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n. 3 MAGGIO-GIUGNO 2009

Sommario

EDITORIALE
Cogliere il cambiamento e le sue implicazioni
la DIREZIONE

SERVIZI
Promuovere una cultura del rispetto
BENEDETTO XVI

Web 2.0: nuovi scenari e nuove tendenze
STEFANO MAINETTI

Adolescenza, identità e mondo virtuale
CARLA ANTONIOTTI

Una generazione protagonista sul web
LORENZA REBUZZINI

Attivare strategie di mediazione
ALESSANDRA CARENZIO

Una risposta a desideri antichi
ANTONIO SPADARO

DOSSIER
Insegnare ed educare tra i media
DAMIANO FELINI

RUBRICHE
SOCIETÀ
Una diffusione incontrollabile
BEPPE DEL COLLE

RICERCA
Stalking: capirlo per vincerlo
ROSSELLA SEMPLICI

CONSULENZA
Orientare i disorientati
DON LORENZO FERRAROLI

POLITICHE
Intervenire per la scuola
PIETRO ALVITI

EDUCAZIONE
Saper educare alla gioia
FEDERICA MORMANDO

MINORI
Un prezioso atto d’amore
MARCO GRIFFINI

MINORI
Un nuovo modo di fare lezione
MARIA GALLELLI

BIOETICA
Uscire dal mondo virtuale
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Divorzio e coscienza
DON MARCO BALEANI

COMUNICAZIONE
Media e Social Network
MARCO DERIU

COMUNICAZIONE
Vita bassa, magia e insicurezza
FULVIA DEGL’INNOCENTI

NARRATIVA / SAGGISTICA / CISF

RIVISTE / MONDO

 

L’UTOPIA DI FACEBOOK

Una risposta a desideri antichi

di Antonio Spadaro
(gesuita, redattore de "La Civiltà Cattolica")

 

La novità di Facebook è la connessione della singola persona che si mostra vincendo ogni forma di anonimato. Permette di sentirsi, almeno in apparenza, parte di una rete di conoscenze che hanno un volto e una storia quotidiana, rispondendo al bisogno di fare amicizia. È un potenziale aiuto alle relazioni ma anche una loro minaccia.
  

Se l’uso più comune della rete fino a qualche tempo fa era legato alla consultazione di siti per ottenere informazioni, adesso l’approccio comune è radicalmente cambiato (il presente contributo rappresenta una sintesi rielaborata di un più ampio saggio: Il fenomeno Facebook (in La Civiltà Cattolica n. 1 2009, pp. 146-159). La medesima rivista segue da oltre un decennio l’evoluzione della rete, dando conto delle sue trasformazioni). Internet non è più un agglomerato di siti web isolati e indipendenti tra loro, seppure collegati e messi in rete, ma è da considerare, almeno a livello potenziale, come l’insieme delle capacità tecnologiche raggiunte dall’uomo nell’ambito della diffusione e della condivisione dell’informazione e del sapere. Il web oggi è dunque sempre più un luogo di partecipazione e di condivisione.

Un Social Network è costituito da un gruppo di persone legate, in genere, da interessi comuni, aperte a condividere pensieri, conoscenze, ma anche pezzi della loro vita: dai link ai siti che ritengono interessanti fino alle proprie foto o ai propri video personali. Insomma i Social Network sono composti da persone comuni, non da tecnici o esperti, che distribuiscono contenuti relativi ai propri interessi o alla propria esistenza. La loro caratteristica è quella di essere aperti a tutti gli utenti sia nella fruizione, sia nella costruzione.

Facebook, in questo senso, è il fenomeno più eclatante (ma non certo l’unico) del momento. Mark Zuckerberg, il suo fondatore, ha affermato che, se esso fosse un Paese, sarebbe quello con l’ottava popolazione mondiale, superando Giappone e Russia. Mentre scriviamo, anzi, con i suoi oltre 175 milioni sarebbe addirittura il sesto. L’Italia è uno dei Paesi con il tasso di crescita più elevato, tanto da superare altre nazioni europee come la Spagna, la Germania e la Francia.

«Che cosa stai facendo?»

