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n. 2 MARZO-APRILE 2009 EDITORIALE SERVIZI
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LO SPORT DEI FIGLI
Un’occasione di crescita per i genitori di
Manuela Cantoia La prima domanda da porsi riguarda il tipo di aspettative che vengono nutrite rispetto allo sport dei propri figli,le preoccupazioni, le convinzioni, le richieste e i bisogni. È fondamentale che le attività sportive dei bambini abbiano un carattere prevalentemente ludico e non rappresentino fonte di eccessivo stress da prestazione e confronto. I mesi che precedono l’iscrizione a un corso sportivo trascorrono per lo più all’insegna di grandi manovre che vedono coinvolta tutta la famiglia: si deve riuscire a trovare un’attività ben condotta, a un prezzo ragionevole, in un luogo che sia facilmente raggiungibile, in orari che si possano incastrare nella complessa organizzazione familiare quotidiana. Occorre pianificare l’accompagnamento e il ritiro del bambino, non sovrapporre gli impegni dei fratelli e reperire l’attrezzatura necessaria (divise, tute, scarpe, ecc.). Le mamme già da tempo si stanno informando presso amiche e conoscenti sui corsi seguiti dai rispettivi figli, quelle più all’avanguardia hanno consultato siti internet che spiegano pregi e virtù degli sport in voga, molte hanno più semplicemente chiesto consiglio al pediatra. Coinvolti in questo clima di grande fermento, i maschietti già si vedono impegnati in piroettanti combattimenti sulle orme di Kung-fu panda e le bambine più romantiche sognano il tutù ancor prima della danza. Al momento della decisione, i confronti tra genitori e figli si sommano alle discussioni tra i genitori stessi, ciascuno spinto dalle proprie ambizioni, dalle necessità familiari e da quel piccolo campione mancato ancora nascosto in fondo al cuore. In occasione di momenti formativi con i genitori, capita spesso di affrontare il discorso della scelta dell’attività sportiva o di analizzare le ripercussioni sulla famiglia delle attività dei figli. Le affermazioni che più spesso ricorrono mettono chiaramente in luce la complessità di un vissuto che presto o tardi coinvolge tutte le famiglie. Proviamo a procedere con ordine. «I bambini di oggi hanno bisogno di fare sport per sfogarsi» «Lo sport serve per dare ai bambini un po’ di disciplina» La prima domanda da porsi in quanto genitori, riguarda il tipo di aspettative che vengono nutrite rispetto allo sport dei propri figli, le motivazioni personali spiegano infatti le scelte e l’atteggiamento con i quali questa esperienza verrà vissuta: alcuni genitori ritengono che lo sport aiuti a inquadrare i bambini, a dar loro rigore e disciplina per il futuro, altri sono convinti che i bambini di oggi siano troppo vivaci e scatenati, talvolta quasi ingestibili tra le mura domestiche, e per questo sia necessario tenerli occupati (magari anche per minimizzare l’effetto delle proprie assenze). In alcuni casi le famiglie vogliono consolidare uno sviluppo armonico attraverso esercizi mirati e proporre un modello di vita sano e attivo; in altri casi, invece, si vorrebbe per i figli un’esperienza di conoscenza di sé, dei propri limiti e capacità, di sfida e impegno come metafora dell’impegno richiesto dalla vita. Per alcuni genitori lo sport rappresenta soprattutto un’esperienza formativa che avvicina i bambini alla dimensione del gruppo, che insegna loro a stare con gli altri, a mettersi in gioco nella condivisione di un obiettivo; molte famiglie sentono invece la pressione sociale («Lo fanno tutti») o la necessità di avviarli a interessi "sani", di proporre la cultura dello sport come difesa dalle tentazioni che potrebbero presentarsi in adolescenza (fumo, alcol, ritmi sregolati, ecc.). Queste motivazioni, insieme con altre che ancora si potrebbero elencare, non si escludono vicendevolmente, al contrario mettono in luce l’intreccio di preoccupazioni, convinzioni, richieste, bisogni che portano i genitori ad avvicinarsi all’esperienza dello sport. Lo sport rappresenta un’esperienza ricca e fondamentale di conoscenza di sé: agisce sul fisico, ma al contempo forgia il carattere e le abitudini, sviluppa l’autodisciplina, la volontà, l’impegno, la costanza, la capacità di condivisione, di sostegno reciproco, di rispetto delle regole. Un’esperienza così ricca deve essere scelta con consapevolezza e con il coinvolgimento sia dei genitori che del bambino, in modo da rispecchiare le necessità e le aspirazioni di entrambi. In particolare, è importante, che i primi in quanto responsabili di un progetto educativo rimangano sempre focalizzati sul destinatario reale – il bambino – e non vengano sviati dai propri rimpianti, dai sogni, o dalle rivalse sul passato.
