dire quelli che hanno i genitori divisi?! È solo un testardo, uno che vuol fare solo di testa sua...».

Vero, il piercing che brucia è nell’anima(3) ed è difficile scoprirlo; bisogna riconoscere che l’adolescente fa tutto per nasconderlo, con le sue sfide, le sue provocazioni e la sua sicumera.

L’altra faccia della luna

Ma è qui che varrebbe la pena inviare sonde a esplorare l’altra faccia delle sue "lune", per pescare nella profondità della sua anima con passione e con rispetto.

Perché l’adolescente dovrebbe regalarci il suo dolore di vivere che è molto di più di una "luna" (un’oscillazione, legittima, di umore) ma è un vuoto, un vuoto e ancora un vuoto? Perché dovrebbe, se non siamo disposti ad ascoltarlo?

Qui i segnali depressivi vanno sondati, non ci si può tappare le orecchie davanti al suo grido (negato) di aiuto. All’assolutezza di certe affermazioni disperate non si può rispondere con sufficienza e con ironia. È qui che genitori si devono mettere in rete, e non solo con i tecnici, ma anche tra famiglie, devono cercare, tra loro stessi, aiuto e solidarietà.

C’è però un aiuto a portata di mano perché il dolore dell’adolescente non imbocchi il tunnel della negazione di vivere, ma è un aiuto che dovrebbe essere stato preparato a monte, che dovrebbe avere radici lontane e che non si può certo far sbocciare in faccia all’evento che ci sorprende.

Una banalità: la figlia sedicenne chiede di essere portata dall’estetista, e si aspetta di poter mangiare al ristorante con la madre (che per lo scopo l’ha raggiunta con l’auto all’uscita dalla scuola): ma il ristorante ha il giorno settimanale di chiusura. La madre ferma l’auto di fronte al take away che sforna pizze e le chiede di scendere per procurare per sé e per lei due tranci di pizza. «Non ci penso neanche», risponde la figlia.

Se la madre (come purtroppo accade) blocca l’auto nel bel mezzo del traffico milanese e scende lei ad acquistare la pizza, fornisce alla figlia non un mezzo per essere nutrita, ma per essere sola e disperata. Nonostante la sua arroganza. Perché? Perché l’ha ridotta a utente, a una pura utente di servizi che la figlia non sa e non può riconoscere.

Al mondo "per" ricevere?

Abbiamo detto ai nostri figli, i quali magari, è la metafora che uso sempre in questi casi, portano lo stesso nostro numero di scarpe, che loro sono al mondo per ricevere, per pensare esclusivamente a sé stessi: «Prendi... e prendi... e non darmi fastidio; anzi, mostrati sazio e soddisfatto! Nessuno ha bisogno delle tue energie, delle tue risorse: nessuno ha bisogno di te».

A forza di renderli utenti dei nostri servizi senza chiedere loro nulla in cambio (loro stessi non credono più alla favola che basta che studino per non diventare invisibili), noi mettiamo le premesse perché loro si sentano sempre più inutili e soli. Senza appartenenze, se non quelle virtuali, che sono fluide e provvisorie.

Infatti, un’appartenenza si dà in un legame d’amore che ha "costi", per il quale si è disposti a pagare il prezzo delle proprie fatiche.

Se i genitori lottassero insieme per resistere alla tentazione di trasformare adolescenti e giovani in utenti, avrebbero sicuramente messo un rinforzo preventivo perché essi non si lascino andare alle sirene depressive.

Concludiamo con un sorriso, per dire la forza dei figli quando si sentono chiamati in causa, per dire come rivelano insperata saggezza. Ho per le mani un biglietto scritto in un maldestro e infantile stampatello, farcito di errori. L’autore è Luca, sette anni.

L’ho letto e riletto tre volte, per assicurarmi che fosse "vero" (e non indotto, il che aprirebbe tutto un altro percorso di indagine): i genitori che me lo consegnano sono stupiti quanto me. È indirizzato a una mamma affaticata e "depressa" nel senso comune del termine. Ecco cosa dice il nostro piccolo filosofo. Titolo: 
«La vita...

Cara mamma non sempre le cose vanno come vuoi
è la parte della vita.
Non arrabbiarti se sbagli. Perché?
Tutti sbagliano. E pure tu.
E noi ti vogliamo sempre bene. Perché tu sei il nostro gioiello. Davvero.
Da papà e Luca».

Una piccola aggiunta al nostro sorriso: il papà "co-firmatario" del biglietto non ne sapeva nulla! Eppure in questo biglietto anti-depressivo, il papà è un valore aggiunto.

Mariateresa Zattoni

  
BIBLIOGRAFIA

  • Borgna E., Le figure dell’ansia, Feltrinelli, Milano 1997.

  • Borgna E., Malinconia, Feltrinelli, Milano 1992.

  • Caprara G.V., Fonzi A., L’età sospesa. Itinerari del viaggio adolescenziale, Giunti, Firenze 2000.

  • Cirillo S., Di Blasio P., La famiglia maltrattante, Diagnosi e terapia, Cortina Ed., Milano 1989.

  • Fossi G., Benvenuti P.(edd.), Dolore e angoscia di morte, Borla, Roma 1988.

  • Foti C., Emozioni del maltrattamento e maltrattamento delle emozioni, Centro Studi Hänsel e Gretel, Torino 1994.

  • Lasch C., La cultura del narcisismo, Bompiani, Milano 1981.

  • Lorenzini R., Sassaroli S., La paura della paura, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1987.

  • Pietropolli Charmet G., Ragazzi sregolati. Regole e castighi in adolescenza, F. Angeli Ed., Milano 2001.








 

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