Facebook nasce nel febbraio 2004 quando Mark Zuckerberg, allora diciannovenne studente di psicologia ad Harvard, lancia insieme a un piccolo gruppo di amici un progetto per mettere on line i profili degli iscritti ad Harvard, in gergo appunto Facebook. L’idea di base era molto semplice: collegare studenti, rispondere a una voglia diffusa di socializzazione e di nuove conoscenze dentro un ambito giovanile e di studio. La capacità di collegare le persone è dunque il punto di forza di Facebook.

In questo network ci si presenta per chi si è veramente, con il proprio nome e cognome, e con il proprio volto reale. Facebook non è il luogo dell’anonimato o dell’identità falsata, ma quello della condivisione di ciò che si è e si fa realmente. Man mano che si trovano amici è possibile chiedere di diventare loro "amico" nel sistema. Se l’altro conferma, è possibile accedere al suo profilo e vedere chi sono i suoi amici e così magari, sfogliando l’elenco, è possibile anche trovare ancora altri amici e così via. Accettare un amico su Facebook significa accettare di condividere l’elenco dei propri amici, e dunque rendere possibile una sorta di scambio e di conoscenza reciproca, di vita e di relazioni.

Ma che cosa si condivide con gli "amici"? Ciò che si pubblica nel proprio "profilo". Il cuore del profilo è la "bacheca" (o wall), una sorta di lavagna sulla quale è possibile scrivere momento per momento, usando una breve frase, quello che si sta facendo – il proprio "stato" – e in questo modo rendere queste informazioni pubbliche per gli amici. La domanda essenziale è dunque: «Che cosa stai facendo?». La risposta è una sorta di parola-chiave che attiva la conversazione. Nel momento in cui l’utente scrive che cosa sta facendo i suoi "amici" possono commentare il suo stato. Ricordiamo che questa forma di socializzazione è stata lanciata nel 2006 da Twitter, un servizio che consente di lasciare un messaggio non più lungo di 140 caratteri tramite web, messenger o sms letto dalle persone che hanno scelto di seguirci. Una sorta di microblog personale per tenere aggiornati i nostri "amici" su ciò che stiamo facendo o pensando.

Quando poi si accetta l’amicizia di una persona, questo evento viene reso pubblico sulla propria bacheca. Così anche quando si modifica in qualunque modo il proprio profilo grazie ad applicazioni che ormai proliferano. Per esempio, quando si caricano fotografie, magari scattate al volo con un cellulare, o si pubblica una nota di testo (una riflessione, una citazione, un pensiero...) o si risponde a un quiz o a un test, o si aggiunge un link a una pagina web che si ritiene interessante o si carica un video pubblicato su YouTube. Su Facebook poi è possibile formare gruppi di interesse e aggregare persone tra i propri amici e poi gli amici degli amici in un tam tam spontaneo.

Vignetta.

Il bisogno di farsi conoscere

Come valutare Facebook? A quale bisogno risponde? Potremmo sinteticamente rilevare che Facebook permette ai suoi utenti di sentirsi e vedersi parte di una rete di relazioni che hanno un volto e una storia quotidiana alla quale si può partecipare con un click. Se io vado sulla mia home, cioè la prima schermata che mi appare quando mi connetto alla piattaforma, in un colpo d’occhio vedo lo stato aggiornato dei miei "amici", e dunque apprendo che cosa stanno facendo, posso visitare poi il loro profilo e saperne di più, magari vedendo chi sono i loro nuovi "amici" o leggere le loro riflessioni, vedere le nuove foto che hanno scattato e così via.

È possibile trovare anche qualche amico on line e chattare con lui direttamente. Dunque Facebook permette di sviluppare relazioni e, d’altra parte, permette ad altri di svilupparle con noi. Infatti chi aggiorna il proprio stato o fa l’upload di (cioè "carica", come si dice in gergo) materiali personali lo fa perché altri possano conoscerli, leggerli, vederli. Facebook diventa parte di un più ampio lifestreaming, un flusso di vita vissuta che viene in un modo o nell’altro diffuso e quindi condiviso con i propri contatti mantenendo un certo grado di intimità, almeno apparente.

Dunque Facebook serve per entrare nella vita degli altri e permettere agli altri di entrare nella propria. Gli "altri" non sono "tutti", ma coloro con i quali si decide di stabilire questa relazione. Ovviamente è possibile abbassare del tutto i livelli di privacy ed esporre del tutto il proprio profilo al mare della rete, ma anche questa logica, tutto sommato, è incoerente con la logica della piattaforma, che invece tende a creare una rete in qualche modo circoscritta di "amici" e non una sorta di pagina completamente aperta al pubblico.