Lo spirito di competizione Si può scegliere uno sport per rinforzare l’insegnamento di un valore, come per esempio nel caso del senso di squadra che sviluppa capacità fondamentali come l’ascolto e l’apertura all’altro. La nostra quotidianità vede i bambini così come gli adulti più frequentemente portati a mettere in atto comportamenti competitivi: per riordinare la camera, per arrivare fino al semaforo, per finire la merenda, per costruire una torre di mattoncini si dice: «Facciamo una gara?». È importante "allenare" i bambini alla cooperazione, alla condivisione di obiettivi, di regole e soprattutto alla responsabilità, al sostegno reciproco. Lo sport permette di lavorare anche su un senso di competizione equilibrato, sia con sé stessi che verso gli altri: imparare a mettersi alla prova, a capire i propri limiti e provare a superarli, mettendo in connessione tangibile lo sforzo con il risultato. Così nel caso della competizione esterna, verso i compagni, che deve essere vissuta sempre con lo scopo ultimo di conoscere sé stessi, di collocarsi nel mondo e confrontarsi con gli altri. «Mio figlio è timido vorrei fargli fare uno sport di squadra per "tirarsi fuori"!» «La pallacanestro è uno sport troppo maschile per Silvia». Non ci sono ricette universali e sport in assoluto più adatti a maschi o femmine, occorre superare gli stereotipi più comuni e seguire le inclinazioni e i bisogni del bambino. A un bambino molto introverso potrebbe giovare una graduale familiarizzazione con il gruppo, ma allo stesso modo potrebbe aver bisogno di rinforzarsi, prima di essere messo a confronto fisico diretto con gli altri. Così, un bambino vivace potrebbe essere orientato verso un’attività che lo aiuti a canalizzare meglio le proprie energie, acquisendo un po’ di disciplina, oppure trarre maggior beneficio da uno sport che gli permetta di esprimere la propria esuberanza in un contesto definito. Bisogna avere la cura di rifuggire le etichette generiche: uno stesso comportamento può essere attribuito a bambini diversi per motivi del tutto differenti. Meglio focalizzarsi sulla comprensione del singolo e delle sue esigenze: bambini che manifestano le stesse caratteristiche possono aver bisogno di percorsi del tutto differenti, sta ai genitori capire che cosa può essere meglio per il proprio figlio, anche avvalendosi del consiglio degli esperti che gravitano attorno al bambino stesso (insegnanti, pediatria, educatori, ecc.). Come sempre, i migliori strumenti di conoscenza e di verifica nella relazione con i figli sono l’osservazione e l’ascolto. I ragazzi non parlano e non si confidano a comando. Ogni genitore sa bene che quando fa domande dirette spesso ottiene solo risposte evasive e frettolose. Meglio garantire un’attenzione non pressante, ma costante; vigile, ma rispettosa degli spazi e dei tempi dell’altro: osservare i figli ai giardini, alle feste, ascoltare i loro discorsi, permettere loro di conoscere diverse realtà sportive, di confrontarsi con compagni che hanno già iniziato a praticare uno sport. Nella fase di scelta è poi molto importante sostenere la costruzione di un quadro realistico della disciplina, cercando di mettere nelle giuste proporzioni l’effetto dell’immaginario legato alle attività più comuni, i discorsi e le scelte degli amici, nonché il fascino mediatico di alcuni sport. Non dimentichiamoci che soprattutto per i maschi, lo sport ha un forte valore nel gruppo dei compagni e restituisce un’immagine di sé più o meno vincente. «La società richiede tre allenamenti settimanali, altrimenti non si vedono i risultati» «Tutti i weekend la famiglia è monopolizzata dalle gare dei bambini» «Se non lo tengo impegnato, passa tutto il pomeriggio tra videogiochi e Tv» Una noia sana La scelta dello sport deve considerare anche il tipo di impegno richiesto. La personalità in costruzione del bambino non deve rischiare di identificarsi solamente con l’immagine di sé a scuola e nello sport (i bambini sono più dei loro voti e delle partite che vincono!), è importante che l’attività