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n. 2 MARZO-APRILE 2009 EDITORIALE SERVIZI
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EDITORIALE Una
palestra di vita La Direzione "Oggi
lo sport vissuto in modo sano si rivela ancora più prezioso per
accettare la competizione come una parte della dinamica sociale, della
vita stessa che comprende fatica, sacrificio, pazienza e accettazione
della sconfitta... " Lo sport dei figli è salute, benessere, patrimonio accantonato per la prevenzione di future malattie (vedi l’intervento di Alberto Pellai che in questo numero mette in guardia dai grandi rischi della sedentarietà e dell’alimentazione erronea dei bambini italiani, i più grassi in Europa). È anche apertura alla socialità, all’impegno di squadra, alla condivisione di una meta. Soprattutto può essere "palestra" educativa in cui apprendere competenze individuali e di relazione, impegno, responsabilità, serietà, da esprimere anche altrove. Ma non di rado lo sport è, ahimè, anche altro. Basta avere frequentato un campo di calcio o un altro terreno di gioco per sapere a quali imbarazzanti episodi si alluda: genitori aggressivi che si combattono a suon di parole, se non di pugni, in nome del pargolo sportivo. «La mancanza di cultura sportiva», ci ricorda Massimo Achini, presidente del Csi Centro sportivo italiano, «è ciò che produce genitori che a bordo campo si azzuffano tra di loro per l’interpretazione di un fallo, che insultano l’arbitro, che incitano il figlio a comportamenti violenti, o che lo rimproverano in caso di sconfitta, senza rendersi conto che così facendo arrecano un grave danno alla personalità in formazione dei loro ragazzi». Ma il "tifo mal vissuto" non è il solo errore in cui possono incappare padri e madri, in qualche caso avvezzi a vivere i figli come proprie proiezioni, perché i bambini, come ci spiega nelle pagine seguenti Manuela Cantoia, «rappresentano l’occasione di riscatto, di raggiungimento di mete a loro precluse, di realizzazione di ambizioni cullate fin dalla nascita dei piccoli eredi». Si tratta di figli che si sottopongono anche a grandi sacrifici pur di accontentare le aspettative di papà e mamma, che rischiano di non capire veramente quello che vogliono, perché sono troppo abituati ad accontentare gli altri e rimangono schiacciati da questo carico di responsabilità. D’altra parte lo sport vissuto in modo sano si rivela ancora più prezioso per accettare la competizione come una parte della dinamica sociale, della vita stessa che comprende fatica, sacrificio, pazienza, accettazione della sconfitta... tutti doni evidenziati nelle storie dei grandi sportivi qui raccontate. Nelle diversità degli approcci, tuttavia, si dipana una convinzione comune, che lo sport può costituire un "asso nella manica" nella partita educativa, se tutti gli attori in gioco, allenatori, arbitri, dirigenti di società sportive e soprattutto genitori e ragazzi, sono chiamati a essere parte di un unico progetto. Bene ha fatto Francesco Belletti a ricordare le parole del "Papa sportivo", Giovanni Paolo II: «Lo sport praticato con saggezza ed equilibrio assume un valore etico e formativo, ed è una palestra di virtù valide per la vita» La direzione |
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