Il bisogno di conoscere e farsi conoscere, il bisogno di vivere l’amicizia sono tutti bisogni "seri" che si bilanciano con il rischio di confondere relazioni superficiali e sporadiche con l’amicizia, comunicazione di sé ed esibizionismo, voglia di fare conoscenza e voyeurismo. Sebbene la differenza tra l’una e l’altra cosa sia radicale, per essere percepita ha bisogno di un’adeguata educazione alle relazioni e alla percezione di sé. Facebook in questo senso è una sfida perché come tutte le piattaforme di Social Network è insieme un potenziale aiuto alla relazioni ma anche una loro minaccia.

La relazione umana non è un gioco e richiede tempi, conoscenza diretta. La relazione mediata dalla rete è sempre necessariamente monca se non ha un aggancio nella realtà. In alcuni casi è stato testimoniato il desiderio di avere tanti contatti su Facebook e quindi di "collezionare" amici che appaiono con le loro foto in miniatura nella pagina del proprio profilo. È possibile "giocare" con queste "collezioni" grazie ad alcuni strumenti. Fra questi Six degrees, grazie al quale possiamo effettuare una ricerca per una qualsiasi persona registrata e verificare quanti gradi di separazione ci separano e dunque anche ci uniscono, secondo l’ipotesi per cui qualunque persona può essere collegata a qualunque altra persona attraverso una catena di conoscenze con non più di 5 intermediari. Altre applicazioni come Nexus e Friend Graph soddisfano la curiosità di avere una resa grafica della propria rete di amicizie. Il primo crea una mappa a stella raggruppando gli amici in "nodi" per interessi e affinità. Cliccando sui vari nodi è possibile visualizzare nome e foto dei vari amici. Il secondo crea un grafico dove i nomi compaiono subito accanto ai nodi, che sono spostabili con il mouse.

Un aggancio alla vita reale

È quasi una sfida alla solitudine e un desiderio di sentirsi e apparire popolari e amati. In effetti è da non sottovalutare il desiderio di apparire popolari, estroversi, richiesti, cioè, in altre parole, amati. Avere molti amici significa mostrarsi agli altri come socialmente attraenti. Anzi, a volte il proprio profilo serve proprio per "adescare" potenziali "amici" e le motivazioni possono essere di ogni tipo: dalle più legittime alle meno plausibili o accettabili.

È ovvio d’altra parte che, più cresce il numero degli amici, più Facebook rischia di perdere di significato divenendo un semplice indirizzario un po’ evoluto tecnologicamente. Dunque se si hanno pochi amici non ha senso mantenere un profilo Facebook perché con questi ci si può sentire di frequente; se se ne hanno troppi è pure inutile perché non è possibile tenere i contatti.

È necessario un equilibrio. Su Facebook si tende a non negare l’"amicizia" a chiunque la chieda, anche se si tratta solo di vaghe conoscenze o addirittura di perfetti sconosciuti. La cosiddetta reciprocity rule (regola di reciprocità) a cui siamo abituati dice infatti: «se una persona ti dà qualcosa devi cercare di ripagarla». La rete aumenta a dismisura gli eventi che fanno scattare questa regola di reciprocità, che invece in questa sede deve essere gestita con oculatezza e discrezione.

La logica originaria di Facebook implicava un aggancio alla vita reale, in particolare a quella dell’ambiente di studio. L’uso ideale di Facebook, a nostro avviso, è quello che viene fatto a partire dalle relazioni reali. È una strada ormai importante per persone intorno ai 25-30 anni allo scopo di ritrovare compagni di scuola, amici di infanzia di cui non si sa più nulla, vecchie conoscenze. È davvero difficile che un giovane adulto non trovi almeno qualche vecchio amico o un compagno di classe. È però anche da osservare che spesso le persone che si ritrovano lo fanno all’improvviso, al di fuori da ogni contesto e spesso saltando anni o decenni di vita.

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Nel frattempo le persone che si contattano sono cambiate e sarebbe un errore appiattire tutti i contatti in una sorta di contemporaneità totale. Se però la piattaforma viene usata con una consapevolezza delle relazioni, è certo che essa diventa una occasione davvero preziosa per consolidare rapporti che a causa della distanza o per altri motivi rischiano di indebolirsi, oppure per recuperare rapporti che la vita ha allentato.