fisica non assorba tutte le energie e permetta al bambino, tra i compiti e gli altri impegni, di ritagliarsi momenti "liberi" per poter interagire in attività non strutturate con i compagni o imparare a stare con sé stesso. Le vite dei bambini di oggi sono ormai spesso scandite da ritmi adulti per impegni e orari. Molti genitori mostrano la preoccupazione che i figli perdano tempo, si annoino. In realtà, un po’ di sana noia può diventare uno spazio creativo, stimola l’iniziativa personale o semplicemente permette il recupero delle energie e favorisce attività più riflessive e comunque importanti per il bambino (ripensare alla giornata, fantasticare, pianificare, riflettere, ecc.). Lo sport, così come ogni attività, deve permettere al bambino di ritagliarsi spazi di progettazione e scoperta di sé e dei propri interessi. Ancora, è fondamentale che le attività sportive nel corso dell’infanzia abbiano un carattere prevalentemente ludico e non siano fonte di eccessivo stress da prestazione e confronto. L’agonismo a questa età rappresenta un caso particolare e delicato, i genitori hanno la responsabilità di accertare se si tratta veramente di una scelta del bambino e soprattutto di un impegno che lui possa gestire. È importante capire – così come nel caso delle esperienze meno assidue – che cosa il bambino si immagina e si aspetta, che cosa vuole ottenere (futuri successi? Gratificazione personale? La soddisfazione di presunti desideri dei genitori? Un’immagine sociale nel gruppo?). In questi casi, i genitori devono impegnarsi a colmare gli inevitabili sacrifici affrontati dal bambino garantendogli esperienze di crescita armonica anche su altri fronti: purtroppo non tutte le giovani promesse si confermano e il senso di fallimento e frustrazione potrebbe essere un peso eccessivo per l’autostima di un giovane, soprattutto se l’ambiente intorno a lui non gli ha permesso di coltivare altre risorse rispetto alle quali sentirsi ancora "capace" (un gruppo di amici, interessi personali, ecc.).
«Non si impegna abbastanza, commette errori grossolani in partita» «Lo confrontano sempre con avversari troppo forti, non potrebbe mai farcela» «Lo lasciano troppo in panchina, come può mostrare il meglio così?» I genitori, così come gli insegnanti e gli educatori, hanno la responsabilità di permettere al bambino di conoscersi, di mettersi allo specchio e di non guardarsi solamente nel riflesso dei loro occhi. Molti bambini si sottopongono a grandi sacrifici pur di accontentare quelle che credono siano le aspettative dei grandi e rischiano di fossilizzarsi in un’immagine di sé che alla lunga può risultare limitata, frustrante o addirittura estranea. Nella tensione alla bravura, questi bambini non imparano a conoscersi, non imparano a capire veramente quello che vogliono, perché troppo abituati a obbedire o ad accontentare gli altri. Nella misura in cui gli adulti vivono serenamente l’esperienza sportiva attribuendole un valore adeguato, i figli saranno sereni e godranno delle opportunità a disposizione. Diversamente, quando i genitori diventano molto competitivi e spingono forzosamente il bambino al risultato, qualche cosa si incrinerà: i bambini si sentiranno perdenti e sotto pressione, perché i genitori li vedono tali. Nell’esperienza di tutti c’è un episodio di imbarazzante tifo di genitori alle partite dei figli, in alcuni casi i comportamenti sono talmente aggressivi o comunque poco sportivi da indurre qualche società a sperimentare la permanenza dei genitori "più esuberanti" in panchina: non potendoli allontanare dal campo, li responsabilizzano in modo che capiscano non solo metaforicamente quanto il loro comportamento nuoccia ai bambini e siano obbligati a controllarsi, per evitare sanzioni a tutto il gruppo. «È proprio come me, io alla sua età ero un asso nell’atletica...» «Ho tolto mio figlio dalla squadra di calcio perché il rapporto tra il bambino e suo padre si stava logorando, c’erano continue tensioni e in casa non si viveva più. Ora segue una disciplina che mio marito non conosceva e le cose vanno molto meglio» Molti genitori vivono erroneamente i figli come proprie proiezioni. I figli rappresentano l’occasione di riscatto, di raggiungimento di mete a loro precluse, di realizzazione di ambizioni cullate fin dalla nascita dei piccoli eredi. Questa esperienza viene già vissuta nel contesto scolastico, con la fatica di accettare l’insuccesso o la difficoltà del bambino, ma nel caso dello sport è come se si amplificasse, perché se tutto sommato i voti sul quaderno restano tra le mura domestiche, le prestazioni sportive in campo sono sotto gli occhi di tutti e vengono vissute da questi genitori come veri e propri fallimenti personali o attacchi al proprio prestigio. Lo sport deve rappresentare un’occasione per imparare a vivere in modo equilibrato sia le vittorie sia le sconfitte, per imparare ad affrontare le difficoltà con le proprie risorse o grazie alle risorse del gruppo, senza che i genitori intervengano per spianare la strada. È importante che i genitori condividano le esperienze sportive dei propri figli, che partecipino dedicando tempo e presenza attiva, ma attribuendo ai risultati il giusto valore e senza scordare che i bambini hanno bisogno dello sguardo dei genitori perché ancora alla fine delle scuole primarie essi mutuano la propria soddisfazione dall’approvazione dei genitori e solo quando si sentono dire "bravo" si convincono di esserlo veramente. «Non può cambiare attività ogni anno, non imparerà mai niente così» «Ha tanto insistito affinché lo iscrivessi e poi non ha più voluto andare» Come già accennato, i bambini hanno bisogno di mettersi alla prova, di esplorare le proprie possibilità. Tuttavia, l’interruzione di un’attività sportiva a metà corso è altro rispetto alla naturale sperimentazione di nuove esperienze. Quando un bambino inizia a vivere con difficoltà l’impegno settimanale degli allenamenti («Non voglio andarci più»), occorre capire se si tratta di un momento di stanchezza, se ci sono dei disagi legati all’ambiente, al gruppo, alla relazione con l’istruttore o ai propri risultati in modo da poter fare dei distinguo importanti. Escludendo i casi di situazioni gravi e palesemente insostenibili, i genitori dovrebbero attenersi alla regola di evitare l’interventismo: accondiscendere alle richieste del figlio e sospendere il corso potrebbe passare al bambino un messaggio scorretto, ovvero l’idea di poter fuggire dalle situazioni impegnative o non immediatamente gratificanti senza affrontarle, di avere un paracadute che ti salva (il genitore) senza che tu debba fare sforzi o metterti in gioco. Il senso di responsabilità I compagni lo scherniscono perché non è molto bravo? Non resta in campo quanto vorrebbe durante le partite? I suoi amici adesso fanno un altro sport? È iniziata una nuova serie di cartoni proprio all’ora dell’allenamento? È tornata la bella stagione e preferisce giocare ai giardini senza dover seguire le istruzioni del coach? Motivazioni di questo tipo devono portare il genitore a riflettere con il bambino sull’importanza di portare a termine i propri impegni, di non rifuggire le difficoltà, di arrivare fino alla meta, di trovare risorse interne per affrontare il confronto con gli altri, perché si tratta di situazioni piuttosto comuni anche in età adulta. In questi casi si possono proporre al bambino semplici paragoni con la propria esperienza quotidiana per avviarli al senso di responsabilità. L’esperienza sportiva di un figlio può dunque rappresentare una bella occasione di crescita per tutta la famiglia a patto che i genitori la vivano in modo sereno ed equilibrato, come un’esperienza del figlio e non propria. In questa situazione, il monito degli psicologi americani Sternberg e Williams, calza davvero a pennello: «Più che comportamenti specifici i genitori devono avere l’atteggiamento di un allenatore che guarda e aiuta, non fa il lavoro per l’atleta, non gioca la partita per lui, ma lo mette nelle condizioni di dare il meglio». Manuela Cantoia
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