Consideriamo che l’uso ordinario del telefono cellulare o delle e-mail sono fenomeni relativamente recenti e quindi è possibile che con i cambi di domicilio e le varie vicende della vita persone prima in contatto poi si siano perse di vista.

Come ogni realtà di Rete che coinvolge direttamente la vita umana, i suoi desideri, le sue tensioni e le sue relazioni, anche Facebook è un "luogo" nel quale la fede e la religiosità si esprimono e hanno una loro rilevanza e manifestazione. Ovviamente ciò avviene secondo la logica propria della piattaforma. Questo significa sostanzialmente che le forme di espressione religiosa sono le seguenti: presenza tra gli utenti di religiosi o ministri di culto o di credenti che esplicitano la loro identità religiosa nel proprio profilo, e la possibilità di stabilire con essi un rapporto di amicizia; creazione di gruppi di fan o ammiratori di leader religiosi o figure notevoli del passato: santi, beati o figure significative; creazione di gruppi; pubblicità di eventi reali; creazione di applicazioni di carattere religioso. Se andiamo alla ricerca della dimensione religiosa che si esprime su Facebook troviamo che tutte queste possibilità hanno trovato una loro realizzazione e una loro forma.

Verso una rete di persone

Il fenomeno Facebook, peculiare per caratteristiche, successo e rapidità di diffusione, più di altri ha fatto comprendere come i rapporti tra le persone siano al centro del sistema e dello scambio dei contenuti, che sempre più appaiono in rete fortemente legati a chi li produce o li segnala. Riemergono dunque con forza i concetti di persona, autore, relazione, amicizia, intimità… Ma detto questo occorre comprendere bene come questi concetti si modifichino e si evolvano a causa della rete.

La vera novità di Facebook è semplice: la connessione della singola persona, che appare in tutta la sua vita personale vincendo ogni forma di anonimato e di tutela della privacy (davvero la cosa più a rischio su queste piattaforme), con la sua rete di amici.

Prima di Facebook e delle piattaforme a esso simili, Internet era sostanzialmente una rete di pagine e di contenuti, non di persone. Le persone potevano contattarsi tra di loro e aggregarsi, ma le relazioni umane in sé stesse erano invisibili al web. Facebook, in fondo, incarna un’utopia: quella di stare sempre vicini alle persone a cui teniamo in un modo o nell’altro, e di conoscerne altre che siano compatibili con noi. Internet, anche grazie a Facebook, dunque è sempre di più un ambiente e non un mezzo o uno "strumento" di comunicazione. È un "ambiente" che determina uno stile di pensiero e crea nuovi territori e nuove forme di educazione e relazione, contribuendo a definire anche un modo nuovo di stimolare le intelligenze e di costruire la conoscenza e i rapporti umani.

L’utopia deve però confrontarsi col rischio grave che cellulari e computer possano alla fine isolare e dare solamente una parvenza di relazione, non fatta di incontri reali. D’altra parte la tecnologia da sempre, a partire dall’invenzione dei messaggi di fumo o di strumenti come il telegrafo o il telefono, è un potente ausilio alle relazioni personali. In questo lungo processo che compone la storia delle comunicazioni umane, Facebook sta giocando il suo ruolo specifico: fa sì che Internet diventi innanzitutto una rete di persone.

La tecnologia, dunque, rappresenta una risposta ai bisogni più antichi dell’uomo: esprimersi e comunicare. La rete è una "rivoluzione", è vero. Tuttavia è una rivoluzione antica, con salde radici nel passato: replica antiche forme di trasmissione del sapere e di vivere civile, ostenta nostalgie, dà forma a desideri antichi.

Presa dal commento del nuovo, forse la nostra capacità di riflessione non ha ancora maturato un’indagine accurata su come e quanto Internet non sia solo luccicante e innovante presente o futuro, ma anche luogo e forma di passato, desiderio, nostalgia, espressione di valori antichi quanto l’essere umano. Le tecnologie dunque continuano a rispondere non tanto a utopie, ma a desideri antichi e radicati nella nostra stessa natura di esseri umani, quale è il desiderio fondamentale delle persone di entrare in rapporto le une con le altre.

Antonio Spadaro








 

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